Una Giornata Particolare


Stamattina ho maledetto la sveglia che insisteva perché mi alzassi. Alla fine mi sono costretta ad alzarmi, ma vi assicuro che, dopo essere andata a letto alle quattro (tra l’altro ho deciso che i miei resoconti saranno molto più brevi: non posso mica passare quattro ore a raccontarvi quello che è successo fino a cinque minuti prima…), le mie intenzioni erano di continuare a dormire ancora un bel po’, nonostante il sonno notevolmente disturbato da strani sogni…
Come già detto, vivo con un’altra ragazza, ma abbiamo orari completamente diversi. Per cui la mattina è molto improbabile incontrarsi per casa. Vabbè, taglio corto. Mi alzo, nuda come avevo dormito, metto a fare il caffè, mi lavo una trentina di volte la faccia, e quando riesco finalmente ad aprire bene gli occhi noto il mio corpo riflesso nello specchio del lavandino. Beh, non ci crederete, ma non mi sono mai trovata così bella. Non per autoincensarmi, sia chiaro. E’ stata una cosa totalmente soggettiva. Ma il mio corpo mi è apparso come qualcosa di meraviglioso, mi sono quasi eccitata nel guardarmi.
Forse è stata questa la molla che mi ha spinto definitivamente verso la decisione, non saprei dirlo. Fatto sta che mentre si fa il caffè torno in camera e mi metto i pochi capi lasciati sulla sedia la sera prima. Uno sguardo alle calze, uno sguardo alla giornata che si prepara afosa, uno sguardo al ricordo del pizzo che esce da sotto la gonna, e mi infilo le scarpe a gambe nude.
E’ fatta. Basta uscire in fretta di casa prima che mi assalgano i dubbi. Il resto della giornata è già programmato. Otto ore al lavoro, a contattare persone per fare le domande più insulse sui loro gusti in fatto di cibo per cani, e poi mi sarebbe venuto a prendere sotto l’ufficio.
Bevo il caffè, faccio colazione, mi trucco (poco, già mi si nota troppo…), e scappo di casa. Appena in strada comincio a sentire l’imbarazzo. Sono veramente nuda, se ne accorgono tutti. Mi sento tutti gli sguardi addosso, in autobus addirittura mi becco due tastate al culo. Per fortuna che hanno il buon gusto di farlo attraverso la gonna, ma continuo a temere che qualcuno possa spingersi oltre, e palparmi direttamente la fichetta che comincia a bagnarsi. E’ lì sotto, esposta, a pochi centimetri dagli sguardi di chiunque. Così come le mie tette, falsamente coperte da un sottilissimo strato di seta bianca, sotto il quale cominciano a vedersi chiaramente i capezzoli che si stanno rizzando. E’ la fermata dell’ufficio.
Entro e tutti mi fanno i complimenti. Beh, a qualcosa almeno serve vestirsi così, anche se intuisco che tutti i maschietti e forse parte delle femminucce non vorrebbero nient’altro che portarmisi a letto. Qualcuno scherzando lo dice pure.
Finalmente davanti al mio Pc, con la cuffia in testa. Otto ore del solito tran tran. Oggi tra l’altro eravamo pure senza aria condizionata, ed ad un certo punto non ho resistito, ed ho dovuto togliermi la giacca. Ancora più nuda. Due spalline sottilissime a coprirmi le spalle, le tette totalmente in vista da qualsiasi angolazione. I capezzoli ritti a far bella mostra di sé.
Un collega mi porta un caffè, comincia a massaggiarmi le spalle, mi guarda dritto dentro la scollatura. Se potesse mi scoperebbe lì. La cosa non fa che eccitarmi ancora di più, la fica è bella bagnata, ma continuo imperterrita con le mie interviste.
Esco dall’ufficio, e lui è lì sotto che aspetta. Gli sorrido, lui accenna un sorriso.
“Vedi, ho deciso per il sì.”
“Non lo dubitavo. Anzi, quel che dubito è che tu nonostante tutto abbia messo gli slip. Già non hai messo le calze…”
“Ma faceva caldo. Però per l’altra cosa ho fatto la brava.”
E’ imbarazzante. Ci sono i miei colleghi, che già si stanno chiedendo chi sia questo estraneo… cerco di tagliare corto: “Dove hai lasciato la macchina?”
“Aspetta. Non ho ancora avuto la prova che tu accetti realmente la mia dominazione. Mi devi dimostrare che hai obbedito.”
“Sì, fra un po’… andiamo, dai.”
“No no, lo voglio vedere subito. Alzati la gonna.”
“Ma…”
“Ne deduco che ti sei messa gli slip.”
“No…”
“E allora?”
“Beh, qui davanti a tutti…”
In realtà erano rimasti solo pochi colleghi a chiacchierare. Però era imbarazzante.
“Non ti devi vergognare. Hai deciso che la tua sessualità non ti appartiene più, di cosa hai da vergognarti? Altrimenti significa che hai deciso altrimenti.”
Dovevo dargliela vinta. Volevo dargliela vinta. Frugo un po’ in borsa, e faccio cadere una penna. Quindi mi inchino con tutto il bacino, tenendo le gambe ben distese, sono praticamente piegata in due, nella speranza che la gonna già corta scopra abbastanza da far capire che non porto gli slip.
Mossa fulminea, e mi giro verso di lui con il sorriso sulle labbra (e la faccia color peperone).
“Non ho visto nulla. Porti gonne troppo lunghe.”
Attimo di gelo. Cosa mi invento ora?
“Tastami, se vuoi.”
“Sei tu che devi mostrarmi, non io a dover cercare.”
Come ne esco fuori? Non mi resta altro da fare che tirare su con le mani la gonna il più velocemente possibile fino a scoprirmi l’inizio della figa. Sto per riabbassarla altrettanto velocemente. “Aspetta, non ho ancora visto bene. Potresti portare degli slip neri.” Alzo un po’ di più, cercando nel contempo di non far alzare troppo di dietro, che è alla vista di tutti.
Attimi di imbarazzo puro. Il cuore mi batte all’impazzata, mi sento così esposta, e questo mi eccita da morire. Fino a due giorni fa non avevo idea di cosa fosse l’esibizionismo, e non avrei mai detto che mi avrebbe potuto eccitare.
“Okay, andiamo.”
Mi riabbasso la gonna in fretta e furia, e lo seguo fino in macchina.
Saliamo. “Togliti quei vestiti.” Comincio lentamente, prima le scarpe, poi sfilo la giacca e la gonna, ma esito alla canottierina. In fondo siamo ancora in città, non è difficile vedermi. Alle sue insistenze, obbedisco, e sono tutta nuda in macchina, ed è ancora giorno. Certo, per mettermi in imbarazzo, è un maestro. Ed il bello è che tutto questo mi eccita tantissimo. In pochi minuti siamo nella sua villa, e stavolta scendiamo in cantina.
“Sdraiati qua sopra a gambe larghe.” Mi indica un lettino tipo studio medico. “Ora ti tolgo tutti i peli superflui dal tuo corpo.”
Beh, me l’aveva detto che mi avrebbe depilato la fica. Mi rilasso, e lui inizia il lavoro. In pochi minuti sono di nuovo bambina. Mi alzo, saliamo di nuovo su, e mi guardo in uno specchio lì vicino al letto. Uno spettacolo.
“Mi hai detto che non sei del tutto vergine di culo.” Infatti gli ho raccontato che in passato per curiosità mi sono infilata dei pennarelli più o meno grandi nel culo. Beh, ve l’ho detto che sono una porca, no? Mi serviva solo l’occasione giusta…
“Okay, fammi vedere.” E mi porge un piccolo fallo di gomma, di un paio di centimetri di diametro. Mi sdraio, alzo le gambe, lubrifico un po’ il cazzo passandolo tra le grandi labbra (bagnate, come ormai sono quasi costantemente), quindi inizio a spingere per farlo entrare nel culo. Un po’ di bruciore, ed entra senza grossi problemi.
“Bene, vediamo con quest’altro.” Me ne passa uno di un paio di centimetri e mezzo di diametro, ed un po’ più lungo, diciamo dodici centimetri.
Nell’estrarre quello più piccolo, un po’ di dolore, ma già sono preparata.
Diamine, c’è un po’ di merda sopra. “Non ti preoccupare. Non sono uno di quei matti che te lo farebbero leccare. Dà qua.” Lo getta in una bacinella piena di alcol. Meno male, temevo realmente una cosa del genere. In certi racconti si leggono certe cose…
Vabbè, arrivati ai tre centimetri e mezzo per sedici di lunghezza, entrato non senza un certo sforzo, la mia fica pulsava vistosamente, i miei capezzoli erano ritti e duri, il mio culo dolorava, io ansimavo, e lui ha capito che forse era meglio fermarsi.
“Tienilo dentro per un po’, per abituarti, e raccontami la tua giornata nel frattempo. Mettiti comoda. Un po’ di vino?”
Che significa mettiti comoda? Un po’ di vino?! Ho un cazzo nel culo!
“No, grazie.”
“Ti ci devi abituare. Fai finta di non averlo. Mettiti seduta. Tieni, bevi.”
Obbedisco. Certo fa male, ma dopo un po’ riesco a sorseggiare il vino, e comincio a raccontargli l’imbarazzo, il lavoro.
“Sai che domani ho il giorno libero?” Sì, perché in ufficio facciamo i turni: si lavora o il sabato o la domenica, però poi si ha un giorno libero infrasettimanale.
“E allora?”
“Potremmo vederci. Hai detto che devi rinnovarmi il guardaroba…”
“Mhh, avrei da lavorare. Ma visto che è per una buona causa… se stasera fai la brava, domani andiamo. Però non puoi venire con il vestito da lavoro.
Dovrò farti provare un po’ di vestiti della mia ex moglie, forse ne troviamo uno che ti sta bene e che puoi mettere domani, in attesa che ti regali io qualcosa.”
Si avvicina. Ha in mente qualcosa. “Sdraiati a gambe larghe.”
Senza troppi convenevoli, con le mani mi apre le grandi labbra, e comincia a leccarmi la fica. Cazzo, è un grande! In pochi minuti giungo all’orgasmo, che è un misto di piacere e di dolore. Infatti ho ancora il cazzo di gomma nel culo, ed ogni contrazione della fica è anche una contrazione del culo.
Ed ogni contrazione del culo è un’onda di dolore. Ma godo. Cazzo come godo.
“Vatti a fare il bagno, sei tutta sudata.”
Faccio per togliermi il cazzo finto. “Allora non ci siamo capiti!” Va bene, va bene. E’ una sensazione strana camminare con qualcosa nel culo. Ma non è sgradevole. Si sculetta solo un po’ di più.
La vasca è piena d’acqua bollente. Mi sdraio, e la pancia comincia a mettersi in moto, un po’ per il caldo, un po’ per l’invasione. Cerco di non badarci, alla fine riesco a rilassarmi. L’acqua mi copre tutta, sono secoli che non mi sento così bene. Sono eccitatissima e contemporaneamente tranquillissima. Riesco quasi ad addormentarmi (con il sonno arretrato, non è poi così difficile). Ad un certo punto arriva con un piatto di verdure al gratin, e comincia ad imboccarmi. Oddio, non è che mi vada molto di mangiare vista la situazione, ma il gioco è divertente. Finito di mangiare mi ordina di uscire ed asciugarmi, quindi posso togliermi quel cazzo di gomma.
Ma non faccio in tempo a respirare per il sollievo, che si presenta con una cintura di contenimento, con attaccato un altro fallo, un po’ più piccolo.
“Vuoi gli slip. Eccoli. Davanti sono assorbenti, così non mi sporcherai i vestiti della mia ex con i tuoi umori.”
Infilo il fallo, allaccio la cintura. E’ talmente stretta che la parte davanti mi passa dentro le grandi labbra, dividendole nettamente, e lo spettacolo è notevole. Mi rimiro per un po’ nello specchio, sentendomi contemporaneamente una schiava ed un’amazzone. Sono fiera di me, del mio corpo, della mia bellezza, della mia sottomissione. Comincio a capire che spreco siano stati tutti gli anni passati a coprirmi il corpo con indumenti larghi che ne nascondevano le forme. Comincio ad immaginare quanti ragazzi avrei potuto far cadere ai miei piedi. Ma ormai sono di proprietà (almeno per il sesso) di un solo uomo.
Mi chiama, e lo raggiungo nella stanza della ex moglie. L’armadio è aperto, e c’è una quantità spaventosa di vestiti e di scarpe. “Hai detto che porti trentotto di piede.”
“Sì.”
“Bene, come mia moglie.”
Comincia la sfilata. I vestiti sono di tutti i tipi, ma hanno un minimo comun denominatore: le gambe non sono mai coperte per più di metà coscia. Non c’è modo di salvarsi: dovrò andare in giro seminuda.
Dopo i primi dieci vestiti comincio a sentirmi stanca: il cazzo nel culo comincia a dolere, con tutto l’inchinarmi, l’alzarmi, il sedermi, il piegarmi, è una continua stimolazione. Anche della fica e del clitoride, ci mancherebbe. Inoltre, non esiste che per ogni vestito non provi almeno un paio di scarpe, e non sfili avanti e indietro per tutta la stanza, a farmi rimirare da lui.
Le scarpe anche hanno un minimo comun denominatore: i tacchi altissimi.
Camminarci sopra è un impresa di equilibrismo. E potete immaginare come sia piacevole sculettare con un cazzo nel culo. Il bello è che in realtà, in un modo tutto suo, è piacevole. E mooolto eccitante. Mi sentivo terribilmente puttana a mettermi in mostra con pochi veli indosso, che sottolineavano le mie curve, a sculettare su sandali costituiti da due striscioline di cuoio e nove centimetri di tacco, avendo nel frattempo i genitali iperstimolati da quella cintura strettissima.
Avrò provato un centinaio di vestiti, e per ognuno avrò indossato almeno un paio di scarpe. Che fossero sandali (la maggior parte), décolleté, stivali o sabot, non potevo fare a meno di zompettarci e sculettarci sopra.
Alla fine, quando sono totalmente stremata, arriva la decisione: domani metterò una gonnellina nera plissettata, che arriva poco sotto l’inguine, e che si alza al primo refolo di vento, una camicetta di cotone semitrasparente, che mi sta molto attillata, ed un paio di sandali neri, costituiti da due striscioline di cuoio e “solo” otto centimetri di tacco, rigorosamente a spillo. Per fortuna, è solo un prestito. Solo i vestiti che compreremo insieme saranno miei.
Mi spoglio e rimango nuda di nuovo (finalmente senza tacchi). Rimetto tutto a posto nell’armadio, e poi scendiamo di nuovo, in una bustina i pochi centimetri di stoffa per domani. Il culo è ormai quasi totalmente desensibilizzato, la fica fradicia, anch’essa è piuttosto dolorante. Com’è cambiata la mia visione delle cose, da ieri mattina. In questo momento il sesso è nettamente il primo pensiero nella mia testa. Sono felice per quest’esperienza.
“Togliti quella cintura, e poi mettiti carponi sul letto.”
Messaggio più che chiaro. Mentre mi slaccio la cintura, e la sfilo delicatamente dalle grandi labbra purpuree per l’arrossamento, lui comincia a spogliarsi. Un fortissimo bruciore mi invade tutto l’inguine, ma finalmente sono nuda. Mi metto carponi, con le gambe aperte ed il culo bene in mostra. Chi l’avrebbe mai detto che Claudia, quella che a diciotto anni si era scandalizzata perché il suo secondo ragazzo le aveva tolto la maglietta e il reggiseno, si sarebbe trovata due anni dopo totalmente nuda, carponi, in attesa di essere inculata. E per di più felice per ciò.
Con tutto il bruciore procurato dalla continua frizione con quel cazzo di gomma, sento a malapena il suo cazzo che si appoggia al mio buco, e che entra. Ma quando comincia a spingere, è tutt’altra sensazione rispetto a quelle provate finora. Dolore, piacere. Piacere, dolore. Un misto inspiegabile.
Si appoggia tutto su di me, mi prende le tette tra le mani, comincia a maltrattarle, mentre continua ad affondare il suo cazzo nel mio culo. Lo fa entrare tutto, sento le mie viscere che gemono, indecise se lamentarsi o ringraziare. Ho ancora i capelli legati a coda, dal lavoro. Li prende, e comincia a tirare. Istintivamente spingo la testa all’indietro, ma poi devo fermarmi. Lui continua a tirare, e mi fa male. Urlo. Tira più forte, spinge più forte il suo cazzo nel mio culo. Urlo di nuovo. Sento il suo cazzo contrarsi dentro di me, il suo liquido caldo e viscido comincia ad invadermi. Un altro paio di spinte, e si abbandona sul mio corpo.
E’ così bello sentirlo così, soddisfatto per il piacere che si è preso da me, abbandonato con tutto il suo peso su di me, con tutto il suo calore, il suo cazzo ancora nel mio culo, che pian piano si affloscia, gli ultimi spasmi di piacere che lo attraversano.
Mi bacia la schiena. Si rialza lentamente. Rimango interdetta: posso alzarmi anch’io? Mi porge una mano, mi aiuta a rialzarmi. Un po’ di sperma cola dal mio culo sulle cosce, un rivolo arriva fino sul piede. Andiamo nella vasca, lui appoggiato con la schiena alla parete della vasca, io con la schiena sul suo petto. Comincia a lavarmi, a massaggiarmi, a baciarmi tutta. Sa essere così dolce. Mi eccito, ma stavolta è quasi amore.
E’ successo poco altro: ci siamo asciugati, rivestiti, ho preso la bustina con i vestiti per domani, e mi ha riaccompagnato a casa. Domattina mi passa a prendere, andiamo in centro. Certo sono piuttosto imbarazzata all’idea di girare praticamente nuda sculettando su otto centimetri di tacco, ma l’ho pur sempre scelto io, no? Sono eccitata, e dormirò anche stanotte nuda (se questo può interessarvi…). Purtroppo non posso masturbarmi. Che peccato…
Certo, così domani potrò essere eccitata già dall’inizio.

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