Il lavoro nobilita l’uomo


Il lavoro nobilita l’uomo
Il lavoro nobilita l’uomo diceva sempre mio nonno. Sono cresciuto con questa fede fin quando non finii in quell’emporio, facevo il commesso tutto fare, un lavoro in se semplice e per molti versi divertente, ero a contatto con la gente, venivo spesso inviato a sbrigare commissioni, situazione che mi dava l’opportunità di trastullarmi in giro per la città.
Il lavoro di per sé mi piaceva. Sapevo inoltre che si trattava di un momento di passaggio nella vita in attesa di tempi e cose migliori per cui vivevo la totale assenza di responsabilità abbastanza serenamente avevo allora solo vent’anni.
Vivevo invece con molto fastidio il rapporto ed i modi del padrone dell’emporio e della sua famiglia. Sono commerciati della peggiore risma, arricchiti imbrogliando ed approfittando di tutte le circostanze e, all’occasione, disponibili a tutto pur di guadagnare. I quattrini li avevano resi inoltre piuttosto altezzosi, si comportavano e trattavano gli impiegati quasi come inferiori di caste intoccabili messi al mondo solo per soddisfare i loro bisogni.
Il proprietario del centro commerciale era un pachiderma piuttosto volgare nei modi, dall’aria abbastanza unta, il classico tipo che si evita per strada.
La moglie, trenta anni, aveva i modi della padrona, andava vestita in maniera evidentemente eccessiva con abiti molto aderenti, scollature. Piuttosto in carte e tutto tranne che aggraziata nei modi usava molto trucco, come si usa nei ceti medi; il risultato era decisamente volgare anche se devo ammettere si trattava di una volgarità a suo modo sensuale, quasi animale. Fra tutti era la più insopportabile e si divertiva a fare dispetti a tutti i dipendenti con malcelata cattiveria. Coglieva la minima occasione per rimbrottare e rimproverare.
Prendi questo! Pulisci quello! Vai a comprare le sigarette! Porta il cane a lavare!
Mai un per favore o un grazie; i modi ed i toni quando i servizi richiesti non erano all’altezza delle aspettative erano se possibile anche peggiori: “Allora sei proprio un idiota” “Finiremo con il licenziarti” ed amenità di tal fatta. Avevano due figlie, due arpie della peggiore risma, poco più che diciottenni si credevano due principesse. Erano certamente attraenti, ma pur sempre ragazzine viziate e male educate, convinte che se hai soldi puoi comprare tutto, inoltre se la facevano con diversi ragazzini dei dintorni all’insaputa dei genitori, a detta delle voci che circolavano su loro dovevano essere delle vere puttanelle.
Confesso che ero intenzionato ad andare via; avrei aspettato la fine delle feste natalizie, periodo nel quale era anche possibile raggranellare qualche lira in più in mance.

Tra i miei ingrati incarichi c’era quello di portare il pranzo alla signora a casa, in centro. La signora infatti veniva in emporio solo nel pomeriggio ed i pranzi venivano preparati per tutta la famiglia dal ristorante vicino l’emporio. Quel giorno, come avveniva spesso, mi recai con il pranzo preso al ristorante, avrei voluto sputarci dentro, ma non lo feci.
La consegna del pasto era fra per me una cosa fin troppo angosciante. Intanto la consideravo molto lesiva della mia dignità ed inoltre i modi erano realmente intollerabili: venivo lasciato davanti l’uscio per una buona ventina di minuti finché la cameriera non si decideva ad aprire ed a ritirare la confezione. Quel giorno dopo l’attesa di rito ad aprire arrivò la signora in persona. Era senza il trucco che di solito le mascherava il volto e vestita con abiti casalinghi piuttosto dimessi. Mi fece accomodare quasi distrattamente. Ed andò via lasciandomi al centro della sala con il pranzo in mano e l’espressione da ebete sul volto. Cominciavo ad innervosirmi, avevo anche io il mio pranzo da consumare e sarei dovuto rientrare al negozio, prima o poi. Questo fare da padroni mi infastidiva enormemente: “ora lascio tutto qui e me ne vado” pensai. Ma che razza di gente è questa, chi si credono? Ero nervoso, irato, offeso. Ma prima di una mia decisione la signora rientrò. Aveva indossato nuovamente la sua maschera di trucco, carica di rosso sulle labbra ricordava decisamente una prostituta di basso borgo. Indossava una gonna nera di pelle ed una camicetta nera piuttosto scollata. Lo sguardo stranamente aggressivo.
Hai mangiato? Mi chiese. “Non ancora” risposi, un po’ sgarbato, recriminando a mio modo maggiore rispetto del mio tempo. Allora mangeremo assieme, seguimi!
La seguii in cucina, era piuttosto spaziosa ed al centro un grande tavolo per almeno dieci commensali era apparecchiato, in maniera piuttosto elegante, ovviamente per un a persona, si sedette a capotavola. Mi fece segno, cosi quasi in automatico sconfezionai il pranzo lo misi nel piatto e glielo porsi. Erano cosciotti di pollo. Feci per sedermi. Nessuno ti ha autorizzato, disse. Prendi quel vino e vieni qua accanto ordinò con ira.
La rabbia mi stava divorando, come si permetteva questo ammasso di ignoranza, questa grandissima stronza a trattarmi in quel modo; la situazione mi aveva sorpreso a tal punto che obbedii e le portai il vino. Mi fermai accanto a lei rosso in viso per la rabbia e forse anche per la vergogna; le servii il vino. Avrei voluto strozzarla, la odiavo come non mai, stava rosicchiando le sue coscette di pollo del tutto incurante di me li in piedi, quasi fossi un servo di casa. Ogni tanto sorseggiava il suo vino. Osservavo quelle dita unte e quelle labbra rosso fuoco che addentavano il pollo con famelica avidità, avrei voluto picchiarla, svergognarla, buttarle in faccia tutta la sua ignoranza. Ma fui codardo e stetti zitto. Notai che aveva tolto le scarpe. Dalla mia posizione potevo intravedere il reggiseno sotto la camicia. Immaginai per un attimo di strapparle quella camicetta e di picchiarla con violenza tanta era la rabbia che avevo accumulato, non mi piaceva particolarmente e trovavo i suoi modi tutt’altro che aggraziati, ma le avrei volentieri usato ogni forma di violenza, anche sessuale. Mi accorsi che il nervosismo inespresso mi aveva causato una mezza erezione. Inizialmente fui imbarazzato, poi pensai che se lo era voluto lei. Dallo spacco della gonna intravidi la coscia bianca e la fascia delle calze autoreggenti. “Acqua” sentii ordinare con autorità. Versai l’acqua nell’altro bicchiere. Lo spacco laterale lasciava intravedere quasi fino alle mutandine. La signora aveva assunto inoltre una posizione tale da farmi apprezzare il prosperoso petto in tutta la sua pienezza. Emanava un odore fortissimo piacevole erotico, mi trovai decisamente eccitato. Ero letteralmente diviso in due tra un nervosismo incontenibile ed una spinta erotica che mi spingeva a guardarla con sempre maggiore insistenza. Fece cadere, in maniera plateale, così almeno credetti, una posata sotto il tavolo. Prendila! Mi disse. Ero ormai completamente rintronato, mi infilai sotto il tavolo, quando fui sotto apri le gambe, portava delle mutandine di pizzo, piccolissime, non si intravedevano peli, forse era rasata, allungò un piede quasi distrattamente per tastarmi il sesso che ormai era durissimo e nel farlo strisciò con la gamba sul petto e con il ginocchio sulla guancia. Emisi un mugolio e le baciai il ginocchio. Reagì con violenza. Esci da li porco! Uscii; ero mortificato; avevo malinteso; mi aveva toccato per sbaglio; la mia rabbia ed il mio disaggio crescevano. Il tocco del suo piede aveva portato all’estremo anche la mia eccitazione; dovevo toccarmi o sarei impazzito; dovevo picchiarla; dovevo fare qualche cosa.
Quando fui in piedi si alzo guardandomi con durezza negli occhi. Come ti sei permesso, insolente fattorino.
Sei venuto qua per scoperti la moglie del capo? Credi che permetterei ad un moccioso come te di mettermi le mani di sopra? Cosa pensi che ne dirà mio marito?
Non poteva fregarmene di meno di suo marito in quel momento. Ed in realtà non me ne fregava molto neanche di lei ma ero ma ero un po’ intimorito dalla sua durezza ed anche in tensione, eccitato, stanco, offeso.
Si avvicinò a qualche centimetro da me, sentivo il suo respiro pesante sul collo. Ormai ero certo, andava in cerca di sesso, ma voleva giocare, avevo capito che gioco ma certamente sarebbe stata più esplicita da li a poco. Passo una mano sul mio cazzo, prima con morbidezza, poi lo afferrò con violenza, sentii quasi dolore, un brivido mi salì per la schiena. La sua lingua calda e piacevolmente umida mi raggiunse l’orecchio, con durezza e cattiveria disse “non provarci più moccioso”. Un altro istante e sarei venuto. Mi spinse ancora una volta. Era un essere repellente, irritante, fastidioso, avrei voluto saltarle di sopra e violentarla. Forse era proprio quello che voleva; fatto sta che si alzo la gonna, mise in mostra le gambe, gli autoregenti, le mutande.
“In ginocchio!” gridò. In un attimo ero in ginocchio di fronte a lei. Avvicinò il pube alla mia faccia, a pochi centimetri dalla bocca. Sentivo un odore forte di urina ma anche dolce, era l’odore del sesso femminile amplificato dalla situazione del tutto nuova. Si abbassò con un gesto rapido le mutandine di pizzo. Aveva la fica completamente depilata. Non resistetti. Con la voracità di un cane digiuno da giorni che si avventa sul suo pranzo infilai la lingua nella fessura, era umida, sapeva di pipì e di umori. Portavo la lingua da dentro a fuori ed ingoiavo qualunque cosa uscisse, la sentivo fremere. Era la prima volta che leccavo una figa completamente depilata. La lingua scivolava con estrema facilità, passavo dal sapore della pelle a quello delle mucose. Leccando facevo dei rumori veramente osceni. Con una mano le acchiappai con forza una natica e la sodomizzai con il dito medio, sembrava gradire. Con l’altra mano mi sbottonai, volevo masturbarmi. Lei sembrò accorgersene. Dammi l’altra mano disse infatti, la prese si caccio un dito in bocca e cominciò a succhiarlo. Aveva seni abbondanti ma sodi e turgidi, sentivo il contatto con il braccio, la sentivo dimenare, godeva. Ma io stavo scoppiando, avevo assoluto bisogno di toccarmi.
Dopo alcuni minuti di questa posizione avevo la lingua e la mascella doloranti, lei dimenandosi sempre più venne, non so neanche io quanti liquidi e che liquidi ho bevuto, un sapore dolciastro e salato mi riempi la bocca. Ero sfinito ed eccitatissimo. Stavo per allentarle la presa dalla natica con l’intenzione di rialzarmi ma lei mi ingiunse di continuare a leccare, delicatamente disse. Cosi feci, asportai ogni residuo di liquido rimasto dentro la fessura e sul pube.
Improvvisamente sembrò addolcirsi, con una voce che non credevo potesse avere mi disse si prenderle entrambe le grandi labbra in bocca, come se volessi mangiarla. Obbedii, piegai il collo, e succhiando presi in bocca le lingue di carne ormai fradicia. Così impegnato la sentii ridere a gran voce, con soddisfazione. Non capivo ancora il perché, forse l’idea di avermi ai suoi piedi così ubbidiente la divertiva. Ma la ragione era un’altra, l’avrei capito di li a poco, cominciò a pisciare, mi riempì la bocca con un fiotto caldo, sputai, ma ne ingoiai comunque un buon sorso, staccai la faccia dal pube, ma lei continuò a pisciarmi sul viso, mentre mi rialzavo lei mi bagnò tutta la camicia, i pantaloni ed il pene. Ero realmente furioso e schifato. Ma il liquido caldo a contatto con il pene mi procurò una sensazione decisamente piacevole.
Era la prima volta che qualcuno mi pisciava di sopra, la cosa non mi dispiacque di per se, devo ammettere, ma l’idea della frode, i modi, la volgarità della cosa, l’eccitazione repressa, la rabbia, esplosero. Forse era quello che voleva. Sei una troia! Urlai correndole contro e sbattendola con violenza sul tavolo incurante di tutto. Lei non reagì, sembrava volesse quella reazione, quasi l’avesse studiata a tavolino o sperimentata chissà quante altre volte; a ripensarci adesso mi sento quasi un pupazzo con cui giocò divertendosi. Ma poco importa, adesso. Sbottonai i pantaloni, non ricordo di avere avuto mai il cazzo così grosso ed infuocato. Le alzai le gambe divaricandole, mostrava lo spacco depilato e pieno di saliva ed umori, senza nessun pudore. Fremeva. Voleva essere sbattuta lì, con violenza come una cagna. Volevo resistere, volevo non cedere al gioco, capivo che ero usato. Ma fu un solo colpo, penetrai con tutto il cazzo. Sentii come una morsa che mi stringeva il pene. Utilizzava i muscoli della vagina come una vera troia. Nonostante la violenza con la quale la sbattevo sentivo la sua vagina stringere ed allentare come un massaggio. Mi piegai su di lei sbavai sulla faccia entrai con la lingua in bocca impastricciandomi con l’abbondante rossetto. Le piaceva. Partecipava fremendo e gridando. Quella foga animale la eccitava.
Adesso comandavo io, uscii. La girai di peso, pancia sulla tavola. Le allargai le natiche, aveva il buco del culo stretto, ma non era vergine. Mentre la penetravo lei cercò di resistere verbalmente. Ma si capiva era solo scena. Con un a mano le acchiappi i capelli tirandoli con forza verso di me mentre con l’altra mano le toccavo i seni. Era la prima volta che inculavo qualcuno. Sentivo il passaggio stretto che cedeva ad ogni colpo, la sentivo ansimare. Stavo per venire. Uscii dal culo. Sul tavolo c’erano ancor intatti un paio dei cosciotti del suo pranzo, senza riflettere presi il più grosso glielo infilai nella fica. Tirandola dai capelli la sbattei per terra stringendo con le dita la punta del pene. Avevo letto che rallentava l’eiaculazione, volevo continuare, volevo umiliarla.
Era a terra con la fica rasata per aria dalla quale appariva la punta del cosciotto di pollo. Prendendole la testa tra le mani le caccia il cazzo in gola. La sentii allargare la bocca e lo sentii entrare in profondità, adesso aveva le sue labbra a contatto con i peli del mio pube, le tenni la testa ferma per un attimo, poi la lasciai. Non era la prima volta, perché collaborava con competenza, cominciò a succhiarlo guardandomi ed andando avanti ed indietro con la testa. Quando il pene era fuori, per prendere aria, leccava la punta ed il collo della cappella, per poi riprenderlo fino in gola. Mentre lo usciva dalla bocca sentivo che aspirava molto forte mentre fuori si aiutava con una mano menandolo e scappellandolo. Cominciò ad accelerare il ritmo, muovendo, la lingua sulla cappella, sempre più rapidamente. Ero all’acme. Da un lato volevo venire avevo litri in corpo da farle ingoiare, dall’altro volevo inventarmi dell’altro togliermi dei capricci, soddisfare almeno alcune della voglie represse, vendicarmi. Ma non resistetti, volevo venirle in gola il più dentro possibile, cominciai a scoparla in bocca come fosse una figa. Uno schizzo le fini in gola, appena capì che stavo venendo uscì il cazzo dalla gola prendendo la cappella tra le labbra, in questo modo lo massaggiava e lo sperma in parte le finiva in bocca in parte colava fuori sulle labbra e lungo il collo. Credo di avere espulso almeno un litro di sperma ed un buon mezzo litro di averglielo fatto ingoiare. La vidi ingoiare diverse volte e tossire un paio, evidentemente qualche schizzo le era andato di traverso.
Il cazzo era ancora teso, lei continuava a menarlo mentre con il dito raccoglieva lo sperma che le era finito sul volto portandolo in bocca. Poi prese in bocca le palle leccando il pene per tutta la lunghezza. Ero venuto ma tutt’altro che soddisfatto. La feci girare a quattro zampe. Mostrava il buco del culo, mentre il cosciotto di pollo era ancora dove l’avevo messo. Il cazzo umido entrava adesso con estrema facilità nel suo culo. Quando affondavo tirandola per i capelli sbattevo anche sul pollo spingendolo sempre più dentro. Gridava, anche per il dolore che certamente provava. Mi chiese di smettere un paio di volte, ma con l’aria di chi vorrebbe se possibile doppia razione. Insistei con maggiore forza. Ebbi un secondo orgasmo e le venni dentro il culo. Uscii fuori lasciandola a quattro zampe, mi misi davanti e mi feci pulire nuovamente il cazzo con la lingua. Dopo qualche secondo lo sperma cominciò a colarle fuori dal culo sulla parte del cosciotto che le usciva fuori dalla figa.
Lei si girò, mettendosi sulla schiena teneva le gambe sollevate. Io le stavo davanti in piedi e lo spettacolo era quasi indecente, la fica dilatata dal cosciotto e il buco del culo ancora dilatato per la recente inculata umido del mio sperma. Ero soddisfatto, restava solo la ciliegina sulla torta.
Lei estrasse il pollo e lecco quindi me lo passò ed io presi a spolparlo. Lei rimase in ginocchio, si avvicinò al mio pube con la bocca aperta, avevo capito, le misi un pezzo di pollo in bocca, poi mentre lei masticava presi a pisciarle in faccia, tra i seni sulla fica. Il liquido caldo si mescolava al pollo e la bagnò completamente. Quando capì che avevo finito, non disse nulla, si lecco con la lingua le labbra inghiottendo il pollo e cominciò a vestirsi in silenzio.

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