Il Patteggiamento


La saletta attigua all’aula T6 era sgombra di mobili. Solo un piccolo tavolo raccoglieva alcuni fascicoli processuali. La giovane dottoressa Elena Preti, alla prima esperienza dopo aver superato brillantemente l’esame da procuratore legale guardava attonita le alte volte affrescate e gli enormi drappeggi azzurri che facevano di quell’aula di tribunale la più alta sede di amministrazione di giustizia della sua città da quattro secoli a questa parte.
Era molto emozionata.
Il processo nel quale avrebbe patrocinato la causa di un vigile urbano accusato di peculato doveva cominciare alle nove, ma, come consuetudine italica comanda, erano già le dodici passate e mancava sia la corte sia il pubblico ministero.
Fu per questo motivo che ella si era portata nella saletta che funge anche da camera di consiglio per chiedere ad un annoiato usciere quali fossero i motivi del ritardo.
” A dottorè, er PM sta in udienza alla T2 (altra aula), appena finisce viene di qua e se comincia”, si era sentita dire in mal celato romanesco.
I conti però non le tornavano. Infatti, lei sapeva che il PM doveva essere il dottor Gallini, mentre nell’aula T2 c’era la dottoressa Tiziana Guadagni… la più temuta dagli avvocati.
Tutto ciò non fece altro che accrescere in lei la paura dell’esordio.
Mentre rimuginava tra se e se questi pensieri, il cancelliere annunciò l’ingresso della corte.
Senza troppe formalità il Presidente dichiarò l’impossibilità di effettuare la costituzione delle parti poiché il PM era impegnato in altro procedimento giudiziario. Invitò quindi gli avvocati della difesa e quelli di parte civile ad accordarsi col PM e poi fargli conoscere quale data fosse stata utile per cominciare il procedimento.
La mattina seguente Elena si preparò per andare a conoscere la famigerata Tiziana Guadagni. Indossò un completo composto di giacca e pantalone grigi antracite, con sotto una pudica camicetta azzurrina, delle scarpe nere basse e calze dello stesso colore. Chiamato poi un taxi si fece portare al palazzo di giustizia e dopo aver percorso cinquecento metri di angusti corridoi si accinse a salire per lo scalone alla sommità del quale si erge l’appariscente scritta “PROCURA DELLA REPUBBLICA”.
Quando giunse davanti alla porta della dottoressa Guadagni aveva il cuore che le sobbalzava in petto. Dopo un profondo respiro picchiò le piccole nocche sulla porta. Un ” avanti!” secco e stentoreo che proveniva dal didentro le confermò tutto quanto si dicesse in giro sul carattere burbero della “nemica processuale” di tutti gli avvocati della città.
Aperta la porta la nostra Elena si trovò davanti, al lato destro di una scrivania sormontata da una montagna di carte, una signora biondina dall’apparente età di cinquantacinque sessant’anni molto ben portati. Vestiva una camicia con i polsini plissettati, su una gonna di camoscio sotto la quale venivano fuori due gambe ben sode (ma non grasse) inguainate in calze color carne.
” Desidera?”
“Sono l’avvocato Preti, difensore del Comandante dei Vigili vorrei concordare la data…..”, non ebbe il tempo di finire la frase che fu interrotta dall’altra che avvicinatasi le disse: ” avvocatessa, non avvocato… avvocatessa. Ma perché scegliete sempre di sacrificare il vostro essere donna?”.
Elena rimase quasi allibita: se dava giudizi su una semplice forma stilistica, figuriamoci in ambito professionale….
Le disse (ma sembrava più un ordine) di sedersi sulla poltroncina posta davanti al tavolo, mentre lei si accomodò su una sedia di fronte all’interlocutrice.
“Allora signorina, le spiace se la chiamo così, ma vede…chiamarla dottoressa …mi sa di vecchia.”
“Ma certo, si figuri”- rispose Elena – “ma allora come debbo chiamarla, visto che anche lei sembra molto giovane…”.
” Oh giovane….Ho cinquantasei anni”, ” ma nooo” – fece l’altra – “non posso crederci”.
La signora Tiziana con fare vanitoso si alzò e raggiunse Elena sedendosi per metà sul bordo del tavolo, sfiorando così con il piede il ginocchio destro di quest’ultima.
Da quella posizione Elena poté notare che le gambe della “vecchia” non erano poi tanto male. La caviglia liscia e soda terminava in un piedino niente male. A fotografarglielo sarebbe sembrato quello di una ventenne.
Parlarono per quasi due ore del processo che dovevano affrontare in opposte barricate, e alla giovane avvocatessa non parve vero quando la dottoressa Guadagni, proprio lei in persona, le proponeva di vedersi per studiare insieme se eventualmente potessero trovare un accordo processuale.
Capendo che il colloquio, quell’eccezionale colloquio era finito, allungò la mano per porgere i suoi ossequiosi saluti, ma la destinataria, con fare amichevole la tirò a se e le diede un bacio sulla guancia.
Elena, che non si aspettava ciò ancor più timidamente di quando era entrata, salutò di nuovo con un piccolo cenno di sorriso e andò via.
…Appena lo avrebbe raccontato a Michela…
“PATTEGGIAREEEEE?”
Michela urlò con tutto il fiato che aveva in gola mostrando tutto lo stupore riguardo a quello che Elena, sua collega e compagna di stanza le aveva appena riferito del colloquio con la Guadagni.
” Certo, posso mai mentirti su una cosa del genere?”- le rispose Elena con aria sorniona mentre avanzava verso il divano gingillandosi per il grande successo, “pensa che domani alle dieci devo presentarmi nel suo ufficio!”.
“Allora”- esclamò Michela – ” posso dare due spiegazioni a tutto ciò: o la Guadagni è diventata pazza, o è diventata lesbica.”
“Può essere quel che vuole, io domani uscirò da quell’ufficio con una bella proposta di patteggiamento da parte del PM!”.
“E se ti caccia la lingua in bocca?”, ” se mi caccia la lingua in bocca…. Non dirò niente….. e a costo di leccarle anche la fica avrò ciò che voglio.”
“Contenta te….”.
Il mattino seguente Elena si alzò molto presto, andò dal parrucchiere e rientrò in casa per abbigliarsi. Scelse, con l’aiuto di Michela una minigonna non troppo corta rossa sotto la quale abbinò delle mutandine ridottissime di pizzo nero, un collant otto denari nero lucido, delle scarpe con un po’ di tacco e una giacca dello stesso colore della gonna per coprire il top di seta.
Puntuale, alle dieci, bussò alla porta della Guadagno.
La attendeva davanti alla scrivania vestita di un tailleur grigio chiaro ma con calze scure (pur sempre velatissime) e, come il giorno prima la salutò con un bacio sulla guancia, ma questa volta Elena poté chiaramente sentire il contatto della lingua sulla pelle. Ciò non fece altro che chiarire le vere intenzioni di Tiziana. Elena, cercando di guadagnar tempo tirò fuori dalla pesante borsa un malloppo di carte processuali. Sulle prime la dottoressa si avvicinò a lei e parve interessata a quanto da quest’ultima detto. All’improvviso, però, Elena ne sentì la mano sulla gamba. Cercò di continuare nel suo discorso ma Tiziana cominciò a baciarle la parte superiore del collo.
“Ma… dottoressa… che fa?”
” E non lo vedi…. Che credevi che ti avrei fatto un piacere per niente????”, nel frattempo la mano di Tiziana era arrivata sul monte di Venere di Elena, che cominciò a gemere dal piacere.
” Allora piace anche a te, puttanella vero?”
Elena afferrò il viso della signora e le diede un bacio profondo. Le loro lingue si avvilupparono in un intreccio infernale. Entrambe si erano alzate le gonne e il grigio e il nero delle calze facevano un tutt’uno.
“Allora sei una sporca lesbica è? “, “Si”- rispose Elena- ” e mi piacciono le fiche mature come la tua”, ” allora leccamela”.
Elena si abbassò e strappò il collant. Dopo aver spostato su di un lato le mutandine si trovò davanti agli occhi una topa spaventosa: un pelo fitto ricopriva due enormi labbra e un clitoride che sembrava quasi un capezzolo, talmente era pronunciato. Gli lo afferrò tra le labbra, e Tiziana urlò dal piacere, forse facendosi sentire da tutti i colleghi. Nel frattempo si era sbottonata la camicetta e si strizzava gli enormi seni, mentre la capace lingua di Elena le trastullava la sorca.
Le venne in bocca per tre volte consecutive, quindi sollevò il viso della giovane e con un bacio assaggiò un po’ di se. Quindi fece appoggiare Elena col petto sulla scrivania ed abbassatole il collant e le mutandine prese a leccarle quel buchetto inesplorato che subito aveva attratto la sua attenzione. Elena, senza che le avesse toccato la fica, vuoi per la situazione vuoi per la leccata che aveva fatto era veramente un colabrodo.
“Elena, dì la verità alla tua signora, lo hai mai preso nel culo?”, ” No, signora glie lo giuro. “.
“Meno male, ne sono contenta. “.
Tiziana estrasse dalla scrivania un fallo di gomma e glie lo piantò nella fica. Dopo averlo ulteriormente umettato con le labbra lo poggiò all’entrata del buchetto di Elena.
“No no no !!!! “- urlò questa- ma Tiziana con un colpo secco lo infilò tutto dentro. Dopo i primi spasmi di dolore, la giovane cominciò a goderne. Quindi entrambe si sdraiarono in terra e, incrociate le gambe si strofinarono le fiche l’un l’altra fino a giungere in un orgasmo cumulativo.
Quindi si rialzarono e si rivestirono. Tiziana le firmò i documenti e dopo aver scherzato sul modo in cui l’avrebbero giudicata coloro la avrebbero vista senza calze (i suoi collant erano laceri) in pieno inverno si salutarono con un lungo bacio.
Qualche giorno dopo un giudice pronunziò: ” In nome del Popolo Italiano…” …che bella la giustizia !!!

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