Il rosario delle cinque


Cristina è una mia collega di ufficio. Ha quarant’anni, molto ben portati, e un fascino incredibile. Non è che sia il classico “pezzo di fica” che quando passa per la strada tutti si voltano a guardare; Cristina è bassa ed è anche un po’ cicciottella, ma ha un viso dolcissimo, un seno grosso e duro come quello di una ragazzina e due labbra sensuali che sembrano fatte apposta per baciare ed essere baciate. Ma è soprattutto il suo modo di fare e di pensare che mi ha sempre eccitato da morire. Cristina è una vera e propria donna di chiesa, sempre puntuale alla messa domenicale e al rosario delle cinque. E’ sposata, ha una figlia e ha alle spalle una lunga militanza nell’azione cattolica. Sono sempre stato attratto dalle persone irreprensibili, nel senso che sono sempre stato morbosamente curioso di scoprire il lato debole del loro carattere e di valutare la forza delle convinzioni che le spinge a essere così inflessibili con sé stesse e con gli altri. Se poi l’irreprensibilità è legata a una motivazione religiosa la mia curiosità si amplifica a dismisura, e se poi ad essere irreprensibile è una donna di chiesa la curiosità si trasforma in un desiderio incontrollato di scoparla selvaggiamente.
Ho sempre avuto la granitica convinzione che le più grosse troie vogliose di cazzo si trovano negli ambienti religiosi.
Per lungo tempo Cristina mi fece una sorta di lavaggio del cervello con tutti i suoi bei discorsi sulla famiglia, sulla fedeltà e sui buoni sentimenti. Per mesi e mesi le nostre conversazioni furono civili, pudiche e molto conformiste. Mai un accenno, neppure indiretto, al sesso, all’attrazione fisica tra uomo e donna; mai niente. Lei mi parlava sempre della sua bella famiglia e dell’attività parrocchiale che svolgeva nel tempo libero, e io stavo ad ascoltarla o replicavo con qualcosa di banale e scontato.
Sarà stato per colpa di quei discorsi o forse delle sue tette o forse ancora delle sue labbra carnose, fatto sta che in poco tempo divenni pazzo di lei. La sognavo sempre e sempre mi masturbavo immaginandomi di scoparla nei peggio modi.
Lei si era certamente accorta che mi piaceva, e da vera troia continuava a far finta di niente e a parlarmi di comunioni e rosari. Veniva in ufficio vestita in maniera sempre più seducente, e io non trovavo il coraggio di dirle chiaramente che avevo perso la testa per lei. C’erano dei giorni in cui indossava una camicetta di seta bianca finissima, dalla quale traspariva il reggiseno e dal quale, a sua volta, trasparivano i capezzoli, grossi e scuri. In quei giorni non riuscivo a concentrarmi in niente; era un vero e proprio tormento. Avevo le sue tette sempre davanti agli occhi e inoltre mi sembrava che Cristina facesse di tutto per farmele notare: mi passava continuamente vicino e si metteva a parlare sempre vicino alla finestra, dove il gioco di luce rendeva ancora più visibili le sue morbide forme. In un paio di occasioni fui addirittura costretto ad andare al cesso a farmi una sega per cercare di abbassare il livello di testosterone che avevo nel sangue.
Tuttavia non avevo il coraggio di farmi avanti con lei. Il suo perbenismo da una parte mi eccitava, dall’altra mi intimoriva. Non ero poi così convinto che dietro i suoi atteggiamenti pudichi Cristina celasse l’animo della puttana; lo speravo ardentemente, ma non ne ero affatto sicuro.
Provai a poco a poco a tastare il terreno. Per circa un mese le feci un’infinità di domande sulla sua vita privata. Dapprima in maniera distratta, quasi superficiale, e poi sempre più precisa e mirata. Ben presto compresi che Cristina era una donna sola e insoddisfatta. Il marito la trascurava e lei sfogava la sua insoddisfazione cercando di rendersi utile agli altri. I discorsi banali e conformisti che avevamo fatto per lungo tempo lasciarono il posto alle sue amare confessioni. Mi parlò della sua sessualità sacrificata per il bene della famiglia e dell’insoddisfazione che provava nello stare assieme a un uomo insensibile e distratto.
Continuai a fare la parte dell’amico confidente per un altro po’ di tempo, fino a che, la settimana scorsa, trovai il coraggio e le confessai caldamente che avevo perso la testa per lei. Cristina rimase sbigottita, non so se per finta o davvero, e passato l’attimo di sconcerto mi fece una lunga predica sugli obblighi e i doveri familiari ai quali eravamo entrambi legati.
Parlò per circa un’ora, ma io non l’ascoltai affatto. Ero concentrato solo sul movimento delle sue labbra carnose, e pensavo a quanto sarebbe stato bello poterci metterci la lingua, o qualcos’altro, in mezzo.
Quando Cristina finì la sua predica io ero sempre concentrato sulle sue labbra, e avevo lo sguardo inebetito.
“Nicola… Nicola…, hai capito cosa ho detto? Hai capito che certe cose non possiamo neppure farcele venire in testa? Ma mi stati ad ascoltare o no?”, mi disse.
Io ero sempre più inebetito. Mi ero però accorto che Cristina aveva usato il plurale “noi, riferendosi agli obblighi matrimoniali da rispettare. Ciò voleva implicitamente dire che anche lei si sentiva in un certo modo costretta a rispettarli. Fu un’induzione che ritenni sufficiente per provare a baciarla. Mi avvicinai a lei a la strinsi forte, poi la baciai; le nostre labbra si unirono, io provai a metterle la lingua in bocca ma lei, proprio sul più bello, mi respinse, seppur con una certa indecisione.
“No…dai, ti prego…non possiamo… non dobbiamo…”, mi disse con voce flebile e tremante. Io allora capii che stava per cedere.
La strinsi e la baciai ancora, e mentre la baciavo le misi una mano sotto la camicetta e poi sotto il reggipetto.
Lei fece ancora il gesto di respingermi, ma lo fece in modo ancor più indeciso di prima. Gemeva mentre le mie dita le esploravano i capezzoli, duri come baionette, ed aveva la pelle d’oca. Le misi la lingua in bocca, poi le leccai il collo, le orecchie e infine le alzai la camicetta e le succhiai i capezzoli.
Il cazzo mi si era pietrificato e Cristina doveva essersene accorta, perché strofinava il suo inguine con forza contro il mio. Non c’era nessuno in ufficio e così potemmo agire liberamente. Le tolsi la camicetta e le calai il reggiseno al di sotto dei capezzoli, senza slacciarglielo. Poi la misi a sedere sulla mia sedia e subito dopo mi tolsi i pantaloni e le mutande. Senza dirle una sola parola le misi il cazzo in mezzo alle tette. Cristina strinse con forza i suoi seni attorno al mio uccello e iniziò a muoverli ritmicamente. Sembrava non avesse fatto altro nella sua vita: muoveva le tette come una vera professionista e quando la cappella gli arrivava in prossimità della bocca tirava fuori la lingua per leccarla tutta.
Poi mi prese il cazzo in mano e se lo cacciò prepotentemente in gola. Me lo succhiò, me lo leccò, se lo strofinò sulla faccia e poi se lo mise ancora in mezzo alle tette e poi di nuovo in bocca. Io ero talmente eccitato e stordito che non riuscivo a proferire verbo. Mi sarebbe piaciuto dirle un’infinità di porcate, ma le sue labbra, la sua lingua e le sue grosse tette mi avevano tolto il fiato. Cristina aveva preso in mano le redini del gioco, e io mi lasciavo trasportare senza opporre resistenza.
Tra un succhione e l’altro non faceva che ripetermi di venirle in faccia, di riempirle la bocca di sperma: “Vieni amore mio… vienimi in faccia… ti prego… oh, amore, vienimi in faccia, in bocca…ti prego…”
Non me lo lasciai ripetere due volte. Le rimisi il cazzo in mezzo alle tette e quando fui pronto a venire avvicinai la cappella alla sua bocca e le spruzzai sul viso tutto il liquido seminale che avevo nei coglioni. Lei sembrava che godesse addirittura più di me. Leccò tutta la sborra agli angoli della sua bocca e in men che non si dica si slacciò la gonna e iniziò a masturbarsi mettendosi quattro dita sotto le mutandine.
Il violento orgasmo di un attimo prima mi aveva lasciato senza forze, ma l’immagine di Cristina che si masturbava, che gemeva e che si toglieva la sborra dal viso con le dita per poi succhiarle avidamente come aveva fatto poco prima con il mio cazzo mi ridette vigore. Le tolsi le mutandine, le scarpe, le calze e le slacciai definitivamente il reggiseno. La feci alzare dalla sedia e la misi a pecorina sulla scrivania. Iniziai a leccarle la fica da dietro, mentre con una mano le toccavo i capezzoli e con l’altra mi facevo largo nel suo ano. Dapprima con una falange e poi con tutto il dito indice. Cristina sembrava un’indemoniata. Le era cambiato il tono della voce e aveva il volto trasfigurato. Mi supplicava di leccarla e di incularla e in pochissimi minuti il cazzo mi tornò nuovamente duro. Iniziai così a scoparla alla pecorina. Furono sufficienti pochi colpi per farla venire. Venne urlando frasi sconnesse e con un tono di voce sempre più roco. Poi tirò fuori il mio uccello dalla sua fica e se lo mise in prossimità dell’ano.
“Inculami Nicola, inculami adesso… ti prego,” mi disse.
Le spinsi il cazzo con forza all’interno dell’ano, che si aprì dolcemente senza opporre resistenza. Glielo misi tutto dentro fino all’altezza delle palle, e lentamente iniziai a muoverlo. Cristina urlava, gemeva e mi implorava di muovermi con più forza. Io allora persi completamente la ragione: la inculai senza alcun ritegno, tirandole i capelli, strizzandole le tette e finendo di pulire le tracce di sperma dal suo viso con un dito, che poi le cacciai in gola. La stavo inculando a un ritmo talmente forte che fui ben presto sul punto di venire un’altra volta. Cristina sembrò accorgersene, perché si voltò a guardarmi con un’espressione talmente eccitata che non scorderò mai.
La sua bocca sembrava ancora più carnosa del solito e la sua lingua che si muoveva attorno alle labbra era un richiamo irresistibile. Le tolsi lentamente il cazzo dal culo, poi mi avvicinai a lei e la aiutai a scendere dalla scrivania. La misi nuovamente a sedere sulla sedia e altrettanto nuovamente glielo affondai in gola. Cristina me lo succhiò avidamente, tenendo tutte e due le mani impegnate: una sul mio cazzo e l’altra sulla sua fica. Il ritmo del pompino seguiva quello delle sue dita sul clitoride. Quando fu sul punto di venire accelerò talmente il ritmo di entrambe le mani che io le sborrai in bocca. Smise di succhiarmi l’uccello solo dopo aver ingoiato con voluttuosità tutti i fiotti di sperma che le avevo copiosamente spruzzato tra le labbra, poi mi guardò con aria un po’ imbarazzata e mi chiese che ore fossero.
“Sono le quattro e mezza,” risposi io.
“Accidenti com’è tardi – disse ancora lei – devo proprio scappare. Alle cinque inizia il rosario e non voglio perdere l’inizio… ”
Rimasi sbigottito, talmente sbigottito che non ebbi la forza di replicare. Mi rivestii e l’aiutai a fare altrettanto, e dopo pochi minuti eravamo già sul punto di salutarci. Avrei voluto dirle una bella frase per concludere degnamente la mezz’ora di totale passione che avevamo vissuto insieme, ma l’improvvisa fretta di Cristina e, soprattutto, il motivo di quella fretta, mi avevano tolto la parola. Ebbi solo la forza di dirle “ciao”; non le dissi neppure che uno schizzo di sperma le aveva glassato i capelli vicino all’orecchio destro. Ma tanto in chiesa nessuno ci avrebbe fatto caso.

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