Le notti dei sogni


Camilla si è coricata presto ieri sera. Le lezioni all’università e l’esame da preparare l’hanno svuotata da ogni energia. La madre, premurosa come una madre, le ha preparato una cena leggera che non ha neppure toccato. Il padre, assente come un padre, la appena salutata sollevando lo sguardo dal quotidiano sportivo.
Nessuno si è accorto che lei, nelle ultime settimane, è sommersa dai dubbi.
Le sue convinzioni, i suoi ideali, i suoi valori, tutto in discussione. La sorella è sempre stata la sua migliore amica, ma da quando si è sposata si vedono poco.
Enzo, il suo ragazzo, non l’aiuta ormai molto. Stanco delle sue storie.
Stanco di passare serate a domandarsi il senso delle cose. Lui non è milanese, viene da Matera. Terra fatta di fatica e di paura. Lui lavora sodo, non ha voglia di farsi domande. Vuole evadere dal mondo, danzare sul corpo di Camilla e abbandonarsi. Amore? Si, certo. Ovvio come la vita e stanco come il passato. Non si sono lasciati. Hanno deciso di riflettere. Un classico, come una sosta vietata quando sei di fretta. Sai che ti becchi la multa ma speri in cuor tuo che non passi il vigile. A volte funziona, a volte ti porti a casa la giornata.
S’infila sotto le coperte, nuda. Non perché le piace, ma perché fa un caldo ignobile. Riscaldamenti accesi con il furore di chi ha conquistato il potere di decidere quando accenderli e quando spegnerli. La radio accesa, come la luce sul comodino. Un libro del quale ha letto dieci volte il primo capitolo. Di quei libri che non finisci mai, ma che non butti mai. Di quei libri di cui tutti parlano bene, tanto che ti senti stupida a non averli letti. Ma di quei libri di cui non ti frega nulla. Legge, almeno pensa di farlo, aspettando che il sonno le porti il piacere di non pensare. Peccato per la radio. Di tanto in tanto una canzone. Esplosione di ricordi. Tutti belli stasera, solo perché ne ha bisogno. La spegne, per spegnere anche i ricordi. Spegne la luce. Ascolta tenebre e guarda il silenzio. Non il contrario, fa proprio così. Fugge del resto. Piano le tenebre le occupano la mente e si assopisce. Gli occhi chiusi ed il corpo abbandonato. Io entro piano. Senza rumore. Le sfioro appena le mani. Calde e morbide. Mi fermo ad osservarla. Osservo le lenzuola che disegnano il suo corpo. Indovino la sua pelle attraverso la flanella pesante, quella che la madre tira fuori in inverno. La scopro pian piano, facendo scivolare il lenzuolo sulla sua pelle. Prima le spalle. Le tocco, le sfioro, le bacio. Sono ancora profumate, l’essenza del suo profumo preferito. Poi i seni. Stupendi.
Giovani. Sodi. Non sono pesanti, di quelli che cadono verso i fianchi e neppure leggeri, di quelli che devi percepire più che vedere. Sono due colline rosa, erette su un busto inviolato. I capezzoli inturgiditi dallo sfioro sapiente del lenzuolo. Le mie mani se ne impadroniscono. Come volessi farne un calco. Sento quella carne pulsare, li stringo con forza e poi con dolcezza. Li avvicino, come a volerne misurare il solco. Li allontano, come a volere aprire un cancello nel tempo. Mi chino a baciarli, la lingua indugia sul loro profilo, poi sul capezzolo. Lo prendo tra le labbra, lo succhio e lo mordicchio. Poi passo all’altro. Non ho fretta, la notte è lunga. Adoro quel seno. Non da questa notte ma da sempre. Sin dalla prima volta che sono entrato in questa stanza. Sento il suo respiro rompersi.
Piano. Come le onde leggere che di notte s’infrangono sulla scogliera. Nelle notti calme. Come se non volessero disturbare il sonno dei pescatori. Un miagolio esce dalle sue labbra. Per me è un invito a baciare e succhiare, leccare e strizzare. Perderei la vita su queste colline, perderei il mondo baciandole un seno. Li sento diventare duri, turgidi. Assaporo la sensazione che proverò più tardi. So che quei piccoli gemiti sono rivoli d’umore che le preparano la porta del desiderio. La sollevo, corpo indifeso tra le mie braccia, avvolto da un lenzuolo di flanella pesante. È tempo di volare in una dimensione diversa. Esce con me, voliamo sulla città, sulla periferia.
Sulle ciminiere e sulle campagne. Camilla ama il mare. La porto dove andava da bambina. Vicino Camogli, sulla spiaggetta di San Fruttuoso. Ci sono poche barche, abbandonate al loro riposo dopo aver domato onde e flutti. In mare un barca danza al ritmo delle onde della notte. Una bella barca, di quelle che guardi passare e t’immagini di essere sopra a prendersi in faccia gli schizzi dell’acqua. I cuscini sono caldi, come se avessero ancora il calore del sole dentro di loro. La poso con la testa rivolta a prua, che possa sentire meglio l’odore del mare. L’aria è tiepida, invitante. Sollevo il lenzuolo che diventa vela e assume tutti i colori del buio. Il suo corpo finalmente vestito d’aria mi regala un sorriso. Le carezzo ancora i seni, i fianchi. Scendo lungo le gambe, fino a ridisegnare il profilo delle sue caviglie. Tocchi leggeri, più leggeri dell’aria ma precisi. La sua pelle risponde, s’increspa e si rilassa. La bacio. Ovunque ma comunque. Le bacio le dita dei piedi. Le caviglie mi donano ebbrezza e desiderio. Le sue ginocchia, martoriate dai pattini di quando era fanciulla, si aprono come le porte del tempio. La luna le illumina il piacere, teneramente nascosto da una soffice peluria, ancora poco esplorata. Mi abbasso a sentirne il profumo. Lascio che il suo sapore mi riempia le narici. Poi la bacio. La bacio piano. Le labbra si dischiudono, le gambe si abbandonano di lato. Con la punta della lingua, sapiente e fedele servitrice del piacere, esploro ogni piccola piega della sua carne. Sento il suo respiro mescolarsi alla brezza marina. I suoi gemiti dettare il ritmo delle onde. La mia lingua è la prosecuzione delle sue emozioni, il legame tra lei ed il piacere. Insisto, mentre umori timidi si affacciano alle porte del tempio, come vestali che m’invitano ad esplorare i tesori più nascosti.
Affondo in lei, per riemergere con la clitoride a fornire attracco per le mie labbra, preda della mareggiata dei sensi. Sale la marea e sale il piacere. Il suo corpo vibra, come una barca che combatte le onde. Mi sdraio su di lei, come se il suo corpo fosse una tolda di nave vichinga. Entro in lei, piano, che la sua fessura sia la vela che s’innalza sull’albero maestro. Piano perché il vento non la rompa. Ma inesorabile perché il vento la gonfi. Mi muovo dentro di lei, la mia carne diviene la sua. La sento vibrare, la sento godere, la sento vivere. Si alza sempre più il vento e con il vento si alzano i gemiti e le onde. Il respiro diviene rabbioso, le sue mani catturano i seni, come a volerli punire per non essere piacere, come a volerli implorare di godere con lei. Avverto il suo orgasmo, lo avverto salire veloce ed impetuoso come la marea dell’oceano. Le sue carni si contorcono e si dilaniano. Affonda dita e unghie nella mia pelle. I suoi graffi sono carezze ed ogni carezza sospiro. Gode, pienamente. Gode, intensamente. Gode ed io con lei. Spargo il mio seme sul suo seno e sulle sue labbra. Entro in lei, a raccogliere gocce d’umore, poi gliene faccio dono. La notte è lunga. Saranno mille e uno gli amplessi da consumare.
Quando lo sfinimento dei sensi ci avvolge, mi abbandono al suo fianco, per riposare. Quando le prime luci dell’alba rompono le tenebre all’orizzonte la prendo tra le braccia. È tempo di tornare.
Il volo è più breve, la notte sta finendo. La poso sul suo letto, la copro con il suo lenzuolo. La osservo un’ultima volta, mentre le accarezzo la fronte con un bacio lieve. Esco dalla stanza mentre la sveglia riporta Camilla alla vita.
Lei si alza, sente il corpo teso, ma una tensione piacevole. Istintivamente si tocca tra le gambe, scoprendo l’intensità dei suoi umori. Sorride, ha ancora sulle labbra il sapore del piacere. Una notte è trascorsa ed un giorno nuovo le si apre davanti. Tutti i suoi dubbi sono lì, dove li aveva lasciati. Le sue domande sono ancora tutte in fila, aspettando risposte. Ma per una notte il suo mondo è stato il mio. Il sole splende, forse a qualche domanda potrà rispondere con qualche dubbio e a qualche certezza dare il senso che merita.
Ieri sera Enzo voleva chiamarla. Non lo ha fatto. La ama ma la teme. Teme che il suo essere così profondo lo faccia scomparire tra voragini di domande. È lì sul letto. In tutto il giorno ha avuto la tentazione di chiamare e la speranza di essere chiamato. Nulla. Solo un giorno in più. Un altro giorno che cade dal calendario. Uguale al giorno prima. Ci sono volte che vorrebbe fuggire, nascondersi su una stella. Ma poi le luci dell’alba gli ricordano chi è. Un operaio, sospeso tra le otto ore e gli straordinari per pagarsi la casa. Guarda dalla finestra le luci della città che si vanno spegnendo. Non ha voglia di uscire. Fuma l’ultima sigaretta nel buio. Il rosso braciere che si ravviva ad ogni boccata detta il ritmo ai suoi pensieri. È tardi e vuole dormire. Ma il sonno più lo cerchi e meno lo trovi. Pensa a Camilla, ma il pensiero lo turba. Accende la luce. Fruga in un cassetto per cercare da leggere. Inciampa in un rivista porno, ricordo del servizio militare. La sfoglia, domandandosi come saranno adesso quelle tette patinate. Percepisce un principio d’erezione, si tocca, ed il suo pene asseconda la mano. La sua mente si svuota dei pensieri e si riempie di desideri inconfessabili. Ma ecco che Camilla gli appare. Una visione rapida.
Ma tanto basta a lasciare cadere nel nulla la voglia di regalarsi un minuto di piacere solitario. Spegne la luce e si addormenta.
Aspetto un po’ prima di entrare. Quando sento il respiro pesante scivolo nella stanza. Mi sdraio al suo fianco. Ne sento l’odore forte del suo sudore. Tocco il suo torace, teso e vigoroso. Scendo con la mano sul ventre e con il dito scorro i solchi disegnati dal duro lavoro e non dalla palestra. Mi piace carezzarlo. Mi piace il suo corpo. Scendo con la mano fino al suo fiero compagno. È come se mi avesse sentito entrare. Si solleva piano, risvegliandosi dal sonno. Lo carezzo delicatamente e lui risponde, come se fosse vivo. Come se fosse disgiunto da lui. Con il piede allontano le coperte e il suo corpo, scuro e forte si dischiude davanti a me. Le gambe allargate mi offrono rifugio e m’inginocchio tra quelle cosce sode e forti.
Continuo a carezzargli il membro, che ora è fiero della sua possanza. Mi chino a sfiorarlo con i seni. Posso sentire il suo glande infiammato sui capezzoli e provo un brivido di piacere.
La stanza è ora un cunicolo scuro. Umidità alle pareti e odore di muffa.
Nudo con il desiderio duro come pietra. Una luce in fondo, una corsa a perdifiato. Sente l’odore d’incenso indiano che aleggia, inebriante ed opprimente. Alla fine del cunicolo trova una stanza enorme. Luci soffuse, chiarore di luna che entra dalle finestre. Io sdraiata su un’alcova rubata al tempo. Il mio corpo avvolto in veli sottili. Fruscio di seta e di respiri soffocati. Il sudore galleggia sulla sua pelle, le sue labbra si schiudono sul mio seno e la sua lingua vortica intorno al mio capezzolo. Il suo respiro è ancora intenso per la corsa, e diviene rumore, diviene vocale strozzata dal piacere. Mi tocca, con le mani rudi mi scopre la fica.
L’impazienza mi brucia, come un tizzone ardente ma il desiderio è già padrone delle menti. Sento la sua lingua scorrere sul mio ventre e frugare con forza la mia carne più pregiata. Gli sfioro il cazzo, turgido e caldissimo. Lo afferro e comincio la danza che lui adora, quella che ha imparato da solo. Mi afferra la testa. Vuole la mia bocca, le mie labbra.
Sono lieta di assecondare la sua brutale voglia di piacere. Quasi mi soffoca, spingendo e premendomi la testa sul suo calore maschio e virile.
Non resisto e mentre la mia bocca si riempie della sua giovane carne, con le dita sfioro il mio destino. Mi afferra per le spalle, obbligandomi a girargli le spalle. Senza dire una sola parola, avvicina il suo cazzo pulsante alla porta della lussuria ed entra in me con violenza. Sento il brivido del dolore, soffocato dal piacere delle sue spinte vigorose. Mi sento prigione e prigioniera, custode e vittima. Avvolgo il suo duro potere con i muscoli delle pareti della mia grotta. Ad ogni suo affondo offro la reazione del mio ventre. Lo sento, dentro, fino in fondo alle sue paure. Mi abbandono al mio piacere che lui avverte, così che le spinte sono ora furiose e sempre più rapide. Godo, lo sento e lo ringrazio. Ma appena il mio piacere scivola verso la perdizione, esce da me. Si punta contro il mio culo. Sono così bagnata ed il suo cazzo così duro che entrare è facile. Ma il suo essere animale non tiene conto di nulla. Affonda in me il suo arnese, così come il guerriero affonda la spada nel cuore del nemico. Lo spinge con forza fino in fondo, fino a quando i nostri corpi diventano uno solo. Dentro di me, rabbioso come un animale affamato, violento come una tempesta estiva.
Non vuole il piacere e neppure il suo, vuole il dominio sulla mia carne.
Spinge e sussulta, ansima e urla come un mandriano solitario. Mi sento spezzare in due ad ogni affondo, ma il piacere che mi sta dando ha un sapore quasi sconosciuto. Mi fa godere, vuole farmi godere come una cagna in calore. Lo assecondo, lascio sia lui il mio padrone ed io la sua scrofa. Un gemito accompagna il mio orgasmo. Un gemito che ha l’effetto di una ferita per la bestia feroce. Esce da me, Mi solleva tirandomi per i capelli e mi ordina di aprire la bocca. Adoro essere la sua schiava e la mia bocca è vogliosa di sentire il calore del suo nettare. Lui afferra il cazzo sempre più pulsante e si masturba con violenza, sbattendomelo sulla bocca e sulle gote. Rovescia leggermente il capo, quindi con un urlo di battaglia rovescia sul mio viso, sulle mie labbra e dentro la mia bocca, una copiosa ondata di godimento. La sua essenza si rovescia dentro la mia bocca con la violenza delle cascate alpine. Miele che esce a fiotti dalla fessura sulla sommità della sua vita. Vuole che beva e che succhi, che lecchi e che ingoi. Adoro assecondare questo maschio pulsante e adoro sentire il suo cazzo pulsare sulle mie labbra. Non voglio perdere neppure una goccia della sua vita.
Si abbandona sul mio giaciglio, ma io non abbandono il suo uccello. Continuo a succhiare e leccare fino a quando m’implora di smettere, implorazione che non ascolto. Alla fine lo libero, lasciando che il sonno vegli sui suoi pensieri. Resto con lui, fino a quando vedo la sua mente entrare in un mondo diverso. Il mondo fatto di rumori e d’odori dell’officina. Lo vedo mentre armeggia su un meccanismo a me sconosciuto. È tempo che vada, raccolgo i miei veli ed abbandono la sua notte. Ormai è mattino, per lui e per Camilla.
Come sono diversi, così distanti e così belli. Forse un giorno si sposeranno e dimenticheranno i giorni in cui la vita aveva un sapore meno amaro.
Teresa mi ha chiamato mille volte questa notte. Si è coricata sperando che andassi da lei. Mi vuole sempre di più. Lei vuole Camilla, ma non potrà mai averla. Una volta, qualche mese fa, era arrivata molto vicina a coronare il suo sogno. Camilla si sentiva depressa ed aveva trovato nella sue braccai un
poco di riparo. Teresa sentiva il seno dell’amica contro il suo, avvertiva il calore del suo respiro. Si era spinta fino a sfiorarle le labbra con un bacio. Ma Camilla non voleva, era confusa da quel gesto, o forse confusa dalle sue stesse emozioni. Teresa la ama, ma sa che non potrà mai prendere il posto di Enzo. A volte riesce a dormire, altre si masturba nel silenzio della sua stanza, per sfogare in parte il desiderio e in parte per trovare almeno la pace dei sui sensi repressi. Questa notte ha continuato a chiamarmi, ma il sonno non arrivava a darle sollievo. La vedo, sdraiata sul letto, sfatto per le troppe volte che ha cercato una posizione giusta per il riposo. Mi avvicino fino a sentire il calore del suo respiro sulle mie labbra. La bacio dolcemente. Le sue labbra si schiudono e le nostre lingue s’incontrano. Mi tocca i seni e m’invita ad imitarla. Belli i suoi seni, toni e sodi, pesanti ma veri e fieri. I suoi capezzoli sono invitanti e le mie labbra si abbandonano su di loro. Morsetti gentili, piccoli dolori che sono essenza del piacere. La mia lingua scorre fino al suo pube. Una foresta di peli soffici, neri come pece orientale, profumata di sesso represso e di voglie inconfessate. Con la lingua le schiudo le labbra e piano le scorro lungo tutta la fessura. Si abbandona alla mia lingua come vorrebbe fare da sempre. È così felice che i suoi umori sono copiosi come un vino generoso che l’oste mesce con giubilo. Si sposta di lato, tirandomi sopra di lei. La sua bocca contro la mia vita, la mia contro la sua. Due corpi avvinghiati e due lingue che frugano ogni angolo delle nostre carni più intime e più nascoste. Quando con la lingua le stuzzico il fiore del mondo segreto la
sento traversata da un brivido. Anche lei mi regala piaceri profondi ed intensi. Le apro le labbra con le dita, per liberare spazio dove infilare la mia lingua. So bene come le piace, adora quando la lascio scivolare per tutta la lunghezza, spezzando il ritmo quando le succhio la clitoride. Gode, gemendo e sudando, ansimando e fremendo. Continuo a leccarla, così da allungare il tempo del suo oblio. Si riprende in fretta, più eccitata di prima. Dal cassetto del comodino tira fuori un tubo di gomma, sembra una manganello, però è più morbido e flessibile. Lo lecca come fosse un pene maschile, e me lo offre. Ad ognuna una estremità del tubo, come un pene conteso, come un desiderio condiviso. Mi spinge indietro, facendo coricare sul letto. Mi divarica le gambe e con la lingua accompagna quello strano oggetto dentro di me. Ad ogni colpetto di lingua un centimetro di piacere.
Inginocchiata tra le mie gambe lo muove, lo ruota. Lo fa scorrere. Tutto con maestria, con sapienza. Come non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Mi piace e lei lo sa. Lo voglio e lei lo sa. Godo e lei lo sa. Un orgasmo intenso e violento.
Mi lascia libera di volare, poi si mette a cavalcioni sopra di me, s’infila l’altra estremità del piacere artificiale e comincia una danza strana ma molto piacevole. Il movimento del suo bacino è preciso e ritmato ed io ho la sensazione di avere un uomo dentro di me, senza però l’odore dell’uomo e neppure l’egoismo di un uomo. Le strizzo i seni e le lecco i capezzoli che offre alle mie labbra. Avvinte in quello strano balletto ci abbandoniamo al piacere. Non mi rendo conto dei nostri orgasmi, ormai il piacere è così intenso che abbandoniamo corpi e menti. Si lascia rovesciare sulla schiena, così che l’oggetto scompare, prigioniero delle nostre carni. Un solo attimo di pace. MI afferra i fianchi e mi fa mettere in ginocchio. Con dolcezza mi lecca il buchetto nascosto, lubrificandolo con la sua lingua sapiente. Piano m’infila quel tubo, ormai divenuto per noi un pene maestoso. Lo infila piano ma decisa. Quando decide che basta lo lascia scorrere con dolcezza, fino a quando la mia carne asseconda quella forma clandestina. Afferra l’altra estremità e la infila nella mia fessura. Sempre con dolcezza e pazienza. I miei umori così intesi aiutano quell’arnese a trovare la posizione migliore. Ora quella forma astratta riempiva ogni mio anfratto e la sapiente mano di Teresa guidava i mie orgasmi, che si susseguivano ormai uno dopo l’altro.
Esausta Mi sono sentita abbandonare. Ma sentivo di doverle regalare piacere, così come lei aveva fatto con me. Ho afferrato l’oggetto, arcuandolo come un arco, pronto a scoccare la freccia. Puntando le estremità sulle due fessure, umide e pulsanti, l’ho infilato dentro di lei. È bastato un secondo per
sentirla urlare di piacere.
Stanche e sudate ci siamo abbandonate sul letto, immerse nel sonno profondo che segue ogni amplesso infuocato. Poco prima che l’alba occhieggiasse da dietro le colline, mi sono alzata, le ho regalato un bacio sulla fronte e me ne sono andata. Portando con me quel nuovo amico. Lasciandola sola, a pensare a Camilla.

Tornerò da loro. Magari non questa notte, neppure domani. Un giorno. Magari questa notte verrò a trovare te, oppure verrò domani. Ma non cercarmi mai.
Inutile provare. Non vivo dentro le gabbie di cemento dei vostri uffici. Non mi troverete nemmeno dentro un computer o appeso all’etere. Io arrivo, vi amo e vado via. Mi possedete o io possiedo voi. Godete di me ed io godo di voi. Vi riempirò le bocche con la mia voglia di godere e voi riempirete la mia con i vostri odori.
Io non esisto. Sono essenza volatile, non sono corpo e neppure anima.
Divento pensiero e mi trasformo in tutto ed in niente. Tutti sono bravi a raccontare di me, di quello che hanno fatto con me la notte prima. Ma nessuno si prende cura di me. Alla fine rimango così, solo ed errante., avvolto da una nube confusa. C’è chi non si ricorda di me. Chi mi dimentica tra le gocce di sudore. Ma io ci sono sempre, fedele compagno di tutti voi.
Non ho sesso, perché il mio essere cambia ogni notte. Sono uomo e sono donna. A volte entrambi.
Ma quello che sono, quello che sarò, tutto ciò che emano, nulla di questo vi appartiene e mai vi apparterrà. Potere versare lacrime, bere l’impossibile, fare tutto e di tutto, ma sarò sempre e soli io a decidere quando venire da voi. Qualcuno ha osato cercarmi con insistenza, ero la sua ossessione. Mi ha
cercato tra le nebbie del nulla, ha sfidato la natura e la vita. Si è perso dentro le sue stesse paure ed oggi vive come una scheggia di follia, appollaiato su una poltroncina vecchia e sdrucita.
Adesso avete capito chi sono, sono il vostro sogno, quello che non osate confessare. Non sono un biglietto vincente, e neppure una promozione in ufficio. Sono il vostro sesso, la vostra lussuria, la vostra libidine, sono ciò che sareste se solo poteste. Ma non chiamatemi mai più, altrimenti non verrò.
Adesso devo riposare, perché domani notte avrò altre menti da confondere ed altri corpi da possedere, fino a quando, un giorno, in qualche luogo, anch’io come tutti voi, troverò una roccia, frammento di montagna antica, sulla quale sedermi e riposare, ascoltando l’odore del mare.

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