Sesso al chiaro di luna


Come ogni mercoledì e venerdì, il piccolo Juergen Hoeness, alle sei meno un quarto del pomeriggio, sfidava il buio ed il freddo pungente dell’inverno berlinese camminando sulla Immerstrasse innevata. Si divertiva un mondo a pestare e a calciare la neve che trovava lungo il cammino ed inevitabilmente, nonostante gli scarponi, finiva per tornare a casa con le calze bagnate ed i piedi gelati, suscitando il disappunto della sua istitutrice Gertrud.
Questa era se una donna grande e grossa, che incuteva paura al solo vederla, ma aveva un cuore tenero e smaltiva in fretta il suo malumore. Sapeva già in partenza che non avrebbe ottenuto alcun risultato nel pretendere da lui atteggiamenti più controllati e recitava la parte della “cattiva” senza molta convinzione, ritenendo, non a torto, che a otto anni la vitalità di un ragazzino non dovesse essere soffocata in alcun modo. E Juergen, che aveva ben capito come stavano le cose, per tutto quell’inverno e per altri ancora, continuò a prendere a calci la neve, a bagnarsi le calze e a sorbirsi le immancabili tiritere di Gertrud.
L’unica cosa che gli metteva davvero paura, era il cane lupo grande e grosso che da una casa sulla Steinplatze, al suo passaggio, si scagliava furioso contro la recinzione del giardino e gli abbaiava contro. Il ragazzino, pur consapevole dell’immancabile attacco, provava sempre grande timore nel vedere il cagnaccio digrignare i denti. Però, facendo leva sul suo indomito coraggio, riusciva a tenerlo lontano dalla recinzione tirandogli una palla di neve fresca sul muso. sesso

Il cammino che Juergen doveva fare per arrivare a casa della sua insegnante di pianoforte non era molto. Dalla Steinplatze imboccava la Carmenstrasse, una piccola via acciottolata dalle case a graticcio dove si respirava un perenne odore di cavoli lessi, passava sotto un arco di pietra ed entrava nel cortile di un vecchio caseggiato. Le, scuro come la notte, è’era il portone di accesso sempre aperto. Salite due rampe di scale, il piccolo giungeva sul pianerottolo di casa Shroeder.
Ben altra soggezione gli incuteva Ingrid, la sua anziana insegnante di pianoforte dagli occhialini scuri, i capelli neri raccolti a crocchia sulla nuca, il viso magro e rugoso, gli occhi freddi, le labbra sottili, la voce tagliente come un bisturi.

“Guten Morgen, meine Dame.”
“Guten Morgen, Juergen. Wie geht es dir?”
“Sehr gut, Frau Gertrud.”

Dopo i saluti, iniziava un cerimoniale abbastanza collaudato. Juergen poggiava il suo libro di esercizi sul leggio del pianoforte. Abbassava, ruotandolo, lo sgabello fino a portarlo all’altezza giusta per poter toccare i pedali, suonava quindi il piano sotto lo sguardo vigile e severo di Ingrid.
A piccoli sorsi, come il tè delle cinque, Juergen beveva la filosofia musicale della sua insegnante.

“Se vuoi tirarne fuori il massimo della sonorità, tu ed il pianoforte dovete essere una cosa sola. Lui vive solo grazie alle tue mani.”

Ingrid impressionava talvolta Juergen con un’affermazione ardita e colorita che sempre sbalordiva il ragazzo.

“Lr dentro” gli diceva indicando la cassa armonica del piano, “c’è un vecchio ansioso di tornare libero e ci riuscirà soltanto se tu suonerai con grande partecipazione emotiva.”

A questo punto, per rendere più incisivo il suo discorso, l’insegnante picchiava con il palmo della mano sul pianoforte e andava ad aprire la cassa armonica guardandoci dentro.
“Tu e lui” proseguiva, facendo riferimento al vecchio immaginario, “siete legati strettamente l’uno all’altro.” E, per dimostrargli la solidità del legame, si prendeva con le mani entrambi gli avambracci tirandoli verso l’esterno.
L’immagine colpe cose prepotentemente la fantasia di Juergen, che quando si trovava da solo a suonare in casa, si aspettava che il vecchio da un momento all’altro tirasse fuori le mani per afferrargli le sue.

“Fai respirare il pianoforte, non soffocare le note: lascia che esse corrano nell’aria leggere. La sua sonorità è legata alla tua sensibilità e al tuo gusto estetico. Osserva la natura: in essa troverai gli spunti ideali per la tua ispirazione. Se sei triste, da qui usciranno note tristi; se sei allegro, le note
voleranno nell’aria lievi, creando emozioni nel tuo pubblico. Tira fuori tutta la tua anima quando suoni.”

A volte Ingrid prendeva una mano di Juergen e se la strofinava su una mammella procurandogli una forte emozione. “Quando sentirai dentro di te l’eccitazione di adesso, vorrà dire che sei pronto per una grande esecuzione.”

Cose il piccolo crebbe pensando che il pianoforte meritasse il massimo rispetto. Lo amò con passione prima e con trasporto poi, quando, raggiunta l’età matura conquistò il suo equilibrio di uomo e di musicista.
Grazie al suo temperamento romantico, si costruì nel corso degli anni, un repertorio adatto alla sua sensibilità, senza dimenticare mai più una sola parola della sua vecchia insegnante.

La strada della vita per Juergen era stata già tracciata. Come il padre, anch’egli pianista, avrebbe preso il diploma di maestro di pianoforte, dopo aver frequentato l’accademia musicale di Berlino. Come il padre, colonnello della Wehrmacht, sarebbe entrato nell’accademia militare di Lipsia ed avrebbe iniziato una gloriosa carriera militare.

“E’ importante saper suonare bene perché la musica libera la mente e con la mente libera si può servire meglio la patria.”

Cose gli ripeteva con aria grave l’anziano genitore.

2. Scandriglia (Rieti) 1908

Cesare Liguori, incantato dai tasti bianconeri del pianoforte che vedeva nella casa di una sua zia e che spesso strimpellava provocando gran frastuono, manifestò all’età di 8 anni il desiderio di imparare a suonare lo strumento.
Suo padre, un proprietario terriero del reatino, assecondò volentieri la voglia del piccolo Cesare e lo mandò a lezione da un vecchio professore di pianoforte, Giovanni Castroni, che era stato il maestro elementare di Montelibretti, un paese delle vicinanze.
Castroni era un arzillo vecchietto che aveva alle spalle un passato davvero avventuroso. Giovanissimo combattente nei moti risorgimentali del 1848, aveva mantenuto, nonostante gli anni, uno spirito ribelle.
Più che di pianoforte amava parlare di libertà, facendo riferimento al momento attuale dell’Italia: “…è meglio morire piuttosto che essere schiavi, perché la vita vale la pena di essere vissuta solo se si muore per la patria…” e alle donne, inventando strampalate analogie fra esse e l’arte di suonare lo strumento: “…ricorda di trattare il pianoforte come il corpo di una donna. Con dolcezza e con forza. Lavora con i pedali per eccitarlo. Poi lascia che la musica esploda nella sua cassa armonica con la stessa irruenza dell’oceano che rompe una diga.”

E quando parlava di musica, con ossessione gli ripeteva: “Metti tutto l’ardore che hai nel cuore quando suoni. Cambia pure le note se lo reputi necessario, ma cerca sempre di regalare grandi sensazioni al tuo pubblico.”
E ancora: “Studia Beethoven, genio musicale per eccellenza, dal quale hanno attinto e attingono tanti compositori; poca musica, prima e dopo lui, vanta una cose grande ispirazione. Puoi regalare a Beethoven, se vuoi, uno struggimento che oggi nessuno è in grado di dare..”

Quelle parole entrarono nelle orecchie del piccolo Cesare e rimasero per sempre nel suo cuore. Sotto la guida del suo stravagante ma valente maestro, adottò, anno dopo anno, quei pezzi pianistici che più si adattavano al suo carattere aggressivo.
Durante le sue esecuzioni, si piegava sulla tastiera agitando furiosamente tutto il corpo. Mentre con le agili mani correva a cercare le note sui tasti, un ricciolo nero ciondolava a destra e a sinistra della sua fronte, strapazzato dai movimenti impetuosi che la musica gli suggeriva.
Frequentò l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, si diplomò in pianoforte e cominciò con successo a fare i suoi primi concerti. Poi nel ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia e all’Inghilterra, abbandonò ogni attività legata alla musica e partecipò alla campagna di Grecia. Dopo l’armistizio del ’41 ritornò in patria e nel ’43 si une alle forze partigiane.

3. Ponticelli (Rieti) maggio 1985 – Un pianoforte canta

Un pianoforte canta una canzone triste nella casa appena fuori dal paese di Ponticelli. E’ una canzone disperata come il canto di un pettirosso che rientra al nido e non trova più i suoi piccoli, rapiti forse da un falco rapace. E’ una canzone amara che inumidisce gli occhi di chi ha cuore quella che lui fa cantare ogni giorno al suo strumento, a volte per interi pomeriggi. E’ una canzone che vola con il suo carico di tristezza fin sul versante opposto della vallata per poi disperdersi nel nulla, dopo aver accarezzato le chiome degli ulivi.
A suonarlo è un anziano uomo di 85 anni, che in un freddo pomeriggio invernale, qualche anno prima, si era presentato sulla via principale del paese con una piccola valigia e una grande voglia di vivere in quella casa isolata, per godere dell’unica compagna della sua vita: la solitudine.
Nemmeno Alma, la ragazza che da un anno provvede alle sue incombenze domestiche, è riuscita a diradare il fitto velo di mistero che ricopre il suo passato e a strappargli qualche piccolo segreto.
I capelli candidi come la neve e ancora folti, divisi da una riga sulla sinistra del capo, il volto magro e scavato dal tempo, il fisico asciutto e ancora armonico gli regalano un fascino che va ben oltre l’età anagrafica. La piega amara della sua bocca, le spalle curve, a chi sa leggere i segni del corpo, indicano forse che il gioco della vita non è stato per lui molto fortunato.
L’unico amico sincero, a cui si rivolge nei momenti infelici, che lo asseconda senza mai annoiarsi, che gli dr lo stesso conforto di un ventre di donna, quando la malinconia buca la sua anima, è il suo amato pianoforte.
Lui ripaga quell’amicizia preziosa e disinteressata con un amore sviscerato: la vita senza il suo inseparabile compagno sarebbe inutile, perché l’uomo non sa concepirne un’altra.
L’anziano musicista si fa chiamare Mario, ma non è il suo vero nome.

4. Scandriglia (Rieti) marzo 1944 – Uno scontro a fuoco

Una camionetta con quattro soldati tedeschi, agli ordini del capitano Guenther Stahl, arrivò con molta circospezione davanti al cascinale apparentemente deserto, adagiato sulle pendici del monte Sisto.

Stahl era a capo dell’Unità Operativa Speciale che si occupava della sicurezza delle forze tedesche nel reatino. Occupava quella posizione semplicemente perché era il migliore. Sapeva fiutare il vento e preparava con precisione maniacale le sue operazioni militari, riuscendo spesso a venire a capo di situazioni impossibili.
Per una leggera miopia indossava gli occhiali e questi gli conferivano un’aria da intellettuale. Invece era un soldato. Autentico. Spietato. Fanatico. Devoto come pochi alla causa della sua Germania. Convinto di essere una pedina fondamentale per la realizzazione di quel grande stato pangermanico da lui e da molti altri vagheggiato.
Il suo corpo, magro e sottile come un giunco, sprizzava energia da tutti i pori; il suo volto affilato, il suo sguardo gelido e minaccioso, la sua voce metallica incutevano rispetto e soggezione a chiunque.

A bordo della camionetta, i cinque uomini, scrutarono attentamente le persiane del casolare abbandonato per cogliere dietro di esse il segno della presenza dei tre partigiani segnalati. Ad un cenno del capitano, due soldati scesero a terra e si portarono sul retro dell’abitazione. Gli altri due, con mosse furtive, si avvicinarono al portone d’accesso.
Il soldato più grosso valutò ad occhio la consistenza dell’uscio. Dopo una breve rincorsa, si buttò a peso morto contro di esso facendolo cadere di schianto. Il giovane, sbilanciato dalla poca resistenza incontrata, rotolò pesantemente a terra.
Recuperò in fretta la posizione eretta, ma non ebbe fortuna. Un lampo accecante come la luce del sole gli bruciò gli occhi, un sibilo acuto lacerò le sue orecchie. Un proiettile di mitra penetrò dall’osso frontale e fuoriuscì dall’orecchio sinistro, strappando la vita al giovane, che crollò a terra come un pupazzo senza fili. More cose, in terra straniera, senza nemmeno avere avuto modo di realizzare che cosa fosse accaduto.
Il soldato dietro di lui si era subito gettato a terra dopo l’irruzione. Aveva reagito all’eccitazione dell’adrenalina che circolava nel suo corpo, urlando con quanto fiato aveva nei polmoni e sparando all’impazzata contro la balaustra del primo piano da cui piovevano numerosi colpi di mitra. Esaurito in fretta il suo caricatore, aveva cercato disperatamente di prenderne un altro, ma la sua mano, bloccata da una forza superiore, non riuscì neppure a sfiorare la giberna che aveva sul petto. Il giovane si interrogò stupito del perché. Poi un fiotto di sangue caldo, colando dalla sua bocca, gli tolse ogni dubbio riguardo al suo destino. Si rovesciò sulla schiena per cercare una posizione più comoda e trovò conforto invocando sua madre: “Mein Lehrer” disse con un soffio di voce.
Ritornò col pensiero al suo amato parco di Monaco, dove tante volte da bambino aveva giocato. More dondolando sull’altalena.

Spari ed urla concitate, all’esterno della casa, si susseguirono per alcuni minuti.
Poi sul luogo dell’azione cadde un silenzio di morte.
Il capitano Stahl, che aveva trovato momentaneo riparo sotto la volta della scala che portava al primo piano, si portò senza esitazione all’esterno.

“Achtung!” “Seht dort!”” Schiess!”

Le imprecazioni dei suoi soldati gli fecero capire che essi stavano inseguendo qualcuno. Probabilmente l’uomo o gli uomini in fuga stavano inoltrandosi nell’intricata macchia che abbracciava sul retro la casa.
E cose era infatti. Un uomo era riuscito a sottrarsi al fuoco dei soldati tedeschi e, correndo a perdifiato, si era rifugiato nel bosco. Sul terreno aveva lasciato due suoi compagni senza vita.
Il capitano Stahl fece la sua apparizione sullo spiazzo antistante il casolare.

“Un uomo è fuggito, Herr Caepten!” Kurt si irrigidì sugli attenti allorché
l’ufficiale gli arrivò davanti.
“Uno solo?”
“Yawohl. Si è riparato nel bosco riuscendo ad evitare i nostri colpi.”
“Non riuscirà a farla franca, ve lo garantisco! Purtroppo Helmut e Franz sono morti.”
“Verdammter Teufel!” Esclamò Kurt impallidendo dal dolore.
“Ma anche noi abbiamo ucciso due di loro!” Aggiunse con tono vendicativo Hans.
“Questo non basta a riportare il conto in parità”. Tagliò corto l’ufficiale tedesco, rivolgendosi ai due soldati.
Poi, soffermandosi a guardare uno dei due italiani morti, mentre con la punta dello stivale gli girava il viso per meglio osservarlo, gli urlò: “La tua guerra è finita, bastardo! Andiamo via!”

L’ufficiale tedesco, prima di salire sulla camionetta, rivolse un ultimo sguardo ai due partigiani morti. Poi telefonò al quartier generale perché fossero messi a disposizione uomini e mezzi per la caccia all’uomo che aveva intenzione di ingaggiare.
Quando giunse al castello di Nerola, dove si era insediato il Comando della brigata di stanza a Rieti, il capitano fece un dettagliato rapporto sull’accaduto al maggiore Juergen Hoeness, comandante in capo delle forze tedesche della zona.
Il maggiore ascoltò attentamente quanto l’ufficiale aveva da dirgli e al termine del suo rapporto ordinò che “tutto il possibile doveva essere fatto perché il partigiano fosse catturato.”

Alcuni brigatisti neri locali, che collaboravano con il comando tedesco segnalando gli elementi sospetti, furono convocati al castello.
Osservando la mappa del luogo dove il combattimento era avvenuto, il maggiore e gli altri ufficiali del Comando conclusero che il fuggiasco avrebbe dovuto necessariamente chiedere aiuto a qualcuno delle vicinanze. Dalla lista di antifascisti che i collaborazionisti italiani avevano approntato, il maggiore estrapolò quelli che abitavano intorno alla zona teatro dello scontro.
Il piano di azione fu delineato in un batter d’occhio: il capitano Stahl avrebbe organizzato il rastrellamento della zona e le perquisizioni nei cinque casolari reputati adatti ad ospitare il fuggiasco. Quattro camionette con diciotto soldati, più i due brigatisti, lasciarono in gran fretta il castello.

5. Cesare Liguori

Il fuggitivo era Cesare Liguori, capo di una formazione autonoma partigiana. Il suo gruppo, denominato “Alma” era una delle tante unità in lotta contro l’esercito d’occupazione tedesco e il regime collaborazionista della Repubblica di Saln, nate nell’Italia di quei momenti di sbandamento e che con il tempo finirono per diventare minoritarie.
Subito dopo lo scontro con i tedeschi, Liguori, effettuato un largo giro, aveva raggiunto il cascinale di Carlo Colletti, un benestante e noto antifascista, la cui figlia Clelia era la sua promessa sposa. Dallo spiazzo antistante la porta d’ingresso, Cesare chiamò il futuro suocero a gran voce.

“Carlo, Carlo!”
Una finestra del primo piano si apre e la figura di un uomo apparve. Era il Colletti.
“Cesare! Cosa è successo?”
“Non ho tempo di spiegarti…”

Il Colletti si precipitò per le scale arrivando a pianterreno in un lampo. Cesare raccontò la sua vicenda all’uomo che ascoltava con aria pensierosa.
“Devi nasconderti. Quelli avranno già iniziato le ricerche…potresti andare per qualche tempo giù a Montelago.” Suggere, visibilmente preoccupato il futuro suocero ancor prima che Cesare terminasse il suo racconto.

La zona a cui faceva riferimento Colletti era un bassopiano distante circa sette chilometri, dove, su un terreno di sua proprietà, si trovava una casupola per il rimessaggio degli attrezzi e dei macchinari agricoli. Cesare avrebbe trovato rifugio le per qualche giorno. Poi avrebbe dovuto cambiare aria, magari emigrando a sud dove gli alleati stavano avanzando, prendendo graduale possesso dei territori in mano ai tedeschi.
Clelia avrebbe provveduto a rifornirlo di cibo in quei giorni. Cose fu fatto.

6. Il capitano Stahl è un osso duro

Il giorno dopo la sanguinosa azione, alle otto di mattina, il capitano Stahl arrivn con i suoi uomini davanti al casolare del Colletti. Questi, svegliato dal frastuono delle camionette, si precipitò alla finestra della camera da letto al primo piano per vedere che cosa stesse accadendo.
Quando scese sul piazzale, i soldati avevano già circondato la casa. I due italiani in camicia nera gli si fecero incontro con aria minacciosa.

“Mi chiamo Carlo Colletti e sono il proprietario della casa.” Si rivolse al capitano tedesco, ignorando volutamente i due italiani in orbace.
“Sono il capitano Stahl. La informo che stiamo cercando un traditore, signore.” Con queste parole si presentò l’ufficiale nel suo buon italiano.
“Un traditore qui? La informo capitano che lei sta sbagliando di grosso. Se cerca traditori, dovrebbe guardarsi meglio intorno…”
“Attento a come parli!” Uno dei due brigatisti neri lo prese per il colletto della camicia strattonandolo, mentre l’altro lo minacciava agitando un lungo manganello.
“Buoni, buoni!” Il capitano Stahl tacitò i due sgherri italiani, mostrando
irritazione per la loro reazione.
“Allora?” domandò il tedesco.
“Non è mio costume alloggiare traditori in casa mia.” Il Colletti cercò di mantenere un’aria calma nel difendersi dall’accusa mossagli.

Il capitano fissò a lungo l’uomo con i suoi occhi grigi per intimorirlo. Poi, con un bieco sorriso, riprese il suo discorso.
“Oh, so bene che stabilire chi è traditore e chi no è un fatto assolutamente
opinabile. Quindi, se, come lei dice…” il tedesco parlava ora molto lentamente per meglio osservare le reazioni del suo antagonista “…non ospita traditori, non se ne avrà a male se noi faremo una perquisizione in casa sua.”
“Certo che no. Ma le anticipo che sarà vana fatica la sua.”
“Oh, questo è affar mio. Al suo posto non me ne preoccuperei. Può anche darsi che oggi sia il mio giorno fortunato…!”

Il Colletti si convinse che fosse meglio evitare di fare a braccio di ferro, anche solo verbale, con il capitano.
Con un cenno della mano, Stahl diede il via alle operazioni.
Alcuni uomini si precipitarono, armi in pugno, all’interno dell’abitazione. Gli altri rimasero intorno al casolare per impedire un’eventuale fuga del ricercato.
Il capitano, vista l’ostentata sicurezza manifestata dal Colletti nel negare ogni addebito, capì bene che nella casa non avrebbe trovato ciò che cercava. Ma non per questo avrebbe rinunciato ad effettuare una meticolosa perquisizione. Sapeva per esperienza che, se c’era del losco, sarebbe saltato fuori.

“Le sarei grato se lei volesse seguirmi nell’operazione.”

A quell’invito il Colletti rispose con un cenno di assenso del capo.

I due uomini seguirono i soldati tedeschi e i due fascisti.
Questi rovesciarono tutto quello che trovavano a portata di mano e Colletti nel vedere il disastro che stavano combinando provò intima rabbia e profondo rancore, ma dovette far buon viso a cattivo gioco.
Quando arrivarono davanti alla stanza di Clelia, la trovarono in lacrime: la ragazza non sapeva darsi pace per la prepotenza con cui i tedeschi erano entrati nella casa e nella sua camera mettendo tutto a soqquadro.
Lo sguardo fiero della donna colpe l’ufficiale tedesco.

“E’ mia figlia.” Disse il Colletti come ad implorare che non le fosse fatto del male.
“Non le sarò torto un capello!” Rispose l’ufficiale tedesco intuendone la preoccupazione.
Il capitano accennò un lieve inchino e si portò una mano alla fronte salutando militarmente la ragazza prima di lasciare la stanza.

Dopo aver gettato la casa nel disordine più assoluto, i soldati tedeschi conclusero le loro infruttuose ricerche.
“Sembrerebbe proprio che lei abbia ragione.” Il capitano si trastullava ora con uno dei suoi guanti neri.
“Glielo avevo anticipato.” Rispose il Colletti, cui il sottile gioco del gatto e del topo attuato dal tedesco, piaceva sempre meno.
“Però non è detto…” concluse sibillinamente Stahl prima di congedarsi. “Chissà che un giorno o l’altro non ci si riveda.”
Il Colletti colse un lampo di soddisfazione negli occhi del capitano e non ne capì il perché.
“Già, chissà…intanto, arrivederci capitano.”
“Io non credo che il rivederci le porterà bene, tutt’altro…”
Stahl salutò portando il suo guanto nero alla fronte.

Il tono di voce usato dall’ufficiale tedesco in quel frangente cancellò il sorriso dal volto del Colletti. Il pensiero che Stahl avesse trovato in casa sua qualcosa di compromettente per lui cominciò a tormentarlo.

7. Cesare e Clelia

Cesare aveva visto crescere Clelia e non le aveva mai dedicato grande attenzione. Si era accorto di lei soltanto quando la ragazza aveva compiuto i sedici anni. Clelia, diventata donna nello spazio di un mattino, sorprese Cesare che un giorno, alla fine della Messa, se la ritrovò davanti femmina ormai matura.
Clelia era una ragazza mora non molto alta, ma aveva un corpo splendido, che sembrava esser stato creato dalla mano felice di uno scultore. I folti capelli neri, a boccoli, incorniciavano un viso da madonna.
In paese si faceva vedere poco perché il padre gelosamente la teneva lontano sia dai ragazzi che avevano abbracciato il regime fascista e che lui bollava col termine di “oppressori prezzolati”, quanto da quei pochi che non avevano identità politica e che lui definiva “smidollati”. Sicché ogni sua apparizione scatenava tanto la curiosità degli uomini, che la guardavano ammirati, quanto delle donne, che trovavano sempre l’occasione per fare qualche chiacchiera su di lei. Ma Clelia aveva un modo di fare semplice e riusciva gradevole a chiunque avesse avuto modo di avvicinarla. Salutava tutti con grande rispetto, senza darsi arie per la posizione benestante che la sua famiglia occupava.
Clelia da sempre amava Cesare. Il suo amore di ragazzina era diventato poi col tempo un vero amore.
Passarono ancora un paio d’anni prima che lui si interessasse a quella ragazza dall’aria sbarazzina, semplice ed anche un po’ impudente. Poi, quando ella raggiunse i diciott’anni, Cesare ne chiese la mano al padre, Carlo Colletti.
Questi fu lieto del fatto, anche se vent’anni separavano i due, perché conosceva molto bene Cesare e ne condivideva le idee politiche. A guerra conclusa Clelia sarebbe diventata la sua sposa.

A Cesare piaceva andarla a prendere quando usciva di chiesa. Anche in quel caldo giorno di maggio, dal fondo della piazza del paese, aspettò pazientemente che la funzione religiosa terminasse. Quando l’orologio della piazza portn le sue lancette sulle ore dodici, Cesare si avvicinò al sagrato. Lo squillare delle campane segnaln la fine della Santa Messa e la gente con calma cominciò a defluire dalla chiesa.
Clelia apparve quasi per ultima. I suoi occhi cercarono il bel Cesare: lo vide venirle incontro con la sua solita aria assorta e malandrina e un brivido di felicità, come un leggero soffio di tramontana, la solleticò. Cesare era bello come un dio greco: le piacevano i suoi capelli neri e riccioluti, il segno della barba scura anche quando era rasata, i baffetti alla Clark Cable. Amava i suoi completi di velluto scuro e l’aria sempre un po’ accigliata e ribelle. Ma soprattutto lei lo trovava grandioso quando suonava il pianoforte.

La prima volta che lo ascoltò, lui le dedicò la Rapsodia N.2 di Liszt, un pezzo per orchestra che interpretava al pianoforte in maniera magistrale.
Clelia era rimasta affascinata dalle sue mani che correvano veloci, ma composte, sulla tastiera impedendo che le note, come tanti ragazzini impertinenti, scivolassero giù dal pentagramma e finissero col disperdersi nel nulla. Aveva osservato stupita l’uomo che, come un prestigiatore indemoniato, correva di qua e di là nel disperato tentativo di non lasciarne cadere alcuna. E aveva visto, con sua grande meraviglia che riusciva a raccoglierle tutte, anche se alla fine, per lo sforzo sostenuto, lui si era ritrovato tutto bagnato di sudore.
Clelia ricordava perfettamente le eccitanti sensazioni che quel brano le aveva suscitato. Le brusche accelerazioni e le altrettanto brusche frenate della musica le avevano impedito di rimanere ferma sulla sedia, al pari di Cesare e del suo ricciolo nero. Al termine dell’esecuzione, si era sentita cose carica di energia che avrebbe voluto correre a perdifiato sui sentieri tortuosi dei boschi. E sognò di essere inseguita da un Cesare smanioso di prenderla e di alzarle la gonna.

Clelia, stregata dalla forte personalità di quell’uomo che parlava di libertà con la stessa passione con cui parlava di musica, sognava di vivere, al termine della guerra, stretta fra le sue braccia robuste: traspariva una tale forza e grandezza d’animo dai suoi discorsi che vivergli accanto le sembrava la cosa più bella ed elettrizzante del mondo.
Per molti aspetti Cesare era simile a suo padre Carlo, che non aveva mai temuto di manifestare le sue idee antifasciste e che, proprio per questo, non era ben visto dalle autorità locali, che lo sospettavano anche di dare aiuto ai partigiani.

“Ciao Clelia. Sei sempre l’ultima ad uscire dalla Chiesa.”
“Mi dispiace, Cesare, ma avevo una grazia speciale da chiedere alla Madonna.”
“Se devi ricorrere alla Madonna, vuol dire che le tue armi sono spuntate.”
“Forse…” Rispose Clelia fissando con occhi maliziosi l’uomo.

Anche quel giorno, dopo il saluto iniziale, Clelia e Cesare presero a passeggiare lungo la strada principale del paese. Il sole di maggio, quando sbucava dalle grandi nuvole che correvano in cielo, infuocava con i suoi caldi raggi tutta la vallata circostante, facendo ribollire il paese.
I due imboccarono una stradina sterrata che portava verso i campi più lontani. I filari di viti e di olivi camminavano silenziosi al loro fianco, senza interruzione.
Di tanto in tanto spuntava qualche alto albero di ciliegio carico dei suoi frutti succosi.. E Cesare ne coglieva sempre qualcuno per Clelia.
I discorsi che lui fece lungo il cammino erano per lo più gli stessi: “Aspetto con ansia il giorno in cui avremo eliminato tutti quegli insetti che infestano il Paese da più di vent’anni…” “La lotta partigiana come una pioggia benefica li spazzerò via per sempre…”

La febbre che Clelia sentiva nello stargli vicina, diventata altissima quando lui la sfiorava. A Cesare aveva regalato la sua verginità e a lui avrebbe consegnato tutta la sua vita. Solo quando il suo uomo, preso dal discutere certi argomenti a lui particolarmente cari, bestemmiava e accendeva di furore i suoi occhi scuri, lei provava un istintivo moto di repulsione.
Non avrebbe mai voluto vederlo e sentirlo esprimersi in quel modo. Ma Cesare era come un fiammifero: si accendeva per un nonnulla.
Ora, mentre lei osservava il cielo imbronciato, desiderò con tutta se stessa che lui la prendesse fra le sue braccia e la baciasse. E al solo pensarci si sentiva sciogliere dentro.

Camminavano ormai da più di mezz’ora e gli unici rumori che rompevano il silenzio di quei luoghi erano il fruscio del vento, il volo delle rondini che festose si rincorrevano nel cielo, l’acqua del piccolo fiume che seguiva il suo tortuoso e secolare cammino, cantando una melodia sempre uguale.
Si sedettero all’ombra di una quercia che maestosa troneggiava sulla destra della strada, celandosi agli sguardi dei passanti. Poi Clelia si sdraiò sull’erba morbida e fresca e cominciò ad osservare l’intreccio dei rami scuri che sopra di lei dispiegavano disegni dalle forme strane ed inquietanti.
Si sentiva felice come non mai: la guerra stava per finire e il fascismo sarebbe morto per sempre. Avrebbe conosciuto un mondo nuovo e libero, come mai aveva avuto modo di conoscere, perché lei era nata poco prima del fascismo. E si aspettava grandi cose da quel futuro non lontano che stava per dischiudersi sull’orizzonte della sua vita.
Aveva una gran voglia di cambiare status. Se avesse potuto, sarebbe evasa da quella realtà di paese per andare a vivere in città come una “vera signora”.
Si abbandonò sull’erba gioiosa e felice, rincorrendo i suoi sogni rosa di ragazza.
Cesare si sdraiò accanto a lei, abbandonando per un attimo la sua espressione corrucciata.

“E’ una giornata davvero magnifica, non trovi?”
“E’ meravigliosa!” Aggiunse entusiasta la ragazza.

Cesare si chinn su di lei e la baciò appassionatamente. Strinse a sé con foga crescente il suo corpo caldo e provocante della giovane donna. Con audacia fece roteare la sua lingua nella bocca di Clelia e lei lo lasciò fare perché le emozioni che ne ricavava erano forti e piacevoli. Assaporò l’alito del suo uomo che sapeva di tabacco e si abbandonò al trasporto che i sensi sovreccitati le regalavano, istante dopo istante. Poi rispose al suo gioco di lingua. In un tenero abbraccio si avvinghiò a lui e ne avverte l’intima eccitazione.
Con le mani corse sulla schiena e sul suo sedere sodo ricalcandone le forme, mentre lui le faceva lievitare il desiderio con teneri morsi sui lobi delle orecchie.
La crescente passione lo spinse a sfilarle la camicetta ed a slacciarle il reggiseno.
Quasi brutalmente avvicinò la sua bocca ai suoi seni rotondi ed invitanti succhiandone con avidità i capezzoli.
Gli occhi della ragazza lo invitarono a farsi audace. L’uomo, uno ad uno, le tolse tutti gli indumenti: la gonna prima, il reggicalze e le mutandine poi, le calze per ultime. Provò un grande compiacimento nel vedere il pube scuro di Clelia.
E lei, quando rimaneva nuda davanti al suo uomo, si sentiva importante. Fu il sesso di Cesare, imprigionato nei vestiti e in attesa impaziente del contatto con le sue mani, a farla diventare sfrontata. I calzoni e gli slip dell’uomo volarono via in un attimo.
Osservò, come sempre con molta curiosità il membro teso, lo strinse fra le mani e lo succhiò: era fonte di grande piacere per lei mettere in bocca il sesso del suo uomo.
Il desiderio di accoglierlo dentro di sé, dove ora avvertiva forte eccitazione, si fece prepotente.
Mostrando la splendida rotondità del suo sedere, la donna sollecitò il compagno a cavalcarla. Cesare si inginocchiò. Dopo averle sollevato leggermente il bacino, la penetrò da dietro, spingendo con forza contro le sue natiche. La ragazza gridò di dolore e di piacere. Poi dalla bocca dei due amanti uscirono gemiti sommessi. Lei gridò di nuovo quando raggiunse l’orgasmo e Cesare allora, incapace di resistere oltre, liberò poderosi getti di sperma.
Molto tempo passò prima che i due amanti si acquietassero. Al termine, lui si sedette sull’erba e soddisfatto fissò il cielo pieno di nuvole basse e minacciose, prima di chiudersi nei suoi pensieri.
Clelia, che si sentiva sempre molto fragile nei momenti che seguivano l’amore, avrebbe voluto che lui ora le sussurrasse le parole più belle e più dolci. Ma Cesare, svagato ed assente, si accese meccanicamente una sigaretta e la aspirò con forza, indifferente a tutto ciò che gli ruotava intorno. Il fumo corse via veloce sotto lo spirare di un vento sempre più robusto. Le nuvole lasciarono cadere le prime gocce di pioggia e loro non sembrarono interessarsene. Il cielo invidioso allora scatenò la sua ira, rovesciando un mare di pioggia sui teneri amanti. I due trovarono un precario rifugio a ridosso del tronco della grande quercia. Clelia infreddolita si strinse a Cesare per trovare calore e protezione. Lui l’abbracciò teneramente.

8. L’imboscata

La camionetta con i soldati tedeschi imboccò a velocità sostenuta la strada sterrata che portava giù nella grande vallata. Il Colletti liberò un sospiro di sollievo allorché la vide sparire dietro ad una nuvola di polvere bianca. Ingenuamente pensò che il pericolo fosse passato: ma, dopo nemmeno un chilometro, la camionetta si fermò.

“Hans e Kurt!”
“Yawohl, Herr Caepten!” Risposero quasi simultaneamente i due soldati.
“Voglio che rimaniate qui e che seguiate i movimenti della ragazza. Ho visto qualcosa d’interessante nella casa…”

I due soldati si guardarono l’un l’altro con sguardo interrogativo e dubbioso, ma non osarono fare obiezioni.
Davanti ad essi, il vasto bassopiano, come una grande tavolozza, offriva i suoi meravigliosi colori agli occhi degli osservatori. L’azzurro del cielo, il giallo dei campi di girasole, il verde dell’erba e delle piante, che sotto il respiro del vento sollevavano morbidamente le loro foglie, affascinò i due uomini in attesa.
Seminascosti da un cespuglio, si sedettero sul ciglio della strada bianca.
Passarono alcune ore senza che nulla di interessante accadesse. Lentamente arrivarono le tre del pomeriggio.

“Tu credi che arriveremo a scoprire qualcosa?” Chiese Kurt.
“Il capitano ha buon fiuto e avrà avuto le sue ragioni per lasciarci qui.” Replicn fiducioso Hans.

Alle cinque del pomeriggio Clelia in bicicletta apparve sulla strada sterrata. Legato sul portabagagli posteriore aveva un canestro coperto da un canovaccio. I due soldati non dettero molta importanza al particolare. Con il binocolo la seguirono per un lunghissimo tratto mentre si addentrava nell’immensa pianura. Lr dove la strada bianca si biforcava come la lingua di una biscia, Clelia prese il ramo di destra. Scese dalla bicicletta, non molto lontano dal bivio, e si incamminò sulla stretta striscia di terreno che divideva due grandi poderi. Giunta all’altezza di una casupola si fermò.
Nei due soldati si insinuò ora l’idea che qualcuno potesse nascondersi all’interno della piccola costruzione che indistinta si mostrava ai loro occhi.
Nel tardo pomeriggio la camionetta tornò a riprenderli. Quando comunicarono al capitano quanto avevano visto, questi sorrise diabolicamente e disse:
“Questa sera porteremo al castello il nostro uomo.”

Il capitano Stahl approntò una squadra armata e poco dopo il tramonto, quando ormai il sole aveva colorato di un giallo dorato tutto il verde della campagna, arrivò di fronte alla casupola.
Liguori si arrese senza opporre resistenza. Ciò non valse ad evitargli un pestaggio da parte dei soldati tedeschi, infuriati per la perdita dei loro due commilitoni.
Tumefatto e dolorante, arrivò al comando tedesco ben conscio della sorte che gli sarebbe toccata.
Alle sette di sera furono arrestati e portati al castello anche Clelia e suo padre.
A tradirli era stato un cesto di vimini pieno di cibo, che sebbene abilmente celato nel sottoscala della casa del Colletti, non era sfuggito allo sguardo dell’astuto capitano Stahl.
A cosa poteva mai esso servire se non a nutrire qualcuno all’esterno della casa?

9. L’interrogatorio

Prima di essere condotti davanti al maggiore Hoeness, i tre rimasero in attesa nella sala delle armi del castello.
Un’ora più tardi furono condotti nella stanza del maggiore. L’ufficiale tedesco sedeva dietro ad una grande scrivania e fumava un grosso sigaro.

“Bene capitano. Vedo con piacere che le sue ricerche hanno dato frutti superiori a quelli sperati. Mi avevate parlato di un solo uomo…”

“Yawohl, Herr Major!” Rispose battendo i tacchi Stahl mentre si irrigidiva
sull’attenti e salutava il superiore con la mano destra tesa verso l’alto.
“L’uomo che cercavamo è lui.” Puntò deciso il dito contro Cesare Liguori che si reggeva a stento in piedi.
“La ragazza è la sua amante. “E lui” aggiunse indicando il Colletti “lo ha sottratto alle nostre ricerche nascondendolo in un terreno di sua proprietà”.

Cose dicendo il capitano si era portato vicino al Colletti e lo fissava negli occhi con l’aria del vincitore.
“Le avevo detto che sarebbe stato meglio per lei che non ci fossimo mai più rivisti…”
Gli soffiò nelle orecchie con sarcasmo.
“Se fosse dipeso da me, ne avrei fatto volentieri a meno.”
Replicò ironicamente Colletti cercando di dimostrare, almeno all’apparenza, di non temere il capitano.
“E lei Signor Liguori, cos’ha da dirmi?”
“Io sono un patriota!” Rispose a fatica Cesare, dolorante per le percosse subite, che non voleva offrire comodi appigli all’indisponente capitano Stahl.
“Patriota! La patria di cui lei parla ha firmato un patto di alleanza con la
Germania…” Replicò inviperito il capitano. “Voi ci avete tradito! Lei è un nemico e come tale verrò giudicato! Maggiore, le ricordo che due soldati tedeschi sono morti per mano di quest’uomo.”
“E anche due dei nostri!” Aggiunse, quasi biascicando, il Liguori, per correggere il capitano che considerava la gravità dei fatti solo dal punto di vista tedesco.
“I suoi soldati sono morti in un’azione di guerra come i due militanti italiani. Ed io sono fiero di aver aiutato un mio compatriota, nonché il mio futuro genero.” Il Colletti con tono risentito si intromise nel discorso, lanciando uno sguardo d’odio al capitano.
“Allora lei ammette di essere un nostro nemico.”
Stahl approfittò della ghiotta occasione per mettere alle corde il suo antagonista Colletti.
“Sono nemico di chiunque tolga la libertà al mio popolo.”
“Libertà…è una bella parola… ma il suo prezzo è alto. Molto alto! Comunque contenti voi…” Con queste parole il capitano mise la parola fine al suo contraddittorio.

Il maggiore Hoeness ascoltò con attenzione quanto i tre uomini dicevano, pur distratto dalla sconvolgente bellezza di Clelia, che correva con i suoi occhi pieni di terrore ora a destra ora a sinistra. Nascosto dal fumo del suo sigaro, l’aveva osservata attentamente: il pallore mortale dipinto sul volto della ragazza non aveva minimamente scalfito la sua avvenenza.

“Signor Colletti” disse il maggiore a voce bassa “lei sa che il codice militare di guerra prevede la fucilazione per chi dr assistenza ai nemici della Germania e dell’Italia?”
“Maggiore, io sono pronto ad assumermi le mie responsabilità di combattente. Però di quale Italia parla lei?” Serenamente l’uomo oppose le sue idee alla ferrea legge scritta dei codici. “Di quella che a Piazza Venezia inneggiava al Duce o dell’altra che ha sempre amato le libertà sopra ogni cosa e vi considera invasori? Io questa sola Italia riconosco.”
“Noi quella del Duce. Militiamo su due fronti opposti, signor Colletti.”
“Ma il Duce ha perso. Voi avete perso. Fra qualche giorno i soldati delle divisioni americane ed inglesi arriveranno fin sulle Alpi e voi dovrete andarvene.”

Il maggiore, fortemente irritato da quelle parole che mettevano a nudo una verità che non voleva ammettere neppure a se stesso, batté un pugno sulla scrivania.
“Questo si vedrà!”
In soccorso del maggiore arrivò il capitano Stahl che, con perfidia, volle rammentare ai tre italiani la precarietà della loro situazione.
“Voi non avrete la soddisfazione di vederci arretrare!”

A quelle parole Clelia scoppiò in un pianto dirotto. Ma il padre, per nulla intimorito, prosegue nel suo discorso.
“La vita per un patriota non conta molto. Contano molto di più gli ideali di cui si nutre. E quelli vivranno anche dopo la nostra morte. Altri seguiranno il nostro esempio e, se non ve ne andrete, finirete per rimanere qui per sempre!”

“Vero, tutto vero!” Pensò il maggiore rivolgendo lo sguardo a Clelia sempre più atterrita.
“Signorina, sono anche per lei cose importanti questi ideali?” Il maggiore mirava a coinvolgere la ragazza nel discorso per saggiarne le reazioni.

Un moto di ribellione, assolutamente incontrollabile, scosse Clelia dal profondo.
“Maledetti tedeschi, vi odio tutti! Siete sul nostro territorio ad imporre le vostre leggi, ad uccidere i nostri uomini, a profanare le nostre donne con la scusa di un’alleanza che non esiste più!”
Spuntò queste parole in faccia al maggiore senza paura: ormai la partita si giocava a carte scoperte.

Il maggiore Hoeness, colpito dall’inattesa reazione della ragazza, riconobbe in cuor suo le buone ragioni di quei tre italiani cose fieri del loro patriottismo.
Era del tutto vero che la guerra volgeva al termine e che per la sua nazione si concludeva con una totale disfatta. Si domandò se aveva ancora senso mantenere in vita le leggi di un apparato militare moribondo.
Con passo rapido si portò davanti a Cesare e lo fissò dritto negli occhi.
“Combattente, come ci si sente in momenti come questi?”
Liguori rispose alla domanda provocatoria del maggiore con grande orgoglio.
“E’ un onore per un combattente morire coerentemente ai propri ideali!”

Clelia fu fiera del suo uomo che non piegava la testa davanti al nemico. Ma ora, più di prima, temeva per la sua vita.

“Verdammte Italiener!” ‘Maledetti italiani!’ pensò il maggiore vedendo che era impossibile vincere la loro resistenza ideologica. “Capitano!” gridò con voce stentorea al suo ufficiale subalterno “Voglio rimanere solo con la ragazza.”

“Yawohl, Herr Major!” Rispose questi sollevando la mano destra al momento del congedo. “Seguitemi!” Ordinò seccamente Stahl ai due italiani prigionieri.

10. A tu per tu

Clelia non capì perché il maggiore avesse fatto quella richiesta. Però sperava tanto che servisse a salvare la vita dei suoi cari.

“Signorina, sieda la prego.” Il tono di voce del maggiore era calmo e rassicurante.
Clelia si accomodò su una antica savonarola.
“Un’azione di guerra contro soldati tedeschi è un atto di particolare gravitr. E va punito con severità. In altri termini… i suoi due uomini rischiano la fucilazione.”
Quelle parole ravvivarono il dolore della povera ragazza, ormai impossibilitata ad asciugarsi le lacrime con un fazzoletto completamente bagnato.
“Maggiore, non può farmi questo! Mi fa rimanere sola con lei solo per meglio mettermi in croce?” Urlò Clelia fuori di sé.
“Oh, la prego, signorina. Non era mia intenzione accrescere la sua disperazione. Ho detto che i suoi uomini rischiano, non che saranno fucilati…”

La ragazza arrestò per un attimo il suo pianto. Alzò il viso e guardò il maggiore. Le parole dell’ufficiale sembravano lasciare spazio alla speranza. Il tedesco le rivolse uno sguardo carezzevole. Era rimasto colpito dal suo eccezionale fascino, dai suoi occhi di fuoco, dalle forme flessuose del suo corpo, esaltato da un vestitino rosso attillato sotto il soprabito beige.
L’uomo non riusciva a staccare gli occhi dalla carne bianchissima che la ragazza, attraverso la leggera scollatura, lasciava intravedere. Da qualche anno, per il suo dovere di soldato, aveva dimenticato cosa volesse dire trovarsi a tu per tu con una donna.. Ora, finalmente, era ritornato antico amore: quello dell’universo femminile.

Tornò con i ricordi a quando, giovane cadetto, ballava con le ragazze bene di Lipsia.
Buon conversatore e buon conoscitore di donne, il maggiore sapeva quali tasti toccare per conquistarle. Ma Clelia era la più bella di tutte quelle che aveva conosciuto e, se solo avesse indossato uno di quegli abiti meravigliosi che le ragazze tedesche mettevano durante le feste di gala, non aveva dubbi che avrebbe strappato un grido di ammirazione agli uomini del mondo intero.

“Coraggio signorina. Forse c’è la soluzione a questo problema.”
Il maggiore, con movimenti compassati, apre uno stipetto della scrivania e ne trasse una scatola d’argento finemente lavorata. L’apre e offre una sigaretta alla giovane donna. Clelia, che non aveva mai fumato prima, declinò cortesemente l’offerta. Il maggiore si accese la sigaretta con un accendino d’oro.
“Vediamo che cosa si può fare.”
Ripeté il suo messaggio di speranza l’uomo.

Dopo avere aspirato profondamente la sigaretta, riprese con calma il suo discorso, creando rosee aspettative nella giovane donna, ansiosa di conoscere i suoi pensieri.

“Gliene parlerò stasera a cena, se vuole. Sappia comunque che non è mia intenzione trattenerla qui un minuto di più e che, se lo desidera, la farò riportare immediatamente a casa.”

Ma Clelia, ovviamente non si sarebbe allontanata dal castello per nessuna ragione al mondo. Accettò l’invito senza tentennamenti.

11. La cena al castello

Un paio d’ore dopo, con l’aria dimessa della scolaretta al suo primo giorno di scuola, Clelia entrò nella sala destinata ad una cena dal sapore molto particolare.
Quando lasciò il suo soprabito dal grande collo all’attendente del maggiore, si sente come una tartaruga senza guscio. Il semplice vestito che indossava le stava benissimo, ma lei, come ogni donna in simili circostanze, pur riconoscendo che quella non fosse l’occasione più adatta per far sfoggio di eleganza, si sente inadeguata. Quasi si vergognò, anche se poco le importava ormai.

Al centro della lunghissima tavola Clelia notò un magnifico vaso di fiori secchi che liberava un tenue profumo. Posate, piatti e candelabri d’argento con candele accese scintillavano alla luce dei lampadari.
Un bel divano ed un pianoforte nero a coda, lontani quanto bastava, fronteggiavano il caminetto acceso.
Il maggiore, in abiti borghesi, l’accolse con il sorriso delle grandi occasioni.
Clelia, confusa, avanzò verso di lui come un automa. Offre la mano all’uomo che la baciò con deferenza e le sussurrò: “Lei è meravigliosa. Rendo omaggio a tutta la sua sfolgorante bellezza.”
Lusingata da quel complimento che sembrava essere sincero, lei rispose semplicemente
“Grazie, maggiore”. Per la prima volta in quella terribile giornata sente di avere “peso”. Ciò serve ad attenuare in parte il dolore che, dal momento dell’arresto dei suoi, stringeva il suo petto in una ferrea morsa.

L’ufficiale occupò il posto a capotavola, Clelia quello alla sua destra. Dopo i preliminari di rito, la cena cominciò.

“Spero che tutta questa messinscena, non la metta in imbarazzo più di tanto. Il cibo, le garantisco, è buonissimo. Ho fatto preparare per lei piatti squisiti e più tardi me ne darò atto.”

Vecchi arazzi settecenteschi impreziosivano le pareti, mobili in stile, perfettamente conservati, rendevano accogliente l’ambiente. Completavano l’arredamento tappeti orientali e lampadari in stile veneziano. Clelia, ammirata, divorò con gli occhi tutto quello che c’era da guardare intorno a sé.

“Osservi questa.” Il maggiore la distrasse dal suo giro d’orizzonte, mostrandole la bottiglia di champagne che affondava nel cestello pieno di ghiaccio. “Pommery del ’34.
Una vera rarità. Propongo un brindisi alla sua salute e alla fine della guerra.”
“Però…” pensò Clelia.
“Ci trattiamo bene.” Disse il maggiore intuendone il pensiero. “Un soldato ben trattato è un soldato che serve la patria al meglio”.
“Con il suo permesso, maggiore, vorrei brindare alla liberazione dei miei cari.”
Propose Clelia tout court levando in alto il suo bicchiere: voleva sondare le
intenzioni del maggiore sul solo argomento che le stava a cuore.
“Oh, se, giusto. Alla liberazione dei suoi cari, alla fine della guerra… alla sua…e alla nostra salute.”

Clelia andò su di giri ancor prima di aver bevuto lo champagne. Raggiante e con mano tremante fece tintinnare il suo flute contro quello del tedesco, mostrando tutto il candore dei suoi denti con un dolce sorriso: se il maggiore brindava alla liberazione dei suoi cari, voleva dire che c’erano grandi possibilità di riportarli a casa sani e salvi. Ovviamente si chiedeva a quali condizioni l’uomo avrebbe reso questo possibile.

Due camerieri seri ed inappuntabili si alternarono al tavolo servendo il cibo e cambiando i piatti man mano che esso veniva consumato.
Clelia, sempre più effervescente, familiarizzò con la nuova ed impensabile realtà.
Chi avrebbe mai potuto predirle che sarebbe finita a cena con il comandante capo delle forze tedesche a Rieti?
Nonostante l’avversione ideologica nei confronti dell’uomo, ora non provava alcun disagio. Il maggiore era un uomo di classe, che trattava con rispetto chi gli stava vicino, l’atmosfera della sala calda ed accogliente, il cibo buono, la speranza di riportare a casa i suoi uomini era più che reale: forse, dopo tanti patimenti, era finalmente giunto il suo giorno fortunato.

“Signorina cara, vorrei venire al punto che le sta particolarmente a cuore.” Clelia drizzò le orecchie. “Come le dissi prima, l’azione che ha visto partecipe il suo uomo è stata un grave atto di guerra. Però…” e qui il maggiore fece un lunga pausa come un attore consumato.

“Ecco che il lupo manifesta le sue intenzioni”. Pensò Clelia cercando di indovinare le prossime mosse: non aveva minimamente dubbi che lui avesse intenzione di circuirla.
Ma che lo avesse fatto! Lei avrebbe accettato qualsiasi compromesso pur di riportare a casa i suoi uomini! La bellezza era la sua unica arma e lei l’avrebbe sfruttata al meglio. Qualche anno prima, al Teatro dell’Opera di Roma, aveva assistito con il padre, amante dell’opera lirica, ad una rappresentazione della Tosca. Trovava ora singolari analogie tra l’opera di Puccini e la situazione del momento: lei era Tosca che implorava la liberazione dei suoi uomini. Il maggiore Hoeness era Scarpia, il perfido capo delle polizia francese, che la insidiava promettendole bugiardamente la salvezza dei suoi cari. Brigava forse il maggiore, malignamente come Scarpia, per ingannarla?
Clelia confidava in cuor suo ovviamente che la conclusione fosse diversa, perché non osava credere che il maggiore potesse essere spregevole fino a quel punto.

“Ma la guerra” pensò “trasforma qualsiasi uomo e uccide ogni sentimento. E forse anche il maggiore, dietro ai suoi modi gentili e rassicuranti, nasconde un’anima diabolica.”

Il volto dell’ufficiale tedesco divenne serio allorché riprese la parola e questo spaventò non poco Clelia che aspettava con trepidazione la fine del suo discorso.

“…questo non accadrà…si rassicuri”. Cose concluse il maggiore.

L’uomo prese fra le sue, le mani della giovane donna per meglio convincerla. Le mani calde del maggiore comunicarono alla donna quella sicurezza che le parole da sole non potevano dare. Clelia fissò gli occhi azzurri del tedesco ed entrò direttamente a contatto con la sua anima: sente che era sincero. Rimase colpita dal suo sguardo limpido e trasparente. Per la prima volta la ragazza dimenticò il soldato e scopre l’uomo. Lo vide bello e affascinante. Ne ammirò la bocca sensuale, i denti bianchi e regolari, il naso diritto, i capelli brizzolati: fino a qualche istante prima, era stato un uomo senza volto.

“Questa guerra ha già fatto troppi morti. E’ ora di dire basta a tutta questa
barbarie!”
“Barbarie? Maggiore, noi ci difendiamo!” Clelia aveva riacquistato un po’ del suo coraggio e nel frangente si scopre baldanzosa.
La replica pacata dell’uomo non si fece attendere.
“C’è differenza fra barbarie e barbarie?” La domanda cadde sulla coscienza della ragazza come un macigno.
“No, non c’è differenza, mi scusi.” Ammise lei senza difficoltà, pentendosi di aver fatto una considerazione sciocca.
“Fra qualche giorno, forse fra qualche ora, le armate dei generali Clark ed Alexander ci spingeranno oltre confine. Voi tornerete ad essere liberi. Noi pure. Perché in guerra nessuno è libero. Altri soldati sacrificheranno le loro giovani vite Inutilmente.. Noi tedeschi abbiamo volato troppo in alto e come Icaro ci siamo bruciati le ali. Questa follia è durata anche troppo!” L’uomo curvò le spalle come se avesse dovuto sopportare un grave peso. “Avremmo dovuto conquistare le gente degli altri paesi con la cultura, con le arti, con l’intelligenza. Non con la forza…!”

Quello che ora parlava era davvero un uomo stanco di combattere una guerra assurda e desideroso di riappropriarsi della sua vita, della sua identità, della sua umanità?
Clelia lo sperò ardentemente.

“Vede” prosegue l’ufficiale nel suo sfogo “non ho mai creduto che la guerra sia una cosa giusta. E’ stato sempre e solo un atto di violenza perpetrato dal più forte sul più debole. Ma gli uomini da sempre seguono questa strada. Non so se mai saranno in grado di seguirne un’altra.”
“Solo quando saranno i popoli a comandare sul serio!” La ragazza lanciò la sua proposta con convinzione.
“I popoli? Sono loro le bestie più assetate di sangue. Guardi cosa il mio e il suo popolo sono stati capaci di fare!” Il maggiore mise spietatamente sotto gli occhi della donna una cruda e sanguinosa realtà.
“I nostri popoli sono stati manipolati.” Azzardò Clelia una difesa immediata, ma poco robusta, a sostegno delle masse che il maggiore smontò immediatamente.
“No, essi stessi hanno partorito i loro dittatori. Per dar corpo ai loro sogni
mostruosi!”
“Se i popoli sono bestie e creano i mostri, che futuro c’è per l’umanità?”
“Mia Clelia…”

La ragazza notò con sottile piacere che l’ufficiale per la prima volta l’aveva
chiamata per nome.

“…non so risponderle. Vorrei tanto che l’orrore di questa guerra tenesse lontano per molto tempo gli uomini dai loro giocattoli di morte…! Stasera, di fronte al vostro fiero patriottismo, ho capito di essere un piccolo, anche se onesto, soldato. Ma io mi vanto di essere anche un musicista e grazie alla musica sono entrato in contatto con le anime dei più grandi compositori. E, credo di aver nobilitato il mio animo nel corso di tutti gli anni spesi a studiare le loro opere. Le prometto pertanto che salverò la vita ai suoi due uomini, anche se non potrò restituire loro la libertà.
Sono e rimango un soldato anche in questi momenti difficili.”

Clelia non volle sapere altro. Avrebbe voluto gridare di gioia e abbracciare il maggiore per la riconoscenza che provava nei suoi confronti, ma riuscì a mantenere un atteggiamento composto. Ringraziò più volte Dio per la grazia che le aveva concesso: aveva tanto pregato in quelle drammatiche ore perché salvasse i suoi due uomini!
Poi la sua curiosità di donna ebbe il sopravvento e rivolse al maggiore la domanda che più la intrigava.

“Ma, ditemi: che strumento suonate?”
“Il pianoforte.”
“Anche lei…?”

Clelia, colpita dalla coincidenza fortuita che accomunava il maggiore al suo uomo, manifestò quasi fanciullescamente il suo stupore. “Non è possibile…!” Si ripeteva incredula.

“Perché tutta questa meraviglia, signorina?”
“Perché anche il mio Cesare suona il pianoforte. Divinamente, le dirò.”
“Allora dovrò confrontarmi con lui per conquistarla?”
Il tedesco pronunciò queste parole con molta naturalezza. La ragazza lo guardò con occhi compiaciuti.
“Se vuole avere una minima possibilità di successo, dovrà suonare in maniera eccezionale.”
“Accetto la sfida. Più tardi le darò un saggio delle mie qualità.”

Il tedesco e Clelia, sgomberato il campo da ogni incomprensione che li divideva, terminarono la cena con soddisfazione reciproca. Lui era riuscito a vincere la diffidenza della ragazza, lei ad ottenere la promessa che voleva.
L’ultimo bicchiere di champagne, fresco come acqua di sorgente, proiettò la ragazza in una dimensione irreale. Intrecciò il braccio con quello del maggiore in un secondo brindisi, inneggiando alla fine della guerra. Scambiò anche un bacio sulle guance con lui, apprezzandone l’odore di colonia.
Per un attimo, in un momento di vertigine, sognò di sprofondare tra le sue braccia.

“Sono forse ubriaca?” Si chiese spaventata dal suo pensiero.

La gioia che la eccitava aveva moltiplicato la sua bellezza per mille. Il maggiore si era reso conto che la ragazza con la sua freschezza, con la sua bellezza, in pochi minuti, era diventata una cosa molto, molto importante per lui e provò grande tristezza al pensiero che mai avrebbe potuto averla tutta per sé!
Clelia colse lo sguardo carico di desiderio dell’uomo e ne rimase turbata.
Il maggiore sapeva farsi amare e desiderare e lei si scopre molto fragile ed indifesa di fronte a quel sentimento che timidamente si era affacciato nel suo animo e che ora stava dilatandosi a dismisura.
Sarebbe riuscita ad eludere le avances del maggiore? Ma, soprattutto, ne avrebbe avuto la voglia? Rifiutò di dare una risposta ai due interrogativi, lasciando che gli eventi seguissero il loro corso naturale.

L’ufficiale tedesco, lievemente euforico, si mise al pianoforte.
Le note della “Patetica” di Beethoven cominciarono a salire lievi nell’aria come il fumo di una sigaretta.
L’uomo che a volte picchiava sui tasti con la rabbia di un leone ferito, a volte li sfiorava con la delicatezza di una farfalla, sembrava galleggiare sopra lo strumento.
Elegante e lieve. Maestoso e solenne. Con il busto leggermente arretrato, ondeggiava come un grosso pendolo, seguendo un ritmo che lui solo conosceva.
Clelia rimase affascinata dalla posizione che l’uomo aveva assunto nel suonare lo strumento. Era in netto contrasto con quella debordante e aggressiva di Cesare che si agitava e si dimenava per strappare al pianoforte il suono più appropriato.
La musica volò nell’aria leggera e ricadde come morbida neve tutt’intorno. Clelia si arrampicò sulle note della sonata come sui gradini di una lunghissima scala a spirale che arrivava fino al cielo.
La magia del pianoforte, l’ombra gigantesca che la luce del fuoco proiettava sul muro, facendo del maggiore un personaggio di fiaba, il grande desiderio di tornare a vivere, dopo tante sofferenze, una vita normale si fusero insieme e accesero l’animo di Clelia. Gli ingredienti che il maggiore, da consumato seduttore, aveva messo con generosità ed abilità nel suo shaker avevano dato vita ad un cocktail esplosivo.
Le note basse la scuotevano dall’interno, le note acute le scivolavano addosso come il tocco sapiente di un amante: lavorando insieme riuscirono a vincere la sua resistenza interiore.
Clelia capì che il tedesco, senza che lei lo avesse voluto, era entrato nella sua anima.
Bevve ancora un bicchiere di champagne per tenere in vita la magica vertigine che l’avvolgeva. Poi attese pazientemente che il fuoco della miccia accesa dall’ufficiale arrivasse fino a lei e la facesse deflagrare. Figa al chiaro di luna

Il maggiore, chiuso il copri tastiera, prese due grossi ceppi di legno e ravvivò il fuoco del caminetto ormai esangue. Riempì ancora i bicchieri di cristallo per fare un altro brindisi e ne porse uno frizzante alla ragazza. Si sedette molto vicino a lei, quasi a contatto, percependone il gradevole odore del corpo.
Lei scivolò fra le sue braccia quasi senza accorgersene. Ci arrivò a passo di danza, sul ritmo di un valzer lento e inebriante, suonato da un’orchestra di mille violini che nella sua testa da qualche minuto avevano cominciato a suonare.
Un bacio senza fine, scambiato davanti ad un pianoforte muto e ad un caminetto che divorava con selvaggio furore la legna amica, suggellò l’incontro di due anime incredule. Un mare di baci, di carezze, di tenerezze segnò l’inizio di un momento intimo intenso e suggestivo.
L’uomo prese Clelia per mano, la fece sdraiare sul divano e le si sedette accanto.
La ragazza, davanti al caminetto, si sente come una stella del cinema sul set. La luce del fuoco si concentrava su di lei illuminandola come un occhio di bue. Molte volte si era identificata con Luisa Ferida, la protagonista dei film del suo tempo, molte volte aveva sognato di baciare Osvaldo Valenti, il suo amante.
Tanti le avevano detto che era bella come una diva del cinema: ora era arrivato il momento del debutto.

Il maggiore con delicatezza le tolse, uno dopo l’altro, tutti gli indumenti che
indossava. Anche le preziosissime calze di nylon che coprivano le sue gambe tornite e diritte. Al fuoco del caminetto, la sua pelle bianchissima si colorì di un rosso eccitante. L’uomo contemplò rapito la ragazza mollemente abbandonata sul divano.
Quando il maggiore si spogliò, Clelia ne ammirò il torace largo e le braccia
muscolose, frutto delle tante ore spese in palestra a praticare pugilato e scherma.
Con le sue braccia forti lui la tirò a sé e l’abbracciò. Tenendola sollevata per la vita fece se che le gambe di lei gli cingessero i fianchi. Poi si sedette sul divano, lasciando che la giovane donna scivolasse lentamente sul suo membro teso. La calda ed umida intimità di Clelia, permise un agevole congiungimento dei due corpi. Trafitta dal sesso dell’uomo, la ragazza inarcò la schiena per il piacere.
Il suono di cento pianoforti fece volare in alto i due amanti. Juergen esplorò centimetro per centimetro il corpo bianco e levigato di Clelia, scatenando la sua eccitazione. La ragazza lasciò che le abili mani dell’uomo corressero dentro e fuori di lei liberando una gioia sconosciuta.
Quando la luce del giorno, troppo presto arrivò, la loro ardente passione bruciava ancora intatta davanti al caminetto caldo e compiacente.

“Juergen perché la guerra? Se la vita fosse soltanto un gigantesco orgasmo…
“Questo era possibile in paradiso, poi Eva colse la mela…
“Allora è colpa sua se i nostri sogni muoiono all’alba?
“Forse è proprio grazie alla colpa di Eva che possiamo vivere i nostri momenti più belli”
“E perché?”
“Perché senza dolore non c’è piacere.”
“Ma chi ha detto che si deve soffrire per provare piacere?”
“Nessuno…ma è cose…”

“Mein Liebling”. Amore mio, ripeteva intenerito Juergen lisciandole i capelli. Mein Kleines, piccola mia, le sussurrava guardando attraverso la grande vetrata la luce del giorno avanzare inarrestabile.
Clelia gustò quei momenti di grande tenerezza dal sapore sconosciuto: guardò felice e appagata Juergen disteso sul letto, perfettamente consapevole che di le a poco lui ed i suoi soldati se ne sarebbero andati per sempre. E a quel pensiero tutta la sua gioia si tramutò in intenso dolore.
E Cesare? In quel momento, incredibile a pensarci, lui non contava più niente per lei: quella semplice constatazione l’atterrì.
Allora non era amore quello che nutriva per lui? Era solo una pura e semplice illusione di ragazza? E pensare che era stata sempre fiera di amare un uomo bello come Amedeo Nazzari, l’uomo dei suoi sogni! Ma allora perché fino a qualche ora prima tanto la terrorizzava l’idea di perderlo?

La colpa, concluse convinta, era dello champagne bevuto con troppa generosità. Lei sapeva di amare Cesare e che l’avventura con il maggiore era solo strumentale.
All’arrivo del giorno la magia di quei momenti sarebbe sparita per sempre, ognuno si sarebbe riappropriato del suo ruolo e i bei sogni, come bolle di sapone multicolori,
sarebbero volati via, scoppiando uno dopo l’altro.
Le immagini dei suoi due uomini cominciarono a contrapporsi e a sovrapporsi dentro di lei in uno spietato gioco di specchi. Non riuscendo a comprendere bene il suo sentimento, preferì sospendere ogni giudizio, sperando di penetrare in fretta la fitta nebbia che ora le ottundeva l’intelletto.
I due amanti si rivestirono. Non avevano molta voglia di parlare: se qualcuno avesse ora visto le loro facce scure, non avrebbe certo creduto che solo alcuni secondi prima essi avevano vissuto momenti indimenticabili.

12. Al chiaro di luna

La luna bassa nel cielo, che la luce invadente del sole non era riuscita a
cancellare, dette l’ispirazione giusta a Juergen.
“Voglio regalarti un momento di commozione. La musica più di ogni altra cosa è capace di cementare nell’animo un ricordo di vita vissuta. Suonerò per te “Al chiaro di luna” di Beethoven.”

Prima di sedersi di fronte al pianoforte, Juergen rimise i pantaloni e la bianca camicia, di cui allacciò sommariamente i bottoni. Poi, quando si sente pronto, posò le mani sulla tastiera, assunse la sua inconfondibile posizione ed iniziò a suonare. Le note rotolarono giù dai tasti con dolcezza, intrise di malinconia e, come chiodi, si conficcarono nel cuore di Clelia. Tante lacrime, quante erano le note della sonata, scesero dai suoi occhi.
Al termine dell’esecuzione il maggiore con un nodo in gola si rivolse a Clelia.

“Non suonerò mai più questo brano. Troppo grande è il sentimento che ora mi lega a te. Solo se un giorno ti rivedrò, troverò la forza di suonarlo ancora …”

Queste parole colpirono la giovane donna con la forza di un pugno.

13. La ritirata tedesca – Giugno 1945

Tre settimane dopo, gli Alleati, rompendo prima del previsto la resistenza delle divisioni tedesche nel Casertano, marciavano spediti alla volta di Roma.
Con qualche giorno d’anticipo, la brigata tedesca di stanza nel Reatino dovette abbandonare le proprie posizioni. Ci fu grande confusione in quei momenti decisivi per le sorti dell’Italia e della Germania. I tedeschi salirono sui loro camion dopo aver distrutto quanto erano costretti a lasciare.
Cesare e Carlo, rimasti prigionieri, furono accomunati al destino degli invasori in ritirata.
Clelia, dal ciglio della strada sterrata dove la colonna tedesca sfilava in direzione Nord, cercò disperatamente i suoi tre uomini. Tante facce anonime di soldati tedeschi le passarono davanti agli occhi.
Dal loro camion Carlo e Cesare la videro mentre si asciugava gli occhi pieni di pianto. Urlarono il suo nome con quanto fiato avevano in gola per richiamarne l’attenzione. Clelia li vide e gridò a sua volta. Li raggiunse correndo dietro al camion che viaggiava a bassa velocità. Un soldato tedesco cercava inutilmente di tenerla lontana con il calcio del fucile. “Geh weg!” ‘Vattene via!’ Ripeteva l’uomo.
“Cesare, papà…dove vi portano?”
“In Germania..” Le rispose il padre con un filo di voce.
“In Germania? E perché?” Domandò sconvolta.
“Perché siamo prigionieri. Clelia, non ti avvicinare…questo è capace di spararti…” La implorò Carlo guardando il soldato tedesco che si faceva sempre più minaccioso .
“Ma che senso ha portarvi fin lassù?”
“Nessuno, come non ha senso questa guerra maledetta…”
“Torneremo Clelia, torneremo. Ormai è questione di qualche giorno, poi tutto finirà.”

Cesare cercò di essere convincente, ma non credeva fino in fondo a quello che diceva.
Sapeva che i tedeschi avrebbero potuto fucilarli in qualsiasi momento. Tutti loro poi sarebbero potuti cadere in un agguato dei partigiani.
Quando il cuore impazzito le rese doloroso il respiro, Clelia si fermò. Senza più energie si abbandonò a terra. I suoi uomini si allontanavano da lei e li avrebbe persi per sempre.
E il maggiore? Per un attimo il maggiore personificò tutto il male del mondo, come se lui e soltanto lui, chissà perché, fosse la causa di quella terribile guerra. E lo maledisse. Poi l’emozione e lo sforzo sostenuto le fecero perdere i sensi.
L’ufficiale tedesco dalla sua camionetta vide Clelia scivolare a terra. Si impose, da soldato, di non indulgere al sentimento: ma la sua anima sanguinava. Avrebbe voluto saltare a terra, raccoglierla e fuggire via con lei verso un futuro tutto nuovo. Ma non avrebbe mai abiurato ai suoi doveri. E lei, del resto, sarebbe stata disposta a rinunciare al suo Cesare per lui?

14. L’Addio del Maggiore Hoeness

Il maggiore conscio che il suo sogno moriva per sempre con quella ritirata
ignominiosa e disordinata, assolutamente impotente a ribellarsi a quanto il destino aveva deciso, provava un moto di ribellione e di rimpianto. Amava profondamente Clelia e il suo nome, a lettere d’oro, sarebbe rimasto scritto nel suo cuore per sempre, ma ora il fresco ricordo della notte trascorsa insieme, era tormentoso e straziante come una manciata di sale su una ferita aperta.
Nonostante la sua radicata abitudine alla sofferenza, mal sopportava quel dolore che gli mozzava il respiro e che i suoi pensieri, a volte rabbiosi e affilati come spade, accrescevano. Purtroppo non restava altro da fare che piegarsi alla sorte avversa.
Si aggrovigliarono nella sua mente pensieri melanconici …

Ade liebligher Frauenkoerper, Garten reichlicher Fruechte,
Ade liebliches Tal, Bett fuer meine Soldaten, getoetet im Kampf
Ade meine Mutterland

Addio dolce corpo di donna, giardino ricco di frutti copiosi
Addio dolce vallata, letto glorioso per i miei soldati morti in combattimento
Addio terra di mia madre

ed altri velenosi come serpenti…

Ade Land der fetten Kroeten mit gespalteter Zunge,
mit Fensterbrettern voller Blumen, zerfressen von Wuermen
mit dunklen Ecken wo Hoffnung mit Spinnen Karten spielt,
mit Buechern voll von veraectztem Rattenurin,
mit Skeletten bemalt mit Blut von Malern ohne Gesicht und ohne Arme.

Addio terra di rospi obesi dalla lingua biforcuta
di davanzali traboccanti di fiori divorati dai vermi
di vicoli bui dove la speranza gioca a carte con i ragni
di libri dalle pagine corrose dall’urina dei topi più luridi
di scheletri verniciati di sangue da imbianchini senza volto e senza braccia

15. Marzo 1946 – Montopoli Sabina – Nasce una bimba

“E come chiameremo questa bella bimba?” Disse la levatrice guardando la neonata paffuta e piangente che aveva appena estratto dal ventre della madre. La puerpera, sfinita per lo sforzo sostenuto, con un filo di voce, rispose: “Elpide.”

16. Ponticelli (Rieti) maggio 1985 – Una chiacchierata interessante

“Ma perché, maestro, ha scelto di vivere proprio qui?” chiese Alma un giorno con candore all’anziano musicista cercando di soddisfare la sua grande curiosità.

L’uomo sul momento tacque. Fissò muto lo spicchio di cielo che la finestra semiaperta mostrava. Chiuse gli occhi e si adagiò sulla poltrona come se avesse intenzione di addormentarsi. Alma lo guardò convinta che non avesse alcuna voglia di risponderle.
Invece, anche se dopo molto tempo e per la prima volta in vita sua, il vecchio apre lo scrigno impolverato dei suoi ricordi.

“E’ una storia lunga, mia cara. E anche difficile da raccontare” Il suo sorriso era ora una smorfia amara.
“Le ho forse fatto una domanda indiscreta, maestro?” Alma, vista la reazione dell’uomo, si era pentita di avergli rivolto quella domanda.
“Oh, no…ma il vento dell’oblio ha cancellato quasi del tutto le tracce del mio passato…e trovo grande difficoltà nel ritornare indietro nel tempo…
Dopo la guerra ho sfruttato l’unica risorsa che avevo: la mia passione per la musica.
Ho fatto il concertista e per trent’anni ho girato il mondo, ottenendo anche un discreto successo. Ho lasciato i luoghi dove sono nato e sono andato a vivere a Firenze. Poi, quando decisi di farla finita con i concerti, spinto dalla nostalgia che avevo per questi posti, mi sono trasferito a Passo Corese. Cinque anni fa venni qui a Ponticelli.
“E, sono ricordi belli o brutti quelli che vi hanno spinto a ritornare qui?”
“Né belli né brutti. Il tempo lavora in modo molto singolare: toglie il dolce e
l’amaro dai ricordi in egual misura. Cosicché essi ritornano a galla, quando siamo vecchi, senza procurarci più emozioni. Sono solo fatti quelli che poi si raccontano.
Io sono ritornato qui con la speranza di aggiungere l’anello mancante, l’ultimo, alla catena dei miei ricordi. Ho volutamente evitato per paura, fino a qualche tempo fa, ogni confronto con il mio passato. Ma poi il desiderio di riappropriarmi di esso ha avuto il sopravvento.”

Alma ascoltò senza capire il significato di quelle parole.

“Ma tu, piuttosto, levami una curiosità sul tuo nome.” Disse il vecchio rivolgendosi con tono amichevole alla ragazza. “Avrei voluto chiedertelo fin dal primo giorno, ma non ne ho avuto il coraggio: c’è una ragione particolare per cui ti chiami Alma?”
Alma fu ben contenta che il musicista le avesse rivolto quella domanda. Teneva infatti moltissimo al suo nome.
“Alma era il nome della brigata partigiana capeggiata dal promesso sposo di mia nonna Clelia.”
“Clelia?” Ripeté fortemente sorpreso l’anziano maestro in un sussulto.

La ragazza si meravigliò molto della reazione dell’uomo che al solo sentire il nome di sua nonna era trasalito. La conosceva forse?
L’anziano musicista, per la forte emozione, fu colto da lieve tremore.

“Che c’è, maestro, vi sentite male?”
“Oh, niente. E’ solo qualcosa di passeggero. Sto già meglio.” Disse l’uomo dopo aver bevuto il bicchiere d’acqua che la ragazza premurosa si era precipitata a portargli.
“E dimmi. Chi era questo promesso sposo di tua nonna?” L’uomo cercava di mantenersi calmo, ma ci riusciva a stento.
“Si chiamava Cesare Liguori.”
Quel nome non sembrò dire nulla al vecchio che rimase impassibile. Con curiosità domandò: “Ed è lui tuo nonno?”
“Oh, no. Liguori fu fatto prigioniero dai tedeschi e portato via poco prima che arrivassero gli alleati.”
Il musicista ascoltò con molta attenzione quanto ora la ragazza diceva.
“Di lui si è persa ogni traccia. Sarò certamente morto. Altrimenti sarebbe ritornato, no?”
Alma cercava inconsciamente una risposta alla sua domanda. Ma l’uomo non rispose.
Incuriosito le chiese: “Raccontami di tua nonna.”
“Mia nonna è stata una ragazza madre e non si è mai sposata. Svelò solo in punto di morte a mia madre Elpide, morta per partorire me, chi fosse mio nonno.”
“E chi era il padre di Elpide?” Il vecchio non si vergognò di mostrarsi indiscreto nel rivolgerle la domanda.
“Fu un bellissimo ufficiale tedesco…” La ragazza pronunciò queste parole quasi vergognandosi. “…che suonava il pianoforte in maniera meravigliosa.

L’uomo appariva ora confuso e stordito. Chiuse gli occhi e respirò profondamente cercando di dare tregua al suo cuore che aveva preso a galoppare furiosamente.
Alma continuò imperturbabile il suo racconto.

“Mia nonna non si è mai sposata, nonostante i tanti ammiratori, perché diceva che esiste un solo amore nella vita e che lei avendolo conosciuto, non aveva più nulla da chiedere. Sostiene che ognuno di noi in amore è come un cerino: s’accende una volta sola.”

L’agitazione del vecchio era cresciuta ormai a livelli insostenibili. Il secondo bicchiere d’acqua che la ragazza gli aveva portato, serve a poco. Alma, spaventata dal colorito violaceo dell’anziano musicista, corse a chiamare il dottore.
Il maestro si distese sul letto. Appena socchiuse gli occhi, il suo spirito ne approfittò per andarsene a volteggiare sulle montagne del reatino in cerca frenetica di qualcosa che aveva a lungo desiderato. Forse dopo tanti anni aveva trovato il bandolo della matassa e proprio in casa sua.

“E dove si trova ora tua nonna?” Chiese con un filo di voce alla ragazza quando questa ritornò con il medico del paese.
“A Montopoli Sabina, un paese non molto lontano da qui.”
“Ecco dove…!” Ripeté il vecchio, scuotendo la testa a lungo.
“Dal momento… che a tua nonna piace la musica…dille che mi farebbe cosa gradita se venisse a trovarmi…ma che lo faccia presto…non c’è più molto tempo nella mia vita….”
“Va bene, maestro, ma ora cercate di stare calmo.” sesso

Alma strinse le mani del vecchio musicista fra le sue per infondergli coraggio.
L’uomo rispose con calore insospettato a quella stretta di mano.

Il pomeriggio del giorno dopo l’anziano maestro aveva recuperato gran parte delle sue energie. Alma ritornò, come promesso, in compagnia della nonna Clelia.
L’uomo, che indossava il suo vestito migliore, accolse sorridendo le due donne.
Clelia lo salutò con rispetto e con un sorriso dimesso, quasi mesto: non aveva più da tanti anni sorrisi smaglianti da regalare.

“Signora, mi scusi se l’ho distolta dalle sue faccende…” si giustificò il musicista leggermente impacciato, tenendo la testa leggermente bassa come se provasse vergogna nel guardarla “…ma vede…ho dei ricordi antichi come me… e vorrei realizzare non so più nemmeno io se una promessa o un desiderio…cose le sono molto grato per aver accettato il mio invito. Mi sono permesso di farle un omaggio floreale che spero gradirà.” Nel dire ciò indicò con una mano il bellissimo cesto di rose rosse che era sistemato sul tavolo da pranzo.

Clelia arrossì e provò un brivido di emozione: non aveva mai ricevuto in vita sua un cesto di rose rosse.
La signorilità dei modi di fare e la gentilezza dell’anziano uomo colpirono Clelia più del mazzo di fiori. Avrebbe pagato oro per avere accanto a sé un uomo cose dolce e delicato di sentimenti.

“Maestro, sentire un pianoforte suonare è stato per me un giorno fonte di grande gioia.” Lo incoraggiò Clelia.
“E pensa di non poterne gioire più?”
“Non lo so… in questi anni sono stata troppo impegnata in altre faccende.”
“Allora le dedico un brano, augurandomi che rinnovi il suo piacere lontano.”

Clelia attese curiosa che il pianoforte suonasse. Non ne aveva più sentito uno dal tempo della guerra. Dai tempi di Cesare e del maggiore Hoeness.
Il pianoforte fece sentire la sua voce. Dolcissima. Vibrante. Intensa. Cristallina.
Bastarono le prime note ad illuminare Clelia.
Non ebbe nemmeno bisogno di guardare con più attenzione quell’uomo, il suo uomo, per capire chi fosse. L’emozione e la gioia furono tali che le si oscurò per un attimo la vista. Ebbe l’impulso irrefrenabile di buttarsi su di lui, di stringerlo a sé ed impedirgli di suonare quella musica meravigliosa. Ma l’anziano maestro, maestoso e ieratico, suonava ormai con un trasporto tale che nessuno avrebbe potuto più fermarlo.
Le lacrime irrefrenabili scesero sul viso di Clelia, incapace di arrestarne il flusso con il fazzoletto.
Quella musica le ricordò la sua gravidanza solitaria e i momenti difficili vissuti da sola dopo il parto: avrebbe tanto voluto che lui le fosse stato vicino, che le avesse suonato quel brano.
Alma credette che la forte emozione della nonna fosse causata da quelle note vellutate e melodiose che la tastiera, sfiorata con una dolcezza ed un impeto tutti particolari, creava e riversava fuori dalla cassa armonica del pianoforte. Si strinse alla donna per farle coraggio.
Il vecchio maestro fece correre le sue magiche dita sulla tastiera del pianoforte per tante e tante volte, dominando con maestria quei tasti che si alzavano e si abbassavano flessuosi come le onde di una mare agitato.
Sotto la spinta dei suoi ricordi, l’uomo usò il pianoforte per carezzare le loro anime.
Per lui, esse erano un pubblico molto, molto più importante di quello che aveva affollato i suoi concerti nei teatri del mondo intero: la Carnegie Hall di New York, il Colon di Buenos Aires, il teatro alla Scala di Milano, lo Staatsoper di Vienna.

L’esecuzione volse al termine. Il pedale di risonanza del pianoforte sollevò per l’ultima volta tutti gli smorzatori e i tasti ricaddero su loro stessi, permettendo alle corde percosse di vibrare per un tempo che sembrò infinito. L’ultima, fatidica nota, un do maggiore, della sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven più lunga di ogni altra, grave e solenne come il rintocco di una campana, risuonò e tutto il mondo circostante, carico d’emozione si fermò e tacque.
Il vecchio musicista, come un sacerdote sull’altare, si girò verso le due donne, che ora piangevano lacrime di intensa commozione tenendosi abbracciate, e sorrise loro.
Inchinò la testa in segno di ringraziamento.
Un vento tempestoso prese a sfogliare le pagine del libro della vita di Juergen Hoeness, maggiore della Wehrmacht, maestro di pianoforte, compagno-padre-nonno da pochi minuti. Due lacrime rigarono le sue guance scavate dal tempo.
Il vento arrivò all’ultima pagina e l’uomo volse di nuovo il petto al pianoforte, come se avesse intenzione di eseguire un altro brano per il suo specialissimo pubblico.
Invece con molta delicatezza abbassò il copri tastiera, appoggiò la fronte sulla cassa del pianoforte come per riposarsi dopo quell’esecuzione impegnativa, chiuse gli occhi e si addormentò… per sempre…
Berkino e sesso
Auf Wiedersehen Herr Major

N.d.A.

Cesare Liguori, nell’evasione che tentò, allorché la colonna tedesca giunse nei pressi di Bologna, fu colpito da un proiettile al fianco e morì per emorragia il giorno dopo, nonostante le cure prestategli da un medico partigiano: era il 23 giugno del ’45.
Carlo Colletti fu portato a Monaco di Baviera e chiuso in un campo di prigionia. Dopo la liberazione da parte delle truppe americane, nel luglio del 1945, ritornò nella sua casa di Scandriglia e le more nel 1967.

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