Possederti da dietro


Quel pomeriggio assolato eri seduta per terra, sui grandi cuscini arabi del soggiorno a prendere lezioni private da mia moglie, e mi avete messo in mezzo per la mia passione per la psicanalisi, e tu che ne pensi dei suoi problemi esistenziali, si che ne pensi, di che problemi si tratta, chiedevo, mentre le parole mi si incastravano in gola, lo show delle tue gambe nude era un traino troppo forte per la mia immaginazione, passo le ore in rete a parlare con tizi sconosciuti, trovo incredibile che si fidanzino senza essersi mai visti, e si tradiscano e si lascino e si rimettano insieme, ed è così assurdo, ma non riesco a staccarmi, contatto tutta questa gente contemporaneamente, mando i messaggi diretti a qualcuno ad un’altra persona, creo equivoci, seduco, schernisco, prometto, ritratto, fondamentalmente detesto quel mondo, ma ne sono attratta, perché, perché non sei tu, o meglio sei un’altra che si porta dietro qualcosa di te, e così quelli che incontri, ti attraggono solo perché sono identità indefinite, la maschera, la simulazione sono aspetti fondamentali e non hai fatto nulla per difenderti, quando lei mi ha coinvolto nel gioco psicanalitico che stavate facendo e anzi hai cominciato a giocare anche con me, che dissimulavo dietro l’ironia il mio imbarazzo, mentre mi raccontavi dei tuoi problemi, del tuo desiderio di fuggire dalla realtà, della tua vita sulla Rete, dei tuoi tanti, troppi amici sconosciuti, e accennando appena, come timidamente, all’erotismo virtuale che faceva da sfondo e da pretesto a tutto quel rincorrersi di identità indefinite, plurali eppure una sola.
Così hai accettato senza un attimo di perplessità la mia scherzosa proposta provare con l’analisi e quel giorno che mia moglie era in gita con la scuola – ma tu lo sapevi, lo sapevi piccola Veronica? – che ci siamo incontrati davanti all’ascensore e mi hai detto “se non posso fare la lezione privata perché non facciamo la famosa seduta psicanalitica” non hai visto dietro al mio sorriso accondiscendente, quel turbamento profondo che le tue gambe magre e perfette mi procuravano?

E chissà se mi hai creduto quando ti ho detto che il mio ruolo era solo quello di un medium verso te stessa, che avresti dovuto cercare le risposte alle tue domande tutte dentro di te e io potevo solo aiutarti a fissare la tua attenzione su quello che tu dicevi. E quando ti ho invitato a concentrarti e ti ho domandato se volevi fare un po’ di respirazione, perché hai detto si senza neanche farmi terminare la domanda?

Ti sei lasciata guidare da me, in ginocchio davanti a me, hai incrociato le gambe. Mi credi se ti dico che, quando ti ho ripetutamente sfiorato il seno per insegnarti a usare correttamente il diaframma, non ne avevo alcuna intenzione? Almeno non era un’intenzione cosciente. Ero alle tue spalle, con le braccia intorno a te, le mie mani sfioravano appena il tuo corpo e volevo davvero che chiudessi gli occhi e ti lasciassi andare a te stessa, al suono dolce del tuo respiro, inspira con il naso, espira con la bocca, i tuoi occhi chiusi che vedevano immagini i cui ero curioso, le tue labbra accese dal rossetto intenso, che vibravano nell’espellere l’aria, il tuo profumo che mi penetrava e mi allontanava da quel luogo, da quella stanza, da quella realtà.

Respira, respira, e mi allontanai per sedere di fronte a te, sulla poltrona. Potevo osservarti nel silenzio, il volto intenso e concentrato, le belle labbra protese in un bacio senza destinazione, il petto che si sollevava e gonfiava confondendomi, sotto la maglietta bianca sbracciata, le tue gambe incrociate quasi completamente scoperte, sotto la corta gonna blu a righine bianche. Sognavo di essere anche dietro ai tuoi occhi ancora chiusi, che senza vedermi, mi osservassi mentre ti guardavo. Tu respiravi ed io trattenevo il fiato.

Sei rilassata, domandai, e finalmente puntasti gli occhi nei miei. Le parole mi uscivano fluide e immagino che anche il mio sguardo non tradisse alcun imbarazzo. Ma la mia mente, il mio corpo, ogni singolo muscolo, arano tesi alla ricerca di un diverso sentiero da percorrere, un sentiero che avrebbe dovuto condurre a te, senza incontrare ostacoli, senza scontrarsi con una lunga teoria di porte interiori che non riuscivo ad aprire. Ma soprattutto ignoravo dove tu fossi davvero in quel momento, oltre il tuo sguardo attento, il sorriso appena accennato, lieve.

Così iniziammo a parlare e più cercavo di condurti nel presente più sembravi fuggire nel passato. La mia posizione ti costringeva a tenere la testa inclinata verso l’alto, in una posizione che si dice venga sfruttata da presunti maestri di religioni orientali per indurre uno stato di semi ipnosi negli adepti. Dalla tua bocca uscivano brevi frasi, accenni di storie, promesse di eventi, ipotesi di traumi che restavano sospesi, come un leggero schermo fumoso che doveva servire a celare se davvero gorghi profondi attraversassero la tua anima. Era un lungo giocare al gatto e al topo, ma chi fosse l’uno e chi l’altro in quel momento era solo apparentemente definito.

Ero d’accordo con te, la vita è breve, finisce senza preavviso, val la pena di gustarsi tutto, succhiare il midollo della vita, come avevi sentito in quel film, riempirsi di emozioni, di scariche di adrenalina, e i
nostri occhi non si separavano, restavano gettati gli uni negli altri, come incatenati, la nostra grande vendetta contro la distanza delle relazioni virtuali, dicevi, perché non credo che ci sia un fine, una meta, tante tappe si, ma ogni tappa è la meta stessa del nostro cammino, ogni giorno viviamo per quell’obiettivo e quando è raggiunto ce n’è un altro, e questo, solo questo è la vita, solo questa corsa alla soddisfazione dei desideri.

E tu cosa desideri adesso? Te.

Potrai mai sentire, capire cosa mi ha attraversato in quell’istante? Non saprai mai, dietro il mio naso immobile, dietro i miei occhi inespressivi, quanti punti luminosi si siano schizzati dentro, come del silenziosi fuochi di artificio che disperdevano le loro scintille di brace in ogni singolo, più recondito angolo del mio essere.

Non so se davvero ho detto vieni o l’ho solo pensato. Dopo un istante eri seduta sulle mie gambe e baciavi tutto il mio viso con un entusiasmo infantile, con una gioia che sembrava esplodere da te come fosse stata repressa da secoli. Era come se una lunga rincorsa fosse finalmente conclusa con la cattura della preda. Ma davvero ero io, mi illudevo, la sorgente, la causa di questa coinvolgente, invadente, contagiosa espressione liberatoria?

Perché non avevi gli slip?

Allora non ci ho pensato. Ero immerso in un pozzo di commozione e di eccitazione. Le mie mani ti cercavano, ti incontravano, ti perdevano, si bagnavano di te, la mia bocca era però il tuo territorio di dominio, la fortezza conquistata dalla quale dettavi le regole, tra le labbra, sulla lingua sentivo transitare sapori e consistenze diverse, le tue labbra, i tuoi capelli, le tue dita, gli occhi, il seno, la tua maglietta bianca, la lingua, il tuo respiro, la tua pelle, il collo, e ancora un dito che mi perlustrava, un dito da succhiare, aveva il gusto del legno e della tua pelle insieme.

La gonna già cortissima era attorcigliata sui tuoi fianchi, e la maglietta l’hai tolta con un gesto rapido, del quale quasi non mi sono accorto. E ricordi le parole che pronunciavi quando mi prendesti in te, è te che desidero, è te che desidero. E le domande, le ricordi le domande, quanto ti piaccio, davvero ti piaccio tanto?

Non riesco a immaginare il mio viso, la mia espressione. Se dovessi dipingerla come un riflesso delle mie sensazioni, ritrarrei un volto trasfigurato, come preda di un’estasi mistica. Ma forse tu, se avessi aperto i tuoi occhi serrati, avresti visto solo un profilo affilato immerso in un concentrato silenzio. Io invece guardavo, amavo la tua gioia di vivere, di vivere intorno a me, assistevo rapito alla danza dei tuoi capelli, incredulo di averti mia, troppo eccitato per capire che invece eri tu ad avere me, eri tu che mi avevi soggiogato, ipnotizzato, analizzato, guidato a te, eri solo tu che mi donavi, per affermare il tuo potere, quel diluvio di sensazioni, quel fiume in piena che senza argine mi inondava, di cui ignoravo la autentica fonte, la bellezza del tuo corpo e il modo in cui aderiva al mio, o solo l’entusiasmo dei tuoi movimenti, la carezza dei tuoi fianchi, l’emozione della tua pelle nelle mie mani, o solo il tuo ininterrotto monologo, magari anche solo il senso di quelle parole, o il profumo, la trasgressione, il sapore dei tuoi denti sulle labbra, forse il tuo piccolo naso insieme a tutto ciò che immaginavo, speravo, desideravo scorresse nei tuoi occhi. Di tutto questo, cosa mi trascinò a seguirti nel più doloroso e intenso piacere che uomo abbia provato, serrandomi i denti per non accompagnare le nuove parole della tua completa vittoria su di me?

Oggi lo so. La consapevolezza che non ti avrei mai, mai più avuta.

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