La tesi


Il conseguimento della laurea in architettura per Silvia rappresentava la realizzazione del sogno della sua giovinezza. Ora che le mancava solo la tesi il gioco era quasi fatto ma non poteva dimenticare gli ultimi cinque anni passati incessantemente sui libri. Per lo studio aveva rinunciato alle amicizie e all’amore e solo ora si accorgeva del grande sacrificio. Si trovava a 24 anni sola in una città, Torino, che non le piaceva e che non aveva mai sentito sua. Le uniche persone con cui poteva dire di parlare erano alcuni colleghi di università che avevano diviso con lei il lavoro di qualche esame. Pur essendo corteggiatissima da vari ragazzi non aveva mai ceduto alle lusinghe e non aveva avuto alcuna relazione. Dopo tutto, pensava, avrebbe avuto tutto il tempo per rifarsi dopo la laurea.Tesi e sesso

Aveva già in mente l’argomento della sua tesi che ben si confaceva con Torino. Di aree dismesse ve ne erano in abbondanza e il loro stato di conservazione permetteva di riprogettarle in tutta libertà.

Silvia si mise a scegliere osservando la carta topografica della città e scelse gli stabilimenti dismessi di una carrozzeria industriale che aveva fatto i suoi tempi. L’indomani mattina raggiunse con i mezzi pubblici le vicinanze della fabbrica e dopo qualche centinaio di metri percorsi a piedi in una periferia fin troppo squallida si ritrovò davanti le grigie vestigia dell’enorme stabilimento. L’intero complesso era recintato ma non le fu difficile di trovare un varco nella rete e introdursi nel piazzale. Di fronte a lei c’erano due palazzine di quattro piani che in passato dovevano essere uffici mentre sul lato destro sorgevano i vecchi capannoni di cemento armato con le coperture lesionate in più punti.

Il suo relatore le aveva garantito che il complesso era ricco di spunti ma lei al momento riusciva ad estrapolarne solo squallore. Sapeva di essere nelle grazie del docente e per questo si era attesa qualcosa di diverso e di ben più stimolante.

Invece l’aveva mandata in una zona orribile a studiare degli edifici squadrati e cadenti. Rassegnata cominciò a scattare le foto che potevano servirle come inizio nel lavoro di progettazione e fece il giro del perimetro prima di addentrarsi nelle palazzine. Con grande sorpresa notò che gli arredi degli uffici, seppur in pessimo stato, erano stati abbandonati all’interno dell’edificio. Mentre imboccava la scala verso i piani superiori avvertì un tonfo al piano superiore ma non ci fece caso in quanto aveva già intravisto un paio di gatti. La struttura era semplice; su un lungo corridoio centrale si affacciavano decine di stanze. Notò con raccapriccio che le stanze erano state riadattate a dormitorio e un odore disgustoso proveniva dalle stoviglie sporche di miseri avanzi di cibo. Ma la cosa peggiore era che nella prima stanza c’era un’extracomunitario che russava di gusto su un vecchio divano semidistrutto. Era una situazione sgradevole e mentre faceva per ridiscendere le scale per andarsene udì un vociare incomprensibile che veniva dal piano terrà e si avvicinava. Silvia non sapeva che pesci pigliare. Mentre cercava confusamente una soluzione si trovò davanti a cinque stranieri che avevano salito le scale e che probabilmente tornavano al loro rifugio per consumare il loro pranzo. Silvia non seppe che dire mentre i nuovi venuti la squadravano con sospetto e si interrogavano con sguardi rapidi. Improvvisamente si sentì afferrare alle spalle da due mani pesanti.

“Ma guarda cosa abbiamo qui?!”, la stretta alle spalle e questa voce tagliente le gelarono il sangue. Si voltò divincolandosi e vide un uomo di colore, tarchiato e con un ghigno stampato in faccia che cercava di riafferrarle le braccia mentre ammiccava ai suoi amici. Silvia chiese di lasciarla andare e che si scusava per il disturbo che aveva arrecato loro. Ma queste parole un po’ maldestre suscitarono le risa sguaiate anche degli altri cinque. Silvia era terrorizzata da quell’uomo e leggeva negli occhi degli altri cinque una luce pericolosa. Due sembravano albanesi mentre gli altri tre dovevano essere maghrebini. Il negro alle sue spalle la zittì e a spintoni le fece imboccare le scale per il piano superiore. Silvia, per quanto terrorizzata, notò che il piano superiore era più luminoso e le stanze più ampie. I sei la scortarono verso l’ultima stanza del piano e chiamarono quello che doveva essere il loro capo. Era anch’egli uno slavo, forse non albanese, ma a differenza degli altri era molto ben vestito e la sua stanza era arredata con dei divani e sui pavimenti vi erano dei tappeti. L’uomo la squadrò gelidamente mentre il solito le teneva le braccia. L’attenzione dello slavo cadde sulla macchina fotografica, la sfilò delicatamente dal collo di Silvia e la soppesò minacciosamente.

“Sei venuta a spiarci ?” chiese minacciosamente.

Silvia era atterrita, quell’uomo aveva uno sguardo terribile e lei cominciava a temere che le rompesse la macchina fotografica. Invece lui si girò e la appoggiò con cura sul suo tavolo. Quando però si volse nuovamente a lei aveva in mano un pugnale. Lo brandì sotto gli occhi di Silvia per farle vedere quanto fosse affilato e le intimò di tacere.

Silvia si sentiva svenire e mentre mugolava suoni disarticolati lo slavo usando il pugnale le taglio di netto il maglioncino e la camicia lasciando il reggiseno scoperto. L’uomo dietro di lei brutalmente strappo via i due lembi degli indumenti tagliati lasciandola seminuda. Silvia tentò di dimenarsi ma per tutta risposta lo slavo le taglio anche la lunga gonna partendo dai piedi recidendo anche la piccola cintura di cuoio.

“Ragazzi mi va di lusso, guardate qui che bocconcino con tanto di autoreggenti”.

Silvia era umiliata e disperata e non riusciva a far altro che piagnucolare ed implorare.

Intanto lo slavo la rimirava con sguardo compiaciuto mentre i suoi scagnozzi le facevano apprezzamenti pesanti.

L’uomo prese la macchina fotografica di Silvia e fece un paio di scatti alla ragazza che protestò energicamente ma non potendosi liberare dalla stretta lo insultò con disprezzo facendolo infuriare.

Per tutta risposta prese il pugnale e lo puntò al viso della ragazza.

“Adesso devi scegliere tra il mio pugnale e il mio cazzo” e per farle vedere che non scherzava, con una mossa rapida e precisa le stacco di netto una ciocca di capelli di fianco all’orecchio. “A partire da questi bei capelli biondi ti faccio a pezzettini; cerca di farti perdonare”. Silvia si sentì braccata, sapeva di essere senza scampo, la sua unica speranza era quella di fare il loro gioco e magari le avrebbero permesso di andarsene.

“Lasciatemi andare e farò quello che tu mi chiedi”. Lo slavo ghignando le garantì che l’avrebbero lasciata tornare a casa e che anzi l’avrebbe fatta riaccompagnare.

Con un cenno fece allontanare i suoi compagni lasciando Silvia in piedi in mezzo alla stanza con addosso solo la biancheria intima e le autoreggenti. Le fece altre due foto dopo di che si spogliò completamente con grande sicurezza. Silvia cercava di schermirsi ma fu costretta a guardare il corpo nudo del suo aguzzino. Il suo membro pur non ancora eretto era grande.

“Spogliati troia e sorridi mentre lo fai”. Silvia non potè disubbidire e dovette farsi fotografare mentre ammiccante si spogliava. Il membro dello slavo si stava indurendo e una volta che Silvia fu completamente nuda le fu addosso. La fece inginocchiare senza troppi complimenti e le ficcò in bocca a forza il suo pene. L’uomo pompava oscenamente dentro la bocca di Silvia. Ad un tratto tolse il pene dalla bocca e la obbligò a leccarlo oscenamente mentre lui la fotografava. Silvia si sentiva un’oggetto in mano ad un assassino e questa sensazione inibiva ogni reazione di rivolta. Sperava che si fermasse prima dell’orgasmo ma lui la preavvisò ghignando che le sarebbe venuto in bocca.

Quando Silvia vide che lo slavo sfilava il pene dalla sua bocca si sentì almeno rinfrancata di non dover fare una cosa che mai si era sognata. Ma non fece in tempo a consolarsi che il primo fiotto caldo di sperma le coprì il viso mentre la scena era catturata con tempismo dalla sua macchina fotografica. La sorpresa fu ancora più dolorosa quando il vigoroso cazzo le forzò la bocca e la inondò con altri tre generosi fiotti di caldo sperma fighe rotte

Non pago di ciò che aveva ottenuto, premendo con violenza sulla nuca della ragazza la costrinse a ingoiare il suo sperma e a pulire il suo membro con la lingua.

La fece coprire con una vecchia tuta da meccanico continuando a palparla e a fotografarla, chiamò i suoi scagnozzi per ricondurla a casa e si congedò da lei riconsegnandole la macchina fotografica senza rullino.

Il viaggio verso casa non fu dei più piacevoli. Silvia era sul sedile posteriore di una Ritmo scassatissima circondata da due albanesi che la palpavano e le dicevano frasi sconce mentre lei con la voce rotta dalla tensione e dal pianto indicava a quello alla guida il tragitto verso casa. Suo padre le aveva comprato una piccola villetta indipendente sulle collline torinesi, in quel momento sperava che nessuno la vedesse in quelle condizioni.

Per fortuna la strada era deserta e una volta oltrepassato il muro di cinta si sentì finalmente al sicuro.

Si mise subito sotto alla doccia e dopo essersi asciugata andò subito a dormire anche se era solo il primo pomeriggio.

Fu svegliata intorno alle 21 dal suono insistente del campanello, ancora confusa per il sonno interrotto si chiedeva se avesse sognato o se veramente era stata aggredita. Si mise addosso l’accappatoio e aprì distrattamente la porta chiedendosi chi potesse essere a quell’ora.

Si risvegliò immediatamente dal torpore trovandosi di fronte al suo aguzzino che ghignava. Non era solo, era insieme ad un distinto signore sulla cinquantina che la salutò con pronunciato accento torinese.

Silvia non sapeva cosa dire né cosa aspettarsi, ma lo slavo troncò ogni congettura prendendola da parte e annunciandole che da quella sera sarebbe stata ufficialmente alle sue dipendenze e che il distinto signore sarebbe stato il suo primo cliente. Silvia voleva ribellarsi ma non voleva rivedere il balenare del pugnale e sapeva che le foto scattatele in mattinata potevano farle anche più male.

Si fece togliere l’accappatoio dallo slavo che rivolgendosi all’altro fece notare la splendida nudità che gli stava concedendo. La ragazza dovette assistere alle contrattazioni per fissare il suo prezzo mentre lo slavo le soppesava i seni o le stringeva i glutei per farne apprezzare la consistenza al “compratore”. Si accordarono sulle 400.000 lire che potevano diventare 800.000 nel caso il cinquantenne avesse voluto occuparsi del culo di Silvia che oltre ad apparire molto invitante era ancora inviolato. L’ultima parte del discorso fece preoccupare la ragazza che non voleva diventare la preda di nessuno ma le sue proteste furono vanificate dalla forza dello slavo che la gettò in malo modo sul letto mentre l’altro uomo si denudava in fretta. Era eccitatissimo e il suo membro svettava già dalla peluria grigia. Lo slavo uscì dalla stanza lasciandoli soli e Silvia lo sentì distintamente parlare con alcuni dei suoi scagnozzi nell’altra stanza. Ma l’uomo che era nella sua stanza la richiamò ad una realtà ben più preoccupante perché nel frattempo aveva cominciato ad accarezzarle i seni mentre i suoi occhi spiritati ammiravano la splendida nudità della ragazza. Il silenzio nella stanza era irreale, nessuno dei due parlava e Silvia sgusciava via ogni qualvolta gli approcci dell’uomo si facevano più pressanti. Dopo una decina di vani tentativi l’uomo cominciava ad innervosirsi e dopo aver ordinato infruttuosamente alla sua preda di avvicinarsi uscì dalla stanza sbattendo la porta alle sue spalle. Silvia sentì una discussione piuttosto accesa che avveniva nell’altra stanza ma la cosa durò poco e la porta si riaprì . Oltre al cinquantenne entrarono nella stanza lo slavo e quattro degli uomini che la mattina l’avevano sorpresa nello stabilimento abbandonato. Lo slavo si sedette sul comodino di fianco al letto mentre i suoi quattro scagnozzi afferravano ognuno un piede o una gamba di Silvia che si ritrovò urlante ma immobilizzata in mezzo al letto.

“Guarda cosa ci costringi a fare, volevi rovinare gli affari di tutti ma rimedieremo in altro modo”. Detto questo lo slavo estrasse da una scatoletta una pillola e la fece ingoiare a Silvia che continuando ad urlare cercava di liberarsi per evitare che succedesse ciò che aveva temuto. Le sue preoccupazioni si materializzarono quando sentì su di lei il peso del cinquantenne che trepidante come un bambino la toccava nervosamente in ogni anfratto recondito del suo corpo. Silvia era immobilizzata dai quattro e non poteva sottrarsi alle attenzioni dell’uomo, per questo chiuse gli occhi per cercare di non soffrire più del dovuto. Li spalancò con un urlo quando si sentì penetrare con vigore nella figa e il dolore che provava ad ogni affondo le fece lacrimare gli occhi. Vedeva il viso paonazzo del suo stupratore che era tutto infervorato per metterci quanta più energia potesse mentre i quattro che la bloccavano ghignavano e facevano commenti volgari sui sobbalzi dei seni e del corpo di Silvia. Sperava che il supplizio finisse al più presto e in effetti l’uomo venne in lei con un fiotto di sperma caldo. Dopo qualche secondo di immobilità si sfilò da lei e le si mise cavalcioni sul petto sventolandogli davanti al viso il membro umido di sperma e degli umori di Silvia. Le forzo le labbra e si fece succhiare il pene per godere negli ultimi attimi di erezione. Silvia per la prima volta sentì il sapore dei suoi stessi umori mischiato a quello dello sperma maschile e si sentì stranamente inebriata. Quando l’uomo fu completamente spompato scese dal letto si rivestì e pagò allo slavo la prestazione dopo di che imboccò la porta con passo insicuro. A Silvia fu concesso di andare in bagno a lavarsi. Vi rimase per parecchi minuti ripensando al dolore che aveva provato e al tempo stesso sperando di uscire e di trovarsi con la casa vuota. Ma quando uscì dal bagno notò con costernazione che i cinque extracomunitari erano esattamente dove li aveva lasciati.

Lo slavo la insultò duramente e le disse che non era soddisfatto del suo modo di lavorare e che durante la notte le avrebbe insegnato come lavorare in modo che il giorno dopo avrebbe potuto esercitare con più sicurezza il nuovo lavoro. Fu di nuovo denudata mentre anche i cinque a loro volta si spogliavano sfoderavano i loro membri.

“Il primo segreto è che devi rilassarti e provare piacere per quello che fai perché quando ti darò alle comitive devi fare godere tutti con lo stesso impegno” così dicendo le infilò le dita nella vagina mentre gli altri si davano da fare a pizzicare e stringere i seni e i glutei. La misero a carponi sul letto continuando a manipolare il suo corpo senza alcun ritegno. L’interesse dello slavo fu attratto poi dalla bocca di Silvia mentre altre dita si sostituivano alle sue a toccarle la clitoride. Le mise il pene non ancora completamente eretto a pochi centimetri dalle labbra dopo di che premendo sulla nuca si immerse nella bocca riluttante della ragazza. Silvia cominciava ad eccitarsi, le dita la stimolavano e al tempo stesso vedere quei cinque membri eretti e in particolare quelli dei due negri la metteva in una situazione di strana infatuazione. La sua figa si inumidì repentinamente e tutti furono avvisati da quello che se ne stava occupando. Sembrava che aspettassero quel momento, il negro più grosso si distese sul pavimento mentre gli altri sollevarono di peso Silvia dal letto e la infilzarono letteralmente con la figa sul possente membro d’ebano che l’aspettava. Il dolore lancinante che provò la fece urlare mai il suono che le uscì dalla bocca era anche un mugolio di piacere. Cominciò lei a muoversi in modo ritmato e ad ogni abbandono sentiva il cazzo del negro che entrava all’inverosimile in lei. Ormai ad ogni movimento le scappava un urletto di piacere e doveva mordersi le labbra per non tradirsi maggiormente. Gli altri quattro osservavano sempre più eccitati la scena che avevano davanti finche non passarono anche loro ai fatti. Lo slavo le si avvicino da dietro e inserì il suo cazzone tra le natiche della ragazza e facendolo sfregava su di esse ritmicamente. Intanto gli altri tre cercavano di infilare le loro aste nella bocca di Silvia ma per un po’ non ci riuscirono perché la ragazza era completamente posseduta dal membro del negro disteso e si muoveva in modo sincopato. Due cazzi invasero la sua bocca solo quando si spalancò per gridare il suo dolore e la sua costernazione nel sentirsi lo sfintere sfondato da una mossa decisa dello slavo. Le urla si interruppero ricacciate in gola dai due membri che stantuffavano nella sua bocca deformandogli in modo innaturale il viso. Silvia non poteva più controllarsi, era completamente infoiata e ringraziava il pene che aveva in bocca che le impediva di umiliarsi e di dire il piacere che trasbordava in lei. Tutte le sensazioni sconosciute che si accavallavano in quegli istanti la facevano impazzire dal piacere. Sentì il suo ano invaso da fiotti di sperma caldo accompagnati da le ultime poderose spinte dello slavo. Negli attimi successivi fu sballottata all’inverosimile dopo che l’altro negro prese il posto dello slavo. Il suo membro era più possente e Silvia dovette fare posto con difficoltà ad un calibro ben più grosso. Il dolore che provò era superiore anche al precedente ma ormai dolore e piacere erano la stessa cosa. I due negri lottavano tra di loro per dettare i ritmi della scopata e naturalmente era Silvia quella che risentiva maggiormente della loro veemenza crescente mentre gli altri erano obbligati a farle ingoiare i loro cazzi il più possibile stringendo forte la testa della ragazza in modo che non fosse portata via dagli sballottamenti imposti dai due rivali neri. Silvia non riusciva più a controllare il suo corpo, i cinque sensi erano tutti occupati dai poderosi cazzi che la stavano chiavando e che lei stessa stava succhiando con crescente piacere. Il suo corpo era abbandonato ma era saldamente infilato in due cazzi e sostenuto in un’impalcatura di braccia e di corpi poderosi. La sua bocca fu invasa dai fiotti di sperma e rimase quasi soffocata perché il suo viso era tenuto premuto contro il pube dell’albanese che stava sussultando in preda ad un orgasmo impetuoso.

Nel contempo il negro che era sotto di lei inarcò la schiena improvvisamente, sollevando Silvia di peso e sborrò copiosamente in lei. Nel frattempo il negro che la stava inculando si sfilò da lei procurandole un forte dolore al passaggio del suo glande per possedere la figa già ricolma di sperma. Il suo culo rimase incustodito per pochi secondi e l’unico albanese che non aveva ancora potuto disporre di Silvia le si fece dentro con grande vigore sfogando su di lei la rabbia per essere escluso per troppo tempo. Silvia smaniava in preda al delirio e continuava a succhiare il cazzo che pur avendo da poco eiaculato si manteneva rigido e le arrivava quasi fino in gola. Si sentiva aprire in due ad ogni affondo dell’ultimo venuto mentre il negro sotto di lei non riusciva a mantenersi nella figa in perenne movimento. Solo quando l’ano di Silvia fu di nuovo invaso dallo sperma il negro si mosse alla riscossa per rivendicare la sua parte di preda. Con forza animalesca sollevò Silvia da terra facendo sfilare gli altri due cazzi dalla bocca e dall’ano di Silvia. La portò di peso sul tavolo del salotto e la mise a novanta gradi con la pancia e la faccia appoggiate al tavolo e fece tenere le braccia della ragazza da uno dei suoi compari. Dopo che Silvia fu immobilizzata puntò il glande sull’ano e con una spinta poderosa le forzò nuovamente lo sfintere facendola urlare disperatamente per il dolore. Continuò a spingere sempre più forte incurante delle grida atterrite di Silvia e sborrò in lei con tre colpi assestati crudelmente. Appena il negro si sfilò lo slavo si rifece sotto e penetrò nell’ano sanguinante della ragazza senza incontrare la minima resistenza. Anche lui ci diede dentro con l’intento di infierire e fece urlare Silvia per altri dieci minuti prima di sborrarle dentro. Intanto quello che teneva le braccia della ragazza, vedendola ormai inerme, le afferrò la testa con forza e si fece fare un pompino pompando come se stesse inculandola. Silvia era piegata in due ad ogni colpo che i due infierivano all’unisono. Poi si interruppe e sborrò sulla bocca urlante della ragazza e sul viso. Dopo di lui altri due cazzi, uno bianco e uno nero si pararono davanti agli occhi di Silvia che ormai vedeva solo cazzi e sperma. Fu costretta a fare altri due pompini come il precedente e nuova sborra le ricoprì il viso completamente.

“Il corso si interrompe qui, domani presentati allo stabilimento abbandonato alle 10,00 precise” le fu intimato dallo slavo che prima di uscire lasciò una banconota da 100000 sul tavolo davanti al viso stravolto di Silvia.

“Chi trovi che paga così bene per l’apprendistato” e se uscì ghignando seguito dagli altri.

L’indomani alle 10 spaccate Silvia, fresca come una rosa, era allo stabilimento e dopo una decina di pompini potè dedicarsi alle ricerche per la sua tesi. Alla sera dovette soddisfare le voglie della squadra della città di cui tra l’altro era sempre stata tifosa e fu molto felice di fare la conoscenza approfondita di quasi tutta la rosa. Dopo tre mesi era conosciuta da mezza Torino (di sesso maschile) ed era molto lusingata dal constatare che il suo padrone apprezzava il suo impegno e la sua dedizione per il lavoro.

La tesi andò benissimo anche perché ne aveva passato parecchio di tempo in quei capannoni e la sua idea di farne un centro di aggregazione e di svago per gli extracomunitari piacque molto alla commissione esaminatrice che la notte precedente alla laurea aveva potuto conoscere anche la sua capacità di pompare cazzi.

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