Fra le tette l’ultimo respiro


L’aria della notte era calda, quasi soffocante. L’estate era sopraggiunta all’improvviso, dopo che il mese di giugno, a causa delle continue perturbazioni, era trascorso in un clima quasi primaverile L’alto tasso d’umidità contribuiva a rendere complesso ogni gesto e movimento. Aldo e Orazio da tempo immemorabile svolgevano il turno di notte presso l’istituto di Anatomia Umana dell’ospedale. Entrambi infermieri, avevano scelto di lavorare in quel posto esclusivamente per una ragione economica. Pochi, infatti, erano gli infermieri disponibili a lavorare in quell’ambiente e, a quei pochi, l’amministrazione ospedaliera aveva concesso cospicue indennità, in modo da incentivarne la permanenza. Un tempo, la gente li chiamava becchini o beccamorti, poi con la riforma sanitaria la loro qualifica professionale era cambiata ed ora avevano assunto quella di tecnici necrofori.
Avevano entrambi superato i cinquant’anni e da più di trenta prestavano servizio in quel nosocomio. Da prima, avevano esercitato il loro lavoro nelle corsie, poi da alcuni anni, dietro loro richiesta, avevano preso servizio presso quell’unità. Ad entrambi rimanevano pochi anni di lavoro prima della meritata pensione.
Il turno di notte era il loro preferito poiché potevano svolgere il lavoro autonomamente, senza essere disturbati dalla presenza ingombrante di medici e studenti di medicina.
Di solito, usavano trascorrere la notte in ufficio, seduti, giocando a carte o leggendo le pagine di qualche rivista. L’altro svago che si concedevano e che da un po’ di tempo gli aveva preso fin troppo la mano, era quello di sorseggiare qualche bicchiere di vino. Era successo anche quella sera.
L’eccessiva calura aveva accentuato la loro voglia di bere, così a quell’ora di notte, erano circa le due, avevano già svuotato cinque bottiglie di malvasia.
Il trillo del telefono venne ad interrompere la partita di scala quaranta che ormai da un’ora, fra una bevuta e l’altra, i due portavano avanti. Aldo si alzò e caracollando si avvicinò all’apparecchio.
– Pronto! Istituto di Anatomia Umana –
Dall’altro capo del telefono la voce di una donna replicò:
– Sono un’infermiera del pronto soccorso, c’è una salma da ritirare. Venite appena vi è possibile –
– Va bene, saremo lì fra poco –
Ripose la cornetta del telefono e si rivolse al collega.
– Orazio, c’è del lavoro al pronto soccorso. Dai alzati, dobbiamo andare –
– Si, va be! Ma il melone che abbiamo messo al fresco quando la mangiamo? –
– Ma dai chi vuoi che te lo porti via! E’ lì, al fresco, nella cella di quel cadavere che abbiamo ritirato dal reparto di medicina quando siamo entrati in servizio, mica va a male! Lo mangeremo al nostro ritorno –
L’aria fresca della notte servì a destarli un poco, mitigando in parte il loro stato di ebbrezza. I due salirono sull’ambulanza e si avviarono verso il pronto soccorso per ritirare la salma.
L’infermiera li accompagnò all’ambulatorio dove momentaneamente, nell’attesa del loro arrivo, avevano collocato il cadavere.
– Si tratta di una giovane ragazza tedesca, è arrivata qui già morta. Il compagno con cui viaggiava, al momento dell’uscita di strada dell’automobile, è ricoverato in rianimazione. Peccato! Che una ragazza così bella sia morta. Da quello che ho potuto intendere, durante il colloquio dei medici con gli agenti della polizia stradale, sembra che stesse facendo un pompino al suo ragazzo mentre a forte velocità percorrevano l’autostrada –
– Beh! Se non altro bisogna dire che all’uomo gli è andata anche bene. Se è vero quel che dici, poteva succedergli di trovarsi senza uccello… Ah! Ah! –
Aldo disse queste parole ridendo di gusto sulla sua stessa battuta, poi avvicinarono la barella al lettino e vi trasbordarono sopra il cadavere, già avvolto in un bianco lenzuolo.
Quando giunsero nuovamente all’Istituto di Anatomia, trasferirono la salma su uno dei tre tavoli d’acciaio inossidabile su cui solitamente erano eseguite le autopsie, poi prima d’iniziare a lavarla e ricomporla, andarono in ufficio.
Quel breve viaggio all’aria aperta aveva destato in entrambi la voglia di mangiare qualcosa. Orazio, ricordandosi del desiderio che aveva espresso Aldo, prima della loro uscita, prese della cella del frigorifero il melone, che nel frattempo si era mantenuto bel fresco, e lo affettò in tanti spicchi. Lo assaporarono voracemente, inframmezzandovi un numero infinito di bicchieri di malvasia. Dopo circa un’ora erano così brilli che a malapena gli riusciva di stare seduti.
– Be! Adesso, sarà bene che ci alziamo e andiamo a rimettere un poco in ordine il corpo di quella ragazza – Disse Aldo che dei due sembrava il meno sbronzo.
Si alzarono dalle seggiole e barcollando presero la direzione della sala delle autopsie.
Il corpo della ragazza stava disteso sul tavolo metallico ancora coperto da un bianco lenzuolo. Prima che s’irrigidisse completamente era necessario provvedere alla pulizia dell’intero corpo, dopodiché avrebbero provveduto a depositarlo nella cella frigorifera insieme alle altre salme.
Orazio prese dal cestello sterile un paio di guanti in lattice e, a fatica, dopo alcuni maldestri tentativi, riuscì ad infilarvi le dita, subito imitato da Aldo. Indossarono il grembiule di plastica e si avvicinarono al tavolo, infine tolsero il lenzuolo che ancora avvolgeva la ragazza.
Non conoscevano il suo nome, sapevano soltanto che era tedesca, una delle tante che ogni anno veniva a morire sulle nostre strade. All’apparenza non mostrava nessun segno evidente di ferita, era ancora vestita dei suoi abiti:
una maglietta e una gonna cortissima. Prima di procedere alla pulizia del corpo era necessario toglierle d’addosso gli indumenti, lo fecero aiutandosi con una forbice. Di certo se i due fossero stati più sobri la manovra non avrebbe presentato grandi difficoltà, ma quella notte a causa dell’eccessiva quantità d’alcool che i due avevano ingurgitato, impiegarono parecchio tempo
prima di venirne a capo. Finalmente dopo tanti maldestri tentativi anche gli ultimi indumenti caddero ai loro piedi lasciandola completamente nuda.
La ragazza non doveva avere più di venticinque anni, la sua carnagione era bianca come il latte. I capelli biondi erano aggruppati attorno al capo.
Aldo le alzò la testa e notò che una profonda ferita lacero contusa faceva bella mostra sulla parete occipitale, a quella probabilmente doveva ascriversi la causa del decesso.
Il corpo era bellissimo. I seni marmorei, fin troppo gonfi da sembrare innaturali, erano caratterizzati dai capezzoli di un colore lilla. I peli del pube, poco curati, erano lunghi ed arricciati e di colore paglierino.
Infinite altre volte avevano ripulito i corpi di giovani e belle ragazze, ma in nessun’altra occasione gli era capitato di doverlo fare da ubriachi come in quell’occasione.
– Chissà quanti uomini se la sarebbero fatta volentieri – iniziò Orazio
– Ci credo! E chi mai avrebbe potuto rifiutarla? Ah! Ah! – soggiunse ridendo Aldo.
– Ci scommetto che quasi, quasi, te la faresti anche ora. Di la verità, non te la faresti? –
Mentre pronunciavano questi discorsi, avevano iniziato a lavarla con un liquido disinfettante volatile. Con forza le strofinavano il corpo, per toglierle di indosso le tracce di terriccio e d’unto che durante l’incidente si erano raggrumate sulla pelle.
– Se devo dirti la verità, poco fa mentre le strofinavo la fica l’uccello mi era diventato duro. Sai com’è…sono mesi ormai che con quella befana di mia moglie non ho più rapporti e l’accarezzare questa fichetta non mi ha lasciato proprio indifferente. Ci scommetto che a te invece non fa nessun effetto vero? –
Orazio con i suoi cento chili era un uomo massiccio, molto muscoloso. Aveva capito benissimo a cosa si riferiva l’insinuazione di Aldo. Lui non aveva mai voluto sposarsi e nei suoi colleghi si era insinuato il dubbio che fosse omosessuale.
– Senti se proprio lo vuoi sapere ti dirò che a me di questa tipa non me ne frega un bel niente –
– Lo immaginavo, lo sanno tutti come sei fatto. Ah! Ah! – lo schernì Aldo
– Non capisco cosa vuoi dire –
– Ma dai non offenderti. Tutti sappiamo come la pensi in fatto di sesso. Sei un gay, ammettilo! –
– Ma a te il vino ha dato alla testa, sei veramente scemo! –
– Allora, se non lo sei, dimostramelo. Monta questa ragazza e provami che non è vero –
Entrambi sudavano copiosamente per dell’eccessiva calura ma soprattutto a causa degli effetti dell’alcool, che in abbondanza avevano ingerito. Orazio, dopo un attimo d’imbarazzo lasciò cadere per terra lo strofinaccio imbevuto di disinfettante e, dopo essersi liberato del grembiule, iniziò a togliersi i pantaloni bianchi della divisa.
– Ehi! Dico ma che sei impazzito! Guarda che scherzavo, mica vorrai sul serio metterti a chiavare questa ragazza! –
Orazio, fuori di se, non pensò minimamente di dare ascolto all’amico, prese dallo scaffale dei medicinali un tubetto di Siliconoil e, dopo averlo aperto, iniziò a spalmare con le dita il liquido dentro la vagina, dopodiché le divaricò gli arti inferiori e salì sul bancone ponendosi in ginocchio fra le gambe di lei.
– Adesso ti faccio vedere, se sono un finocchio! –
Prese fra le mani, l’uccello e iniziò a masturbarsi fino a quando il membro gli divenne duro, poi appoggiò entrambe le mani sul bancone all’altezza dei seni della donna e, chinando l’addome sopra di lei, infilò l’uccello dentro la vagina.
La sua collera era così intensa che prese a montare la donna con violenza, affondando in profondità l’uccello nella vagina.
Aldo, intanto, lo stava a guardare allibito, incapace d’intraprendere qualsiasi azione dissuasiva.
Lo scorrere dell’uccello era facilitato dall’unguento che con tanta prodigalità aveva introdotto nella vagina. Il suo, era un gesto meccanico, non provò nemmeno a guardare in viso la donna. Entrava ed usciva ritmicamente da quella fenditura con l’ossessione di raggiungere al più presto l’orgasmo.
Venne dopo poco tempo, stando bene attento di non sborrarle dentro, altrimenti i medici durante l’autopsia, avrebbero di certo scoperto le tracce del liquido seminale.
– Adesso sarai contento! – disse rivolgendosi all’amico. Poi prese nelle mani il canovaccio imbevuto di liquido disinfettante e asportò dall’addome le tracce di sperma.
Trascorsero tutta la notte senza più scambiarsi altra parola. Al mattino quando giunsero i colleghi, per il cambio turno, li trovarono entrambi appisolati sulle poltrone dell’ufficio.
– Ehi! E’ mattina – disse uno dei nuovi venuti – Non vorrete trascorrere anche la mattinata qui con noi-
La sbornia della notte si era ormai sbollita e ad entrambi aveva fatto posto un terribile mal di testa.
Uno dei nuovi venuti appoggiò sul tavolo il giornale.
-A proposito, questa notte vi hanno portato il cadavere di quella ragazza che è deceduta sull’autostrada? C’è un articolo che ne parla abbondantemente sul giornale di oggi, sembra che in verità non si trattasse di una donna, ma di un transessuale che da poco tempo si era fatto operare a Casablanca. Sono proprio curioso di vederlo..-

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