La visita


La vita di ognuno di noi viene presa, fatta a pezzi e ripartita fra attività afferenti alle funzioni primarie che ci sono proprie.
Sto parlando dei doveri generati in ambito prettamente lavorativo nonché di tutti gli altri obblighi sociali legati, per esempio, al nostro essere padre, marito o leader di una certa comunità.
Alcune abitudini apparentemente inessenziali possono diventare una pietra miliare della nostra vita, uno di quei pochi scampoli realmente propri di un individualità oramai integrata in una matrice complessa.
La mia pietra miliare sono le donne.
Mi spiegherò meglio. Non bisogna paragonare il mio agire ad un banale tentativo di portarmele a letto. Io le trovo, le frequento, le osservo e cerco di comprenderle. Ne conquisto la fiducia e, successivamente, con un lento e misurato lavoro di cesello, demolisco gli scudi dietro i quali si riparano e le faccio mie. Molto più in profondità di quanto non sia possibile fare con una semplice penetrazione. Se poi, qualche d’una, scivola anche nel mio letto… beh… è natura.
Una delle mie preferite è sicuramente Caterina, una splendida ragazza bionda che ha attirato la mia curiosità nel momento in cui, per un motivo non rilevante ai fini di questo racconto, un interruttore è scattato nella sua testa tramutando la sua sicurezza e determinazione in passività latrice di piacere per chiunque ne partecipi.
L’aspetto ufficiale del suo carattere è stato definito in estate. Si sta parlando dei 18 anni, delle vacanze della maturità e dei sogni scritti con le dita nella sabbia di una spiaggia. Lei li aveva tracciati come tanti altri ma, a differenza di tanti altri, era sicura che il fuoco della sua determinazione avrebbe tramutato quella sabbia in cristallo e le sue parole in un’incisione che nessuna onda avrebbe mai potuto cancellare.
Così in effetti era stato.
E’ conosciuta come una ragazza determinata ed elegante, lei stessa, nella maggior parte dei momenti, si considera e si comporta come tale.
Capelli biondi, non violentati da alcuna permanente, curati e luminosi, non vistosi. Il viso è pulito, tratti delicati di bambola in porcellana, labbra rosse, sottili, leggermente corrucciate. Sembrano sempre leggermente umide. Le palpebre sono ricoperte da un leggerissimo strato di trucco. Gli occhi sono incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura sottile, smaltata in rosso.
Caterina, con indosso solamente un completo di biancheria intima candida, seduta su una sedia al centro di una stanza da letto. Gli occhi chiusi, il lungo collo connette il viso ad un corpo slanciato, gambe e braccia paiono forse troppo lunghe, il busto è magro, il ventre è ampio e piatto. Luci tangenti al suo corpo, disposte appositamente per tenere la stanza in penombra, la fanno tagliente, elegante, non immediatamente sensuale ma in grado di fare impazzire chi cerca un determinato tipo di donna.
Così la si sarebbe vista se si fosse stati una mosca all’interno della sua stanza, in quei minuti che era usa dedicare alla raggiungimento dell’adeguata concentrazione la mattina prima di ogni esame.
Alla fine si sarebbero visti aprire due occhi, due scuri smeraldi determinati a ottenere quello che le spettava di diritto.
Il nostro insetto, curioso e delatore, spostatosi nella stanza a fianco nella mattina dell’esame immediatamente precedente a ciò che verrà narrato, sarebbe stato fortemente colpito dallo strano animale dotato di una singolare e voluminosa appendice che si stava contorcendo sinuosa e decisa.
Il fatto è che gli occhietti delle mosche schiacciano il mondo in immagini prive di profondità e non possono quindi notare che i corpi in questione sono in realtà due.
Uno è Roberta, la sorella di Caterina, con occhi socchiusi, bocca leggermente aperta ed aria decisamente compiaciuta.
L’altro è un ragazzo dalla schiena muscolosa e dai glutei torniti eletto fidanzato la settimana prima e defenestrato quella successiva.
Non si è troppo supponenti se si afferma che l’espressione della ragazza è giustificata da qualcosa che si trova dal lato opposto dei già citati glutei. Ma si sta obbiettivamente divagando.
Roberta non può essere più diversa dalla sorella di quanto non sia. E’ mora, abbondante e voluttuosa. Il suo seno è decisamente più rilevante. Vive la vita in maniera più rilassata, vince di meno, capisce di meno ma, quantomeno in quel momento, si stava divertendo parecchio di più.
Inutile dire che i genitori non erano in casa. La matrigna aveva portato il babbo fuori città, a visitare una mostra da qualche parte, probabilmente a Venezia, si… certo… a Palazzo Grassi.
Mentre Roberta stava pensando a Palazzo Grassi il ragazzo venne.
Lei non ne fu soddisfatta: si era distratta sul più bello.
Passiamo ora alla terza donna in casa di Caterina, Annalisa, la moglie del padre.
“Anni 38.”
“Un tantinello giovane per essere nostra madre.”
“Infatti non è nostra madre.”
“Lunghi capelli neri, carnagione olivastra probabilmente derivata da antenati americani autoctoni, grandi occhi neri da cucciolo, caratteristici di chi ha preso grandi mazzate nella vita.”
“E’ sempre tiratissima. Ci mette ore a prepararsi ”
“Belle gambe, sempre in gonna.”
“E quando si deve mettere sportiva, un vero dramma! Ricordo che, prima di andare in campagna con il babbo si è cambiata un casino di volte.”
“Forse il terrore profondo di sembrare… di nuovo… una contadina.”
“Ex cameriera in un grande albergo di Buenos Aires, probabilmente ex tante altre cose.”
“Ma in questi casi la cattiveria è facile!”
“Ha incontrato il babbo nella hall dell’albergo, lei era in borghese ed ha pensato bene di non perdere l’occasione.”
“Non ha perso l’occasione.”
“Comunque rompe poco ed il babbo la adora.”
“Fa di tutto per comportarsi come una signora con l’ostinazione tipica di chi ha visto i “signori” sempre come qualcosa di mitico ed etereo.”
“E, da quando c’è l’argentina, il babbo schioda spesso e volentieri.”
Non mi sono lasciato andare al piacere di descrivere. Ho semplicemente introdotto i tre protagonisti femminili della ricerca da me discretamente svolta nella cerchia di Caterina con l’intenzione di giungere alla radice del dualismo nascosto dietro quei meravigliosi occhi verdi.
Non mi è quasi mai possibile raggiungere l’assoluto. Posso accedere solamente a scampoli di verità. Solo questi frammenti possiedo, e solo questi frammenti vi posso donare.
L’oggetto tondeggiante aumentava di volume assorbendo calore dall’ambiente che lo circondava. Verde, screziato di pagliuzze candide, stava venendo ricoperto da una crosta bruna.
Lentamente la superficie del suo dorso iniziò a lacerarsi liberando soffi di vapore e mostrando un interno dal colore molto più intenso.
Annalisa guardò lo sformato, era riuscita di nuovo a farlo rompere. Eppure, secondo la domestica che l’aveva preparato, bastava metterlo nel forno e tirarlo fuori al momento giusto. Lei aveva obbiettivamente aspettato troppo.
Sentì il campanello e vide il marito che andava ad aprire.
“Ho sentito Arturo che mi chiamava in ingresso e l’ho raggiunto. Era li, in piedi insieme ad un signore, non mi pareva molto distinto ma mio marito lo trattava con molto rispetto. Si volta verso di me e dice che questo signore l’ha appoggiato per tutta la vita, ha preso parte a tutti i suoi successi, che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo a Lui. Lui mi prende la mano, con delicatezza ma con decisione, mi guarda dritto e fisso negli occhi.”
“Sono in camera, sento il campanello ma non me ne curo. Non aspettavo nessuno ed ho pensato ad un piazzista o qualcosa del genere.
Dopo un po’ però mi rendo conto che la cosa stava andando per le lunghe. Mi incuriosisco e decido di dare un’occhiata.
Apro la porta di camera mia e guardo verso l’ingresso, dall’altra parte del corridoio.
Il corridoio è buio, la porta dell’ingresso è un rettangolo luminoso nel quale le figure si muovono come in un teatrino.
Mio padre si infila una giacca ed esce di casa. L’uomo rimane ed inizia a parlare con Annalisa.
Non sento quello che dicono. Vedo che l’argentina è sempre più dimessa, servizievole.
Ad un certo lui le mette una mano sulla guancia, lei sta ferma. La mano scende e lei non reagisce. Lui agisce con noncuranza, come se fosse suo diritto, le toccava il corpo attraverso la camicetta di seta come uno che guarda un quadro o sfoglia un libro preso a caso da uno scaffale.
A quel punto mi vedono. Lei mi fa cenno di venire avanti, lo faccio.
L’uomo mi guarda negli occhi, mi prende la mano, con sicurezza, la volta a la bacia, sul palmo.
Mi piace moltissimo il suo modo di fare. E’ tranquillo, superiore, si vede lontano un miglio che non glie ne frega niente di nessuno.
Magari trovassi un uomo così.”
“Ero rimasta sola in cucina. Ad uno ad uno tutti quanti, si erano alzati per andare ad ossequiare l’ospite.
Sentii il chuidersi della porta di casa e pensai che finalmente lo scocciatore si era tolto dalle scatole. Ecco invece entrare l’argentina seguita da uno sconosciuto. Poi mia sorella.”
– Questo è il signore che è venuto a farci visita.
Papà è dovuto andare a fare una commissione, tornerà tardi questa notte.-
“Quel tipo non aveva nulla di particolare tranne lo sguardo. I suoi occhi permeavano potere. Provo timore, forte timore, senso di fragilità, vulnerabilità. Ero sicura, pur non sapendo su quale base, che costui avrebbe potuto distruggere qualsiasi cosa avesse toccato. L’uomo non si presentò.
Si sedette al posto di papà. Roberta gli si sedette affianco, lo guardava affascinata.
L’argentina, da buona padrona di casa gli offrì qualcosa da bere e lui indicò una bottiglia contenente un liquore al limone denso e zuccherino.”
La donna prese la bottiglia e fece per prendere un bicchiere.
L’uomo la fermò
– Non mi serve un bicchiere, in questo momento mi serve un coltello ben affilato…
Si rivolse a Caterina
– Hei tu biondina… vieni qui alla mia destra… si… brava… ecco… ora voltati, dammi le spalle…
“La luce si rifletteva sulla lama imprigionando i miei occhi.
Il coltello era lungo, appuntito, estremamente affilato. Impugnato con la lama verso il basso. Per un attimo mi sembrò che l’uomo volesse infilarlo nel collo di Caterina. Trattenni il respiro”
“Iniziò a far correre le dita sulla mia schiena, le passava sulla stoffa della maglia come per farsi un’idea al tatto circa la struttura delle mie scapole, la posizione delle vertebre ed il punto in cui l’incavo della schiena va ad innestarsi sui glutei.
Sentii freddo sul collo. Un oggetto affilato, sfiorandomi, lasciava una scia di brividi sulla mia pelle. Non mi tagliava. Scendeva. Entrato dal colletto, ghiacciato, scorreva verso il basso.
Raggiunse il reggiseno, sentii tendersi l’elastico mentre veniva allontanato dalla mia pelle, poi un colpo secco. Rumore di tessuti che si laceravano. Mi ritrovai a schiena nuda.”
“Le ha fatto fare un giro completo, le ha messo la mano sul petto, al centro, tra i seni, ha stretto la mano e, con un solo gesto, ha strappato via tutto quello che aveva indosso.
Caterina era a torso nudo e lui la guardava.”
L’uomo spazzò il tavole con un gesto secco, piatti, posate, bottiglie, tutto cadde per terra infrangendosi.
– Ma.. signore… – disse Annalisa
– Zitta tu, vedi di spogliare le gambe di colei che mi farà da coppa.
“Il tipo ha fatto sdraiare Caterina sulla schiena. Lei teneva le mani sul petto, come per proteggersi. Lui le ha tolte e le ha riposte lungo i fianchi, i palmi verso l’alto.
Lei non ha avuto più il coraggio di spostarle.
L’argentina, intanto, le toglieva le scarpe, le calze, i pantaloni della tuta. Lui ha iniziato a toccarle i capezzoli, ci ha versato sopra un po’ di liquore e si è messo a succhiarli, lentamente.
L’argentina intanto aveva finito e lui l’ha fatta inginocchiare alla sua destra.
Mi sono inginocchiata alla sua sinistra, un po’ in dietro.
Non so perché.
L’ho fatto e basta.
Seduta a fianco di quell’uomo mi sentivo fuori posto. Sono rimasta a guardarlo così, dal basso in alto.
Vedevo il profilo di Caterina in parte coperto dal tavolo. In pratica, la parte alta del corpo di mia sorella spuntava sopra lo spigolo. Le curve del suo corpo contrastavano con gli angoli retti del piano su cui stava attirando la mia attenzione.
Probabilmente sentiva freddo sui capezzoli. Le punte rosee si stavano ingrossando, erano due piccoli coni.
L’uomo era seduto come davanti ad una mensa. Da dietro sembrava un pianista, un direttore d’orchestra. Le sue mani correvano veloci sul corpo-tastiera di mia sorella. La toccava dappertutto. Ogni tanto piegava in avanti il busto e appoggiava le labbra sulla sua pelle.
Caterina aveva il viso rivolto verso di me. La sua espressione cambiava continuamente. Un istante sembrava provare piacere, subito dopo fastidio. Secondo me godeva, eccome se godeva. Non voleva ammetterlo ma le piaceva. Tra l’altro, come tutte le donne della famiglia, lei sapeva di non poter affrontare le conseguenze di una ribellione.
Le parentesi di piacere diventavano sempre più frequenti ma, alla fine di una di queste, ebbe una reazione rabbiosa, si scostò, si mosse e urtò la bottiglia che cadde dal tavolo andando a far compagnia a tutti gli altri cocci sul pavimento.”
– E così abbiamo una piccola ribelle.
L’uomo si alzò. Caterina vide la faccia di sua sorella spuntare da sotto il tavolo. Il suo sguardo era curioso, assolutamente non allarmato.
Con una mano dell’uomo appoggiata sul viso Caterina perse i sensi.
“Riaprii gli occhi, ero nuda.
Ho fatto fatica a focalizzare la situazione.
Ancora sdraiata, sulla schiena, letto matrimoniale dei miei, un letto ampio. Il copriletto non era stato tolto.
La luce di tre abajours rubava la stanza alla penombra e dava un tono dorato alla pelle delle mie gambe. Le mie gambe… le vedevo benissimo. Sembravano incredibilmente lunghe, affusolate, ed erano anche parecchio divaricate, ed inclinate verso l’alto.
In corrispondenza degli spigoli, ai piedi del letto dei miei, spiccano due montanti, come due colonne di ottone.
Mi ci avevano legato le caviglie utilizzando due sciarpe di lana. E le avevano legate in alto. Anche i polsi erano legati, alla spalliera, dietro di me. Il mio corpo formava una conca. Non stavo scomoda ma ero aperta. E non mi potevo muovere.
Un rumore alle mie spalle, la porta si apre, entrarono gli altri tre. Non li vedo, non posso girarmi così tanto, aspetto un attimo che entrino nel mio campo visivo.
Annalisa e Roberta, le gambe nude, i piedi scalzi, indossano solo due vestaglie, corte e leggere. L’uomo era nudo, moderatamente eretto.
L’uomo disse qualcosa, un fruscio e le vestaglie caddero a terra.
Roberta era opulenta, sensuale, evidentemente parecchio eccitata ma non gli dedicai molta attenzione.
Era la prima volta che vedevo l’argentina nuda. La sua pelle era perfetta, appariva morbida e vellutata, un color caffelatte con poco caffè e molto latte.
I lunghi capelli neri erano stati raccolti in una treccia, non l’aveva mai vista con un acconciatura del genere, sempre con i capelli sciolti o raccolti dietro la nuca. Aveva un’aria più giovane.
Quella donna, senza vestiti, appariva semplice e straordinariamente naturale. Guardando più in basso, mi accorsi che la donna si era completamente rasata i peli del pube. “E bravo papà! ” mi sono ritrovata a pensare. Subito dopo mi sono resa conto che io, legata al letto, nuda, messa in modo tale da poter subire praticamente qualsiasi cosa, non ero in “posizione” da poter dare giudizi.
Mentre guardavo l’argentina alla mia sinistra la mia dolce sorellina si infilava tra le due corde che mi imprigionavano le gambe.”
Caterina vide la ragazza disporsi davanti a lei, guardarla in viso e sorridere.
“Sento il suo tocco. Parte dai polpacci, lento, ambiguo. Risale con decisione e poi si ritrae. So dove vuole arrivare ma lei si prende il suo tempo, guadagna un po’ di terreno e poi torna indietro, sembra averci ripensato.
Raggiunge l’interno coscia, sembra voler ricominciare il gioco ma così non è.
Le sue dita mi aprono all’improvviso proprio mentre la testa sparisce tra le mie gambe.
Il mio ventre coperto da una corona di capelli neri, la lingua, calda, umida, entra decisa… si muove… si divincola… la sento… ovunque.
– Ecco il vostro regalino!
Guardo l’uomo, ha in mano un oggetto.
Indubbiamente un vibratore, rosso caramella alla fragola, ma con una forma strana. Mai visti di simili. Due parti: la prima è liscia, più piccola, la seconda ha sezione più ampia.
Venne consegnato a Roberta.
Un ultimo bacio tra le mie gambe, la lingua percorre le labbra dal basso verso l’alto come a voler raccogliere qualcosa, mi scontra il clitoride. Sento entrare la punta dell’oggetto, un colpo secco, non fa male ma la parte larga non entra.
Sento un mugolio, è uscito dalla mia bocca, le labbra di Roberta disegnano un sorriso. L’oggetto inizia ad ondeggiare ma non a progredire in avanti.
– Non riesco ad infilarlo!!!
La voce di Roberta ha il tono di una bambina piagnucolante.
Al mio fianco, l’argentina. Mi mette una mano dietro le spalle e mi prende tra le braccia. Sento il suo seno toccarmi il fianco, più solido di quello di Roberta, più pieno del mio. Le sue labbra sono morbide, la pelle vellutata. Mi bacia il viso, si avvicina ai bordi della bocca. Vuole entrare.
Basta, non ho più voglia di resistere, mi rilasso, mi lascio andare, chiudo gli occhi e schiudo le labbra. Sento la sua lingua entrarmi in bocca, il gusto è buono, il suo respiro è tiepido. Sento che i miei polsi vengono liberati ed io rispondo al suo abbraccio.
Roberta è relegata alla periferia delle mie sensazioni, l’oggetto è entrato, lei lo muove e lo ha acceso. Sono cosciente di ciò, ma è come uno sfondo fuori fuoco. Almeno finché l’argentina non si scosta ed io vedo l’uomo alle spalle di mia sorella.”
“Stavo leccando la fica di Caterina. Dovevate vedere come lei, perfettina com’è, stava perdendo il controllo. Ogni volta che spingevo il vibratore un po’ più dentro lei ansimava e si bagnava.
Confesso che ero un po’ gelosa, il signore si era dedicato così poco a me e così tanto a mia sorella.
Probabilmente perché lei, con il suo fare sofisticato, attira l’attenzione molto di più.
Comunque, in quel momento, lei stava sbavando e bagnando un vibratore.
Ogni tanto mi fermavo, vedevo che lei incominciava a cercare di spingere il bacino in avanti, lo voleva dentro, la troia…
Ad un certo momento mi sono sentita due mani sul sedere ed una forte spinta. Mi sono sbilanciata in avanti. Ho teso le mani oltre le gambe di Caterina e mi sono trovata a quatto zampe con la faccia sulla pancia di mia sorella.
Lui finalmente si era deciso a scoparmi! Ero messa a pecorina e sentivo il suo cazzo dentro di me. Mi prendeva con forza, con rabbia, mi spingeva in avanti ad ogni colpo. Sentivo il corpo di mia sorella sotto di me, in alcuni momenti ho avuto tra le tette il vibratore allora allungavo la lingua per farla eccitare.
Intanto ero io ad essere scopata. E mi piaceva…..”
“Sentivo il corpo di Roberta sopra di me. Il suo seno strisciava morbido sul mio ventre ed i capezzoli disegnavano volute sulla mia pelle.
In quei momenti c’era solo quel contatto: nessuna luce, nessuna faccia, fino al momento in cui gli occhi di mia sorella si aprono di colpo, stupiti, per un istante impauriti, parevano gli occhi di una vittima accoltellata alle spalle.”
L’uomo la sodomizzò. Un colpo solo, secco, e poi venne.
“L’uomo si ritrasse subito, mi sentii prendere per i capelli e venni fatta voltare. Me lo mise in bocca. Mi venne in gola, poi in viso. L’argentina intervenne subito. Leccò prima lui e poi la mia faccia su cui sentivo ancora colare liquido caldo.
Sapevamo di non doverlo far rilassare e non si è rilassato. Siamo state frenetiche, praticamente non gli è sceso neanche.
Subito guardò Caterina. Lei aveva occhi vitrei, si vedeva, era eccitata marcia. Muoveva istintivamente il bacino, la bocca era socchiusa, le labbra rosse, inumidite.”
– Liberate le gambe della biondina!
Il nodo era facile da sciogliere.
Le gambe di Caterina ricaddero e lui le prese al volo, la piegò in due, strappò via il vibratore e la prese così, con i piedi verso l’alto.
“Ad ogni colpo sembrava che mia sorella si dovesse spezzare, la stava scopando con decisione, quasi con rabbia. Spingeva le sue gambe in avanti, le ginocchia sembravano toccarle le spalle. La schiacciava sul letto, la teneva completamente aperta sotto di se.
In certi momenti spostava le mani e le si appoggiava sui seni, i capezzoli appuntiti tra le dita aperte. A volte li prendeva tra pollice ed indice e pareva stringerli. Le metteva le mani sul viso, lei apriva la bocca e succhiava le dita. Sembrava incosciente. La fica mi sembrò straordinariamente grande, una lunga ferita rosea contornata da morbidi peli dorati.
Quando si ritraeva, tirava fuori quasi tutto il cazzo per poi spingerlo dentro fino alla radice. Sembrava volerle sfondare il bacino, sembrava volerle entrare dentro con tutti i coglioni. Mi ricordo i muscoli di lui che si contraevano nello sforzo di spingere.
Tutto di mia sorella sembrava fragile, e tutto il suo corpo pareva intollerabilmente sollecitato. Lei rispondeva ad ogni colpo con un gridolino acuto ma non sembrava soffrire in alcun modo. Pareva in estasi. Non l’ho mai vista così fuori di sé né mai così abbandonata.
Lui venne.”
“Lo sentii sgorgare dentro di me mentre il suo uccello continuava a muoversi.
Era fuoco liquido quello che mi stava riversando dentro. Fuoco suo e fuoco mio. Sentii il piacere emergere dalla profondità del mio corpo, è partito da dentro, lì, in basso, solo dopo ha raggiunto la superficie.
Ho sentito rizzarsi i peli sulle braccia, sulle gambe e sul ventre. La mia percezione del tempo mi è parsa dilatata. Sarà successo tutto in un secondo ma potrei giurare di aver percepito ogni istante. Un eterna sequenza di attimi.
Poi gli spasimi, come una scossa elettrica che mi percorreva le membra. Incominciai a tremare. E ad ogni fremito piacere, ovunque, piacere.
Ed ecco mani. E lingue. Che mi toccavano. Il clitoride. Il seno. Capezzoli duri come teste di chiodi. E ad ogni tocco altro piacere.
In qualche istante ho pensato che da quel letto non mi sarei mai alzata. Sarei morta, terminata in uno scintillante fuoco d’artificio di stimoli e sensazioni.”
– Liberatela! – disse l’uomo.
L’uomo si era rivestito, le tre donne lo attendevano in ingresso. Erano completamente nude.
Per prima lo baciò Annalisa, fu un bacio molto particolare, pareva formale, un’asserzione di totale disponibilità senza particolare trasporto.
Poi venne Roberta, gli si strusciò addosso, lui le mise una mano il seno come a volerne saggiare la consistenza, lei sembrava voler ricominciare ma lui si scostò deciso.
Prese Caterina e le mise la lingua in bocca. Lei gli si abbandonò tra le braccia. Quando lui si staccò le cedettero le gambe e rimase così, in ginocchio, nuda, sua ed ancora percorsa di fremiti di piacere. La ragazza si sarebbe toccata ancora, in seguito, pensando a lui, alla ricerca di quelle sensazioni perdute.
Non so dirvi chi o cosa fosse quell’uomo. Nessuno è stato in grado di descriverlo meglio di come non abbia fatto io nel racconto. Mi sono fatto qualche idea ma non la riporterò. Diciamo che vi presenterò un epilogo del tutto ipotetico.
L’uomo uscì dal portone e raggiunse la macchina.
– Ma le sembra il modo di parcheggiare ?!?
Gli si stava rivolgendo un vecchietto parecchio arrabbiato poiché la vettura l’aveva costretto ad un lungo giro per raggiungere il portone.
L’uomo lo guardò negli occhi.
– Guardi che la stanno chiamando.
Il vecchio si allontanò inseguendo in realtà una illusione nel nulla.

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