Vento d’estate


Paolo ed io eravamo partiti dall’Italia con un progetto ben preciso. Una volta attraversata in auto la Francia e raggiunta la Bretagna, avremmo percorso in bicicletta la strada che da Mont Saint Michel conduce, costeggiando l’oceano atlantico, a Saint-Malo fino a Brest per poi proseguire fino a Nantes.
L’intento era ambizioso. Nel mese che aveva preceduto la partenza mi ero mi ero allenata ancora con molto scrupolo. Inoltre fin dall’inverno scorso ero solita uscire in bici almeno due volte la settimana pedalando per una sessantina di chilometri.
Dopo avere trascorso la notte in un albergo di Rennes, dove la sera precedente eravamo giunti sul calare del sole, il mattino seguente ci alzammo di buon’ora e, dopo aver consumato una ricca colazione a base di marmellata e carboidrati, indossammo l’abbigliamento da ciclista. Le bici perfettamente accessoriate con tanto di borse che ci avrebbero fatto da valige lungo il viaggio, stavano riposte dentro le rastrelliere nel garage dell’albergo. Prima di partire sistemammo l’automobile nel parcheggio a pagamento situato nelle vicinanze della stazione ferroviaria dove, fra quindici giorni, saremmo giunti in treno da Nantes.
Muniti di buona volontà e spirito di sacrificio, ci avventurammo lungo la strada che, dopo una settantina di chilometri, ci avrebbe portato a Mont Saint Michel. Fortunatamente il percorso che collegava le due città era abbastanza piano. Uniche asperità, alcuni saliscendi che, con il nostro carico, sembrarono ancor più impegnativi di quanto in realtà non fossero.
Il sole, per nostra fortuna, ci accompagnò lungo tutto il percorso senza che le nubi lo oscurassero.
Mont-Saint Michel ci apparve in lontananza maestosa. Solamente quando fummo a poche centinaia di metri dall’isolotto, dinanzi alla strada che lo congiungeva alla terra ferma, scoprimmo la maestosità di quel luogo sul cui apice roccioso stava l’abbazia, ben fortificata dal borgo medioevale.
L’ammasso di gente che, a quell’ora del pomeriggio, riempiva lo stretto viottolo che porta alla cima del borgo, non ci permise di visitare come avremmo voluto il borgo. Pernottammo in una piccola pensione a pochi chilometri dall’abbazia. Il mattino seguente, di buon’ora, eravamo già per strada. Il tempo come spesso succede da quelle parti era cambiato repentinamente. Ampie nubi si muovevano veloci nel cielo turchino spinte da un forte vento.
Sì! Il vento. Maledetto vento. Soltanto chi è abituato ad andare in bicicletta può capire quanto sia faticoso spingere sui pedali, quando il vento soffia in senso contrario alla direzione di marcia. La sua forza può raggiunge una tale intensità da rendere inutile la spinta sui pedali.
Ci fermammo in una buvette lungo la strada, nell’attesa che il vento diminuisse d’intensità. Nel primo pomeriggio, riprendemmo il nostro viaggio verso Saint-Malo La strada costeggiava lunghi arenili sabbiosi che con il sopraggiungere della bassa marea sarebbero diventati ancor più estesi.
Lo spettacolo che si apriva ai nostri occhi era sbalorditivo. Il vento, per quanto diminuito d’intensità, continuava a disturbare la nostra marcia sollevando granelli di sabbia che andavano ad insinuarsi fra gli occhiali da sole.
Ci fermammo alcune ore al riparo dal vento fra le dune di sabbia ad osservare il mare.
Paolo ed io facevamo coppia fissa da poco più di un mese. Ci eravamo conosciuti sulla strada. Avevo bucato la camera ad aria della ruota della bicicletta e me ne stavo sul ciglio intenta a sostituirla, quando lui si fermò. Scese dalla bici e venne in mio soccorso aiutandomi a riparare il guasto.
Dopo quel fortuito incontro iniziammo a frequentarci sempre più assiduamente. Paolo di mestiere fa l’elettricista in una grossa azienda alimentare della città. Io, invece, l’infermiera in ospedale. Succedeva spesso che i nostri turni di lavoro non combaciassero, così ci vedevamo abbastanza poco, salvo sentirci al telefono.
Abituata com’ero, sul lavoro, ad essere circondata da uomini presuntuosi ed ignoranti, come di solito lo sono i medici, avevo trovato in Paolo una persona completamente diversa, molto modesta ma di elevata cultura ed ingegno. Questa vacanza era la prima che trascorrevamo insieme.
Il vento che con forza soffiava dal mare, era impregnato dell’intenso odore di salsedine. Avvolti, l’uno all’altro, fra le dune di sabbia, ci scambiammo alcune coccole e un poco di calore. Verso sera arrivammo a Saint-Malo, nel momento in cui la bassa marea raggiungeva il livello minimo. Fu uno spettacolo indimenticabile vedere quelle piccole imbarcazioni appoggiate sui
fondali e intraversate.
Il giorno dopo, abbandonato il panorama degli arenili sabbiosi, ci avventurammo su delle strade tortuose, ma molto suggestive, protese sul mare.
La giornata, fin dalla prima mattina, era uggiosa. Una leggera pioggerellina iniziò a cadere pochi chilometri dopo che avevamo lasciato l’albergo.
Eravamo attrezzati per far fronte a quell’eventualità, così continuammo a pedalare riparati dai nostri impermeabili.
Uno stretto sentiero ci portò a Cap Frèhel. Quel che i nostri occhi videro aveva dell’incredibile. Sugli speroni di roccia alti anche cento metri, protesi sul mare e corrosi dai violenti assalti delle onde dell’oceano, stavano riuniti migliaia di uccelli marini che presumibilmente in quel posto nidificavano. Tutta l’area era di una selvaggia bellezza. Ero eccitata da quelle meravigliose scoperte, mai avrei immaginato di veder un simile spettacolo della natura.
Nel cielo, il sole, di tanto in tanto, riusciva a trovare un varco fra lo scorrere veloce delle nubi riscaldandoci. Lasciammo le biciclette in prossimità del faro che si ergeva maestoso all’estremità del promontorio.
Poi, dopo esserci caricati sulle spalle lo zainetto e lo stuoino, scendemmo lungo uno dei tanti sentieri che s’intrecciano in quel perimetro.
Il paesaggio aspro e selvaggio sembrava un immenso giardino roccioso.
Un’immensa distesa di piante d’erica, dai fiori porporini, ricoprivano le coste che acquistavano maggior bellezza ogni qual volta erano illuminate dai raggi del sole. Un vento gelido proveniente dal mare s’infrangeva sulla roccia frastagliata. Ci accovacciamo sopra gli stuoini su di un terrazzo di roccia a strapiombo sul mare. Il panorama era stupendo, faceva specie sentire il canto di quelle migliaia di uccelli intrecciarsi con il rumore del vento e le onde del mare. Tolsi dallo zainetto il binocolo per fare un poco di bird watching. Intorno a noi non si osservava la benché minima presenza umana.
Il vento nel frattempo si era fatto ancora più intenso, avvolgendoci completamente Ero eccitatissima. Da tempo immemorabile sognavo di poter fare all’amore in un’atmosfera simile a quella.
– Ho voglia di fare all’amore adesso – sussurrai a Paolo in un orecchio.
– Ma.. tu sei pazza! Ehi! Non senti l’aria gelida e il vento che tira! –
– Ma dai non fare lo sciocchino a me il vento fa uno strano effetto .mi eccita tantissimo –
In un attimo mi sfilai di dosso le brachette ritrovandomi con la parte inferiore del mio corpo nuda, dal momento che durante le escursioni in bici non indosso mai le mutandine, come abitualmente fanno tutti coloro che vanno in bicicletta. Ero rimasta con indosso un maglione e un giubbetto antivento.
Alzai le ginocchia e, una volta appoggiato la pianta di piedi per terra, divaricai le gambe, lasciando che il vento penetrasse nelle mie fessure.
Sentivo il flusso dell’aria esplorare ed accarezzarmi i posti più nascosti.
Tremavo. L’eccitazione era così intensa che non feci caso alle possibili conseguenze di quel sintomo. Con le mani abbassai i pantaloncini di Paolo e gli liberai l’uccello. Era raggrinzito, probabilmente a causa del freddo e del vento, pensai. Così iniziai a menarglielo. Ci volle qualche secondo, prima che raggiungesse una certa consistenza, dopodiché sempre rimanendo coricata al suo fianco, iniziai con l’altra mano a sfiorarmi la clitoride.
Sdraiati sulla terrazza, col mare sottostante, stavamo col viso rivolto all’insù, verso il cielo, ad osservare le nubi che a gran velocità scorrevano sulle nostre teste. La sensazione che provavo nel masturbarmi non era solo piacevole ma ubriacante.
Le continue folate di vento accrescevano il mio nervosismo e la voglia d’inserire il suo uccello, che tenevo ben saldo fra le dita, nella mia passerina. Il desiderio diventò così impetuoso che ad un certo punto mi rovesciai su di lui divaricando le gambe sul suo bacino.
In un attimo infilai l’uccello dentro la passerina ed iniziai a muovermi contorcendo il bacino.
Tenevo Paolo inchiodato a terra con le unghie affondate sui suoi capezzoli, mentre mi dimenavo ruotando le natiche. Sfortunatamente avevo il viso girato verso terra, così non potevo annusare intensamente il sapore di salsedine e godere del flusso d’aria che fino a poco prima riempiva il mio viso.
In compenso sentivo molto bene il vento che s’incanalava lungo il mio fondo schiena rinfrescando la passerina.
Alcune gocce di pioggia furono il presagio dell’imminente temporale che ci sorprese mentre ancora facevamo l’amore. Non ci lasciammo condizionare da quell’imprevisto. Sotto la pioggia intensa iniziai a spingere con forza le mani sul suo addome, accompagnando i miei movimenti. Lui passivo lasciava che fossi io a condurre l’azione.
In quella posizione, il suo uccello sfiorava continuamente il fondo della mia passerina e ogni volta, i muscoli delle pareti si contraevano per meglio gustare la durezza del suo membro. Iniziai ad ansimare intensamente. Sentivo le vene della testa pulsare in maniera disordinata. Una profonda sensazione di calore mi salì dal basso fino verso la testa impadronendosi di me.
Iniziai ad urlare in preda ad un violento orgasmo. Il suono fu coperto dal fragore delle onde del mare che si frantumavano sugli scogli. Mi accovacciai su di lui. Fu allora che si rigirò e mi mise carponi sullo stuoino.
Infilò l’uccello nella mia passerina e iniziò a pomparmi bramosamente. Con le mani appoggiate sulle mie natiche mi teneva avvinghiata a lui spingendo l’uccello a ritmo indiavolato. Ad un certo punto si fermò per qualche istante poi, subito dopo, sentii le sue dita sfiorarmi l’orifizio anale.
Esitai qualche istante prima di oppormi. Poi, quando lui mi puntò l’uccello contro lo sfintere, mi ribellai.
– Ti prego, non lo fare! Non voglio!- Gli dissi con dolcezza ma con molta decisione. Lui non si diede per vinto e dopo avermi inumidito il buco con la saliva cercò nuovamente di penetrarmi con il suo arnese.
Se devo essere sincera non ricordo perfettamente quel che poi accadde.
Quel che so è che a quella sua insistenza mi ribellai girandomi su me stessa ed allontanandolo con una spinta.
Lui, perse l’equilibrio e andò a cadere nel precipizio sottostante rotolando sulle punte rocciose protese sul mare.
Da più di quindici giorni sono ricoverata nella clinica pneumologica dell’ospedale di Saint-Brieuc. Il focolaio broncopolmonare, causato dall’insana voglia di voler a tutti i costi fare all’amore nel vento e nelle intemperie, non è completamente riassorbito. Paolo, per fortuna, si è rotto soltanto il femore, un gomito e un polso. Attualmente si trova ricoverato nel reparto di ortopedia di questo stesso ospedale.
Davanti a me ho lo spettro di una lunga convalescenza, ma come disse una vecchia saggia
“Meglio avere qualcosa davanti, piuttosto che…dietro”

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