Lisa una figa tutta da succhiare


Era un luglio caldo. Mi trovavo a bordo di una grande nave passeggeri che, dopo due giorni di navigazione, mi avrebbe portato a Barcellona, in Spagna. In qualità di rappresentante di un’importante casa farmaceutica, ero stato prescelto -nonostante la mia giovane età – per partecipare ad un importante congresso.
La nave era appena uscita dal porto e, come sempre avviene, mi aggiravo nel salone di I^ classe e nei corridoi, per studiare un po’ le fisionomie dei passeggeri ed un po’ i macchinari e l’arredo. Mi sentii toccare il braccio e mi girai. Un ufficiale addetto alla nave, dopo avere avuto conferma delle mie generalità, mi chiese se potevo usargli una cortesia.
C’era una signora, invalida, la quale, accompagnata dal marito, si recava a Barcellona per un intervento chirurgico la cui data le era stata comunicata all’ultima ora. Purtroppo sulla nave non c’erano posti disponibili, tranne nella mia cabina di I^ classe a due letti (che io avevo voluto tutta per me, per evitare, appunto, scomode compagnie) .
L’ufficiale mi pregava di ospitare la signora nella mia cabina per due notti. Il marito mi avrebbe restituito metà dell’importo speso per l’esclusiva dell’appartamento. Sbirciai al di sopra della spalla del mio interlocutore e, non lontano, vidi una bella donna bionda, seduta su una sedia a rotelle e, accanto a lei, un uomo anziano che le teneva la mano. Dissi all’ufficiale che non c’era alcun problema se non quello di una convivenza “sui generis” tra persone che non si conoscono. Naturalmente rifiutai qualsiasi forma di pagamento.
Seguirono le presentazioni, le scuse per il disturbo, i ringraziamenti e tutti gli altri convenevoli del caso. A sera, verso le ore 22, la signora espresse il desiderio di ritirarsi in cabina per distendersi. Diedi le chiavi al marito che, dopo una ventina di minuti, me le restituì, dicendomi che lui avrebbe riposato su una poltrona-letto del salone. Ci scambiammo i numeri dei cellulari, restando intesi che, in caso di bisogno, io avrei potuto chiamarlo in qualsiasi momento.
Mi avviai così verso la cabina, bussai lievemente ed entrai con circospezione, pensando di trovare la signora gìà immersa nel sonno. Si chiamava Lisa ed era molto bella. I suoi occhi azzurri ed i capelli biondi facevano da sfondo ad un ovale perfetto. Le sue labbra erano carnose e ben truccate ed i denti bianchissimi. Mi pregò di sedermi sul bordo del letto, accanto a lei, e mi narrò delle sue vicissitudini, di suo marito e, in genere, della sua vita. Aveva riposto tutte le sue speranze in questo intervento chirurgico che – le avevano assicurato – l’avrebbe portata ad una sicura guarigione. Mentre narrava, cominciò a toccare , con mio grande imbarazzo, il mio petto attraverso la camicia aperta e, forse dal mio sguardo interrogativo, mi disse che ero davvero un bel ragazzo , molto “stuzzichevole”.
Lisa, secondo una mia stima, non aveva più di 40 anni, mentre io ne avrei compiuti 25 da lì ad un mese. Ad un certo momento le sue mani indugiarono sul mio membro che, sotto le sue carezze, assunse un volume spropositato. Lisa mi guardò con quei meravigliosi occhi e mi chiese se mi dispiaceva essere toccato: aveva bisogno di stare con persone giovani. Le risposi che tutto andava bene. Aprì la cerniera dei miei pantaloni e mi pregò di spogliarmi. Restai nudo davanti a lei. Il mio pene era in totale erezione. Lei lo toccò e lo avvicinò alla bocca, baciandolo. Decisi allora che la notte andava vissuta bene. Le tolsi la leggera camicia da notte e le sganciai il reggiseno: vennero fuori due meravigliose tette, grandi e pesanti sulle quali si stagliava un areola marrone scuro e due capezzoli inturgiditi dal piacere.
La baciai con passione; le nostre lingue si intrecciarono ed esplorarono i rispettivi palati, succhiando la saliva. Mi chinai sui suoi seni e strinsi i capezzoli fra le mie labbra. Lisa mi avvertì che, per una particolare conformazione genitale, emetteva, al momento dell’orgasmo, una sorta di liquido che inondava e lubrificava la vagina. Era come una eiaculazione. Lei se ne era accorta da giovane, quando aveva iniziato a masturbarsi. Riteneva giusto avvertirmi, in quanto tale sua “conformazione” poteva risultare non gradita. Le risposi che io avrei bevuto il suo nettare sino all’ultima goccia. Le tolsi il minuscolo slip e ammirai la sua bella fica, ornata da una folta vegetazione.
Le sue gambe, però, a causa della malattia, erano inerti, per cui posizionai sotto la sua schiena i guanciali del mio letto. Affondai la bocca nella sua fessura aperta e palpitante e subito mi avvolse un buon sapore di muschio; cominciai a leccarle il clitoride, mentre lei gemeva dal piacere; infilai la lingua più in profondità, girandola sulle pareti della vulva e accelerando la scansione, fino a quando lei, con un lungo sospiro, venne, riversando nella mia bocca un torrente di liquido che ingurgitai avidamente. Mi chiese di metterglielo dentro ed io l’accontentai. Figa
Cercai di rallentare il ritmo per non esplodere troppo presto, ma ero così infoiato che dopo cinque, sei battute, le riversai in pancia un fiume di sperma caldo che lei sentì perché si lasciò sfuggire un grido di piacere. Pensai che, forse, avrei dovuto prendere delle precauzioni,
ma, mi dissi, se lei non mi aveva raccomandato nulla, vuol dire che andava bene così. Mi chiese di farle avere ancora un orgasmo e mi pregò di sborrarle in bocca.
Cominciai a baciare e a leccare la parte interna delle sue cosce e scesi sino ai piedi succhiandole ed insalivandole l’alluce. La sentii gemere affannosamente, mentre con le mani accarezzava e torceva nervosamente i suoi seni. Tornai a tormentarle con la lingua il clitoride fino a quando con un grido non ebbe un lungo orgasmo, propinandomi una buona dose di nettare che aspirai con voluttà. Il mio cazzo, nel frattempo, aveva ripreso vigore e reclamava la sua parte: mi misi a cavalcioni sul suo collo e le infilai l’asta in bocca. Andai in profondità, ritmando lo stantuffo come si fa per una scopata in fica. Le tenni ferma le testa per annullare eventuali arretramenti e, dopo un po’, le esplosi in gola un oceano di sborra che lei ingoiò sino all’ultima goccia. Eravamo stanchi, ma felici.
Ci addormentammo profondamente e, l’indomani, fummo svegliati dal trillo del mio cellulare. Era il marito che preannunciava il suo arrivo. Mi feci rapidamente una doccia, mi vestii e lasciai la cabina, rifiutando un invito a pranzo.
Passai il giorno lontano da Lisa e suo marito. La sera, alle 23 circa, scesi in cabina. Lei era già là, più bella che mai, più vogliosa che mai. Mi spogliai in un battibaleno e demmo corso ad una nuova maratona. Mi impose di appoggiare il culo sulla sua bocca; cominciò a leccarmi lo sfintere e poi introdusse la lingua nella mia fessura, mugolando dal piacere, mentre con la mano mi accarezzava il pene oramai eretto sino allo spasimo. Le leccai anch’io il buco del culo, ma data la sua infermità, non riuscii a trovare la giusta posizione per penetrarla. Optai per una leccata della sua odorosa fica, facendole esplodere per ben due volte quel liquido delizioso che inghiottii con avidità. Alla fine, le chiesi di poter sborrare sul suo viso, sugli occhi, nelle orecchie. Lei acconsentì e così venni copiosamente su di lei, riversando l’ultimo spasimo alla sua lingua protesa, sulla quale depositai il mio seme bollente.
Prima di lasciarci, Lisa mi chiese di rivederci per rivivere nuove emozioni. Le dissi che il mio lavoro mi portava quasi sempre lontano e, quindi, ciò che mi chiedeva non sarebbe stato possibile: avremmo dovuto accontentarci delle ore di passione vissute assieme e sperare di incontrarci ancora.

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