Per lui valse una vita di sesso


Nam quotiens futuit, totiens ulciscitur ambos:
 Illam adfligit odore, ipse perit podagra
 (Ogni volta che fotte, lui ti vendica:
 uccide lei di puzzo, sé di gotta)
 Gaio V. Catullo
 
 Il dito tozzo e largo si introdusse nel colletto madido di sudore creando nuove pieghe alla flaccida pelle del collo.
 Tirò con forza il colletto unto e la squallida cravatta, come fosse un nodo scorsoio che lo stesse soffocando.
 Ormai sudava copiosamente.
 Rivoli di sudore scivolavano dalla fronte, così copiosi da varcare le sopracciglia, costringendolo a continue strizzatine degli occhi affogati nel grasso della faccia.
 Anche tergersi la fronte con il dorso delle mani paffute non gli dava più sollievo, che anche queste erano tutto un luccichio di pori trasudanti.
 
 Guardò le carte che aveva appena sollevato dal tavolo di fronte a se.
 Il sudore si fece più copioso ancora.
 QUATTRO NOVE e un re.
 La quarta mano piena di fila!
 E tra il sudore fissò la donna dall’altro lato del tavolo.
 
 Dissolvenza signori, ….lasciate che vi spieghi ciò che vado narrando.
 
 Quell’uomo era un perdente nato.
 Pieno di frustrazioni sin dalla nascita, aveva trovato conforto nel cibo.
 Preso in giro dai compagni di scuola, dagli insegnanti che lo trattavano come un ragazzo poco meno che ritardato, sfruttato dagli “amici” che gli facevano ripagare a ben caro prezzo l’onore di tenerlo come giullare con loro.
 Arrivato oltre i quarant’anni, si era rassegnato a non sposarsi mai.
 Aveva paura dei lazzi delle donne
 Il lascito dei nonni gli aveva dato un certo agio e, fino a che resisteva il vecchio impiegato ormai sessantenne, la vendita dei vini all’ingrosso, gli dava una cospicua entrata personale.
 Ma non l’utilizzava per frequentare prostitute, dato che aveva paura di esser preso in giro pure da loro.
 I suoi rari sfoghi avvenivano la notte, guardando una vecchia cassetta pornografica ormai logora, che di comprarne di nuove si vergognava.
 Lì si menava il pene bolsotto con la tozza mano, che neanche lui avrebbe saputo dire se normale o troppo piccolo, dato che comunque sarebbe sparito tra i rotoli del ventre e i tronchi flaccidi delle cosce.
 
 Correva invece al bar, per perdere a carte con gli “amici”.
 Era proprietaria di quel buio e fumoso bar sperduto una vedova.
 Un bel donnone, con un seno pieno ed ancora così ritto, nonostante fosse ormai più vicina ai cinquant’anni che ai quaranta, da potersi permettere di portare le camiciole estive senza reggiseno.
 Amava persino mettersi ancora, di tanto in tanto, delle minigonne nere, che le fasciavano i glutei ben disegnati.
 Le gambe poi, fasciate nelle calze scure, così dritte e modellate e con le cosce piene, che davano idea di esser ancora sode, facevano capire che schianto fosse quando ancora il marito, e si dice non solo lui, ancora se la godeva.
 Ma sicuramente a tutt’oggi anche molti giovani l’avrebbero presa come nave scuola.
 A dar retta alle chiacchiere non era solo un’ipotesi.
 
 Il nostro ometto, di nome Alfio, le sbavava dietro e lei non si peritava di divertirsi in continuazione prendendolo in giro in modo alquanto volgare.
 Ad esempio, spesso si assettava le calze tirando su la gonna, fino a far intravedere le mutande, avendo cura di essergli bene in vista e, dopo averlo lasciato guardare per un po’, faceva finta di accorgersene solo allora e gli gridava davanti a tutti:
 “Oh, ma sei maiale di ciccia e di fatto eh? Non mi posso distrarre un attimo che mi frughi con gli occhi, brutto pervertito! Vai di là nel cesso a farti una sega se lo riesci a trovare tra tutti i lardi che c’hai!”
 Lui, se non fosse ridicolo a dirsi, si faceva piccino dalla vergogna e tutto rosso, farfugliando qualcosa che non si riusciva nemmeno a sentire tra i lai degli altri avventori, tutti clienti fissi del paese.
 Invece le battute di lei erano altre quando le arrivava qualche pacca sul sedere! Anche quando la pacca era data così lenta, che la mano indugiava sulla consistenza di quelle natiche.
 Talvolta, secondo chi era, la battuta era così sfacciata che molti si dicevano: “stasera il letto cigola”.
 L’odio per il trattamento che riceveva aumentava la libidine di Alfio.
 Nei suoi sogni Alfio mordeva quei seni fino a farla urlare, le strappava le mutandine e, dopo averla trombata fino farle implorare “basta!”, la girava e la sodomizzava senza pietà, facendola urlare per il dolore prima e per l’orgasmo infine.
 Poi la strattonava senza pietà per i capelli e la costringeva a pulirgli il cazzo appena estratto dalle sue budella.
 Nei suoi sogni se ne usciva con lei discinta a terra, le calze e il reggicalze ancora addosso e per il resto nuda e scarmigliata che, puntellata su di un braccio, protendeva l’altro verso di lui gemendo: “Alfio, ti chiedo perdono. Torna qui da me!”
 
 Ora avvenne che la vedova ebbe bisogno di un grosso prestito per risistemare il bar, che dopo tanti avvisi le avevano mandato l’ingiunzione a “ripristinare condizioni igieniche adeguate e risistemare il tetto, i cui cornicioni minacciano la altrui incolumità” pena “il ritiro della licenza commerciale e la dichiarazione di inagibilità dell’edificio comprendente: piano terra adibito ad uso commerciale; appartamento ad uso di civile abitazione collocato al piano superiore”
 La panterona nera non si peritò, per risparmiare gli interessi bancari, a chiedere un prestito “da amici” al nostro Alfio che, tonto com’era, non seppe dir di no.
 Per sua fortuna il suo impiegato, che gli chiese il perché del grosso prelievo, gli consigliò di farsi rilasciare relativa ricevuta con scadenza del prestito e, “se ormai aveva promesso di non chiedere interessi”, una grossa penale per ogni settimana di ritardo.
 Ovviamente non si limitò a suggerirlo, ma gliela redasse e fece in modo da essere presente alla firma e registrazione dell’atto.
 Ed era un buon impiegato!
 L’atto era inoppugnabile.
 
 Arrivati alla scadenza, col cavolo che la troiona voleva rendere i soldi, che non aveva tutti, ne voleva pagare la penale, che era decisamente salata.
 Sapendo quanto fosse bischero, e come da anni giocasse a carte lasciando immancabilmente sul tavolo quanto si era portato dietro, gli disse davanti a tutti:
 “Visto che mi stai sempre a sbirciar le cosce e mi sbavi addosso, ti faccio una proposta: ci mettiamo a questo tavolo e giochiamo a carte. Se vinci tu, sono a tua disposizione per tutta la notte per le tue maialate. Se vinco io, non ti devo più una lira.”
 
 Una luce brillò in quegli occhietti porcini.
 Quella cassetta porno, che allietava ogni tanto le sue notti, aveva come unica trama un poker strip, che ovviamente, dopo tutti i vestiti volati via, vedeva usar per pegno pompini, tope e culi a profusione.
 A furia di vederla era forse l’unico campo in cui fosse un esperto.
 Sarà stata la bramosia delle sue voglie, ma seppe anche far due conti e pensò: “perdo praticamente sempre, ma qualche volta quasi ce l’ho fatta.
 Una partita e via ho poche speranze, ma in più partite… almeno di veder com’ha le puppe ce la faccio!
 E con un po’ di fortuna….”
 
 Con la sua vocina gracchiante propose: “A poker! Giochiamo a poker strip. Per dieci sere ci giochiamo ogni volta dieci milioni. Te ti metti nove indumenti in tutto e io punto un milione ad ogni mano. Ogni mano vinta nessuno intasca o recupera niente dal tavolo. Solo chi perde posa il milione o un indumento. Persa la decima mano io, lascio una ricevuta di dieci milioni sul tavolo e torno a casa, persa la decima mano te, che avevi solo nove indumenti, sei ai miei voleri per il resto della notte”.
 
 La discussione successiva fu animata, ma Alfio aveva, per la prima volta in vita sua, odor di passera nel naso ed era determinato, arrivando a minacciare di chiamare l’avvocato e far suo il bar.
 
 Alla fine l’accordo fu quello proposto da lui, con la sola condizione che, se avesse vinto lui, fosse anche stata subito la prima sera, si faceva la sua trombata e il debito era chiuso.
 La panterona non era tanto contenta, un certo rischio c’è sempre.
 Gli rodeva che la trattativa fosse stata fatta davanti a tutta quella gente.
 Cerano tanti suoi occasionali compagni di letto, ma anche tanti che, sapeva, parlavano male di lei e, di tanto in tanto, dicevano “povero Alfio”.
 Aveva cercato di portare il ciccione a parlare nel retro, ma quello non si fidava, e aveva iniziato a barrire come un elefante, chissà che gli era preso quella sera!
 Era sempre riuscita a rigirarlo come gli pareva!
 E quello stronzo del Mario, che la detestava perché era troppo vecchio e non l’aveva voluto nel suo letto se ne era uscito con la sua trovata! (avrebbe goduto a saperla costretta a trastullare il pipino moscio di quella palla di lardo!)
 Mentre era riuscita a convincere tutti che non ne voleva sapere di testimoni, perché -se si doveva far vedere nuda non voleva spettatori se non per diritto di vincita-, lasciando il lardoso con un palmo di naso (alle brutte era parola contro parola), il Mario aveva proposto: “ho una bella telecamera che ci va la cassetta da quattr’ore. La piazziamo nella stanza a inquadrare il tavolo e, se non ci sono contestazioni, la Maria si tiene il nastro e ne fa quel che gli pare. Se c’è contestazione alle brutte la guarderà qualche donna per dirimere la contesa!”
 Ed eccola fregata.
 Poi scrollo le spalle pensando tra se e se:
 “Tanto col cazzo che quel rammollito dalle seghe vince una partita! Al massimo dovrò sopportare di vedergli la bava alla bocca mentre gli scodello le puppe davanti agli occhi”
 Ma anche dopo la nona partita, il povero Alfio aveva potuto vedere così poco, che quella zoccola si poté permettere di mostrare ogni sera agli avventori il contenuto della cassetta “per ridere insieme delle facce fatte iersera dal maialone”.
 
 Fine della parentesi, l’antefatto è narrato, e possiamo recarci nuovamente in quella stanza, in cui eravamo entrati all’inizio, per gustarci ciò che avvenne quella decima sera.
 
 Già la prima mano fu sua, e Maria si alzò, come convento, e si tolse le scarpe.
 Ne lei si preoccupò, ne Alfio ne gioì.
 Non era la prima volta che una mano la vinceva, il fatto che fosse la prima aveva mano della partita contava ben poco.
 La seconda mano vinta fu presa da lei solo come una scocciatura della sorte e da Alfio fu seguita con uno sguardo triste, come se già avesse raggiunto il massimo che poteva attendersi e ora non gli restasse che attendere la fine dalla partita.
 Maria si alzò e si tolse la giacca.
 Il vestito che portava sotto era più castigato di quelli che indossava comunemente al bar.
 Ma quando, tenendo una coppia in mano, si vide servire un Full, Alfio iniziò a sudare.
 Le sopracciglia di Maria erano corrucciate.
 Si alzò e decise di togliersi la camicetta, tanto sotto indossava anche la sottoveste.
 Il povero omone iniziò a sperare.
 Il suo sguardo fissava le spalle nude di lei, interrotte solo dai sottili laccetti della sottoveste nera e del reggiseno, che proseguivano in quelle braccia scoperte, rotondeggianti e morbide come le spalle, che avrebbe voluto baciare e mordere nell’alternarsi del suo amore – odio.
 E fissava la pelle liscia del petto, che iniziava a sollevarsi e separarsi nelle due morbide colline del seno, per sparire nella trama traforata del bordo iniziale della sottoveste.
 In sole tre mani aveva eguagliato il miglior risultato delle sere precedenti.
 Ora l’eros e la tensione avevano iniziato a farlo sudare come non mai, per l’attesa delle sue prossime carte.
 Quando si trovò in mano il poker, la fissò a lungo.
 Con voce roca chiese una carta.
 Lei ne prese due.
 Il suo volto si illuminò e Alfio ebbe una fitta.
 Nemmeno con un poker in mano si sentiva sicuro.
 “Full di regine”
 Quasi strillando ed agitandosi sulla sedia, che scricchiolò sinistramente, lui le rispose:
 “Poker!”
 E sorrideva come un ragazzino, faticando ad arcuare la bocca tra immense guance.
 “Merda! Non è possibile!”
 E Maria sbiancò in volto. “Cazzo, cazzo, cazzo! Devo impegnarmi di più”
 E si alzò, si mise di fianco al tavolo e si interruppe un attimo prima di togliersi la sottoveste.
 Pensò: “meglio dargli il contentino delle cosce. Almeno appena mi siedo non vede più niente”.
 Ad Alfio sembrò che gli si arrestasse il cuore vedendo lei che ruotava la gonna attorno alla vita per raggiungere la cerniera, tirava giù lo zip e staccava il gancetto in cima.
 Per lui il tempo aveva rallentato, la gonna sembrò cadere con lentezza esasperante.
 Scoprendo prima solo il nero della sottoveste, ma in seguito il lampo della pelle chiara subito seguito dallo scuro delle calze (aveva dovuto indossare le calze con giarrettiere per raggiungere il numero di indumenti necessari).
 “Guarda e crepa, ciccione maledetto!”
 Ma lui non ci fece caso intento com’era a guardarle le gambe piene, ma stupende.
 Anzi, la loro rotondità alla coscia, che non deformava la robusta eleganza del polpaccio e della caviglia, le rendeva indubbiamente desiderabili.
 Era alta per una donna e quelle gambe erano statuarie, sexy così calzate.
 E la sottoveste arrivava a stento ad impedire la visione delle mutandine, coprendo le cosce solo per breve tratto della parte trinata.
 Se poche erano le pulsioni nel suo pene debole, orti erano nella mente e nel petto.
 Lei si sedette nuovamente e dette le carte.
 Lui le prese colando litri di sudore.
 Solo una coppia di dieci.
 Anche a lei ora tremavano un poco le mani per la tensione.
 Coppia di nove.
 “tre carte”
 “tre carte”
 Alfio guardò con disperazione quella misera coppia che si era rifiutata di crescere.
 Ma a lei iniziò a scendere una goccia di sudore lungo una tempia.
 “Coppia di dieci” disse una flebile voce.
 “Ti venisse un cancro al culo! Non ho un cazzo in mano”
 “tra poco te lo do io un cazzo da tenere in mano” rispose lui con il primo sorriso sarcastico della sua vita.
 Lei sobbalzò sulla sedia e lo guardò con stupore.
 Da lui non se lo aspettava.
 Si alzò pensierosa e si mise nella solita posizione.
 Pensava: “Devo barare, non voglio dare a questo verme schifoso il gusto di sbavare ancora sul mio corpo”
 A rischi maggiori ancora non pensava.
 Così come non pensava che, distratta dai suoi pensieri, si stava spogliando lentamente, come era abituata a fare.
 Non pensava neppure che si stava togliendo la sottoveste.
 Visto come pensava normalmente, avrebbe scelto una delle calze.
 Per altro, sicura di se come era, fino ad un’ora prima, aveva indossato le sue solite mutandine e reggiseno e se il vestito era castigato, la sua lingerie no.
 E così, finalmente, anche quello stanco pene ebbe di che crescere.
 Già nel prendere, a braccia incrociate, il bordo inferiore della sottoveste, la sollevò a sufficienza da mostrare l’ampia curva dei fianchi.
 Ampia, ma ben delineata, senza la minima traccia di cellulite e che si raccordava in modo perfetto con le cosce statuarie.
 Le mutandine, anche se non basse di bordo come quelle portate dalle ragazzine, erano nere del tipo completamente traforato a disegni.
 Di quelle che hanno la parte spessa solo sotto l’antro del piacere, che appena faceva capolino tra la stretta delle cosce, là dove le mani maschili cercano rifugio nel calore, prima di iniziare la loro ricerca speleologica.
 Alfio vedeva nettamente il disegno del nero vello, e vedeva le mutandine pronunciarsi la dove iniziava il monte di venere.
 Le mani sudate si torcevano tra di loro, smaniose di saggiare la consistenza di quelle carni. La donna, distratta, iniziò a sollevare la quel nero sottile tessuto dondolando leggermente il corpo, in una ipnotica movenza da serpente.
 Spuntò il suo ventre rotondeggiante, da donna matura.
 Venne alla luce la vita che, se non da vespa, era chiaramente marcata.
 Si stava togliendo i veli una statua greca.
 Lui si meravigliò del sommovimento che avvertiva al basso ventre, di quell’uccello che cercava di spiccare il volo e lottava tra mutande e rotoli del ventre. Le sue voglie erano state sempre mentali, e mai aveva provato una erezione non stimolata dalle sue mani.
 Le braccia di lei si alzarono in alto, la testa scomparve nel tessuto ed esplosero i seni.
 Grandi quanto non ne può contenere la mano più grande, lisci, eretti.
 E quel reggiseno non aveva certo una grande capacità di sorreggere!
 Poteva solo decorare e risaltare.
 Adatto a grandi scollature, copriva a stento i capezzoli, il cui colore delle grandi areole ben si vedeva in quella trina, che faceva esatta copia con le mutandine: una stoffa trinata leggera, senza sostegni che nulla nascondeva.
 La pelle degli ampi colli, per larga misura libera, brillava del suo candore e sembrava seta.
 Anche estratta e caduta a terra la sottoveste, ristette un attimo ferma, ancora assorta.
 Le calze velate, le mutandine ed il leggero reggiseno traforati, il reggicalze di identico nero colore come uniche vesti su candida pelle e mosse onde corvine dei capelli.
 E il pene vinse la sua battaglia.
 Non dubito che anche giovani lance, fossero state presenti, avrebbero eseguito il presentat-arm.
 Ora si che Alfio sudava.
 Si riscosse vedendo il suo volto: si rese conto di esser stata stupida e, tenendo le braccia incrociate di fronte al petto, tornò rapidamente a sedere.
 Altre tre volte tornò a dare spettacolo: volarono via ad una ad una le calze, e poi il reggicalze. Ora la sua fronte era imperlata di sudore.
 Non riusciva a scacciare dalla mente quei rotoli oleosi, dall’acido odore, che l’avvolgevano.
 A tratti le si formava nella mente l’immagine di un cazzo tutto rotoli di grasso, largo nella sua deformità, che pareva un enorme verme ad anelli.
 E proprio come un lungo e grasso verme si muoveva.
 Le entrava tutto dentro la vagina e lei urlava, cercava di infilare l’intera mano in se, per andarlo a riprenderlo.
 La faceva urlare di dolore nel cercare di entrarle nell’ano così grasso com’era e, d’improvviso per lo sforzo il verme esplodeva cospargendo la stanza di liquido verde misto al sangue del suo sfintere dilaniato.
 Infine le voleva entrare in bocca dilatandole le mascelle e la soffocava tra conati di vomito.
 L’incubo era così presente nella sua mente da impedirle di agire.
 Il suo tentativo di barare fu un disastro.
 Le carte che si era fatte scivolare in grembo le cascarono a terra, fu gran fatica nasconderle col piede e recuperale.
 Ancor peggio quando cercò di aggiustarsi alcune carte in fondo al mazzo.
 Sbagliò e servì le carte contro di se.
 Chinò la testa sulle braccia incrociate e iniziò a singhiozzare.
 “Ma che succede? Non è possibile tutto questo!”
 Ormai non ragionava più, le sfuggiva la soluzione più semplice: proporre ad Alfio di pagare, compresa una penale, facendosi fare un prestito dalla banca.
 Può darsi che qualche minuto prima Lui avrebbe fatto storie, ma ora, vedendola piangere, come tutte le persone sempliciotte, pativa con lei. L’erezione era scomparsa e si sentiva pronto al grande gesto di tutto condonare, in fondo un piccolo divertimento lo aveva avuto!
 Ma proprio quando stava per parlare, Maria saltò su e iniziò ad inveire:
 “ehi, ameba informe, massa di lardo” e digrignava i denti, stando incurvata, il volto contratto d’odio proteso verso di lui: “quanto pesi? 200? Di più? Quanti metri è quel buzzo? Cosa credi? Ti posso sbattere la topa sotto il naso, tanto mi puoi schiacciare, ma lì non ci arrivi di certo.”
 Si strappò il reggiseno di dosso e, sorreggendosi i seni con le mani per spingerli in avanti, si avvicinò a lui portandoglieli sotto il naso in un gesto osceno e provocante insieme.
 “eccoli! Toccali! Mordili! Putrido rifiuto deforme di corpo e demente di mente!”
 In risposta ai suoi insulti, ogni proposito di bel gesto era sparito, ed il cazzo era tornato duro.
 Quei seni erano talmente vicini che anche nell’impaccio della sua mole bastò una piccola mossa per gettarsi, rapidamente, con la bocca su uno dei capezzoli.
 Le braccia larghe come prosciutti annaspavano, corte rispetto al suo diametro, per cercare di afferrarla alla vita e trattenerla.
 Ma non ce ne era alcun bisogno: Lei non si aspettava che lo facesse veramente! Rimase paralizzata, con la bocca spalancata come un’enorme “o” e gli occhi sgranati a fissare quella testa e quella bocca che, rapida e schioccante, ciucciava la sua mammella, facendole gonfiare e drizzare i capezzoli.
 Alla fine si portò indietro provocando un ultimo schiocco da quella ventosa umana.
 Guardò quell’immensa massa di carne sudata avvolta in una camicia fradicia, aveva una forma conica, debordava rotoli di carne ovunque.
 Pensò di essere una depravata, ormai legata da un rapporto masochistico con il suo aguzzino ripugnante.
 Come potevano altrimenti esserle gonfiati i capezzoli?
 La sua mente era sconvolta.
 Non pensava nemmeno più che potesse essere una reazione naturale, puramente meccanica, come la può procurare un brivido o una vampata di calore.
 Si sfilò le mutandine e disse, con voce sommessa: “Hai vinto tu. Non ho più voglia di stressarmi inutilmente in questa lotta. Dimmi che devo fare.”
 Sudato e fremente l’omone si alzò, sciolse la cintura dei pantaloni (sembravano due immensi imbuti capovolti, tanto partivano larghi e si stringevano in fondo) e li fece cadere a terra.
 Un immenso rotolo di grasso scese giù, non più trattenuto dalla robusta cintola, come un corto gonnellino che ricopriva interamente i suoi genitali.
 “Fammi un pompino per farlo indurire!” Ordinò, iniziando a recitare il copione della sua cassetta porno preferita.
 Maria dovette farlo sdraiare in terra, inginocchiarsi di fianco, ed anche così usare una mano per puntellare indietro il ventre molle.
 Solo così ebbe accesso al suo pene.
 Lo afferro, subendo da Alfio il seguente commento: “l’avevo detto che telo davo io un cazzo da tenere in mano!”
 Lo scappellò e, ormai insensibile ad ogni senso di nausea perché convinta di essere masochista, non cercò di ripulirlo dai giallognoli e viscosi depositi di sporco, denotanti una cronica carenza di pulizia di quell’asta, così irraggiungibile per quel ridicolo essere.
 Chinò la testa lo fece entrare in bocca.
 Alfio gemeva mentre Maria faceva scorrere la lingua tutto intorno alla base del glande, per ripulirne ed ingoiarne rapidamente tutto lo sporco.
 Ancor più gemette quando lei iniziò a far scorrere la labbra serrate lungo l’asta, inchinando a ripetizione la testa ad onorare il suo orco.
 Ben poco era in grado di reggere l’omone, e presto le ordinò di appoggiarsi al tavolo sporgendo indietro le carnose chiappe.
 Alfio cercò inutilmente di avvicinare il cazzo alla passerina di Maria.
 Poi si prese le trippe con le mani, le tirò su e le depose sulla schiena di lei, che ne avverti il consistente peso.
 Ora il pene, per quanto con sforzo, riuscì a raggiungere e penetrare quella agognata calda fica, facendo finalmente, per la prima volta nella sua vita, il suo su e giù.
 Rischiò nuovamente di venire e per completare la sua recita si ritrasse ed ordino: “fatti sborrare in bocca e bevine ogni goccia!”
 Remissiva obbedì.
 Alfio volle mettersi sopra di lei, come in un 69.
 Per quanto stesse ben puntellato su mani e ginocchia, Maria respirava appena, non per il cazzo in bocca, ma per il peso delle trippe che le gravavano addosso.
 Maria sogno di essere l’ultima vittima sacrificale.
 Pensò di completare il pompino, ingoiare diligente tutta la sborra di quell’essere schifoso, al fine di completare il suo degradante martirio, e quindi staccargli gli attributi con un morso.
 In un attimo il viscoso e abbondante seme dell’uomo iniziò a riversarsi a caldi fiotti nella sua bocca.
 Alfio gemette forte e strabuzzo gli occhi.
 
 Mario, che mi ha raccontato questa storia (ma sicuramente l’ha romanzata rispetto a quanto possa aver visto grazie alla famosa telecamera), narra che fu una fortuna per Maria che avessero deciso, per divertirsi, di spacciare per semplice telecamera a nastro una telecamera collegata per cavo al suo televisore. Appena giunsero, di corsa, trovarono Maria cianotica, che senza il loro intervento sarebbe morta soffocata dal peso di Alfio.
 Infatti le schiacciava i polmoni e le serrava la bocca, ancora piena di sborra e del cazzo irrigidito nella morte.
 Un infarto. Alfio era morto istantaneamente, lo si capiva dal sorriso beato che gli era rimasto impresso sul volto.
 Mario insiste perché ne ricavi una morale….
 Ma credo solo che Alfio sia felice, per lui quella chiavata valeva tutta una vita….e Maria…. penso abbia perso la voglia di ridicolizzare la gente….spero solo non abbia perso la voglia di ballar nel letto, perché sono curioso e mi ripropongo di recarmi in quel bar.

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