Intorno al fuoco gode come una matta


– Josephin conobbe il conte Donald Clarion ad una delle sue feste. Donald Clarion non era un vero conte, ma chi eredita una multinazionale diventando il quinto uomo più ricco d’America può anche permettersi di farsi chiamare come preferisce. Più volte la famiglia di Josephin aveva insistito perché accettasse gli innumerevoli inviti per le eclatanti feste indette per i motivi più banali, forzandola a partecipare alla vita di società e quella volta, con la scusa della cugina venuta dal Maryland, riuscirono ad incastrarla.
 Mollata la cugina nel salone principale in una bolgia di almeno duecento invitati si rintanò sulla terrazza ad osservare il frenetico luccichio della città mentre si apprestava a mordere la grande mela, ripensando al motivo infame con cui era stata costretta a venire alla festa.
 Donald Clarion comparve alle sue spalle come dal nulla, proprio mentre fantasticava su quanto tempo sarebbe trascorso prima di sfracellarsi al suolo se si fosse buttata da quell’altezza. Un pensiero che gli venne spontaneo dopo che un fottuto maggiordomo impiccione ed invadente l’aveva spaventata offrendogli un nuovo drink proprio mentre aspirava un pizzico di neve. Dopo il sussulto dello spavento vide la fialetta di cristallo col piccolo cucchiaino d’oro legato con una catenella volteggiare lentamente mentre si perdeva nel vuoto dei quarantacinque piani sottostanti.
 – La solita noia, eh?- l’abbordò affacciandosi di fianco a lei.
 – Già! – rispose seccata – Hai da fumare? –
 – Prego – scattò porgendole un pacchetto di Marlboro.
 Jo estrasse una sigaretta e, capovolgendo il pacchetto per fare uscire l’accendino, si ritrovò in mano anche una fialetta simile a quella che aveva appena perso. Accese la sigaretta e rimise tutto quanto nel pacchetto come nulla fosse stato restituendolo.
 – Puoi tenerlo. Avrò una scusa per venirti a cercare… Josephin. O forse preferisci Jo?-
 – Ci conosciamo? – Domandò un po’ stupita, espirando il fumo di una grossa boccata.
 – Donald Clarion…- si presentò con fierezza
 Anche Jo lo conosceva. Ne aveva sentito parlare e aveva sentito anche altre cose sul suo conto, cose strane, cose incredibilmente strane.
 Fumarono un altro paio di sigarette a testa poi dopo aver lasciato le chiavi della macchina alla cugina lasciarono la festa per andare a respirare l’aria della notte mentre ti sfreccia via a duecento chilometri all’ora.
 Anche Don non amava la società e glielo aveva detto chiaro.
 – Di tanto in tanto mi faccio vivo per rimorchiare un po’ di pelo, ma se potessi la brucerei tutta questa città di merda!- le aveva urlato
 – E come ti sembra la caccia di oggi? – rispose Jo alzando al gonna e mostrando l’assenza di biancheria intima.
 Normalmente avrebbe informato il suo amante con un po’ più di finezza sul suo insolito vizio ma la roba di Don era veramente da sballo e c’erano andati giù di brutto.
 – Vieni…- gridò facendo un testacoda in mezzo alla strada – Voglio farti vedere una cosa.-
 – Dove andiamo?-
 – A casa mia. –
 – Coleotteri? – rise Jo
 – Cosa? –
 – Lascia perdere – urlò alzandosi in piedi trattenendosi con tutte le forze all’urto dell’aria che l’aveva investita.
 Entrarono dal cancello d’ingresso ed attraversarono a tutta velocità un parco sconfinato investendo una statua già ammaccata forse da precedenti scorribande.
 Entrarono in casa un po’ barcollando e si tuffarono in un’ennesima sniffata.
 Jo si alzò di scatto tappandosi la bocca cercando di trattenere i conati, s’infilò in una porta a caso affidando al destino l’unica possibilità che il suo organismo le avrebbe concesso per trovare un bagno. Quello doveva essere il suo giorno fortunato e poté vomitare fino l’ultima goccia la propria anima senza sporcare più di tanto.
 Ritornò, rincoglionita dalla pestilenziale mistura di droga e alcool, verso il letto mentre dentro la sua testa una squadra di scavatori con i loro piccoli martelli pneumatici ricamava la sua materia grigia così che quando sarebbe morta avrebbero potuto mostrarlo come esempio della meravigliosa operosità della natura.
 Si lasciò cadere sul letto. Aveva freddo, era nuda, c’era un uomo nudo nel letto con lei ma non riuscì a muovere nemmeno un muscolo. Si lasciò sprofondare nel sonno prima che il ricordo di quello che era successo potesse schiarirsi.
 
 L’impresa edile che aveva l’appalto del suo cervello la risvegliò trapanando con insistenza la zona delle tempie, poi una visione mistica la portò a pensare che un santo dal tocco miracoloso leniva le sue sofferenze massaggiando la parte dolente con le dita gelide. Aprendo gli occhi vide il viso sconvolto di Don che dopo averle fatto un accenno di sorriso si lasciò scappare un rutto offrendole un bicchiere di liquido bianco spumeggiante.
 – No, grazie. Sto cercando di smettere.- balbettò Jo
 – Dai, avanti, butta giu.-
 Pochi secondi dopo anche Jo emise un disgustoso rutto ma nello stesso momento sentì con sollievo gli operai dell’impresa allontanarsi con il loro camioncino.
 – Che cosa è successo stanotte? Oh, mio Dio!- si rispose portandosi le mani alla faccia.
 Riaprendo gli occhi focalizzò con fatica la molle appendice di carne che penzolava dal folto ciuffo di peli neri prima di rendersi conto di ciò che stava vedendo.
 – Oh mio Dio…- si riportò le mani alla faccia e la sua mente… restaurata iniziò una tortuosa elaborazione di dati sino a ricomporre nel modo migliore l’accaduto.
 L’ingresso di Evelyn, la cameriera, tolse a Jo ogni dubbio. Anche Evelyn aveva una faccia segnata dalla notte ma si presentava bene anche se vestita normalmente.
 Porgendole una tazza di caffè nero e fumante i loro sguardi si incontrarono e Jo rivisse in un attimo un’esperienza che non avrebbe dimenticato facilmente o forse, e questo la terrorizzava ancora di più, non avrebbe dimenticato per niente. Nemmeno lontanamente avrebbe immaginato che esistessero simili nodi di provare piacere e, anche senza il plagiante effetto della droga sentì che se le avessero chiesto di ricominciare tutto da capo avrebbe accettato incondizionatamente, anzi il solo pensiero la eccitò tanto da gonfiarle il clitoride fino a farle male.
 – Vattene ora!- intonò secco Don posando la propria tazza sul vassoio e prendendo quasi con forza anche quella di Jo mentre ancora stava bevendo.
 – Ma Donald…- replicò Jo
 – Cosa facciamo oggi? – la interruppe tirandole di lato i capelli per poterla mordere sul collo.
 – Don… smettila. Io a dire il vero dovrei…-
 – Andiamo a fare shopping. La mia regina deve avere un vestito.- la interruppe di nuovo
 – Ho due armadi di vestiti. Basterebbe soltanto… smettila, ti prego.-
 – Poi andremo da Vincenzo. Oggi è il giorno dell’aragosta e Vincenzo è il re dell’aragosta. Vestiti!- concluse avviandosi verso la porta.
 – Vorrei farmi una doccia prima… se il signore concede- trasalì Jo
 – No, non farla. Mi piace sentire il mio odore sulla tua pelle. Sbrigati, l’aragosta è buona fresca.- le rispose uscendo e rendendo inutile un eventuale commento.
 Vagò alla ceca per l’enorme casa con un accappatoio di fortuna e dopo un notevole sforzo mentale riuscì a ricordarsi dove erano rimasti i vestiti, praticamente a pochi metri dall’ingresso, e si fermò per un attimo a pensare che forse si era concessa un po’ facilmente ma in fondo non le importava molto.
 Donald la raggiunse in bagno mentre si sistemava i capelli e rimase serio sulla soglia ad osservarla.
 – Ho usato il tuo spazzolino, scusa ma non ne ho trovati altri. Hai bisogno del bagno? Faccio in un momento.- posò il pettine e si diresse verso la porta ma Don le ostacolò l’uscita.
 – Ti avevo chiesto di non fare la doccia.- l’accusò mantenendosi serio.
 – Come?… Credevo scherzassi… non pensavo dicessi…- balbettò con soggezione prima che, presa manescamente per il collo, si lasciò baciare con distaccato ardore tappandole la bocca. Quando riaprì gli occhi Don le stava sorridendo ma la stretta era ancora salda e Jo, confusa ed anche un po’ spaventata, stava ormai meditando di chiedergli scusa.
 – Sai di buono.- Aggiunse leccandole con la punta della lingua il profilo del naso fino all’attaccatura delle sopracciglia. – Il mio bagnoschiuma ti ha salvata, piccola. –
 La lasciò riponendo con estrema delicatezza il peso del corpo sulle vertebre stiracchiate, scavalcandola ed avviandosi verso il lavandino. Jo rimase per un attimo immobile sulla punta dei piedi poi tirando un grosso sospiro rientrò in stanza.
 – Jo! – la chiamò specchiandosi
 – Dimmi…- rispose affacciandosi dallo stipite. Don la lasciò ad aspettare lasciandosi guardare mentre si sistemava vanitosamente i capelli poi, proprio quando Jo aveva deciso di andarsene si voltò verso di lei ritornando serio.
 – Non farlo più.- la ammonì restando a fissarla per qualche interminabile secondo come volesse ipnotizzarla poi si rigirò verso lo specchio riprendendo a curarsi della sua folta chioma da maschio. Jo scrollò la testa ed andò ad accendersi la prima sigaretta.
 Uscirono dalla città e viaggiarono per più di mezz’ora senza scambiare una parola, anche perché avrebbero dovuto urlare per superare il frastuono dello stereo, poi arrivarono in un piccolo sobborgo. Don sembrava molto popolare in quel posto, tutti sembravano conoscerlo e lo salutavano con entusiasmo chiamandolo per nome.
 Parcheggiarono in una piazzetta e Don fece strada dentro un portico, oltrepassato il quale, si trovarono in un cortile con al centro un antico pozzo ed un attimo dopo, sparsa la voce, uscirono varie persone dalle porte che comunicavano con il cortile salutando anche loro con riverenza e rispetto.
 – Donald, figliolo fatti vedere. Credevamo che ti fossi trasferito in un’altra città. – esclamò un anziano con uno spiccato accento mediterraneo.
 – Zio Alfio, che dite. Non potrei mai fare una cosa simile. Vieni Jo, ti voglio presentare un grande amico di famiglia. Zio Alfio, questa è Josephin. Non è un angelo? Voglio che sembri una stella e solo tu puoi farle indossare qualcosa che possa farla apparire ancora più bella.- Jo arrossì fuori e dentro. Non aveva ancora ben capito quale fosse il gioco a cui stava partecipando ma dopo quell’infelice inizio di giornata non si sarebbe mai aspettata un complimento simile, anche perché, pur sapendo di avare il potere di far girare molti uomini, non ne aveva mai ricevuti di così… spontanei.
 Entrarono in casa, una vecchia casa ma pulita ed abbastanza ordinata.
 – Tina, Tina guarda chi è venuto a trovarci. – li anticipò Alfio spingendo poi avanti Don con uno scappellotto, invitandolo a salutare la donna che, voltatasi dal lavello, si apprestò ad abbracciarlo protendendo le due grasse braccia verso di loro.
 – E questa è Josephin… Jo avanti saluta!- la invitò con sollecitudine cogliendo l’occasione per sganciarsi dalla stretta della donna.
 Tina si pulì con cura le mani nel grembiule e si limitò a porgerle la mano ma fu comunque una stretta calorosa come si conviene tra quella gente del sud Europa.
 Scambiati pochi minuti di convenevoli durante i quali Jo conobbe anche il resto della famiglia fu invitata da Don a seguire Cetta, una delle figlie di Alfio, mentre loro sarebbero andati a discutere di cose da uomini.
 Osservando la ragazza camminare davanti a lei Jo rimase molto impressionata da come la moda avesse raggiunto anche quelle parti di mondo che a prima vista potevano sembrare dimenticate da Dio. Camminarono attraverso un laboratorio costipato con disordine di vari campioni di sartoria e manichini, scarsamente illuminato da grandi finestroni oscurati da pesanti tende, poi Jo incespicò in qualcosa e, premurosamente, Cetta la invitò a fermarsi mentre andava ad accendere la luce.
 – Scusa ma ci sono talmente abituata da poterlo attraversare con gli occhi bendati.
 – Non è niente. Anzi spero di non aver rotto niente.- rispose Jo raccogliendo un cofanetto di legno intarsiato che aveva fatto cadere rovesciandone il contenuto. Si chinò per rimediare al misfatto e lo sguardo le cadde sella ben nota impronta nel velluto del cofanetto e non fu per nulla necessario che Cetta accendesse la luce per riconoscere la stessa in forma in 3d sul pavimento poco distante dai suoi piedi raccolse il coso leggermente schifata e lo alloggiò con precisione nel velluto rosso della scatola poi, ora che la luce era della giusta intensità, restò immobile stupita dalla verosimile ricostruzione, avrebbe voluto sbarazzarsene al più presto ma a volte l’imbarazzo fa fare cose strane come perdere la cognizione del tempo e la vergogna le salì a mille quando Cetta le prese il cofanetto dalle mani per posarlo di nuovo sul tavolo.
 – Scusa, non ti sei fatta male, vero? Dovremmo deciderci di fare un po’ di ordine in questo posto. Andiamo?- commentò riuscendo a sbloccarla dalla paralisi di imbarazzo che l’aveva assalita.
 – Si… cioè no. Voglio dire che non mi sono fatta niente. Oh cazzo… scusa.- sbottò confusa. portandosi una mano tremante alla bocca.
 – Sei diversa dalle solite ragazze di Don. E’ da molto che siete assieme?- domandò Cetta cercando di cambiare discorso.
 – No, non molto… Perché? Ne ha avute molte altre?- rispose seguendola mentre il suo subconscio osservava i dettagli riportati dalla coda dell’occhio alla ricerca di chissà quale altra sorpresa – Ma cosa fate di preciso qui?- domandò ingenuamente.
 Cetta aspettò di essere entrate nella saletta al termine del corridoio forse cercando le parole giuste poi chiuse la porta.
 – Don non ti ha detto niente? Mio padre è il mago della pelle. Lui dice di essere un artista ma in realtà è solo un sarto, potrei aggiungere bravo ma sarebbe un giudizio di parte.
 – Avete un negozio? Fa dei capi per qualche stilista? Io un po’ me ne intendo, forse ho già visto in giro qualche cosa…-
 – Non credo. Di solito chi acquista i capi di mio padre non lo fa per mostrarli. Non in pubblico almeno.- concluse sorridendo – Ora dovrei prenderti le misure…-
 – Si certo, scusa. – scattò Jo alzando le braccia
 Cetta ebbe un attimo di indecisione poi afferrò il bordo inferiore del vestito alzandolo verso la testa portando immediatamente alla luce il vizietto. Jo approfittò di essere rimasta intrappolata nel vestito per arrossire e fare qualche smorfia mordendosi il labbro inferiore. Cetta prese con estrema delicatezza tutte le misure del caso e, tolto il primo imbarazzo del vistoso indurimento dei capezzoli al contatto del centimetro freddo, il resto del lavoro si svolse con scioltezza anzi, Cetta riuscì a mettere a suo agio Jo parlando del più e del meno per i successivi dieci minuti.
 – Immagino che dovrò scegliere anche un modello.- intonò rompendo una pausa di silenzio.
 – No. Di solito è Don che si occupa del modello, anzi a quest’ora dovrebbe averlo già scelto. Sei stanca? Ho quasi finito. Adesso ti darò un po’ di fastidio ma ho bisogno che rimanga su bene per un attimo.-
 Cetta prese una bomboletta spray da un ripiano e date due violente agitate spruzzò con rapidità il gas sulle punte dei seni e, prima che la leggera brina che si era formata si sciogliesse, i capezzoli si rattrappirono violentemente portandosi dietro tutto il seno rendendolo sodo e ben alto.
 Mentre Jo tratteneva il respiro Cetta misurò con precisione la distanza tra le punte in erezione.
 – Dovresti portare almeno un reggiseno. Sarebbe un peccato lasciare che si rovini, ma del resto ti capisco. Nemmeno a me va molto a genio la biancheria intima- consigliò Cetta ultimando il lavoro – Fatto. Puoi rivestirti. –
 Cetta fece compagnia a Jo ancora per qualche minuto, giusto il tempo di servire un caffè, poi Don sbucò da una porta con in mano la borsetta di Jo e mollatagliela in mano si avviò verso la macchina. Jo guardò Cetta e chiudendosi nelle spalle abbandonò la tazzina e si incamminò cercando di raggiungerlo provando a convincersi che Don l’aveva invitata a seguirlo ma lei non lo aveva sentito.
 Entrarono da Vincenzo e subito un paio di camerieri ruffiani li accompagnarono al tavolo perennemente riservato a Donald, qualche istante dopo il caposala si avvicinò con il carrello dello champagne versandone mezzo bicchiere a testa. Jo espresse il suo disgusto per il vino frizzante ma Don riuscì a convincerla che almeno un bicchiere doveva berlo.
 – Non serve il menu. – impose Don impedendo al cameriere di posarli sul tavolo. – Prenderemo due aragoste Vincenzo con salsa maionese e il solito antipasto.-
 Don guardò Jo la quale si limitò ad annuire ed il cameriere si ritirò ritornando dopo un minuto con un carrello dal quale prese due coppe di insalata di gamberetti guarnita da un’ostrica affogata al momento nel limone, rabboccò i bicchieri senza che Jo avesse il tempo di fermarlo e si ritirò di nuovo.
 – Alla donna più bella del mondo.- Spropositò Don alzando il bicchiere, cosa che implicava il contraccambio del gesto.
 – Salute.- rispose Jo poco convinta, del resto non era poi così tanto frizzante se buttato giù d’un fiato.
 Mangiarono l’antipasto tenendo per ultima l’ostrica e subito dopo, per ingannare il tempo, Don, toltosi le scarpe le aveva appoggiato i piedi sulle ginocchia della donna facendo forza fino spalancarle sopraffando con facilità la tenue resistenza. Con la complicità della lunga tovaglia e della tenue luce Jo si abbandonò al poco delicato ma gradito massaggio, e forse anche ai due bicchieri di troppo che aveva già bevuto. Un attimo dopo Don non c’era più, infilatosi sotto il tavolo aveva cominciato a lavorarla con tecniche molto più sofisticate e anche molto più gradite.
 – Posso portare via? –
 – Co…Come? Si, certo…- rispose nel migliore dei modi al giovane cameriere che si era presentato come un fantasma.
 Il giovane, credendo forse di fare compagnia in mancanza dell’accompagnatore, ripulì con comodo il tavolo dagli avanzi dell’antipasto e rabboccò i bicchieri.
 – Per la prossima portata se preferisce che aspettiamo che ritorni…- avanzò ingenuamente
 – No! Non è il caso voglio dire… adesso viene…. viene subi…tooo. –
 – Come vuole. Informerò Vincenzo che può iniziare a servire. – concluse osservando con perplessità l’espressione di Jo, non avendo un’esperienza sufficiente per riconoscere i sintomi di un orgasmo femminile.
 – Si certo, Vincenzo.- rispose Jo senza troppo stare ad ascoltare a quello che diceva.
 Don riemerse dal tavolo sventolando il tovagliolo.
 – Era caduto.- giustificò nel caso qualcuno avesse avuto qualche dubbio sulla sua moralità.
 Consumarono l’aragosta, il milione di calorie che conteneva e un’altra bottiglia di vino. Al termine del pranzo, circa verso le tre, ebbero giusto la forza di trascinarsi a casa di Don senza commettere disastrose infrazioni del codice stradale, consumare un paio di piste di roba come dessert e sprofondare in un sonnellino pomeridiano di sette ore senza interruzioni.
 – Jo. Josephin, svegliati. Dobbiamo prepararci.- irruppe Evelyn parlando sottovoce.
 – Pre.. prepararci per cosa?-
 Evelyn la trascinò fuori dalla stanza quasi a forza e insieme andarono nella sala che Jo aveva nominato della perdizione. Rientrare in quel posto per Jo fu come tuffarsi in un vortice di emozioni incredibile. Ora che attraversava di nuovo quel posto e poteva sentire l’odore della pelle e dell’olio da macchina e forse anche il riecheggiare dei milioni di gemiti e di urla di piacere che dovevano aver invaso quel posto fino a saturarne le cavità porose delle pareti di mattoni a vista, ora ricordava cose e particolari che fino a poche ore prima avrebbe ritenute impossibili o non appartenenti alla realtà di questo mondo, nemmeno nei vari libri di letteratura erotica che aveva letto nella prima adolescenza.
 Attraversando lo scantinato sentì il suono del suo cuore accelerare vistosamente fino a coprire il penetrante ticchettio della camminata di Evelyn che ancheggiava sicura come una pantera nel suo territorio.
 – Oggi è il primo lunedì del mese.- anticipò Evelyn – Questo è il giorno in cui Donald vuole essere coccolato. Per questo sei qui.- rispose alla domanda che Jo stava cercando di formulare elemosinando qua e là piccoli istanti di tempo al suo cervello troppo distratto e confuso dalle immagini che colpivamo il fondo dei suoi grandi occhi castani.
 Nemmeno il sospetto di essere considerata la puttanella di turno rimorchiata per l’occasione del primo lunedì del mese riuscì a stupirla più di tanto, come se questo facesse parte di quella devozione che aveva tacitamente giurato in cambio della possibilità di abbeverarsi alla fontana del piacere.
 Per Jo tutto in quel posto aveva un fascino travolgente, dalla disarmante linearità della curve di Evelyn all’ultimo granello di polvere che ornava il grosso lampadario centrale con i suoi mille cristalli scintillanti.
 Evelyn l’aiutò e la istruì con pazienza e professionalità trasformandola e liberando quell’oscuro lato perverso che le stava germogliando dentro.
 Come resa schiava da un’ossessione disumana, imparò quasi a memoria ogni parola ed ogni gesto, non si sarebbe mai perdonata un benché minimo sbaglio.
 Entrarono nella camera di Donald e si fermarono ai lati del letto aspettando la sua reazione con lo sguardo serio ed impenetrabile.
 Jo si sentiva così sexy da dover lottare per allontanare il più possibile quel desiderio di abbandonasi all’eccitazione che la assaliva. Anche prima, mentre Eve la preparava e le insegnava a stendere lo smalto e il rossetto nero con cura, tutto in un colpo, o mentre le mostrava come far si che un giusto tocco di trucco possa rendere uno sguardo profondo e magnetico. Mentre la toccava e la sfiorava involontariamente o mentre le tirava con la giusta forza i lacci di quello strano corpetto che si incrociavano dietro la schiena obbligandola ad un portamento eretto che le metteva in evidenza i seni e la curva dei glutei. Li davanti al letto aspettando un cenno di Eve per inscenare l’opera perversa della quale era stata protagonista poche ore prima, attraverso la quale aveva goduto come non avrebbe mai immaginato. Immobile specchiandosi negli occhi, nel viso e nel corpo di Eve, sperando di apparire affascinante almeno un decimo di quello che le appariva Eve. Statuarie e spietate con quella maschera di pelle lavorata che le rendeva irriconoscibili ed inconfondibili nello stesso tempo.
 Mai avrebbe immaginato che quel sentirsi sporca, dannata e così troia, l’avrebbe eccitata tanto.
 Don fu portato a braccia nello scantinato e legato mani e piedi ad una grata in ferro battuto montata su un sistema di cardini che ne permettevano la rotazione in varie direzioni poi, prima che potesse gonfiarsi ed ergersi in tutto il suo orgoglio, Eve prese una particolare cuffietta di cuoio ed avvolse il penzolante pene intrappolandolo in un minuscolo spazio insieme ai testicoli già gonfi e pronti ad espellere il piatto forte del giorno. Spinte da una lascivia inumana le due donne presero a baciare, leccare e mordere il corpo del festeggiato sfregando con lussuria i propri pube contro le cosce e i fianchi.
 Quando la mano di Jo raggiunse il seno di Eve questa cercò di sottrarsi, poi lasciò che contraccambiasse per quanto possibile il piacere che le aveva donato la notte precedente confidando che anche Don avrebbe gradito.
 Jo si lasciò incastrare tra il corpo di Don e quello di Eve sentendo il ruvido fagotto insinuarsi tra i glutei e il biondo pelo di Evelyn solleticarla e mescolarsi col suo. Chiuse gli occhi e si abbandonò al piacere accarezzando il sensuale contrasto tra la pelle di Eve e quella del suo sconveniente indumento.
 – No, Jo. Basta!- la rimproverò mentre cercava con le mani un contatto più intimo tra le cosce della compagna – Calmati adesso. Abbiamo tutta la notte, ricordati quello che ti ho detto.-
 – Non resisto, Eve. Ho bisogno di godere.- La implorò cercando di apparire sfinita.
 – Ho detto basta!- si allontanò Eve alzando la voce.
 Jo avanzò verso di lei come assalita da una disperata forza, ma indietreggiò di scatto vedendo Eve ritornare di nuovo verso di lei dopo aver preso dal tavolo lo scudiscio.
 Ritornata di nuovo con la schiena contro il petto di Don, aprì le braccia e si aggrappò con forza alle sbarre stringendo i denti.
 La prima sferzata la raggiunse di soprassalto colpendola al seno, non era stata molto forte, come una specie di avvertimento, ma riuscì comunque a strapparle un grido stridulo. Le braccia si contrassero istintivamente a proteggere quella delicata parte che il suo corpetto obbligava scoperta e ben sollevata, ma le sue mani si strinsero ancora di più impedendole di muoversi. Dopo il secondo schiocco apparve la prima lacrima e questa volta un colpo troppo vicino fece sobbalzare anche Don. Jo resistette prigioniera del suo corpo e della sua mente che si dividevano dolori e piaceri poi, dopo una quinta sferzata alle cosce cadde in ginocchio e le sue braccia le si avvolsero attorno cercando di proteggerla il più possibile.
 – Basta, ti prego. Basta- supplicò con il fiato tremolante. Ancora più confusa della sera precedente cercava invano una risposta logica a quello che le stava accadendo, ma sapeva benissimo qual era la risposta. Qualcosa di latente si era fatto spazio dentro di lei un germoglio che doveva essere concimato col sangue e col dolore.
 Eve la raccolse da terra.
 – Devo andare a prendere la cena. –
 – Va bene. Ti prometto che farò la brava.- rispose sorridendo pulendosi alla cieca le due colate di rimmel che le solcavano le guance.
 – Farai la brava perché non potrai fare nient’altro.- le rispose Evelyn bloccandole l’anello che aveva sui polsini con quello sui fianchi del bustino.
 – No, cosa fai! Te lo avevo promesso…-
 – Infatti. E sono sicura che manterrai la promessa. – rise Eve trascinandola per il collare per incatenarla alla grata ai piedi di Don.
 – Sei una troia! Liberami, ti prego… LIBERAMI!!- implorò a tratti supplichevole ed a tratti arrabbiata vedendola allontanarsi.
 – Quando decide una cosa può essere considerata definitiva. – commentò Don
 – Dagli ascolto, piccola. Lui mi conosce bene.- concluse Evelyn ormai lontana.
 Jo aspettò che i passi di Eve si perdessero nel corridoio poi alzò il capo verso Don illuminandosi il viso con un sorriso tagliente.
 – Vuoi vedere un gioco di prestigio, Don?- domandò infine e senza aspettare una risposta cominciò a muovere la spalla ed il braccio riuscendo a sfilare la mano dal polsino di cuoio.
 – Abracadabra…- scimmiottò mostrando la mano libera solo leggermente arrossata – Da piccola ho rotto entrambe i pollici in un incidente da allora avrò perso un centinaio di braccialetti. Guarda…-
 Jo mostrò quasi al rallentatore quello strano numero da contorsionista. L’osso del pollice era così snodati da scomparire quasi dalla mano. Liberatasi completamente si avvicinò a Don riprendendo a baciargli e mordergli il petto, ma dopo qualche secondo le sue mani impazienti stavano armeggiando sul fagotto di pelle che intrappolava il maschio liberandolo.
 Come in una scena di quei documentari di natura assistì affascinata al miracolo che stava accadendo sotto ai suoi occhi aspettando immobile fino alla completa fioritura accarezzandolo giusto un attimo per accertarsi che la consistenza fosse della giusta durezza, infine si arrampicò sulla cancellata per lasciarsi calare verso il basso alla ricerca della tanto ambita connessione.
 Per quanto scomoda potesse essere, tanta era la voglia di farsi scopare che prese a dimenarsi su e giù incurante della debole struttura alla quale erano appesi e tantomeno del fracasso di ferraglia che ne usciva portando Don ad una precoce eiaculazione.
 La prima frustata secca sui glutei che la raggiunse la lasciò disorientata. Evelyn era tornata, era chiaro, ma non osò voltarsi per controllare quanto fosse incazzata, cercò di proseguire con un ritmo regolare, poi la mancata ripetizione della punizione la insospettì ma fu presto consolata.
 – Sei stata molto cattiva!- mormorò Eve strattonandola per i capelli.
 Eve gli passò davanti alle labbra il manico del fustino, un manico dalla inconfondibile forma leggermente appuntita, invitando l’animale che viveva dentro quel corpo a mostrare le proprie abilità oratorie. Poi, seguendo lentamente la spina dorsale, scese fino ad arrivare vicino a Don, fermandosi un attimo a giocare con l’unica verginità che ormai le era rimasta.
 Ancora una volta, divisa tra dolore e piacere, Jo si aggrappò con forza alle sbarre ma questa volta il piacere ebbe la meglio e finalmente riuscì a sfamarsi. Quasi totalmente sospesa dalle esigue forze di Don, Jo rimase per qualche secondo immobile come morta ad assaporare il tanto sudato e meritato orgasmo, meditando su come avrebbe potuto, dopo quell’esperienza, accontentarsi di un solo uomo per volta.
 – Sei solo una puttanella da quattro soldi.- la insultò Eve prima di baciarla con invidia.
 Jo riuscì a mettere i piedi in terra e a chiudere le gambe senza che niente ne rimanesse intrappolato dentro.
 – Vieni, ho qualcosa che ti solleverà il morale…- ammiccò Eve avvicinandosi.
 Prese la testa di Jo e la avvicinò al seno invitandola a sniffare la spruzzata di neve che le ricopriva i capezzoli.
 Aspirò e leccò con cura fino a riportare alla luce i turgidi boccioli sentendosi immediatamente rinvigorire.
 Jo contraccambiò il gioco ma Eve fu molto più meticolosa nel ripulirle il corpo e finì in breve tempo in ginocchio a leccarle le ultime tracce del suo rapporto con Don che le colavano ancora tra le cosce.
 Il ricordo della notte precedente non era del tutto chiaro ma quello che Eve voleva veramente andava ben oltre il semplice sesso orale.
 – Leccami le scarpe!- tuonò Jo
 – No, non voglio… –
 – Leccale ti ho detto!- urlò di nuovo prendendo il fustino dal tavolo ed alzandolo minacciosa.
 – No, non picchiarmi. Lo farò, lo farò ma non picchiarmi ti prego. – acconsentì mielosa
 Eve si chinò mettendo ben in mostra il culo e iniziò il giochetto che Jo le aveva già visto fare con Don.
 Accarezzò e leccò ogni centimetro delle lucide scarpe nere, dalla punta all’altissimo tacco a spillo mentre si dimenava e roteava le anche al contatto del fiocco di cuoio che Jo faceva passare nella gola dei glutei stimolandola con leggeri ma crescenti colpi.
 – Vai da Don adesso. Sbrigati!- le schioccò un colpo secco arrossando una riga sulla pelle candida del fondoschiena.
 Eve si trascinò carponi fino sotto l’uomo iniziando a leccarne i piedi anche di questo.
 – Prendiglielo in bocca, zoccola succhiacazzi. In bocca!- la umiliò schioccando un altro colpo.
 Eve ubbidì ed accolse tra le labbra il molle membro ancora gocciolante cominciando a lavorarselo massaggiandogli e stimolandogli le palle.
 Don dimostrò una pronta partecipazione e in breve tempo diede ad Eve una più ampia superficie su cui operare, poi non appena Jo ebbe finito di liberalo, si riversarono tutti e tre sul pavimento iniziando un contorto intreccio di mani, culi, tette, cazzi veri e finti e lingue allo stato brado, fino a che le posizioni non diventarono definitive.
 Eve, ritornata di nuovo a carponi, si unì a Jo in intenso sessantanove prostrandosi a Don e dandogli la possibilità di scegliere l’ingresso preferito, il quale non si fece scappare l’occasione di provarli entrambe, mentre Jo si dovette accontentare del rimanente surrogato anche se maneggiato da una abile mano.
 
 L’orgasmo li assali’ come una reazione a catena innescata da Don che ritornò a lui dopo un tortuoso percorso.
 In quel momento Eve si afflosciò sopra Jo coprendogli completamente il viso con le sue parti nascoste. A Don bastò tenerle ferma la testa con le ginocchia e dopo qualche secondo di divincolamenti le braccia di Jo caddero molli sul pavimento.
 Evelyn restò ancora un po’ distesa sulla morbida Jo accarezzandole la delicata e candida pelle della pancia.
 – Quando sarà pronto?- domandò distratta
 – Zio Alfio ha promesso che entro il mese dovrebbe essere finito. Cosa hai portato da mangiare?-
 – C’è del riso in insalata e dei pop-corn.- indicò il vassoio sul tavolo – Mi ha chiamato Cetta oggi, dice che riuscirà a ritagliarne un ottimo modello questa volta, che la pelle è forte e reggerà benissimo alla conciatura.-
 – Finché riuscirai a tenere questa taglia non credo che avremo problemi.- farfugliò Don con la bocca piena – Anche se credo che rimpiangeremo la piccola Josephin.-
 – Già, ma ci sarà di conforto il fatto che almeno una parte di lei resterà sempre con noi.-
 
 Rudy ci rimase molto male quella volta. Dopo aver osservato l’espressione degli amici notò che nessuno aveva capito che il racconto era finito e, soprattutto, come era finito.
 – Un vestito!- esclamai fiero – Don e Eve uccidevano delle ragazze per farsi fare dei vestiti con la loro pelle.- spiegai entusiasta.
 – Vestiti?!?… Cosa se ne facevano dei vestiti?- se ne uscì beato Eugene.
 Il gesto fu unanime, quel tipo di gesto che si fa mentre si manda qualcuno a quel paese.

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