Chicca erotica


Si prega di voler indicare nel corpo del racconto le età dei soggetti che ne fanno parte, si ricorda che debbono essere
 tutti MAGGIORENNI. Grazie.
 Utilizzare questo spazio per i testi molto lunghi. Grazie.
 
 
 
 
 Chicca
 
 Chicca non era felice di trovarsi di nuovo lì.
 Al padre e alla madre piaceva quel posto così alla moda e frequentato dai così detti vip.
 Non che il posto non fosse bello. Piscine, campi da tennis, scuole d’equitazione e così via.
 C’era anche l’odiato campo da golf, dove suo padre cercava di trascinarla.
 Tutti gli anni lì. Aveva anche l’impressione che molti avessero la “puzza sotto il naso”, considerassero suo padre e l’intera famiglia, un gruppo di bifolchi arricchiti. Questo pensiero lo condivideva o, piuttosto, pensava che suo padre fosse troppo entusiasta per come la propria ditta, dopo anni di stenti, avesse avuto un improvviso boom e giocava come un bambino a fare il Vip, senza considerare la sua semplicità.
 Soprattutto, quest’anno, non voleva andare con i genitori.
 I suoi diciott’anni le avevano portato il regalo più bello: proprio al termine della festa in suo onore, Giuseppe l’aveva baciata.
 Aveva capito, col cuore che le batteva forte, che le stava facendo la corte e lo aveva assecondato nel suo tentativo di trarla in disparte, in un punto scuro del giardino.
 Aveva chiesto a lei, Francesca, ovvero la Ciccia Chicca, d’essere la sua ragazza.
 Non era giusto che dopo solo due mesi dovesse stare lontano da lui.
 
 La ragazza di cui stiamo parlando, era sempre stata complessata per la sua abbondanza, che le aveva portato l’odiato soprannome. Si era data da fare per dimagrire, ma non era contenta. Si sentiva grassa. Non si rendeva conto di due cose. Aveva perso pochi chili, ma era una di quelle ragazze che si sviluppano tardivamente. Negli ultimi due anni da un metro e sessanta scarsi aveva raggiunto il metro e settanta. Non per niente avevano dovuto portarla dal medico perché quell’improvvisa crescita le aveva creato degli scompensi ed aveva sofferto di svenimenti.
 Lei si vedeva ancora “grossa”, ma in realtà erano le sue forme. Tra lei e la Cucinotta c’era l’unica differenza, oltre a qualche tratto del viso, dell’età. Non era grassa, era una “bomba” di sesso.
 Non riusciva ad accorgersi degli occhi che le si posavano addosso, e se notava qualcuno guardarla, pensava la guardasse impressionato dal culo troppo grosso e da quel seno che odiava perché esageratamente grande. Invece gli amici e i compagni di scuola di Giuseppe lo invidiavano per la sua temerarietà che gli aveva consentito di conquistare la ragazza più ambita del Liceo.
 Chicca non aveva mai avuto un ragazzo e non seppe mai dirgli di no, per paura di perderlo.
 In soli due mesi avevano già avuto numerosi rapporti sessuali di varia natura. Si era vergognata quando era andata dal medico e gli aveva chiesto di prescriverle la pillola e si era vergognata anche di fare sconcezze come prendere il pene del suo ragazzo in bocca e, ancora di più farsi penetrare nell’ano. Era stata combattuta tra il desiderio di contentarlo e la paura di essere considerata, da lui stesso, una ragazza spregiudicata e poco seria. Giuseppe era un ragazzo poco esperto, pieno più di voglie che di capacità, inoltre, come capita spesso tra i troppo intraprendenti, anche notevolmente egoista. Lui si era levato molte soddisfazioni, ma Chicca aveva essenzialmente goduto di farlo contento e tenerlo legato a se. Per il resto erano stati più il dolore e il fastidio che i momenti di piacere.
 
 Corrucciata, se ne stava in disparte. Giuseppe aveva cercato di spingerla a ribellarsi, ma lei non aveva saputo imporsi. Una litigata ed eccola lì. Al ritorno sarebbe sempre stato il suo ragazzo.
 Suo padre voleva rovinarle la vita! Non aveva nemmeno voglia di nuotare o prendere il sole.
 Suo padre e sua madre avevano cercato di convincerla ad andare in barca con loro, ma con mille scuse si era rifiutata.
 Stava lì, sotto l’ombrellone ai bordi della piscina e guardava la gente passare.
 Era l’unico divertimento che, spontaneamente, per quanto arrabbiata e preoccupata, le veniva.
 “Ecco che arriva il Commendatore, quel ciccione calvo illuso di saper fare le battute spiritose.
 Ecco le due tardone che, come tutti gli anni, cercano di attirare i maschi. Finiranno come il solito.
 Non trovando nessuno, tra qualche giorno si rimorchieranno coi soldi qualche giovane bagnino in vena di soldi.
 Oh! Ecco la bionda strappa cuori, chissà quanti ne cambia in un mese quest’anno? Eppure quel seno deve essere rifatto! Troppo ritto e perfetto per essere opera della natura!
 Ecco un nuovo gruppo di cicisbei. Ah! Ecco il contraltare della bionda, il Conte di vattelappesca, sarà conte davvero? A me sembra un po’ volgare, sempre così dietro le donne. Però, per essere “anziano” ha un certo fascino, un po’ macabro magari. Un incrocio tra un tenebroso ballerino spagnolo e quel vecchio attore che piace a mamma e ne ha collezionato le cassette. Come si chiama? Alain Delon o qualcosa del genere. Avrà almeno 35 anni, un bel fisico però.
 Vediamo chi vince la gara: quest’anno rimorchia più la bionda o il Conte? L’anno scorso, nel mese che sono stata qui, com’è finita? Ah, si. 10 a 9 per la bionda, però, secondo me il Conte ha avuto più gusto. Vediamo, la bionda ne ha già tre intorno, ha già solo l’imbarazzo della scelta. Il Conte? Ecco, camminata sciolta e s’inoltra tra gli ombrelloni. Saluto di qua, battuta di là. Cerca a prima preda. Quella gli va incontro. Non è di suo gusto, il Conte mira sempre al meglio! Ci parla per cortesia, ma continua a gettare occhiate in qua e in là. Ecco, la testa inizia a guardare sempre nella stessa direzione. Ce ne deve essere una proprio accanto a me… deve essere addirittura dietro di me.”
 Curiosa, come se cercasse qualcuno in distanza, per non far notare che guardava chi aveva vicino, ruota la testa, sollevando le spalle dalla sdraia.
 “A sinistra è vuoto, dietro solo dei ragazzi e… a destra una vecchia e un bambino, mi sono sbagliata.” Si mette nuovamente sdraiata.
 “No! Continua a guardare qua. Qualcuno che conosce? Per la miseria! Quello stronzo sta proprio guardando me! Mi scruta dalla testa ai piedi. Si. C’è una ragazzina cicciona sulla sdraio. Cosa te ne frega? Proibito l’ingresso alla piscina per donne grasse? Cafone! Pensa alle tue donnine e lasciami in pace! Insiste. Lo facevo più educato. Ora basta!”
 Scocciata si alza ed esce dalla piscina. Del provocante e naturale ancheggiare del suo corpo non se ne rende conto. Si sente invece ancora osservata. Volta un poco la testa e vede il Conte solo, la ragazza si è arresa, che le fissa la schiena e le fa un sorriso.
 “Stronzo! Perché l’ha con me? Si è forse accorto che lo stavo spiando e si vuol vendicare?” Si va a sedere ai tavoli del bar dove si diffondono le note di una canzonetta estiva attualmente in voga.
 Siede lì da poco quando si sente rivolgere la parola.
 <E’ un peccato vedere una ragazza, così carina, sola e triste al bar. Le è successo qualcosa? Posso esserle d’aiuto?>
 “Chi cavolo…” Il cuore ha un attimo d’arresto per la sorpresa e lo stupore. Il Conte è lì, ad un passo da lei, che le parla sorridente, sfoderando tutto il suo fascino.
 <Carina io?> Le scappa detto, senza nemmeno pensarci. Il Conte, prendendo la domanda come l’avvio di una conversazione, si siede sulla sedia accanto e prosegue.
 <Ha ragione. Sono imperdonabile. Di ragazze carine qui è pieno, ma lei… posso darle del tu?> Come se averlo chiesto costituisse automatica autorizzazione prosegue.
 <te sei in assoluto la più bella.>
 Chicca ha un tuffo al cuore. Si sente avvampare in faccia. Si alza di scatto e, più strillando che parlando, gli dice:
 <Mi lasci stare! Se ne vada per favore!> Non ha ancora finito la frase che già sta correndo via per rifugiarsi nella sua camera.
 Non sa nemmeno lei perché si butta sul letto singhiozzando. Gli eventi la travolgono. Uno scherzo crudele? Sta sognando? E’ impazzita per il dolore della lontananza da Giuseppe e vaneggia?
 Lo stress la fa addormentare. La sveglia sua madre, deve prepararsi per andare a cena.
 Il primo istinto è quello di prendere un vecchio paio di jeans portati in previsione di chi sa che attività escursionistica ed una larga maglietta. Vorrebbe sparire, nascondersi, soprattutto celare quel corpo. Poi ci ripensa e sceglie addirittura quel vestito nero e luccicante, corto e modellato sulle sue forme, che la mamma ha insistito a farle comprare “per qualche sera speciale”. Lei non lo voleva, ma la mamma ha così insistito che ha ceduto, pensando che i soldi non erano i suoi. Peggio per la mamma, se le andava di buttare del denaro per un vestito che non si sarebbe mai messa.
 Si guarda allo specchio. Possibile che ci siano degli uomini cui piace quel culo largo e quel seno abnorme? Anche la bionda pero… No, la strappa cuori non ha le cosce e il culo grandi come lei.
 E’ tentata di levarselo. No! Vada come deve andare. Se rideranno di lei pazienza. Si sente una vittima che va da sola al patibolo. Nella Hall raggiunge i suoi. Le fanno un sacco di complimenti. Li odia! Ora vorrebbe proprio scappare su a toglierselo, ma è troppo tardi.
 “Un respiro profondo e… Mio Dio! Mi vergogno! Speriamo non mi guardi nessuno.” Si sente gli occhi di tutti addosso e non ha torto. Ogni maschio della sala da pranzo, che sia da tanto o da poco uscito dalla pubertà, la segue con lo sguardo o almeno la sbircia.
 Si siede a tavola, ormai si sente una novella Giovanna D’Arco, pronta ad immolarsi sul rogo.
 Mentre inizia a mangiare arriva il Conte. Si guarda attorno.
 “Non lo guardare! Fissa il piatto!”
 Tutto inutile, quando solleva lo sguardo, il Conte è lì, seduto nella miglior posizione per poterla guardare. Non ha più appetito, si sente sull’orlo di una crisi di pianto.
 Ad un tratto vede il Conte che richiama l’attenzione di un cameriere. Strusciando la mano lungo il tavolo gli allunga una banconota. Chiede qualcosa. Il cameriere risponde. Sembra soddisfatto.
 Un’ombra gli attraversa il volto. Allunga un’altra banconota e chiede di nuovo. Nuova risposta e il Conte sorride sollevato. Addirittura da una mancia ulteriore al cameriere.
 <Mamma, Papà. Scusatemi, ma devo andare in bagno. Torno subito.>
 Corre fuori del salone. Riesce ad intercettare l’anziano cameriere. Estrae una banconota dalla piccola borsetta di nera pelle verniciata.
 <La prego. Deve dirmi che cosa le ha chiesto quell’uomo… il Conte> La sua voce è supplicante. Il cameriere la fissa, forse ha una figlia della sua età, forse non serviva neppure la banconota.
 <Mi ha chiesto chi fossero le persone assieme a lei… gli ho risposto che sono i suoi genitori… ho pensato non vi fosse nulla di male.>
 <Le ha fatto anche un’altra domanda. Che le ha chiesto?> Il cameriere è imbarazzato.
 Prende un’altra banconota e gliela porge.
 <La supplico. Devo saperlo.>
 L’uomo non prende la banconota, china la testa.
 <Mi ha chiesto… se lei era maggiorenne… mi perdoni… sono questioni private… non dovevo diglielo…>
 <Dirgli cosa?>
 <Che lei ha compiuto 18 anni due mesi fa.> E sbalordita.
 <Come fa a saperlo… così, senza controllare!>
 <Mi perdoni… non si dovrebbe curiosare… ma sa… lei è così bella! …la curiosità… …tra il personale…> Si è già allontanata, incredula, sorpresa. Si avvia ancora sotto shock verso il salone.
 Vede arrivare una donna molto grassa. Si ferma. Attende che la donna passi avanti. Studia le reazioni della gente. Sostanziale indifferenza, solo qualche sguardo osserva distratto, al massimo una sorriso di scherno o due. “Tocca a me” Guarda cosa succede con le code degli occhi: ora a destra, poi a sinistra. Non ci sono risa di scherno, ma occhi che la seguono avidi.
 Si siede a tavola. Suo padre da un lato e la madre dall’altro. Nessuno davanti.
 Il ragazzino del tavolo di fronte fa cadere il coltello. E’ la terza volta stasera, un imbranato visto che avrà almeno 14 anni.
 “Un momento! E’ il trucco della penna! Lo usavano i miei compagni per sbirciare le gambe alla professoressa di Scienze!” E’ una reazione immediata, istintiva: divarica le cosce, al punto di far tendere la stoffa del vestito. Il ragazzino indugia nel raccogliere la posata.
 Quando si alza è pallido in volto. Solo allora Chicca si ricorda di avere le mutandine bianche. Sul contrasto del vestito nero, e delle sue gambe abbronzate, devono aver brillato come un faro.
 La sua reazione è una vampata di piacere, e la sente anche nel ventre.
 Si ricorda del conte. Ha un risolino divertito sul volto. Deve essersi accorto di tutto. Non sarà riuscito a vederle le mutande, ma ha sicuramente notato la mossa del ragazzino e la sua contro mossa. Arrossisce, ma il rossore muore sul nascere e fissa il conte con aria di sfida.
 Il Conte accetta la sfida, anzi, se ne mostra rallegrato e le strizza l’occhio con aria complice.
 Ha vinto il Conte. Chicca arrossisce e abbassa lo sguardo. Capisce che non può competere con lui.
 E’ troppo esperto e sicuro di se. Quantomeno non è questo il terreno su cui sfidarlo.
 Quella sera si trova sola per un momento con suo padre.
 <Papà, pensi che io sia carina? Voglio dire,… pensi che io piaccia agli uomini… in genere?>
 Sta per darle la solita paterna rassicurazione, ma si ferma. Fissa sua figlia. Diventa il padre che protegge, geloso, la sua piccola donna.
 <Francesca> E da tanto che non la chiama col suo nome intero!
 <La natura ti ha dato un fisico che… attrae molto gli uomini… devi essere molto prudente. Non ti fidare mai. Molti uomini sono attratti solo dal tuo corpo. Per me sei la mia bambina, ma per loro un corpo che desiderano per divertirsi. Ora inizi ad essere grande. Bisogna che ti metta in guardia. Per loro sei una stupenda donna, solo questo. Troverai chi ti ama, ma devi fare attenzione. Molti uomini mentirebbero spudoratamente, coprendoti di promesse e frasi gentili, pur di… di… Mamma ti ha spiegato qualcosa del… del… Insomma, molti uomini sognano solo di fare del sesso con te, ma sarebbero pronti a giurarti che ti amano alla follia. Potrebbero farti del male. Fisicamente e moralmente. Ti amo, bambina mia, stai attenta. Anch’io soffrirei terribilmente se tu dovessi soffrire.> Le da un bacio in fronte e se ne va imbarazzato.
 Quella notte fu piena di sogni. Sogni di tanti tipi.
 Sognava che il Conte le faceva la corte, supplicava e implorava un bacio da lei. Sognò che facevano all’amore, ma in quel modo in cui si sogna da giovani, come tante piccole barbi, prive di sesso e terminava con fughe romantiche in piccole isole dalle acque cristalline o in sontuose ville, moderni castelli per i principi azzurri. Poi, come se un incanto si fosse rotto, arrivarono sogni più erotici. Ma non avendo, in realtà, mai goduto, era sempre un navigare in rosee nubi. Librarsi per la felicità o un attimo di piacere. Questo anche quando sognò che il conte le chiedeva di prendere il suo sesso tra le labbra. Non era la ragazza che obbediva timorosa di perderlo. Era una specie di star, che si faceva supplicare e poi acconsentiva, interrompendosi a tratti per sentirlo supplicare di nuovo. Quello che teneva nella mano non era il suo sesso, era lo scettro del suo potere su di lui.
 Per la prima volta nella vita si sveglio mezza dei suoi umori. Le mutande erano completamente bagnate. Si controllò impaurita, temendo che il suo mestruo fosse arrivato in anticipo e particolarmente abbondante e fluido.
 Giuseppe era così assente nei suoi pensieri, che neanche si accorse che non ci pensava più.
 Ieri era una goffa crisalide, oggi si sentiva una Vanessa dai cento cangianti colori.
 Sentiva un rimescolio dentro di se mentre, sin dal primo mattino, il Conte (Alberto, come voleva che lo chiamasse) le faceva una corte serrata. Era riuscito a far amicizia con i suoi genitori ed era abile nel nascondere loro le sue intenzioni.
 Del resto li aveva presentati ai suoi amici e loro erano storditi da quei nomi altisonanti, fino a ieri irraggiungibili e distanti, oggi così gentili. In breve suo padre fu spedito con un baronetto di origine inglese ed un dirigente dell’UNESCO a fare una partita a golf e sua madre fu trascinata via da un crocchio di dame informatissime, di prima persona, sulle vicende varie di un incredibile numero di personaggi famosi. Alberto era affascinante, o forse ciò che le faceva vibrare l’anima dentro era l’improvvisa consapevolezza del suo potere sugli uomini. Giuseppe le venne un attimo in mente, giusto il tempo necessario a pensare:
 “Ed io, cretina, avevo paura di perdere un ragazzino”.
 Francesca era una ragazza intelligente. Non è che rischiasse di cadere in ciò da cui l’aveva in guardia suo padre. Sapeva che Alberto voleva conquistare il suo corpo. Il problema era che Chicca era ansiosa di provare il suo fascino su di lui. Fino alle estreme conseguenze. Trovarsi avvinghiata a quel corpo non era “essere conquistata” da lui, ma essere lei la “scelta”, la donna più bella che strappa alle altre l’uomo più affascinante.
 Basti quest’episodio a dimostrare lo stato d’animo di Francesca.
 Stava attraversando lo spazio della piscina, poco distante era seduta la terribile bionda, attorniata da tre o quattro ragazzoni che si contendevano i suoi favori di una notte. Già mentre si avvicinava aveva visto che le aveva gettato una di quelle occhiate che una bella donna da ad una potenziale rivale. Alberto le chiede di attenderlo un attimo. Ha lascito gli occhiali da sole al bar. Vede la bionda guardarla nuovamente ostile, perché si è accorta che la sua presenza distrae, a tratti, i suoi pretendenti. Non resiste. Si stacca un orecchino e lo nasconde nel costume, tra le natiche. Fa duo o tre passi e si mette una mano all’orecchio ed esclama forte.
 <Mio Dio! Ho perso un orecchino!>
 I quattro ragazzi, e non solo loro, sono subito carponi ai suoi piedi, lo sguardo a terra alla ricerca di quella pietra, preziosa perché può dare il via ad un approccio con quella stupenda bruna. Solo le due donne non guardano a terra. Si fissano. Francesca col sorriso del trionfo. La bionda con l’odio dei vinti. Non ne è cosciente nemmeno Francesca, ma se non ci fosse stato Alberto, se li sarebbe portati dietro tutti e quattro, pur non fregandogliene niente, pur di dimostrare il suo potere.
 Quella sera stessa papà e mamma furono portati al Casinò da un folto gruppo di “amici”, rassicurati che Francesca sarebbe stata in compagnia e ben guardata. Francesca non ebbe problemi a farsi “guardare”.
 Mezzora dopo entrava, un po’ timorosa, ma tanto eccitata, nella villetta di Alberto. Tuttavia fu sollevata nel vedere che, fattole attraversare vari locali, non la condusse in una camera, ma alla piscina retrostante.
 Alberto la trasse a se. La baciò. All’inizio sembrava un bacio normale, passionale, ma come altri.
 Poi sentì le sue mani scorrerle addosso, aperte, sinuose come un modulo lunare, che segue e si adatta alle forme su cui scorre. Ora sono soltanto i polpastrelli, che giocano ovunque. Ora le disegnano la schiena. Quasi la grattano, ma sono leggerissimi, ciò che ne ricava sono brividi lungo tutta la spina dorsale, dal basso fino al cervelletto. La lingua, abilissima, gioca con la sua, le esplora i denti, il palato. Le labbra si muovono. I suoi denti catturano delicati il suo labbro inferiore, lo succhiano. Passano a quello superiore. I suoi baci passano al collo, all’incavo con le spalle. La lingua picchietta la pelle. Lei spasima. Soffre di non avere l’abilità per ricambiarlo. Si impegna al massimo, cerca di imitarlo, di ripetere quanto le da più piacere. Ma come imitare l’abilità di quella lingua che gioca col suo orecchio, la sua capacità di dare piacere anche solo alitandovi sopra il caldo fiato. E’ un sollievo, per i suoi sensi surriscaldati, l’acqua della piscina.
 In quel punto è bassa. Arriva sotto il suo seno. Viene naturale allargare le braccia per fargli togliere il reggiseno. Gode di quegli occhi affascinanti e fondi che le guardano ammirati le mammelle. Come sono abili le sue mani, mentre ne saggiano la consistenza. Li soppesano e poi li stringono.
 Scorre, con le dita umide, attorno ai capezzoli, che lei sente tesi. Li stringe e li fa ruotare delicatamente tra le sue dita. La sua mente è drogata. Prorompe in un gemito, quando le labbra si chiudono su di loro. La bocca si allarga, cerca l’impossibile impresa di inghiottirle l’intera collina, poi i denti scorrono delicati, fino a rimanere col solo capezzolo tra loro e lo stringono fino al confine tra dolore e piacere. Fino al punto in cui il lieve dolore sembra creato per trasmettersi al ventre.
 La solleva per i fianchi e la fa sedere sul bordo. Scioglie il filo del Tanga comprato stamani.
 Sente l’aria libera sul suo sesso. Le sue mani scorrono sull’interno delle sue cosce. E’ bello.
 Quelle mani non premono, ma lei allarga le sue cosce, per permettere loro di giungere fino al termine, la dove la pelle brucia, consapevole di mostrargli la propria intimità, di togliere ogni barriera tra lui e l’oggetto delle sue brame. La sua carezza arriva fino in fondo. Senza parere finisce di spalancare quella carne rosea, delicata, carica di femminei odori. Le vede il clitoride ed anche l’antro nato per ricevere la virilità maschile. La sua bocca si avvicina. Lei sente il suo fiato. Spalanca gli occhi e le sfugge un piccolo grido quando la sua lingua da un rapido colpetto al suo bottoncino. E’ una cosa nuova mai provata. Le gira la testa sotto quelle mani abili. Geme per la lingua che corre alla fessura e s’inabissa e poi torna al clitoride. Lo stringe tra le labbra, lo succhia. Torna alla grotta e frulla, aspira i suoi umori. Il piacere sale, sale, sembra non aver mai fine. Il suo corpo si contorce, le viscere si muovono da sole. Non ha mai goduto. La cosa la prende di sorpresa.
 Le sue cosce calde e morbide si serrano sulla testa di lui. Le mani si artigliano ai suoi capelli. Gli pigiano la testa contro il suo sesso. Non avrebbe mai osato farlo. Urla e sussulta. Le sembra di urinare. Il piacere scende lentamente, con piccole scosse del suo utero che si ripercuotono per il resto del corpo. Le carezze di lui rendono il ritorno più lento.
 Poi lui sale sul bordo. Nudo. Il suo pene svetta. La invita a scendere. Non occorre che dica alto.
 Ha capito e lo vuole. Vuole ricompensarlo, vuole rendere parte del suo piacere. Vuole udirlo fremere. Impugna delicatamente quell’asta calda, rassicurante. E’ più grande e maestosa di quella che ha conosciuto.
 <E’ grande!> dice sinceramente ammirata e sicura di fargli piacere.
 Lui ride compiaciuto. <Non ti devi forzare, ma se ti vengono parole anche scurrili dille, nell’amore niente è volgare se esprime ciò che si prova. Agli uomini piace.> <
 E’ bello il tuo cazzo. Mi piace tenerlo in mano. E’ morbido al tatto, ma dentro è duro duro.>
 “Cosa piace agli uomini?” Chiede aiuto a Giuseppe, a quel ragazzo volgare, per far felice il suo amante.
 “gli piace cercare di guardare la donna mentre lo fa, vedere che la donna cerca di ingoiarlo tutto e venire dentro la bocca della donna che lo deve ingoiare. Si è sempre incazzato Giuseppe perché scappavo quando sentivo arrivare la sua sborra.”
 <Voglio sentirlo nella mia bocca e… posso farti venire nella mia bocca? Non l’ho mai fatto!>
 La verga ebbe un sussulto per l’eccitazione di Alberto. Per la richiesta supplicante di fare ciò che lui desiderava gli fosse fatto e per farselo fare da una vergine in questo campo.
 Francesca lo prese in bocca e succhiò grata del piacere precedente. Ci mise tutta la sua riconoscenza. Cercò di imitare la lentezza dei suoi gesti e di far arrivare il glande nel più profondo della sua gola. Cercava di guardarlo e, almeno, di non frapporre i suoi capelli al suo sguardo. Lui le carezzava la guancia. Le scompigliava grato i capelli. Mai cercò di guidare i suoi movimenti.
 Fu lei che, quando Alberto iniziò a gemere, si fece guidare dai suoi ansimi. Riuscì a sentire i fremiti finali e si lasciò solo il glande in bocca, per far spazio al suo seme, che arrivò copioso e, nonostante i suoi sforzi, non riuscì ad ingerirlo tutto. Lui la guardò, imbronciata per il suo “fallimento” e le fece una carezza.
 <Sei arrapante con la mia cremina bianca sul mento.>
 Lei sorrise contenta. Corsero in casa e si buttarono felici, ancora umidi, sul letto.
 Lui la fece andare su di lui, in senso inverso. Iniziò a leccarla e carezzarla ancora, calmo ed esperto.
 Lei si divertiva a trastullare il suo pene. La sua lingua era abile come prima. La costrinse ad un sospiro quando le introdusse, lentamente, un dito, facendoglielo sentire entrare, millimetro dopo millimetro, sinuoso come un serpente. La sua lingua scorreva ora anche sull’ano. Poi tornò al clitoride impossessandosene con la stretta delle labbra. Sentì, dalla lunghezza e dalla larghezza, che le aveva introdotto nella passerina il pollice. L’indice arrivò ad introdurre la prima falange nella stretta dello sfintere. Vi rimase quello, che solo giocava con la sua muscolatura.
 Doveva piacerli il contatto col ano, perché il cazzo si indurì di colpo.
 Pensò che la volesse sodomizzare subito. Invece erano solo giochi. La mano libera prese a carezzarle sapiente glutei e cosce e, sotto la sua lingua e le sue dita, si accosciò su di lui in preda ad un nuovo orgasmo. Lui la girò introdusse la sua mazza nella sua vagina. Era duro e dolce, sapiente e passionale nei suoi movimenti e le sue mani, come sempre, sembravano saper leggere la sua pelle, trovando i punti più sensibili ed anticipando i suoi desideri. E lei venne per la terza volta, impazzita, col suo cazzo che le scorreva dentro. Lui non venne. Estrasse, con suo dispiacere, il pene. Con sua somma gioia, rigiratola sulla pancia, si adagiò su di lei e introdusse il bastone in lei attraverso la sua topina. Sentiva i suoi baci sul collo, le sue carezze. Avvertiva, contro i suoi glutei, l’infrangersi dei colpi che spingevano profondi in lei quel vivo dardo. Le piaceva il solletico prodotto dai suoi testicoli lungo l’alto delle sue cosce, la dove s’incontravano con il suo culo, che adesso adorava per il potere che le dava. Nel vago sognare dell’estasi, pensava a donne immaginarie che, come lei prima le altre, l’avevano vista con lui ed avevano pensato
 “ecco la nuova fica di oggi, sempre gran classe il conte!”
 “Guarda, il Conte sta uscendo con la nuova conquista, vanno a casa sua.” E poi pensava
 “Si, sta trombando me, vorrei che vedeste, guardate. Eccolo il conte e la sua fica sono io. E’ suo il cazzo che mi ara dentro. E’ per me, e grazie a me, che ansima e geme”
 Il Conte iniziò un nuovo gioco. Le scorreva due o tre volte dentro, si estraeva, e scorreva lento lungo il solco delle natiche. Rientrava nella vagina e ricominciava. Non aveva mai pensato di negargli il suo ultimo tesoro. Anzi, era felice di donarglielo. Lui stava rendendolo un dolce supplizio, stava spingendola ad essere lei stessa a chiederlo. Ogni volta sembrava uscire e posizionare la sua asta per penetrarle l’ano ed ogni volta la cosa era rimandata.
 Quando la testa del pene fu nuovamente sul suo piccolo buchino, Francesca fece un esplicito sospiro, una richiesta senza parole. Lui si fermò un momento.
 <Sei vergine qui?>
 <No.>
 <Se mi permetti, allora, sarò più irruente> Lei rimase interdetta, non capiva. Lui era tornato nella sua vagina quando continuò:
 <la sodomia può essere dolce, appena un poco speziata all’inizio o brutale. Si accende i desiderio nell’uomo quando esprime la sua voglia di brutalità con parole come “ti sfondo” “ti rompo il culo”. Una vergine può essere spaventata da questo, ma tu non lo sei e spero mi dia questa mia gioia in cambio di quanto ti ho dato. La gioia di sentirti urlare.> Ebbe un brivido ad ascoltarlo, non solo per quanto detto, ma per il tono infoiato e un po’ perverso della sua voce. Ma era sotto di lui, la sua verga che si zuppava nei suoi umori e lei sperò di aver capito male le sue intenzioni. Infatti non aveva capito cosa intendesse fare. Si imitò a pensare che le sue parole erano irriconoscenti. Lui le aveva dato tanto piacere, ma lei aveva fatto di tutto per ricambiare, aveva accolto il suo seme nella sua bocca, aveva cercato d’imitare le sue carezze.
 Lui fu bravo a continuare il gioco, a che le parole dette si sopissero nella mente, ma bravo per se stesso, per coglierla impreparata e indifesa. Quando per l’ennesima volta il glande fu posizionato dette, al solito, quella piccola pressione, che in precedenza costituiva l’attesa di ciò che non arrivava, ma questa volta non scivolò via. Questa volta era l’assicurarsi che il pene fosse ben mirato al centro dello sfintere. Francesca sentì, di colpo, la mano libera infilarsi sotto la pancia. La mano la trasse a se, per farla venire incontro a quell’unico terribile colpo di reni rinforzato dal peso del corpo. Nessuna resistenza fu in grado di opporsi a quell’unico orrendo colpo di maglio. Il cazzo di Alberto sprofondò nel culo di Francesca. Tanta fu la sorpresa e la velocità che a Francesca si mozzò il fiato per il dolore procuratele da quella larga spada infuocata. In quell’unica spinta Alberto era arrivato a sbatterle i testicoli contro le chiappe. Quando l’urlo di Francesca risuonò, per le stanze deserte della villa, il feroce brando già le vogava veloce nell’intestino, creando nuovo dolore con affondi che partivano quasi dall’esterno e si fermavano solo perché fermati dalle splendide sfere che formavano quel desiderabile sederino. Francesca piangeva e urlava, impossibilitata a far altro inchiodata com’era al letto dal corpo sopra di lei e dal dolore, continuamente rinnovato, proveniente dallo sfintere. Poche volte usato, da brando più gentile e di minor dimensione, e preparato solo da un piccolo dito poco unto dei suoi umori. Intanto le risuonavano nelle orecchie la parole assatanate del Conte.
 <Ora ce l’hai rotto davvero! Eccoti un bel cazzo in culo! Adoro sfondare le ragazzine. Che pelle liscia, che sederino tenero! 18anni appena compiuti! Giusto per non rischiare la galera se finisci all’ospedale! Potessi fartelo tornare sano per sfondartelo altre 100 volte! Strilla ragazzina, che mi piace! Urla con quella boccuccia da ciuccia cazzi! Sei una piccola giovane troia col culo rotto!> E come sembrava che nn finisse mai di trovare nuovi insulti, così sembravano inesauribili le sue energie. Sadicamente, quando il suo muscolo ad anello fu vinto del tutto, iniziò ad uscire tutto e a ripiombarvi dentro, facendo scorrere lì dove bruciava la cappella, cioè la parte più larga e meno liscia di lui. Quando, finalmente, le scaricò il suo sperma nell’intestino, Francesca non urlava più. Le erano rimaste solo le forse per piangere e gemere. Era stato uno stupro in piena regola. Nonostante le mancassero le forze, appena quel mostro rotolò via da sopra, fuggì dal letto. Piangendo cercò e trovò il vestito e uscì nella notte. Le ce volle un po’ di tempo per giungere a
 piedi. Il suo cervello aveva avuto modo di riprendere a funzionare.
 “Che mostro! Com’era possibile che nessuno l’avesse denunciato? Beh! Lei non lo avrebbe certo fatto. Mai e poi mai poteva dirlo ai suoi. Era stata una cretine e se lo era meritato. Meritato no. Nessuno può meritarselo. Ma era colpa sua essersi fatta abbindolare. Aveva voluto l’uomo dalle mille donne? Ecco, aveva scoperto perché cambiava spesso! Appena la pera matura cadeva… nel letto, mai e poi mai vi sarebbe entrata una seconda volta! Si rese conto che il dolore c’era stato, eccome, ma era stata di più la paura. Le sue urla erano di terrore prima che di dolore. Bruciava un poco. Come quando poteva capitare di farsi male evacuando dopo una grossa costipazione. Ma non più di quello. Due insegnamenti. Il sesso può portare alle stelle. Come aveva goduto! Ma bisognava potersi fidare. Gli sconosciuti possono essere pericolosi.” Aveva visto come fosse potente il suo corpo. Giurò a se stessa che, d’ora in poi, avrebbe controllato lei il gioco. I suoi non erano ancora arrivati. Ne fu contenta. Diresse il getto freddo dell’acqua sul suo sfintere in fiamme. Non poteva strofinarlo senza dolore. Ma si forzò. Voleva togliere tutto quello sperma che ne colava e lo impiastrava. A passarvi sopra l’asciugamano non ce la fece.
 Si mise a letto e dormì. Per sua fortuna la sua mente le regalò una notte senza sogni. O, per difesa, al mattino li aveva dimenticati. L’elasticità della sua giovane età l’aveva salvata da danni peggiori, ma soprattutto il carattere forte di Francesca le impedì di uscire da quell’esperienza traumatizzata per l’intera vita. Tra due o tre giorni tutto sarebbe stato un ricordo. Anche il dolore che provava nel defecare.
 Vinse la voglia di restare chiusa in camera, per non rischiare di vedere quel bruto, e si recò al bar.
 Il suo culetto sporgeva rotondo, mentre stava appoggiata al banco. Vi arrivò sopra uno scapaccione.
 Si volta inviperita, è la bionda. Con un sorrisetto di scherno le fa
 <Brucia quel bel culo stamattina?>
 L’animo di Francesca è una ridda di rossore e rabbia. Vince quest’ultima. Tranquilla le risponde:
 <Se me lo chiedi, sai anche la risposta, a te bruciava tanto?> La bionda la guarda con odio. Si aspettava una ragazzina in lacrime e si trova di fronte una femmina, resa più temibile perché ha fatto tesoro dell’esperienza. E’ lei che deve abbassare per prima lo sguardo e se ne va sculettando incazzata.
 <Due a zero per me.> Si dice quella stupenda donna. Un’ora dopo si trova d’improvviso faccia a faccia col Conte. E’ lei che era preparata, non lui. O meglio, lui non è preparato al caldo sorriso.
 <Ciao Alberto. Scusami se sono scappata via senza salutarti. E’ stato fantastico.>
 <Ciao.> Vorrebbe fuggire. Che vuole?
 <Non aver paura, dai. Non voglio niente. Io ho imparato tanto da te. In ogni senso. Ora ho la vita davanti e l’esperienza per viverla. Mi spiace per te, che un giorno ti troverai solo, senza nessuno vicino. Mi fanno tristezza le persone anziane sole, che non hanno accanto neanche a chi raccontare i propri malinconici ricordi. Poi che ricordi? Solo un po’ di ginnastica giovanile.> Gli stringe la mano e si allontana ancheggiando. Quel movimento fa bruciare un poco il suo piccolo buco, massaggiato dalle natiche, ma occhi caldi la massaggiano da ogni parte. Gode soprattutto di due occhi interdetti che sente sulla sua schiena.
 Si gode il sole sulla sdraio.
 “Quando torno a casa mando in culo Giuseppe. Basta maschietti che pensano solo a se stessi. A me in realtà era sempre piaciuto Mario. Sembra un ragazzo serio. Mi piace parlare con lui. Non mi ha mai nemmeno offesa quando ero grassa. Vediamo. Gli aveva messo gli occhi addosso Lucia, quella si che è una stronza. Vedremo chi la spunta tra me e lei! Mi devo comprare qualche abitino nuovo. E se una volta mi voglio solo divertire scelgo io. A proposito, guarda che fustacchione è quello lì! Beh, non sto mica ancora con Mario! Guarda da questa parte bello, dai. Ecco . Ora mi stiracchio un po’. Ti piace la mia linea tutta curve? Non ce la fai più a staccarmi più gli occhi di dosso? Poverino! Si. Si. Ho proprio sorriso a te. Guardalo il maialino! Solo un sorriso ti fa quell’effetto negli slip? Sei messo bene, ragazzone. Patti chiari. O pari o vinco io. A costo di staccartelo. Cosa scegli? La mia lingua calda o i miei denti affilati?”
 <Permette signorina? Posso offrirle da bere?>
 Lo squadra lentamente dal capo fino ai piedi, per metterlo in imbarazzo e farlo fremere nell’attesa di una risposta.
 <Le vacanze sono lunghe e io qui non ho amici, ma se sei il solito maschietto in calore, alla caccia di facili prede, ai sbagliato bersaglio. Sono una che morde ed ha i denti affilati.>
 “Che donna!” pensò il ragazzo mentre affascinato, mentre arrossiva. “Splendida, conturbante e… matura, dominante! Una notte con questa ti deve lasciare uno straccio!”
 <No! Ti assicuro, voglio solo fare amicizia. Anch’io sono solo. Mi chiamo Alberto ed ho 24 anni. E lei?>
 <Potresti anche darmi del tu, visto che ho meno anni di te. Mi chiamo Francesca ed ho diciotto anni da due mesi. Però… Alberto non mi piace.>
 <Solo 18anni?…> Rimase sbalordito a sentire l’età di quella donna dal corpo pieno e sensuale e così capace di dominare la conversazione, facendolo sentire un ragazzino che fa la corte ad una signora.
 <…mi puoi chiamare Ringo… mi chiamano così perché suono la batteria… o come più ti piace… ti davo più anni… cioè …sei bellissima… scusa… non ti offendere… sembri più matura.>
 <Ringo mi va bene, sembra un po’ da cowboy, ma va bene. Nessuna donna si offende a sentirsi dire che è bella. Si offende a trovare sulla sua strada maschi che si comportano da stronzi. Se ci si brucia si diventa cattivi e si matura. Io so essere mooolto cattiva. Dai, non fare quella faccia. Patti chiari amicizia lunga.> Rendendo sensuale la sua voce e socchiudendo maliziosa gli occhi prosegue.
 <Ed io do… tutta me stessa… nell’amicizia.> Ed il sorriso non era solo malizioso, era teso anche a nascondere il divertimento per il suo imbarazzo. Non sapeva più come mettersi e che fare per nascondere l’erezione suscitata da quel “tutta me stessa”.
 <Preferisco un gelato, grazie> Rimase un attimo imbambolato, poi si ricordo l’offerta con cui si era presentato e fu contento di potersi spostare di lì, il tempo di rendersi nuovamente presentabile. Ma lei lo trattenne ancora un memento. <Ringo, non sono una verginella, l’hai capito. Quando c’è rispetto, anche l’alza bandiera lusinga una donna.> E lo lasciò fuggire roso in volto.
 Quella sera, nel letto disfatto di lui, Francesca teneva soddisfatta la testa appoggiata sul suo torace.
 Era stato tutto molto bello. Lo aveva un po’ guidato, ma a lui era piaciuto lasciarsi guidare, perché ricavò dai sui gesti un piacere come mai aveva trovato con altre ragazzine. Ringo, vedendola così franca ed aperta ai piaceri del sesso, sentì di poter esprimere un proprio desiderio.
 <Francesca>
 <Dimmi tesoro>
 <Non sono mai stato meglio in vita mia.>
 <Grazie, anche tu sei stato molto bravo ed avevo proprio bisogno di un momento come questo. Mi hai aiutato a cancellare dei brutti ricordi> <Francesca, ti devo chiedere una cosa.>
 <Chiedere si può sempre… ottenere dipende.>
 <Hai un sedere che ipnotizza.> Francesca tirò su la testa, gli diede un rapido bacio sulla bocca e tornò a poggiare la testa, carezzandoli i piccoli peli sul ventre, pochi millimetri sopra il glande di nuovo paonazzo. Era impossibilitata, attualmente, ad esaudire il suo desiderio. Con l’esperienza avuta, non era nemmeno attratta dalla cosa. Si ricordò, però, che pur non avendo mai goduto con Giuseppe, la cosa non le dispiaceva. Si. Questo bel ragazzo poteva aiutarla a togliere al Conte la sua ultima vittoria. Non voleva che le fosse negata, a causa di uno stronzo, una qualsiasi strada per dare e ricevere piacere.
 <Abbiamo ancora diversi giorni davanti. Se continuerai ad essere gentile, come dovrai esserlo in quel momento, non ci saluteremo senza che sia stato tuo.>
 Ringo chiuse gli occhi beato. Non solo quel culetto sarebbe stato suo, ma gli era stata promessa una lunga fantastica estate, i suoi amici avrebbero capito se continuava a non stare con loro, erano rosi dall’invidia, ma avrebbero voluto essere al suo posto e si sarebbero comportati come lui. Lui era lì e avrebbe, per giorni interi, continuato a fare l’amore con quella ragazza che, non sapendone il nome, avevano soprannominato “la Cucinotta”. Sospiro profondamente, mentre le bocca di Francesca catturava il suo glande sensibile e la mano s’impossessava dei testicoli.

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