Ricordo una figa pelosa


Ieri sera mentre rimettevo a posto dei vecchi documenti dimenticati in un cassetto della scrivania, ho ritrovato delle fotografie ingiallite tra i vari certificati di nascita e vecchie bozze di contratti. Erano le foto di mia madre, un’apprezzata pianista. Alcune la ritraevano seduta al pianoforte mentre suonava in chissà quale teatro, altre invece erano dei primi piani che mettevano in evidenza la profondità dello sguardo, e le piccole rughe che facevano da contorno ai suoi occhi scuri ed intensi. All’epoca di quelle fotografie avrà avuto una quarantina d’anni, quando era nel pieno della sua bellezza, nel momento in cui il suo corpo aveva raggiunto una maturità provocante, e l’intensità del suo sguardo era capace di soggiogare chiunque le stesse di fronte.
Quelle immagini ebbero lo stesso effetto della madeleine proustiana; guardando quei fantasmi del passato mi sentivo pervasa da una strana inquietudine, non riuscivo bene a spiegarmela, mi sembrava una sensazione a me familiare, ma non ricordavo quando l’avessi provata. Più continuavo a guardare gli occhi di mia madre, così simili ai miei, più mi avvicinavo ad un mondo arcano, sommerso dalla sabbia del tempo; riaffioravano un pianoforte, un salone grande arredato con gusto, il sole e l’azzurro splendente di una bella giornata primaverile, dapprima le immagini erano rade scollegate tra loro, ma lentamente diventavano sempre più incalzanti, e il flusso delle rimembranze cominciava a collegare tra di loro i ricordi di circa trent’anni fa.

Fin da piccola avevo l’abitudine di sdraiarmi sotto il pianoforte a coda mentre mia madre studiava i brani che avrebbe suonato poi ai concerti, lì sotto mentre lei suonava io leggevo i libri che hanno accompagnato l’infanzia di molte donne, come “Piccole donne” e “Il mago di Oz”. Mi sembrava in quel modo di essere vicina a mia madre, lei poteva avermi sotto controllo. Questa mia abitudine mi accompagnò anche durante gli anni dell’adolescenza, e proprio durante quelle lunghe ore passate lì sotto, sdraiata ad ascoltare musiche provenienti da mani sapienti, cominciai a provare i miei primi turbamenti sessuali.
A diciassette anni cominciai a notare particolari che prima non avevo mai notato; le gambe di mia madre che negli anni passati mi erano sembrate solo delle propagini della maternità, dei tratti che rimandavano alla sicurezza che mi ispirava la figura materna, ora acquistavano una bellezza sensuale, il loro movimento sui pedali dello strumento le conferivano una dinamicità erotica, le calze, quasi sempre scure, che le fasciavano rimandavano al momento in cui nel segreto di chissà quale camera da letto, con gesto malizioso, scivolavano sul pavimento. Mia madre indossava sempre delle gonne di poco più alte del ginocchio e camice bianche ampie, vista così sembrava una donna molto austera, che sembrava aver bandito qualsiasi frivolezza anche dal suo abbigliamento, ma pochi sapevano che indossava calze e reggicalze. Nonostante la sua bellezza – aveva dei lunghi capelli scuri, un corpo ben formato e un viso, anche se dai tratti duri, armnioso – dopo che mio padre la lasciò ebbe poca fortuna con gli uomini.
In uno dei miei tanti pomeriggi passati a guardare le gambe di mia madre provai il mio primo orgasmo. Sdraiata sotto il pianoforte fingevo di sfogliare una rivista, all’improvviso nel mezzo di un passaggio abbastanza concitato dello studio n° 12 di Chopin, mia madre si scompose per un attimo offrendo ai miei occhi avidi la vista del contrasto della pelle bianca dell’interno coscia e l’orlo merlettato delle calze, ma solo un momento dopo i miei occhi si fissarono su di un pezzo di cotone bianco che spuntava dall’apertura delle cosce. Erano le sue mutandine che fasciavano la sua fica, dai lati uscivano i peli irti del suo sesso, che mi rimandavano all’immagine di una vulva incorniciata da una grande quantità di peli scuri. L’effimerità di quella visione, insieme alla paura di essere scoperta a fare qualcosa di proibito, mi tenevano in uno strano stato di tensione, il ritmo del battito del cuore aumentava, sentivo la fica bagnarsi sempre di più fino a che l’orgasmo non mi sorprese, fu una sensazione fortissima, di intenso piacere che avrei voluto riprovare immediatamente.
Durante i giorni seguenti non feci altro che immaginare mia madre nuda che suonava il piano ed io da sotto lo strumento che le guardavo le cosce, la sua villosa intimità. Non potevo fare altro che masturbarmi con decisione, mentre mi si accavallavano nella mente immagini voluttuose che avevano per protagonista mia madre.

Anche negli anni a seguire queste visioni dell’adolescenza mi accompagnarono, insieme a tutti gli altri ricordi.
Erano gli anni 70, gli anni dell’amore libero, degli happening musicali e delle rivolte studentesche; io ero iscritta all’università di lingue già da un anno, nonostante avessi oramai 20 anni, non avevo un fidanzato e le scopate con i miei coetanei erano dei noiosi e molto brevi passatempi pomeridiani, le uniche scosse alla mia dormiente sessualità arrivavano solo dalle lingue di alcune mie amiche. Ma anche in quei momenti l’immagine riccorente erano le gambe di mia madre, le sue calze, le mutandine candide e la sua fica pelosa e scura.
Mia madre compiva quell’anno il suo quarantacinquesimo compleanno, la sua attività di pianista la portava qualche volta, per molto tempo lontana da casa , ma quell’anno aveva deciso di ridurre il numero di concerti da dare in città molto lontane, aveva cominciato ad apprezzare le gioie dell’insegnamento. Aveva diversi alunni, per lo più bambini piccoli, tra cui la mia amica di studi Lisa. Un giorno Lisa mi disse : ” Anna, potresti chiedere a tua madre se le va di darmi delle lezioni di piano. Sai da piccola ho studiato un po’ il piano, poi, sai come vanno le cose, gli studi e ho abbandonato ed ora mi andrebbe di riprendere. ” ” Va bene Lisa, non ti preoccupare”.
Lisa era una ragazza piccolina esile, bionda, con dei grandi occhi verdi. Non posso negare di averci fatto più di un pensierino su Lisa, ma lei non mi aveva mai dato l’opportunità di provarci.
Una mattina mia madre seduta al piano stava suonando la sonata 111 di Beethoven, indossava un kimono rosso di mezza lunghezza che lei usava come vestaglia. Ero seduta su una poltrona di fronte al piano che studiavo un libro di grammatica francese, lentamente il suono del piano mi distolse dal mio studio e mi soffermai a guardare fuori dalla finestra, era una giornata di aprile piena di sole. Mia madre era completamente assorta nel suonare lo strumento, ed io in ricordo dei tempi dell’infanzia mi infilai con circospezione sotto il piano per ammirare il panorama delle gambe di mia madre e della sua arcana sessualità. Aveva le gambe leggermente divaricate, i miei correvano dai piedi su verso le cosce, dapprima le sue pantofole azzurre, poi le caviglie strette, i polpacci sodi, le ginocchia rotonde, le candide cosce, infine lì dove avevo sempre visto un triangolo di stoffa bianca incorniciato da ribelli riccioli neri, proprio lì c’era la sua nera fica en plein air. Il cuore cominciò a battere velocemente, non riuscivo a controllare la mia eccitazione, per diversi secondi rimasi impietrita davanti a quella visione. Non riuscii a trattenermi.
Mi avvicinai alle gambe di mia madre e cominciai ad accarezzarla; le mie mani cominciarono a giocare con i suoi polpacci, poi cominciarono a risalire verso la sua fica, il mio tocco da lieve diventava sempre più deciso, mia madre forse divertita da questo gioco non lo fermò. Ma quando con i polpastrelli le sfiorai le labbra della fica una serie di accordi stonati vennero fuori dalla cassa del piano. Scattò in piedi, rovesciando a terra la panchetta dove era seduta.
“Anna vieni subito fuori da lì sotto. ” Con voce irritata reagì al mio gesto.
Con timore mi rialzai e mi misi di fronte a lei, avevo la testa abbassata per non incrociare il suo sguardo, in vent’anni non ero mai riuscita a reggerlo.
“Come ti vengono in mente di fare certe cose, poi con me. Saranno questi tempi che sovvertono ogni ordine morale. Chi ti mette in mente queste fantasie, qualche sgualdrina dell’università ? “
Non riuscivo a risponderle, non potevo dirle che fin da ragazzina avevo sognato di immergere le mie dita in quella fica morbida. Nella mia testa non riuscivo ad abbozzare una che ben minima difesa.
” Eppoi guardami in faccia quando ti parlo. ”
Dopo un attimo di silenzio, alzai lo sguardo ed incrociai quei due fondi occhi neri, ed immediatamente cominciai a piangere. Mia madre impietosita dalla mia costernazione mi abbracciò e disse : ” Non fare così piccola mia, mi hai colta di sorpresa. ” Nel frattempo con le mani mi accarezzava la schiena per calmarmi. ” Non so come vanno certe cose. Io non sono pratica di certe attenzioni ” Sentivo il suo corpo caldo attraverso il leggero kimono “Se vuoi parlami di queste tue tendenze ” Non aveva capito che io volevo solo lei. Alzai lo sguardo verso di lei e la baciai sulla bocca. Lei rimase ferma, confusa, prima che potesse riaversi le dissi ” Ti voglio. Ti voglio da quando avevo 16-17 anni, desidero il tuo corpo. Tante notti ho sognato la tua fica, di baciartela, di leccarti fino a farti godere. Tante volte ho immaginato le tue mani frugarmi. E’ questo che volevi sentire ?”
Ora le parti erano invertite, era lei senza difese, avrei potuto fare di lei quello che volevo, l’importante era non mostrare altra via d’uscita.
Con uno strattone le sciolsi la cintura del kimono, le tette balzarono subito fuori, erano pieni, un po’ appesantiti ma davvero appetitosi, ornati da due rosei capezzoli. Mi avventai sulle sue poppe e cominciai a succhiarle i capezzoli, lei rimaneva immobile, imponendo una difesa passiva, ma all’istinto non si comanda, i suoi capezzoli si inturgidivano e mi sembrò che anche il suo cuore cominciasse a battere più rapidamente. Allora ruppi tutti gli indugi e le ficcai all’improvviso il dito medio nella fica leggermente umida.
” Perché lo fai ? ” ” Stai zitta e goditi questi momenti “.
Cominciai a masturbarla con vigore, finalmente cominciava a partecipare, i suoi umori iniziarono a diventare più copiosi, pensai che era pronta per la mia lingua.
Mi inginocchiai e iniziai a leccarla, prima affondai la bocca sul monte di venere pelosissimo, scesi dopo con la lingua a cercare il suo clitoride gonfio. Sentivo la sua fica contrarsi, pensavo ” Allora vedi che piace anche a te “. Mentre la mia lingua lambiva il suo clitoride infilai nella sua fica 2 dita, la sentii trasalire, allora iniziai a muoverle dentro indice e medio. Le tirai fuori piene di umori salini mi alzai e glieli passai sulle sue labbra. Poi ripresi a leccarle la fica. Questa volta quando mi inginocchiai, con mia grande sorpresa, mia madre aprì le gambe per facilitarmi il compito, io le allargai le labbra della passera e cominciai a leccarla profondamente. Ormai la mia fica era un lago, mi bruciava, ma ora non era il momento di pensare a me, per ora dovevo pensare alla mia mamma. Lei persa la sua guerra passiva, prese ad accarezzarmi la testa, e mi spinse la faccia contro il suo sesso pulsante. L’orgasmo la squassò completamente, le gambe non la reggevano più, si appoggiò sulle mie spalle per non cadere a terra.   
Mi alzai, le mie labbra impiastricciate dai suoi umori luccicavano alla luce del sole, temevo questo momento, quando l’avrei dovuta guardare negli occhi. L’ira dai suoi occhi era comparsa, il suo sguardo era più sereno e rilassato. Rimanemmo per lunghi minuti in silenzio, alla fine lei ruppe il silenzio. ” Ed ora ? “

Dopo quella mattina molte cose cambiarono nei nostri rapporti, lei nonostante tutto continuava ad essere mia madre, in più era diventata la mia amante; lei dovette rendersi conto di avere vicino non più una ragazzina capricciosa, ma una donna a tutti gli effetti, con degli appetiti sessuali e determinata nel modo di soddisfarli.
Mi trasferii nella sua camera da letto, quel letto che era stato il rifugio delle mie notti insonni, turbate da ataviche paure, era diventato il giaciglio che accoglieva i nostri amplessi più sconvolgenti. Dormivamo spesso abbracciate, il suo abbraccio era così protettivo, così materno. Questo era la cosa che mi dava più piacere sentire che quella donna fosse mia madre.
Con il passare del tempo mia madre, da matricola impacciata, divenne sempre più esperta nel fare l’amore, anche la sua cultura letteraria erotica cresceva di pari passo, non era difficile trovarla abbandonata nella vasca da bagno, avvolta dai caldi fumi del vapore e dall’odore penetrante dei sali, a leggere “Il delta di Venere” oppure ” Emanuelle “. Quelle immagini di lei così voluttuosamente abbandonata a simili piaceri, contrastava con il suo personaggio di donna integerrima e riservata. Forse questa sua dicotomia mi eccitava ancor di più, vederla così austera in pubblico e saperla tanto puttana a letto mi dava nuovi motivi per continuare il nostro gioco.
I ruoli si invertivano spesso, a volte era lei a essere la mia padrona, quella che teneva in mano le fila del nostro gioco, altre invece ero io ad obbligarla perentoriamente a comportarsi in un certo modo.
Una sera in camera sua, o dovrei nostra a questo punto, ero seduta sul letto e la guardavo mentre si spogliava; aveva dei gesti molto misurati, studiatamente lenti, dava un ritmo, lei musicista, ad ogni movimento. Slacciò i polsini, poi ad uno ad uno i bottoncini della camicia, facendo una piccola pausa tra un bottone e l’altro, quando erano finiti, invece di togliersi la camicia, si diresse verso la toletta e cominciò a struccarsi.
Finita questa operazione che a me sembrava infinita, si rialzò e si mise davanti a me e si sfilò la gonna con molta cautela. Rimase così con la camicia aperta, da dove faceva capolino un austero reggiseno bianco, con le sue mutandine di cotone bianco, per molti dozzinali, ma che per me erano il massimo della seduzione, con reggicalze e calze nere. Il tutto avvenne con sottofondo di musica classica, Debussy e il suo “Clair de lune”. Poi anche la camicia seguì la stessa sorte della gonna, poi le calze scivolarono via a terra come serpenti agili e silenziosi, si sedette sul letto di spalle : ” Mi slacci il reggiseno “. Glielo slacciai.
Sempre di spalle si tolse il reggiseno e tenendolo con due dita, allargò le braccia e lo lasciò cadere a terra, chissà dove aveva visto quel gesto, un movimento studiato, appreso forse da qualche spogliarellista. Sempre di spalle sfilò le mutandine, piegandosi in avanti e mostrandomi il suo culo morbido e tondo e la sua fica morbida ornata da indomiti peli scuri. Ma con mia sorpresa non seguirono il destino degli altri indumenti, le appallottolò e me le gettò : ” Adesso leccale “. Rimasi sorpresa non per la richiesta, ma era il tono perentorio dell’ordine, si perché si trattava di un ordine.
Mia madre così incerta e titubante all’inizio del nostro gioco, era diventata molto determinata ed autoritaria.
Vedendomi così impalata, ripetè ” Leccale” ancora più seccamente. Aprii quella pallina di cotone bianco e mi accorsi che doveva averle addosso già da un paio di giorni, gli aloni delle sue secrezioni si mescolavano con le tracce lasciate da alcune gocce di pipì. All’inizio ebbe un momento di indecisione, ma quando alzai lo sguardo e incrociai quello di mia madre, mi convinsi che era meglio fare come diceva lei. Portai il cavallo delle mutandine che per giorni era stato a contatto con la sua calda fica e cominciai a leccare, il sapore aspro della pipì si mescolava con quello salino dei suoi succhi più reconditi, la cosa mi piaceva, l’odore mi inebriava. Con una mano cominciai a toccarmi la fichetta attraverso le mutandine che indossavo sotto la gonna, rispose immediatamente alle mie carezze delicate. ” Ma brava, fai queste cose davanti a tua madre, non ti vergogni ?” si avvicinò e mi sfilò le mutandine ” Vediamo se così hai un po’ vergogna di me. ” Io per tutta risposta infilai un dito nella fessura, e lei ” Allora ci vuole una punizione e continua a pulire con la tua lingua le mutande ” e prese a schiaffeggiarmi la vulva in fiamme. Ogni colpo era una fitta al cervello, l’eccitazione era al limite. Dopo ogni schiaffetto la sua mano indugiava sul mio sesso bagnato per un piccolo massaggio. Ero con gli occhi chiusi, nella mente si affollavano immagini del tutto irreali, mi sembrava di tuffarmi in un fiume e scendere sempre più giù verso il greto, alla ricerca di un piacere nascosto dalle alghe fluviali.
Quando riaprii gli occhi mi sembrava di essermi sdoppiata, ero uscita da me. Vedevo, come se fossi una terza persona, una donna matura nuda che schiaffeggiava la fica di una ragazza molto giovane che aveva uno straccio che le pendeva dalla bocca. Non era uno straccio, erano le mutandine di mia madre, e quelle due eravamo io e lei. Questa visione durò un attimo, la stanza si trasformò, divenne rossa, blu, infine viola e quando tornai in me l’orgasmo mi travolse, mi mancava il respiro, aprii la bocca alla ricerca d’aria, le mutandine scivolarono giù e si fermarono in grembo. Ero esausta, mia madre anche, aveva la faccia tutta congestionata, i suoi tratti erano alterati dal piacere sessuale. Mi stampò un bacio dolcissimo, lo ricordo ora chissà in mezzo a quali ricordi era finito, sulla bocca. Era bello, ero in balia dei suoi desideri più perversi.

Ogni giorno che passava eravamo sempre più preda delle nostre brucianti passioni, ogni ritaglio di tempo era buono per creare situazioni sempre più eccitanti. Spesso mia madre suonava mentre io le leccavo la fica, oppure lei mi faceva il bagno, come quando ero piccola, dedicando particolare attenzione alla mia dolce cavità. Le mutandine ormai erano diventate un indumento superfluo, non le indossavamo più, se le portavamo, rigorosamente bianche le sue e con i disegnini colorate le mie, era perché faceva parte di un preciso disegno erotico; ad esempio le indossavamo per un giorno intero, ci masturbavamo per impregnarle dei nostri caldi mieli eppoi ce le scambiavamo. Come era sexy mia madre con le mie mutandine addosso, l’innocenza di quell’indumento colorato contrastava con la sua maturità e la sua lussuria.
Eravamo consapevoli di essere vicine a valicare gli ultimi limiti che ci erano rimasti, ed accadde quando coinvolgemmo nel nostro ménage anche Lisa, la
mia amica che prendeva lezioni di piano.
Nel nostro continuo scambio di ruoli, io obbligai mia madre a sedurre Lisa sotto la minaccia di non leccarla più e di farmi sbattere dalla prima venuta . Non poteva accettare la concorrenza di un’altra donna. ” Guarda se non lo fai mi faccio la nostra cameriera, che sicuramente lo andrà a raccontare in giro. Quindi o lo fai oppure dovrai subire la mia punizione “. Vedevo in lei un’espressione mista di rassegnazione e preoccupazione. ” Lo devi fare davanti a me, se non vale. ” A quelle parole la vidi umiliata, ma quello sguardo lascivo non scomparve dai suoi occhi. Anche lei godeva nell’eseguire i miei ordini.
Quel pomeriggio Lisa puntuale come sempre si presentò a casa mia per la lezione. Aprii la porta, Lisa aveva i capelli biondi legati dietro la testa con una coda di cavallo, ed indossava un vestito corto di quelli con i colori acidi che andavano molto di moda in quegli anni. La feci accomodare in salone dove mia madre la aspettava; indossava la sua solita gonna nera con la solita camicia bianca, in più portava un paio d’occhiali che ai miei occhi le davano un’espressione ancora più viziosa e vezzosa. Le lasciai sole e me ne andai in camera mia. La prima mezz’ora di lezione filò via liscia, tra i complimenti di mia madre e le risatine stridule di Lisa. Mi ripresentai in salone con una scusa ” Lisa fammi sentire i tuoi progressi ” ” No, Anna ti prego mi vergogno. ” vidi le sue guance avvampare. Mia madre ” Ma come vuoi diventare concertista se non ti va di farti sentire da altre persone. Non temere, Anna è tua amica perdonerà qualche tua incertezza. ” Mi ero cambiata di abito avevo messo uno short e una canottiera bianca e sotto senza biancheria, per essere pronta agli sviluppi della situazione.
Lisa si sistemò sulla panchetta, si aggiustò l’orlo del vestito tirandolo giù, io mi sistemai sulla poltrona di fronte al piano portando le ginocchia al petto, mia madre si sistemò alle sue spalle e sbottonò un bottoncino della camicia. Il concerto poteva cominciare. Lisa con mano incerta cominciò a snocciolare la prime note del Preludio n°15 di Chopin, man mano che eseguiva il brano del compositore polacco, il tocco diventava sempre più sicuro.
Ricordo benissimo di quel salone un quadro che era appeso alle spalle del piano, si chiamava ” I cacciatori incantati”, rappresentava una ninfa che correva nuda in un bosco inseguita da uno stuolo di cacciatori, che incantati dalla bellezza delle carni della giovane, perdevano il senno e lasciavano cadere le loro armi. Quel giorno osservai a lungo quel quadro, perché la ninfa era straordinariamente somigliante a Lisa, gli stessi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, la carnagione chiara, il seno minuto.
Mia madre continuava il suo spogliarello all’insaputa della giovane allieva concentrata sullo spartito per non sbagliare le note, se si fosse voltata avrebbe avuto a portata di naso i seni di mia madre. Io guardavo la scena in preda all’eccitazione, Lisa non poteva vedermi ma io mi masturbavo mentre lei suonavo, mia madre invece se ne accorse e mi lanciava occhiate languide. Finito il pezzo alzò gli occhi dallo spartito e cercò un mio sguardo di approvazione, e le battei le mani, si voltò poi per cercare conferma in mia madre e la trovò nuda alle sue spalle con i capezzoli dritti. Il sorriso che le sue labbra stavano abbozzando morì sul nascere. Lo vedevo era sconvolta, si voltò di nuovo verso di me per cercare di capire se si trattava di un sogno o se invece era tutto vero. Aveva le guance in fiamme, cercava in me un appiglio, avrebbe dovuto sapere che l’artefice di quel fuori programma ero io. ” Che c’è Lisa ? Hai suonato bene, sei brava ” Vedevo che voleva andarsene, ma qualcosa la teneva incollata lì, ancora oggi mi piace pensare che fosse la vista della fica di mia madre.
Mia madre le si avvicinò e iniziò a strusciarle le tette dietro la nuca, con le mani le accarezzava le cosce lasciate scoperte dal suo vestitino hippie troppo corto. Vedevo le sue mani muoversi leggermente, come se invece di toccare una ragazza stesse suonando la tastiera del suo piano. Quante volte avevo provato su me stessa la levità di quel tocco. Mi sfilai la canottiera e mi infilai sotto il piano, eccome avevo fatto con mia madre iniziai il mio massaggio per arrivare fino al punto più sensibile. Meraviglie delle meraviglie Lisa non portava mutandine ed era completamente depilata, rimasi molto sorpresa, pensavo che fosse molto più casta. ” Porcellina, dì la verità che non aspettavi che questo momento, altrimenti per quale motivo non indossi le mutande ? “. Mia madre : ” Ah Lisa non si nascondono certe cose alla tua maestra “. Vedevo la mia amica molto imbarazzata, allora decisi di rincarare la dose ” Sai, solo le baldracche si depilano la fica” Mia madre, da spalla consumata :” Lisa, Lisa mi hai deluso, evidentemente sei una che la da a tutti ” Vedevo gli occhi di Lisa riempirsi di lacrime per l’umiliazione, ormai era in nostro pugno. La facemmo alzare e le sfilammo il vestitino e potemmo apprezzare quel corpo da ventenne ancora acerbo, troppo simile a quello della ninfa del quadro. Mi sfilai i miei shorts e mi sistemai in ginocchio tra le sue gambe, mia madre si sistemò dietro in ginocchio, io cominciai a leccarle la fica glabra mentre mia madre si prese cura del suo buchino del culo, sentivo Lisa vibrare per il piacere, ero soddisfatta per la riuscita dell’operazione. Erano anni che sognavo quel momento, non avevo mai pensato che mi sarei fatta Lisa insieme a mia madre, ero felice, mentre le leccavo la passerina ogni tanto lambivo la lingua di mia madre che invece le leccava il culo.
All’improvviso l’imprevedibile ” Ora si fa quello che dico io ” la voce mi arrivò alle orecchia da lontano, veniva dalla bocca di Lisa. Si rivolse a mia madre ” Lecca la fica di tua figlia, falla colare ” mia madre sorpresa si staccò dal tenero buco di Lisa mi fece stendere e iniziò a brucarmi la vulva con passione ” Ti piace farti leccare da tua madre. Chi è la puttana ? ” ” Io, Lisa, sono una gran puttana ” A queste parole mia madre rincarò la dose, si aiutò anche con le dita, prima uno poi due, infine tre. ” Mamma, si, scopami ” ” Sei una porca insaziabile ” disse Lisa ” Mi dà fastidio la tua voce, leccami la fica ” Si accovacciò sulla mia bocca ed io cominciai a lavorarle la sua micetta pregna di umidi succhi. Mi sentivo il centro del piacere del mondo, mi sembrava che tutto girasse intorno a me. Tic, tac, tic, tac il metronomo sottolineava il nostro amplesso. Tic, ma lo sentivo per la prima volta solo in quel momento. Tac, forse era solo la mia mente. Mi trovavo presa tra il tic di mia madre e il tac di Lisa, ero io il bilancino che ondeggiava da un lato all’altro.
” Infilati un dito in culo ” Lisa a mia madre, nella mia posizione non potevo vedere cosa facesse mia madre, ma l’immaginavo dagli ordini di Lisa. La visione di mia madre che si muoveva intorno al suo dito infilato nel culo era stupenda. ” Ora menati la fica ” Sentivo mia madre muoversi sempre più scompostamente , la fichetta di Lisa si contraeva sempre più rapidamente, il metronomo nella mia testa ticchettava sempre più velocemente. L’orgasmo ci colse tutte e tre all’unisono come gli ultimi accordi di una sinfonia beethoveniana. Giacemmo io, Lisa e mia madre una accanto all’altra stringendoci le mani.
Dopo non so quanto tempo, Lisa si alzò, si rivestì e mentre usciva disse ” Alla prossima esibizione. Questa volta inviterò anche mia madre “, ma quella fu solo una battuta, i nostri incontri rimasero sempre tra noi tre.

Guardai l’orologio, erano le due di notte. Quanto tempo ero rimasta lì a riportare alla luce ricordi ormai sopiti. Guardai la scrivani, c’erano ancora le foto di mia madre, la luce fioca della lampada sulla scrivania mi sembrò all’improvviso accecante, la spensi rimasi così al buio, cercando di ritrovare il filo dei miei ricordi. Ma ormai era perso. Tornai a guardare la fotografie, ma non riuscirono a riportarmi nel mondo dei miei vent’anni.
Lisa, mia madre erano delle figurine lontane, in quella stanza ero sola con i miei cinquant’anni, e un mucchio di vecchie immagini che ritraevano una donna che suonava un pianoforte.

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