Stefania pompino d’oro


Si svolgeva a quel tempo una serie di seminari di studio ai quali partecipavano, oltre agli interni, molti giovani esterni che ne avevano fatto richiesta.
Tra questi ultimi una ragazza era la più assidua alle mie relazioni. In aula si sedeva sempre in prima fila sfoggiando due cosce che erano, credetemi, la fine del mondo. Era il periodo delle prime minigonne ed essa ne faceva uso al massimo grado, nel senso che, pensavo io, se non erano cortissime non si potevano chiamare tali.
La cosa curiosa era che di viso non era poi molto gradevole. Lo aveva addirittura un po’ asimmetrico, con un effetto per la verità non molto attraente.
Forse era per questo che metteva in gran vista le cosce che, magnifiche come erano, riequilibravano il tutto, anzi, a mio parere, lo squilibravano a suo favore.
Durante l’esposizione della mia lezione gli occhi non potevano non andare nella sua direzione, tanto più che essa non stava un momento ferma. Si girava, accavallava continuamente le gambe, si chinava a prendere la biro che era caduta a terra, tutti movimenti che facevano turbinare la gonna, ora rialzandola ancor più sulle cosce, ora scoprendo gran parte delle natiche. Se a questo si aggiunge che, oltre alle cosce, aveva un paio di seni abbondanti quanto bastava, e che normalmente portava camicette così scollate che mancava poco che le poppe trasbordassero fuori, vi sarete resi conto in che atmosfera io dovevo tenere la lezione.
Tuttavia, per la verità, anche se lo sguardo, durante il mio dire, passava e ripassava da quelle parti, le lezioni non ne soffrivano. Anzi, per uno strano fenomeno mi riuscivano meglio. Da questo episodio e da altri successivi analoghi a questo elaborai una teoria, molto personale, secondo la quale lavorare o studiare avendo davanti un bel paio di cosce o un paio di seni non solo non distraeva ma addirittura portava a migliori rendimenti.
Dopo più di un paio di lezioni così eccitanti, un giorno vedo la ragazza seguirmi mentre rientro nel mio studiolo e chiedermi di potermi parlare.
La feci entrare, mi sedetti sulla poltrona e la invitai a sedersi davanti alla mia scrivania. Cose che essa fece, solo che, invece che accomodarsi su una sedia, si appollaiò su uno sgabello Stavolta la visione di cosce e seni era molto più vicina, a tal punto che, quando essa, come al solito, accavallò le gambe e le gonna le risalì abbondantemente sulle cosce, apparve chiaramente sotto i collant velatissimi il biancore di un delizioso e minuscolo slip.
Sentii prepotente l’erezione risalire dal mio grembo lungo l’asta del membro già inturgidito dalla esposizione durante la lezione. Non potei fare a meno di darmi una aggiustatina alla patta dei pantaloni, cosa che fece sorridere la ragazza, addolcendole, ma solo un po’, il viso, la cui asimmetria, data la vicinanza, appariva in tutta la sua estensione.
Dopo tali preliminari, la ragazza si presentò come Stefania e passò a chiedermi non ricordo più che cosa. Mi ricordo solo che, a un certo punto, si alzò, girò attorno alla scrivania e mi venne vicina per mostrarmi alcuni appunti che aveva preso a lezione, restando in piedi e accostando il suo fianco al mio.
Nel chinarsi verso di me, intanto, la camicetta si aprì ancora di più, al punto che il solco tra i seni si aprì fino allo sboccio di due globi di carne morbida e soda, due poppe alle quali mancava solo la parola.
La sua vicinanza, inoltre, mi fece apprezzare meglio la rotondità delle cosce che sbucavano prepotenti dall’orlo della gonna proprio sotto il mio naso.
Cercai di ricompormi e darle le spiegazioni che mi chiedeva. Dopo che concludemmo il discorso, calò tra noi un breve silenzio; poi le misi le mani sui
fianchi e la girai verso di me. Lei si fece guidare docilmente e mi mise le braccia sulle spalle.
Le mie mani, allora, scivolarono dalla vita lungo le anche fino all’orlo della gonna. La guardai in viso e, ad un suo sorriso, come di esplicito assenso, infilai le mani sotto la gonna, dove sentii sotto le dita attraverso la setosità delle calze la polposità delle sue cosce. Le carezzai a lungo prima dalla parte esterna, poi infilai le mani verso il loro interno, mentre lei rispondeva al mio gesto allargandole un poco.
Il mio cazzo era diventato di pietra. Ritto e gonfio di piacere.
Risalii con le mani verso l’inforcatura delle cosce esplorandone la deliziosa concavità fino a toccare la punta dello slip.
Stefania ebbe come un brivido e allargò ancora con un movimento invitante le cosce portando avanti contemporaneamente il bacino.
Toccai lo slip e risalii ancora verso il rigonfiamento del monte di Venere sul quale poggiai una mano a palmo aperto. Mi misi quindi a massaggiarlo.stefania pompino d'oro
Lei rispose con una serie di ansiti che riempirono di lì a poco la stanza, la cui porta avevo prudentemente chiusa dopo che eravamo entrati.
Il desiderio ora mi avvolgeva nelle sue piacevoli spire e chiedeva di più: toccare la morbidezza della sua pelle nuda. Così, sempre tenendo le mani sotto la gonna, risalii con esse fino all’elastico dei collant che afferrai facendole scivolare in basso fino alle ginocchia.
Stefania mi lasciava fare con grande docilità, ma quando le mie mani, lasciati i collant, risalirono sulla pelle nuda delle cosce, ebbe molto più di un brivido. Erano gridolini di piacere quelli che ora le sfuggivano dalla bocca semiaperta.
La pelle nuda e fresca delle cosce era veramente morbida come velluto. Le mani vi spaziarono in tutti i versi e direzioni, mentre, ogni tanto, andavano a toccare la stoffa sottilissima delle mutandine. Ne seguii i bordi sulle anche girandovi prima intorno e poi sul retro fino a toccare il culo. Era, come immaginavo, sodo e pieno. Vi affondai, è il caso di dire, le mani palpandolo e ripalpandolo. Poi insinuai le dita lungo il solco delle natiche spostando i bordi delle mutandine, le feci scorrere lentamente muovendole in su e in giù esplorando piacevolmente la sua profondità. Spostandomi, quindi, sempre più in basso sentii distintamente tra le dita la peluria folta e scomposta che ricopriva una deliziosa prugnetta che si apriva ai miei tocchi sapienti.
Ero al settimo cielo per il godimento, quando un rumore che proveniva dal corridoio mi costrinse a interrompere il piacevole gioco.
Ci risistemammo rapidamente. Stefania si rimise seduta davanti alla mia scrivania e mi sorrise, mentre un leggero bussare alla porta annunciò il bidello che, alla mia risposta, entrò portandomi la posta.

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