Inserzioni anali e vaginali


“Coppia con lui contemplativo cerca singoli o gruppi di amici per incontri bollenti”.
 Avevo letto questo annuncio su una bacheca virtuale, e decisi di rispondere, così tanto per provare, senza crederci più di tanto. Ed invece dopo qualche giorno mi vedo arrivare una risposta: “Puoi dirci qualcosa di più di te e dei tuoi amici?”.
 Io fin dai tempi dell’università ho sempre avuto un debole per le gangbang, e precisamente per quelle in cui una ragazza è al centro delle attenzioni mie e dei miei amici. Non so se è per esibizionismo (non credo, non mi piace mettermi in mostra in modo particolare) o per un senso di insicurezza (non credo neanche questo), ma mi ha sempre eccitato l’idea. Forse è “l’effetto branco”, come lo chiamano i sociologi di oggi. Fatto sta che, in questi dieci anni, solo un paio di volte sono riuscito ad organizzarne una: una volta, più che una gangbang, fu una vera e propria orgetta, con tre turiste ben fatte in vena di scatenarsi da una parte, ed io e quattro amici dall’altra, e fu una esperienza davvero piacevole (sembra per tutti). Peccato solo che le tre turiste fossero di passaggio, e comunque questo forse lo racconterò un’altra volta.
 La seconda, vista la difficoltà nel reperire la… “materia prima”, io e due dei quattro della volta precedente decidemmo di ingaggiare una professionista, ma onestamente non fu affatto appagante, forse perché mancava l’effetto sorpresa (dato che la volta precedente non fu proprio programmata: semplicemente un’amica loro tirò il bidone, mentre da parte nostra all’ultimo momento si aggiunse un amico, e dato che già eravamo quattro contro tre e pensavamo che la serata si sarebbe conclusa con un nulla di fatto, lo prendemmo con noi Invece… passammo una gran bella serata) forse, dicevo, era una cosa premeditata, o forse perché ho sempre avuto una certa avversione per i rapporti a pagamento, non per una questione di soldi, ma di orgoglio: preferisco pagare dieci volte di più portando una ragazza a teatro o a cinema e poi a cena e non darle soldi brevi manu.
 Comunque, parlai con i due amici, a cui se ne aggiunse un terzo desideroso di provare l’esperienza, e risposi alla richiesta con una descrizione delle persone e dei loro gusti.
 Marco (così si chiamava il mio interlocutore) mi inviò delle foto molto… esplicite, anche se ovviamente col viso coperto, della sua compagna:
 Francesca era un magnifico pezzo di ragazza, non molto alta e con una folta matassa di riccioli rossi, due tettine ben formate e non troppo abbondanti, due magnifiche gambe ben tornite ed un culetto da sballo. Me ne innamorai subito. E non riuscivo a capire come facesse l’altro, con un fiore del genere, ad accettare di metterla in mano a degli sconosciuti.
 Ovviamente, i nostri commenti furono entusiastici, a dir poco. E li inviai a Marco, unitamente al mio numero di telefono per un più rapido contatto.
 Cominciavo a credere che l’incontro ci sarebbe stato davvero, anche se conservavo un po’ di scetticismo. Da un rapido scambio di messaggi, scoprimmo che la distanza che ci separava era relativamente poca (poco più di un’ora di macchina), ed un bel mattino mi giunse una telefonata.
 -“Pronto, Angelo? Ciao, sono Marco.”-
 -“Marco chi?”- non pensavo a quel Marco.
 -“Il marito di Francesca. Ci siamo scambiati le email…”-
 -“Ah! Scusami Marco! E’ che non pensavo ad una tua telefonata. Dimmi tutto.”-
 -“Volevo solo sapere se stasera hai impegni. Se sei libero, verrei a trovarti, così mi presenteresti i tuoi amici e potremmo eventualmente prendere accordi. Inoltre porto l’album delle foto di Francesca, così ci date un’occhiata. Che ne dici?”-
 -“Per me va bene. Io stacco alle 20,30 e se vieni per quell’ora, avviso gli amici e andiamo a prendere qualcosa in una paninoteca qui vicino.”-
 -“Non c’è un altro posto? Sai, le foto non sono propriamente…caste”-
 -“Non ti preoccupare. Il proprietario è un amico, e mi farò dare un separé riservato. Inoltre, anche lui fa parte del gruppo.”-
 -“Ok. A stasera, allora.”-
 -“Ciao!”-
 Avvisai Franco e Vito di farsi trovare da Salvo all’ora stabilita. Marco, puntuale, mi raggiunse alle 20,30 ed insieme andammo all’appuntamento con gli altri.
 Dato il giorno (era un lunedì), il locale non era molto affollato, e non ci furono problemi di riservatezza. Anche Salvo, il padrone del locale, poté sedersi con noi a chiacchierare e a mangiare un panino. Marco tirò fuori le foto di Francesca e ce le mostrò, invitandoci a commentarle. Era davvero un gran bel pezzo di fica, e noi ci trovammo presi fra due fuochi: da un lato non volevamo un branco di volgari arrapati con commenti magari un po’ troppo pesanti; dall’altro non volevamo sembrare troppo “tiepidi”, mancando di dargli quella soddisfazione che indubbiamente si aspettava (personalmente, al solo pensiero di avere per le mani quella magnifica rossa, mi diventava duro, e credo che la cosa valesse anche per gli altri).
 Evidentemente gli piacemmo, perché prese a spiegarci le… condizioni. –”Ragazzi. Per prima cosa, è obbligatorio il profilattico, più che altro per una ovvia questione di igiene. E dovete usarlo sempre, anche per un pompino…”- Noi naturalmente fummo subito d’accordo, anche se rimanemmo un po’ perplessi sul fatto di usare il preservativo per un rapporto orale, e glielo facemmo notare. –”Non vi preoccupate. A Francesca non dà nessun fastidio, ed inoltre è lei che preferisce così.”- rispose –”Inoltre, potete metterglielo in bocca e nel culo, ma NON nella fica. Su questo punto ci tengo. Queste sono le condizioni. Va bene?”-
 Per noi andava bene. Anche se con le limitazioni imposte, Francesca era pur sempre un gran bel bocconcino, per cui accettammo.
 -“Avete un posto tranquillo? Spero non vorrete prendere una camera d’albergo!”- continuò Marco.
 -“Non preoccuparti, c’è un amico disposto a prestarmi un appartamentino”- risposi –”poi ti faccio vedere dov’è!”-
 -“Bene! Allora ascoltatemi. Mia moglie non è propriamente d’accordo: a lei non piacciono queste cose, e all’inizio fa sempre un po’ di storie quando le propongo di incontrare degli amici. Litighiamo per un paio di giorni, e poi riesco a convincerla. E’ già successo un paio di volte, ed ogni volta è la stessa storia. Ora, per cercare di evitare tutta ‘sta trafila, ho pensato di organizzarla in questo modo.”-
 -“Con la scusa di venire a trovare un amico da queste parti, domenica l’altra la porto in zona. Un po’ prima dell’orario stabilito… a proposito a che ora facciamo? Diciamo alle 4?”- cenni affermativi da parte nostra –”un po’ prima delle quattro la porto nell’appartamento che mi farai vedere”- e si rivolse a me –”dicendo che è la casa del mio amico (dovrai farmi vedere dove lascerai le chiavi) e la farò mettere comoda, chiedendo se vuole rinfrescarsi. Quando arrivate voi, le metterò una benda con una scusa, e voi non dovrete levargliela, per nessun motivo. Okay? Poi, potete dare il via alle operazioni, e farvela finché vi resta duro.”-
 -“E tu?”- chiese Franco.
 -“Io mi limiterò a guardare, e se lo spettacolo mi piacerà mi tirerò una sega!”-
 Ci guardammo, un tantino dubbiosi (ma cercando di non farlo vedere). –”D’accordo”- facemmo tutti. Ci sciacquammo un altro po’ gli occhi con le foto di Francesca, facemmo altre due chiacchiere (indovinate un po’ su che argomento?), poi Marco si rimise in auto per tornarsene a casa sua, non senza averci rivolto un’ultima raccomandazione: -“Mi raccomando, ragazzi! Se fate tanto di sgarrare, la chiudiamo lì subito. Se invece rispettate le condizioni, può darsi che si possa fare il bis.”-, accompagnato dal nostro –”Non preoccuparti, vedrai che faremo i bravi!”-
 Rimasti soli, cominciammo ad esternare i nostri dubbi. Onestamente, la cosa ci “puzzava” un po’, anche se in fondo in fondo il discorso fattoci seguiva una sua logica.
 -“Ma voi credete veramente che questo viene e porta la moglie per farcela scopare?”-
 -“Beh! Se non lo fa, che bisogno c’era di montare tutta ‘sta messa in scena? E poi noi non ci rimettiamo niente, no?”-
 -“Giusto! Male che va, non si rimedia niente.”-
 -“Secondo me, quello porta una puttana”-
 -“E che ti frega? A parte il fatto che abbiamo visto le foto, se anche ci porta una puttana che fai, ti ritiri?”-
 -“No, è che non riesco a capire perché uno, sposato con una femmina come quella, debba andare a darla in mano agli altri. Io me la farei giorno e notte!”-
 -“Bello, hai mai sentito parlare di voyeur? Quello vuol solo guardare la moglie alle prese con altri maschietti”-
 -“E se poi si scopre che è un ricchione?”-
 -“Allora vuol dire che farai il sacrificio e te lo farai tu”- feci ridendo.
 -“Manco morto. E comunque volevo dire che se quello poi vuole farsi uno di noi?”-
 -“Allora si chiama pederasta. E stai tranquillo, lo lasciamo tutto a te!”- Risata generale, tranne che dell’interessato.
 -“Voi siete scemi! Io non ci sto, non me ne frega niente!”-
 -“Stai calmo.”- cercai di rassicurare Salvo –”se voleva farci il culo, l’avrebbe detto, no? Secondo me, è solo uno che vuole guardare, ed invece di andare a spiare gli altri, coinvolge la moglie nelle sue fantasie. Anche se, a dire il vero, non mi quadra tanto il fatto che la voglia bendare.”-
 -“Non è che ci fa violentare qualcuno per tentare, che so, un ricatto o qualcosa del genere?”-
 -“Mamma mia, che fantasia! Uno che vuol fare una cosa del genere, organizza tutto a casa sua, non viene a organizzarla qua. E poi, ha detto ‘bendata’,
 non ‘legata’. Se lei si rifiuta, noi lasciamo perdere.”-
 -“E se vuole fare delle foto?”-
 -“Se non siamo tutti d’accordo, lo pregheremo di lasciare la macchina fotografica in macchina. Contento?”-
 Sulla falsariga di questa discussione, continuammo per quella e per le sere successive. L’eccitazione aumentava a mano a mano che si avvicinava il giorno fatidico, e fra le preoccupazioni di Salvo, il nuovo acquisto, e le inevitabili battute (“Ragazzi, io voglio la luce accesa: non vorrei che qualcuno sbagli culo!”) praticamente ogni volta che ci vedevamo, ossia quasi tutte le sere, non si parlava di altro.
 Da parte mia, cercai con tutto il tatto di cui ero capace di “estorcere” altre informazioni via e-mail a Marco, per cercare di far quadrare il cerchio delle mie supposizioni. Venni così a sapere che la benda, e tutto il resto della messa in scena, era “voluta” da Francesca. Nel senso che, non essendo d’accordo col marito sul fatto che questi la faceva andare con altri, e per di più in gruppo, il non sapere e non vedere nulla le permetteva di vivere la cosa in maniera più distesa e piacevole, di accettarla quasi come un atto dovuto, un obbligo nei confronti del marito al quale non poteva sottrarsi (almeno così mi disse Marco in un messaggio, specificando inoltre che, superato l’impatto iniziale, a Francesca la gangbang piaceva parecchio, e si era sempre “divertita” molto.)
 In un altro messaggio mi spiegò che, per svariati motivi fisici, lui non se la sentiva più di soddisfare la sua giovane compagna, e preferiva essere lui a selezionare gli amanti della moglie piuttosto che subire l’inevitabile “tradimento” (tuttavia questa giustificazione mi sembrò un po’ deboluccia).
 Tra le altre cose, venni a sapere anche che Francesca era la sua seconda moglie, e che con la prima si erano lasciati in malo modo (non conosco i particolari, né le cause); ed inoltre fra loro due continuava ad esserci un certo risentimento. Ne ricavai la conclusione che probabilmente il suo comportamento poteva essere una specie di “vendetta” nei confronti della categoria “mogli”: faceva sottostare la compagna a questa specie di “punizione”, cercando al contempo di evitare che gli uomini ai quali la accompagnava la scopassero (forse perché riteneva il rapporto vaginale una cosa più intima e personale. Non mancava mai di sottolineare le due condizioni principali, il non doverla scopare e l’uso dei profilattici).
 E intanto il “gran giorno” si avvicinava. E in tutti, chi più chi meno, aumentava il nervosismo. “L’ansia da prestazione” è una brutta bestia (io ne so qualcosa), e quando colpisce procura parecchi danni.
 Il sabato sera, ci si rivide tutti. Avevo stampato le foto di Francesca, e ce le passavamo l’un l’altro rimirandole come fossero capolavori (ed in un certo senso, lo erano. Dovreste vederle.), scrutandole come per impararne a memoria ogni dettaglio, analizzandone ogni particolare. I commenti, di ogni genere, si sprecavano. Dubito che gli altri riuscissero a dormire, quella notte (per quanto mi riguarda, dormo solo sul lavoro.)
 Il giorno successivo, ben prima delle 16 eravamo già appostati in zona, sperando che l’amico arrivasse, e nello stesso tempo sperando (credo) che non arrivasse. Arrivò. Scesero dalla macchina, e vedendo Francesca un brivido mi percorse la schiena. Qualcuno si accese una sigaretta. Marco prese la chiave da dove gliela avevo lasciata, ed entrarono. L’ora che seguì fu la più lunga che avessimo mai passato, ma le 16 arrivarono fin troppo presto.
 –”Forza, suona ‘sto benedetto campanello!”- “No, suona tu!”- “Ma che, hai paura?”- “Buoni, ragazzi. Vi pare il momento di litigare…”- “E’ che sono nervoso!”- Suonai il campanello. Marco venne ad aprire, ed io mi aggiustai il grembiulino ed entrai in classe (scherzo, ma la sensazione ed il nervosismo erano gli stessi del primo giorno di scuola.)
 Marco non stette lì a perdere tempo. Ci (mi) riportò subito alla realtà: -“Okay, ragazzi!”- fece, cacciando una scatola di preservativi (meno male!
 Perché noi, fra tante chiacchiere, ce ne eravamo proprio scordati) –”tirate fuori gli uccelli. Per stare più tranquillo, sarò io stesso a metterveli!”-
 Ci guardammo in faccia, con un’aria da ‘ma questo che vuole? Vuoi vedere che ci tira qualche brutto scherzo?’, poi ci facemmo coraggio e mettemmo in mostra gli strumenti. Che andavano da un ‘andante con brio’ ad un ‘andante mosso’, senza nessun ‘pieno orchestra’ ma per fortuna anche senza nessun ‘pianissimo’.
 Come pensavo, Marco venne verso di me, me lo prese in mano ed avviò una sega; prima che potessi dire qualcosa, applicò il profilattico e passò ad un altro, ripetendo l’operazione. Quando ebbe terminato con tutti e quattro ci fece strada verso il salotto.
 Francesca era lì, seduta su un divano, con una benda sugli occhi e (mi sembrò) un’aria da vittima sacrificale. Sicuramente aveva intuito qualcosa, se
 il marito non le aveva detto niente. Era più minuta di quello che pensavo, ma ancora più bella che in foto (forse perché più reale), con i riccioli rossi trattenuti dalla benda, un vestitino leggero che le lasciava scoperte le ginocchia leggermente divaricate (e chi se la scorda, quella scena!).
 Tutti gli strumenti si alzarono di un’ottava. Rimanemmo imbambolati per qualche secondo (o qualche secolo, chi lo sa?), mentre Marco si accomodava su una poltrona sistemata in posizione strategica. Probabilmente ero il più arrapato della compagnia, o forse il più pratico, o forse quello che, avendola studiata tutti i giorni in foto, meno subiva il fascino della donna; fatto sta che fui il primo a ritornare con i piedi per terra, e ad avvicinarmi a lei. –”Ciao. Io sono Angelo.”- feci, sentendomi un idiota. –”Ciao Angelo”- rispose lei offrendomi una guancia, che io mi chinai a sfiorare con le
 labbra. Mi sedetti accanto a lei, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso.
 -“Sei solo? A parte quel porco di mio marito, intendo.”- mi chiese.
 -“No, sono con degli amici.”-
 -“Ma in quanti siete?”- avvertii un tremito nella voce.
 -“Siamo in quattro: io, Franco, Vito, e Salvo.”-
 -“Hai fatto le cose in grande, stavolta, eh?”- rivolta a Marco.
 -“Ti piacerà, vedrai! Sotto sotto sei una magnifica troia, e a me piace quando ti comporti così. Quindi tanto vale che ti scateni. Perché non fai vedere qualcosa ai nostri amici, tanto per metterli a loro agio?”-
 La rossa esitò un momento. Poi si alzò in piedi, aprì la lunga fila di bottoni sul davanti e fece scivolare a terra il vestitino di cotone, rimanendo con le sole mutandine. Un fisico stupendo.
 Si risedette. Mi prese una mano e la poggiò sul seno, strofinandola sul capezzolo e poi lungo il ventre, sulla rada peluria rossiccia, ed infine nelle mutandine. Aprì le gambe, per facilitare il massaggio, ed allungò le mani alla ricerca degli altri, che si accostarono. Afferrò due mani e se le portò sui seni, poi chiese chi fosse rimasto, ed avutane la mano prese a baciarla e ad inumidirla con la lingua. Io le strinsi per qualche attimo il sesso con la mano, e lo sentii diventare più caldo; poi percorsi con un dito tutta la fessura, più volte, soffermandomi a premere sulle piccole labbra, e sul lembo di carne che copriva la clitoride; e quando mi decisi ad allargare le piccole labbra, le sentii umide.
 Francesca afferrò l’elastico delle mutandine e le spinse in basso. Franco l’aiutò a levarle del tutto, e lei prese il dito che stava succhiando e lo inserì fra le piccole labbra che io tenevo aperte. Marco fece per dire qualcosa, ma non parlò. Salvo prese a muovere freneticamente il dito; e Francesca cercò a tentoni e afferrò il mio uccello e quello di Vito, seduto all’altro lato, e cominciò a smanacciarli; Franco fece il giro e le si mise alle spalle, e allungate le mani prese a tormentarle i capezzoli, eretti e duri come le teste di un chiodo; io mi chinai a succhiarne uno.
 L’atmosfera si era surriscaldata, e la tensione iniziale si stava sciogliendo come neve vicino al fuoco; ed il fuoco (ossia Francesca) aveva preso a bruciare come se gli avessero buttato della benzina sopra.
 Si girò, mettendosi carponi sul divano ed appoggiandosi allo schienale, afferrò Franco per le chiappe e si ficcò letteralmente tutto il cazzo in bocca; io e Vito cominciammo ad esplorare il suo bellissimo culetto, allargando le natiche e giocando con lo sfintere; e Salvo continuava ad infilarle un dito nella figa. Francesca smise di ciucciare per un attimo, giusto il tempo di chiedere di smettere di giocare col suo buco del culo e di infilarci qualcosa di più sostanzioso, poi riprese con uguale foga; e Salvo non se lo fece ripetere: appoggiò la cappella allo sfintere e cominciò a spingere. Io e Vito avevamo cominciato a lavorare per dilatare l’entrata, ma nonostante questo Salvo dovette forzare un po’: Francesca mugolò un “Fa’ piano!” all’inizio, poi la cosa andò per il meglio.
 Vito si dedicò a ciucciare i deliziosi capezzoli di Francesca, ed io con una mano pensavo a me stesso, e con l’altra esploravo e massaggiavo la vulva morbida e bollente, sfottendo spesso e volentieri la clitoride: mi ritrovai in breve con la mano completamente bagnata. Nessuno si accorse (di lui non ce ne poteva fregare di meno, almeno in quel momento) che Marco aveva tirato fuori da qualche parte un fallo di gomma di discrete dimensioni. Lo notai
 solo quando si avvicinò e lo infilò per buona parte nella figa della moglie, muovendolo un po’. Quindi lo tirò fuori, se ne tornò buono buono alla sua poltrona e si diede a leccare e a ciucciare il coso di gomma, ben insaporito del succo della moglie. E intanto aveva tirato fuori il suo arnese e si tirava una sega (quando lo vidi, capii quale doveva essere il problema tra loro due: aveva un cazzo che, in piena erezione, non doveva essere più di una decina di centimetri. Mentre si masturbava, scompariva letteralmente nella sua mano! Ora, è vero che non c’è bisogno della Grande Berta, il mitico cannone tedesco, per procurare piacere ad una donna, ma mi risulta che un certo quantitativo di sostanza deve pur esserci.)
 Francesca ci sapeva fare davvero. Prima che i miei due amici potessero esplodere, lei li mollò. Si girò per dedicarsi a succhiare l’uccello di Vito, offrendomi così il suo sedere su cui spiccava il foro mezzo aperto. Io non aspettai che si richiudesse del tutto ed entrai comodo comodo in quell’accogliente ricovero, trovandolo meno dilatato di quel che mi aspettavo. Spinsi a fondo, forse un po’ troppo forte perché lei mi fece segno di andarci piano. Ripresi ad incularla più piano e più lentamente, mentre Marco venne ad intingere nuovamente il cazzo di gomma. Sentii distintamente lo sfregamento dell’oggetto mentre entrava, sul mio uccello impegnato nell’antro adiacente, e Francesca lo condì per bene venendo per la seconda volta.
 Quando Marco lo tirò fuori, il giocattolo emanava un odore meraviglioso (quasi quasi avrei voluto leccarlo anch’io). Continuai a spingere, ma anche stavolta Francesca, dopo qualche minuto, cambiò prima che qualcuno terminasse.
 Ci rimasi un tantino male. Ma mi ripresi subito quando Francesca, scendendo dal divano, mi sussurrò –”Sei stato grande!”- (non c’è niente come un “Sei stato grande” sussurrato da una donna per galvanizzare un uomo: mi sentivo pronto a sollevare il mondo, e per giunta pure senza la leva di Archimede!!); poi andò ad offrire quello che era stato il mio posto a Franco, e prendendo Salvo in bocca.
 Tornato sulla Terra, vidi Marco che si era tolto completamente pantaloni e mutande, si era quasi steso sulla poltrona, appoggiando le gambe ai due braccioli, e si era infilato il cazzo di gomma nel culo, e si masturbava (a quanto pareva, non aveva tutti i torti Salvo nel pensare che fosse un ricchione: forse Marco, così facendo, immaginava di essere al posto della moglie, immedesimandosi in lei, quando la faceva montare da altri). Feci segno a Vito di dare un’occhiata, e tornai a dedicare la mia attenzione a Francesca (era uno spettacolo decisamente migliore) impegnata con i miei due amici.
 Aveva ancora la benda sugli occhi, ma non sembrava aver bisogno di vedere. Ben piantata sulle gambe leggermente divaricate, riceveva le spinte di Franco
 e le sfruttava per ingoiare il pene di Salvo, seduto sullo schienale del divano. Allungai una mano e presi a giocherellare con un suo capezzolo, imitato da Vito che si dedicò all’altro.
 Quando giunse di nuovo il nostro turno, cercai di mettermi nella posizione più comoda possibile, per godermi appieno il pompino. Che fu superiore alle mie più rosee aspettative: Francesca sembrava un’affamata che si buttava su un piatto di tortelli dopo una settimana di digiuno, ed il giochetto finale del suo indice che premeva sul mio buchetto posteriore mi fece letteralmente esplodere. Anche il mio “collega”, forse perché sotto pressione in attesa del suo turno, non ci mise molto a terminare.
 La nostra indiavolata amica (che adesso si era visibilmente scatenata: era lei che conduceva il gioco, a dispetto del fatto che noi eravamo in quattro, e alla faccia del caro marito che forse la pensava più docile e sottomessa) in breve ridusse a più miti consigli anche gli altri due, quindi tornò a sedersi sul divano per riprendersi un po’.
 Io fui il più svelto a metterle una mano in mezzo alle gambe: ero sicuro che mi sarei sognato quella figa per parecchio tempo, nelle notti a venire, e volevo mandarne a memoria ogni particolare finché ne avevo la possibilità. Francesca mi lasciò fare (anzi mi ringraziò), aprendo maggiormente le gambe
 per facilitare l’esplorazione ed indicandomi i punti in cui preferiva essere toccata. Oltre naturalmente alla clitoride, mi disse che le piaceva moltissimo essere massaggiata appena dentro le piccole labbra, ed io mi dedicai in modo particolare a quei due punti.
 Mi è sempre piaciuto “giocare” (intendo i classici giochetti che si fanno quando si ha tempo, spazio e comodità, e nessuna preoccupazione per la testa), quasi quanto scopare nel senso stretto della parola, per cui fu per me un vero piacere vedere che le mie attenzioni erano di suo gradimento.
 Infischiandomene altamente di quello che poteva dire suo marito, ormai in pieno “riposo” post-coitale, e di come avrebbero potuto reagire i miei amici, mi sedetti a terra sistemando le cosce di Francesca (erano lisce e morbide come due guanciali foderati di seta) sulle mie spalle, e mi tuffai in quel piccolo paradiso concentrato davanti ai miei occhi.
 Misi fuori tutta la lingua di cui disponevo e non trascurai neppure un millimetro quadrato, soprattutto quando in risposta a quello stimolo lei prese a
 bagnarsi. Il suo odore ed il suo sapore mi diedero alla testa più che una bottiglia di cognac bevuta a digiuno, e per me il mondo finiva all’altezza del suo ombelico. Non c’era niente altro. Mi piaceva enormemente un giochetto in particolare: le infilavo la punta dell’indice nel sedere, poi lo spingevo di colpo tutto dentro ed osservavo il suo sesso che si schiudeva, come un bocciolo di rosa in fase di apertura in un filmato accelerato; quindi infilavo la lingua nel cuore del bocciolo e ne suggevo il nettare.
 Dire che era ottimo era l’eufemismo dell’anno. Ne avrei bevuto a litri, e Francesca cercò di accontentarmi producendone in discrete quantità (non riuscii a capire quanti orgasmi ebbe, se li ebbe. Non c’erano alti e bassi, era una produzione costante. So solo che mi aveva afferrato la testa e la teneva appiccicata al suo pube; ma d’altronde, nelle condizioni in cui ero, se avesse cercato di allontanarmi difficilmente sarebbe riuscita a staccarmi.)
 Ad un certo punto, però, mentre cercavo di fare scorta del prezioso liquore usando la barba come deposito (porto una folta barba rossiccia) Francesca mollò la mia testa e scattò in piedi strappandosi la benda (e facendomi ribaltare). Dette un’occhiata intorno, socchiudendo gli occhi, e individuato il marito gli si parò davanti. Che spettacolo! Rossa, espressione incazzata nera, petto in fuori, mani ai fianchi e gambe divaricate, dall’alto del suo metro e sessanta dominava tutta la scena.
 -“Beh? Ti è piaciuto lo spettacolo? Spero che ti sia divertito, perché mi sono stufata e adesso mi voglio divertire io! E tu te ne starai lì buono buono a guardare, ficcandoti quel coso finto in culo, se ci tieni!”- e si diresse verso il sottoscritto, che aveva osservato il tutto un tantino perplesso, come gli altri, del resto. Io ero ancora a terra, dove LEI mi ci aveva mandato. Si chinò su di me, e mi prese l’uccello in bocca, ciucciando a dovere (tipo ventosa. Meno male che avevo cambiato il profilattico…) e controllando che fosse in piena forma. Per fortuna lo era. Mi tirò giù pantaloni e slip, quindi si spostò in avanti, e con una mano guidò il pene nel buchetto da cui avevo bevuto fino a poco prima. Dovette forzare un po’, prima di riuscire a infilarselo quasi tutto (io non mossi un muscolo. Fece tutto lei: spinse il bacino in basso, fra gemiti e mugolii, finché non si sentì sufficientemente piena. Ho ancor oggi il sospetto che fosse “quasi vergine”!), poi si rivolse al pubblico presente: -“Chi di voi vuole incularmi?”-
 Ci fu un po’ di tramestio. –”Calma!”- fece lei –”ce ne sarà per tutti! Non ho intenzione di finire tanto presto!”- Salvo fu il più svelto, e accucciatosi dietro a Francesca le riempì anche il secondo canale. Prese a spingere con decisione, e io avvertii di nuovo la sensazione che qualcosa strusciasse contro il mio cazzo, e Francesca emetteva mugolii che sembravano ululati e lo incitava ad incularla più forte, e ad ogni spinta di Salvo io scivolavo un po’ di più dentro Francesca, finché le piccole labbra arrivarono a lambire le mie palle. Ero con la testa fra le nuvole, anzi su un altro pianeta, in un altro universo, in un’altra dimensione.
 Cominciò a muoversi anche lei, piano piano. Il massaggio che la sua vagina faceva al mio uccello, il calore che gli trasmetteva: era fantastico. Credo di aver goduto almeno un paio di volte, ma non ci giurerei. Non c’ero proprio, con la testa. Non so nemmeno se Salvo avesse ceduto il posto, e a chi. E non me ne importava niente.
 La prima cosa che ricordo, dopo, fu che sfilandosi il cazzo del sottoscritto il profilattico le rimase dentro, sporgendo appena dalla figa. Lei se lo sfilò ridendo, poi prese a ripulirmi l’uccello mettendoselo in bocca, mentre Vito da dietro si apprestava a prendere la sua parte.
 Quando ebbe finito di succhiare via tutto (come erano deliziose le sue labbra. Ce l’avevo a morte con me stesso perché non riuscivo più a farlo rizzare) si alzò, incurante di Vito, e si sedette sul divano a gambe spalancate. –”A chi tocca adesso?”- fece invitante, toccandosi la clitoride. Per un attimo la odiai, per quel sorriso e quella posizione da troia che aveva assunto. Poi riuscii a riacquistare un po’ di lucidità, e mi misi in disparte a guardare i miei amici che a turno le riempivano quel buchino stretto e voglioso che poco prima mi aveva deliziato così…intensamente (non saprei quale altra parola usare). Sperai con tutte le mie forze (pochine, in realtà) di riuscire a farmelo tornare di nuovo duro, almeno per poterla prendere ancora un poco, ma gli altri terminarono troppo presto (o più probabilmente io ero troppo…smontato). per cui non ci fu niente da fare.
 L’unica cosa che mi consolò un po’ fu che anche Francesca, alla fine, aveva un’aria distrutta (non parliamo di Marco: dire che era nero era come scambiare la mezzanotte per un’alba radiosa!).
 Si rimise il vestitino leggero e raccattò le mutandine: -“Qualcuno le vuole?”- chiese guardando me. Nessuno le richiese, e lei me le consegnò. –”Trofeo di guerra!”- commentò. Mentre il marito usciva, ci salutò ad uno ad uno con un leggero bacio sulla guancia. –”Spero di rivederti, una volta o l’altra.”-
 mi sussurrò, con un sorriso di quelli che uno si porta impressi fino alla tomba. Non risposi, non sapevo che rispondere. Non so cosa disse agli altri, ma non me ne importava niente. Sparì.
 Tempo dopo, provai a mandare un messaggio di posta elettronica, ma mi tornò indietro. L’indirizzo non esisteva più. Mi diedi del coglione per non aver chiesto loro un recapito più… reale, per non essermi fatto dare un numero di telefono. Almeno avessi preso la targa della macchina!
 Non ho più organizzato o partecipato a gangbang, da allora.
 Però, ultimamente…..

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...