Ancora a scuola lezione di sesso


Il martedì avevo lezione alle ultime due ore, al pomeriggio non erano previste né riunioni né altro. Così speravo di cavarmela a buon mercato. Entrai a scuola, andai a prendere il registro, passai davanti alla segreteria col cuore che batteva all’impazzata ma era vuota, era delusione quella che provavo? Mi ero vestita come mi era stato detto: un miniabito nero molto scollato, una giacca azzurra, autoreggenti pure nere, stivali col tacco e senza mutande.

Andai in classe, una quinta, e cominciai la lezione. Avevo appena finito la spiegazione ed i ragazzi stavano preparandosi alla relativa esercitazione quando, dopo due brevi colpi, il segretario aprì la porta chiedendomi se potevo uscire un attimo. Rossa come un peperone dissi ai ragazzi di cominciare a lavorare e uscii di classe.

Appena fuori il segretario, lasciando spalancata la porta, si mise a parlare di un lavoro che avremmo dovuto fare al pomeriggio, intanto mi aveva messo una mano tra le cosce ed era risalito fino a palparmi la mia figa. Io, di spalle alla porta spalancata, ero pietrificata, da un momento all’altro qualcuno dei ragazzi avrebbe potuto muoversi dal banco ed accorgersi di tutto. Strinsi le cosce e gli feci cenno di smettere, lui, ghignando, mi pizzicò la clitoride, dischiusi le cosce.

Dall’interno della classe uno dei ragazzi mi chiamò, mentre rispondevo che sarei rientrata subito lui mi afferrò una tetta e la strizzo con forza, poi infilò un dito tra le mie natiche e lo affondò con un sol colpo nell’ano.

Trasalii, non più padrona di me stessa cominciai a bagnarmi, pretese che lo baciassi, mi infilò tutta la lingua in bocca e mi frugò dovunque. All’improvviso mi mollò, guardandomi con un’espressione ironica sul viso:

“A più tardi, puttanella! Vedrai che oggi pomeriggio ti faccio divertire.”

Mi lasciò lì frastornata, con il culo ed il seno doloranti ma con la passera fradicia.

Dovevo tornare in classe, cercai di calmarmi, sentivo i ragazzi chiacchierare tra di loro, per fortuna nessuno si era alzato dal banco; presi una gran boccata d’aria, riaggiustai alla meglio il miniabito e rientrai in classe zittendo tutti con una determinazione che non mi conoscevo.

Mentre riprendevano a fare il compito andai a sedermi in cattedra ma, così, l’orlo delle autoreggenti era visibile. Decisi di far finta di niente, se mi fossi tolta la giacca per coprirmi le gambe l’ampia scollatura del vestito sarebbe stata ancora più imbarazzante. Mi misi a leggere ma dopo non molto, con la coda dell’occhio, mi accorsi che i due ragazzi che sedevano nei primi banchi alla mia sinistra tenevano gli occhi fissi sulle mie cosce.

Facendo finta di nulla mi alzai e cominciai a girare tra i banchi. Ad un certo punto uno in penultima fila mi chiese una spiegazione, mi accostai a lui e, senza pensarci, mi abbassai per correggergli un particolare sul disegno. All’improvviso mi resi conto che dovevo essere proprio un bello spettacolo per chi sedeva dietro di me. Mi rialzai, mi girai e incrociai lo sguardo di Giancarlo, per un pelo non svenni, il suo sguardo parlava per lui, aveva visto abbastanza, mi sorrideva divertito senza più abbassare lo sguardo.

Giancarlo era il più grande della classe, aveva compiuto i vent’anni già da un po’, era alto, moro, muscoloso; portava sempre abiti attillati che ne sottolineavano la prestanza, i suoi jeans erano deformati da un gran pacco che spesso avevo ammirato io stessa e a volte commentato per scherzo con qualche collega.

Alla fine fui io la prima ad abbassare gli occhi, mi girai verso la cattedra, andai alla finestra, mi poggiai al termosifone e lì rimasi per il resto della lezione.

Quando squillò la campanella fui la prima ad uscire, con una scusa bloccai la collega della classe a fianco e rimasi a parlare con lei finché non vidi Giancarlo uscire di scuola con i suoi compagni. Poi salutai la collega, andai a posare il registro e mi chiusi in bagno in attesa che tutti fossero usciti. Non sentendo più rumori mi decisi ad uscire e mi diressi di gran carriera verso la segreteria, entrai e mi avventai sul segretario con l’intenzione di piantargli le unghie in faccia, in preda ad una violenta crisi isterica.

Mi bloccò con una mano, con l’altra mi diede prima una sberla poi un’altra e un’altra ancora, finché non mi arresi, mi svuotai piegandomi su me stessa, lui mi mollò, si scostò da me e

“Sta’ dritta, vacca! Ce ne vogliono dieci di puttane come te, cosa credevi di fare, eh? ”

Ci fu un attimo di silenzio, mi tirai su, lo guardai negli occhi e gli risposi

“Stupido bastardo, Giancarlo mi ha visto il culo per colpa tua, pezzo di merda, mi stai rovinando la vita per sempre con i tuoi giochetti del cazzo! Adesso lo dirà ai suoi compagni e tutta la scuola saprà che ero in classe senza mutande!”

Stette in silenzio per un attimo poi scoppiò in una risata che mi spiazzò del tutto

“Giancarlo non dirà niente a nessuno, cretina! E’ un ragazzo intelligente e gli piacciono le donnine della tua specie, alla peggio dovrai darla anche a lui ma non credo che ti dispiacerebbe, vero? Ti piacciono i ragazzi giovani, no?”

Rimasi in silenzio guardandolo con odio, la mia rabbia non era ancora sbollita del tutto ma non avevo più l’aggressività di prima. Lui colse la mia resa

“Spogliati puttana!”

Non mi muovevo, venne verso di me alzando il braccio, all’ultimo momento andai dietro l’armadio e mi tolsi la giacca e il miniabito, mi girai e me lo trovai di fronte, allungò la mano e pizzicò il capezzolo:

Senza attendere la risposta si girò e prese dal bancone un collare e un guinzaglio, mi fece girare mi mise il collare stringendo un po’, attaccò il guinzaglio.

“Adesso andiamo a farci un bel giro e guai a te se non ti muovi come si deve!”

Aprì la porta, i capezzoli mi si gonfiarono subito per la preoccupazione di incontrare il custode, uno dei due bidelli o la bidella per non parlare della preside, che erano gli unici ancora presenti a scuola. Quando disse avanti mi mossi.

Attraversammo l’atrio, percorremmo il lungo corridoio, in strada non c’era nessuno, girammo a sinistra davanti alle classi, nel silenzio il rumore dei miei tacchi sembrava il ticchettio di un pendolo, camminavo eretta, col seno ed il culo ben in fuori, ancheggiavo ampiamente, cercavo di contrapporre lo splendore del mio corpo alla violazione di quel collare e di quel guinzaglio. Lui capiva e sogghignava. Arrivammo nell’atrio della presidenza, mi fermai, lui mi assestò sulle natiche un colpo secco col guinzaglio.

“Continua a camminare, Professoressa, non ti senti più sicura di te stessa come un attimo fa? Cammina!”

Così dicendo mi diede uno strattone verso la porta della presidenza.

“Ma la preside c’è!?”

“Cammina puttana! La preside forse c’è e forse no, tu invece ci sei di sicuro, sei qui nuda, al mio guinzaglio e puoi solo fare tutto ciò che dico io. Adesso muoviti e sta zitta.”

Decisi di andare a vedere il suo gioco. Arrivati avanti alla porta della presidenza mi disse di aprire ed entrare, cercai di girarmi ma di nuovo mi sferzò il culo col guinzaglio, col fiato sospeso ed il sedere dolorante afferrai la maniglia, aprii la porta ed entrai.

La preside era seduta alla sua scrivania, lavorava, mi sentii venir meno e per poco non svenni, sentii la voce di lui dire:

“Ho portato la Professoressa a farle una visita, sembra che al di là delle apparenze abbiate molto in comune.”

Mi resi conto che la Preside sbiancava in viso e non reagiva, teneva gli occhi fissi su di me, sul mio viso prima, lasciandoli poi scivolare sul mio corpo, ma senza muovere un muscolo, come paralizzata. Il terrore del primo momento lasciò il posto ad un senso di vergogna misto a perplessità. Il silenzio nell’ufficio si toccava con mano e fu di nuovo il Segretario a romperlo

“Tirati in piedi e vieni qui!”

Indicava il centro della stanza, proprio di fronte a me. Vidi la preside alzarsi, girare intorno alla scrivania e venire a piazzarmisi di fronte. Era una bella donna, quarantenne come me, mora, alta poco più di un metro e settanta, dalle forme prosperose, occhi scuri, labbra carnose, zigomi pronunciati. Indossava una gonna nera, ampia e lunga fin sotto il ginocchio, una camicetta di seta chiara, delle calze nere e delle scarpe nere a tacco alto che non le avevo mai visto indossare.

“Su!”

L’incitazione del segretario ruppe il silenzio come una sferzata, vidi la preside muovere le mani e sbottonare uno ad uno i bottoni della camicetta, sfilarsela dalla gonna, togliersela e lasciarla cadere a terra, poi slacciarsi la gonna e lasciare che scivolasse a terra anch’essa: gueoière a seno scoperto, reggicalze, calze scarpe a tacco alto, una mise che mi era nota.

La guardai con attenzione; aveva un bellissimo seno, abbondante, evidentemente fermo, coronato da ampie aureole scure e da due capezzoli grandi come punte di mignolo, la guepière le stringeva i fianchi sottolineandone la snellezza e lasciava ugualmente scoperto il monte di Venere che aveva depilato con le labbra della vagina dischiuse ed umide. Le gambe, lunghe e slanciate, erano meravigliosamente tornite. Le caviglie sottili, il collo del piede perfettamente curvato. Era decisamente una “gran fica”, dovetti ammettere con me stessa di non essermene mai accorta prima e me ne meravigliai.
Tornai a guardarla in viso senza più paura, per qualche motivo, che non conoscevo, anche lei obbediva al segretario. Avvertivo dentro di me un inatteso desiderio di possederla, avrei voluto prenderla e infilarle la lingua in bocca, torcerle i capezzoli, infilarle le dita nella figa, pizzicarle le chiappe e l’ano. Non era più la padrona della scuola, era lì anche lei come me inerme nelle mani del segretario.

Fu con un fremito di piacere che sentii il segretario apostrofarla:

“Avvicinati! Abbracciala! Fate un po’ di conoscenza per davvero, per quello che siete entrambe!”

Lei si riscosse, lo guardò poi fissò me negli occhi con un vago sorriso sulle labbra, si mosse, i suoi capezzoli vennero a contatto con i miei, provammo entrambe il medesimo fremito, mosse leggermente il busto facendo sì che i capezzoli si sfregassero tra di loro, avanzò ancora, il suo seno premeva sul mio, le sue cosce aderivano alle mie, il suo pube incontrò il mio.

Nel silenzio della stanza la nostra eccitazione si poteva palpare anch’essa.

Passai le mani dietro la sua nuca e l’attirai verso di me, fissandola negli occhi tirai fuori la lingua e gliela passai sulle labbra, poi la spinsi e lei dischiuse i denti e rispose al mio bacio: fu un bacio lungo, sensuale e violento, le lingue si attorcigliavano saldamente tra loro, percorrevano i palati, seguivano i denti, cercavano la gola. Nel frattempo lei mi aveva afferrato le natiche con entrambe le mani e me le palpava spingendomi ancor più contro di se, avvinghiate l’una all’altra, strofinavamo pube e seni ormai incapaci di controllarci.

“Che fuoco, sta divampando un incendio! Fermatevi brutte puttane!”

Ci bloccammo riprendendo fiato, ci eravamo accese come due cerini davvero, ci staccammo l’una dall’altra a fatica, ansanti, i visi arrossati, gli occhi carichi di desiderio ed i corpi frementi per l’eccitazione.

Il segretario si sfilò la cintura dei calzoni e rivolgendosi a me:

“Devi sapere che madame” e accennò alla preside “ha gusti particolari. A lei piace essere trattata con una certa rudezza, come anche a te del resto, ma a lei piace che siano delle ragazze a maltrattarla, anzi, per essere precisi, le ragazze, fino a poco tempo fa, le piacevano a tutto tondo ed in via esclusiva. Sennonché un bel giorno la ho colta sul fatto, mentre si faceva massaggiare le chiappe da…., no, da chi te lo racconto un’altra volta, e così, da allora, suo malgrado ha imparato ad apprezzare anche i maschietti, ma anche questo te lo racconto poi. Adesso voglio metterti alla prova, voglio vedere se a furia di farti frustare hai imparato qualcosa.”

Così dicendo mi porse la cintura, poi prese la preside per i capelli, la portò verso la scrivania su cui le fece poggiare il busto, le mise le mani dietro la nuca, passò dietro di lei e le fece allargare le gambe, poi posò una mano sulle reni spingendole verso il basso finché non giudicò che il culo della preside fosse sufficientemente esposto. Prima di scostarsi fece scorrere un dito tra le natiche, perfettamente separate, più volte, finché, con un colpo secco, lo infilò interamente nell’ano. Lei ebbe un soprassalto ma non abbandonò la postura che le era stata imposta.

Il segretario si girò verso di me, sorridendomi beffardo, e disse:

“E’ tua tesoro, non fare complimenti!”

Lo guardai con attenzione, aveva capito i miei desideri o stava solamente dando forma ai suoi fantasmi? Guardai la preside così oscenamente esposta, in quel momento del segretario e dei suoi moventi poco mi importava, piegai la cintura a doppio tenendo la fibbia nella mano, mi accostai alla preside, le carezzai le natiche, sollevai il braccio e feci partire un primo colpo. Non vedendola reagire cominciai a colpirla con regolarità e intensità crescenti, fino al cinquantesimo colpo non reagì minimamente, al cinquantunesimo cercò di muovere il culo ma il segretario:

“Immobile, vacca! Non far scene!”

Ricominciai a colpire, le natiche erano tutte rosse, lei rimase immobile ancora fino al settantesimo colpo poi cominciò ad emettere come un leggero guaito ogni volta che le arrivava un colpo ma sempre restando ferma, al centesimo il guaito si trasformò in un’implorazione di pietà e riprese a muovere il culo. Il segretario si avvicinò a lei e le strinse con una mano i polsi dietro la nuca:

“Sta’ buona, tanto non incanti nessuno!”

Fece scivolare una mano tra le cosce della preside, immerse le dita nella fica e le ritirò per mostrarmele abbondantemente bagnate, poi mi fece cenno che dovevo dargliene ancora cinquanta.

Ripresi a colpire senza più freni, con determinazione, riconoscevo le sue reazioni, erano identiche alle mie quando ero io ad essere frustata, le piaceva come piaceva a me. Ed a me, in quel momento, piaceva farla soffrire e goderne. Colpivo senza dar segno d’emozione eppure godendo, sentivo la passera infradiciarsi di più ad ogni colpo, il mio seno e i capezzoli farsi ogni attimo più duri. Portai una mano al seno e lo strinsi, passai le dita sul capezzolo. Il segretario mi guardava con espressione compiaciuta.

Al centocinquantesimo colpo mi bloccò. Il culo della preside era paonazzo, piangeva lamentandosi miserevolmente. Il segretario a cenni mi fece capire che dovevo avvicinarmi, piegarmi e leccarle la figa. Mi accostai, mi accucciai alle sue spalle e affondai immediatamente la lingua nella passera più fradicia che avessi mai visto o immaginato. Bastarono pochissimi colpi di lingua per scatenarle un orgasmo squassante: prese a fremere tutta, il segretario le lasciò i polsi e le sue mani corsero ad afferrare e strizzare i seni, il lamento si trasformò in un “canto” di piacere.

All’improvvisò tutto finì, il segretario staccò la mia testa da lei e mi fece rialzare. Aspettammo in silenzio che si riprendesse. Quando si rialzò aveva il trucco disfatto, il volto segnato dalle lacrime ma una tale espressione di gaudente sottomissione che invitava ad infierire ulteriormente su di lei o a prendersene cura.

Il segretario invece:

“Mi sembra il caso di restituire la cortesia alla professoressa!”

La sua mano corse alla cintura ma lui la bloccò:

“No!, No, bella mia. La frusta la usa solo lei, tu devi solo leccarla per bene!”

Accostò a me una sedia, mi fece poggiare un piede sul bordo ed aprire bene le cosce. Lei mi guardò umilmente negli occhi, si piegò ed abbracciandomi e carezzandomi i fianchi cominciò a leccarmi con grande maestria.Il segretario mi venne vicino, mi mise in mano il cazzo e, mentre lo masturbavo, mi palpò il seno con una delicatezza che non gli conoscevo. Ben presto i segni dell’orgasmo cominciarono a farsi sentire e mi appoggiai mollemente al corpo del segretario che subito mi ficcò la lingua in bocca. Venni a lungo abbandonandomi tra le braccia di quel maiale.

Alla fine mi fecero stendere sul divano. Il segretario si sbracò su di una poltrona e fece cenno alla preside di fargli un pompino. Lei gli si avvicinò stando a quattro zampe e subito ingoiò per intero il cazzo, come anch’io sapevo si doveva fare col segretario, e senza che sembrasse esserne dispiaciuta. Lo leccava con grande impegno, le guance ben incavate, facendolo entrare ed uscire per intero, ogni tanto se lo affondava così in profondità che mi chiedevo come facesse a non soffocare.

Il segretario dopo un po’ la fece sollevare, si alzò dalla poltrona e la indicò alla preside che si piegò esponendo il culo e muovendolo con fare invitante. Non che ce ne fosse bisogno, il segretario ammirò per un attimo quello splendido sedere poi si fece avanti e le spinse il cazzo tra le natiche. Il sorriso sul volto della preside si distorse in una smorfia di dolore, ma non si mosse di un millimetro; lui continuava a premere ed il cazzo lentamente affondava nel corpo dell’altra, che dalla faccia sembrava incapace di resistere oltre eppure riusciva ugualmente a tener ferma la groppa. Finalmente fu dentro di lei per intero; si fermò per un attimo poi prese a muoversi avanti e indietro, quando la sentì ben aperta le afferrò le mammelle e la tirò dritta contro di se, poi vennero da me, lui la lasciò andare e lei mi cadde addosso mentre continuava ad essere scopata a gran colpi nel culo. Le ficcai la lingua in bocca carezzandole il seno, lei afferrò le mie mammelle e le strinse, le diedi una sberla, mi guardò stupita ma il segretario:

“Brava! Così devi trattarla questa rottainculo! Non lasciare che provi a prendere lei le redini del gioco. Tu devi obbedire a me e comandare lei, che le piaccia o no.”

Fissandola negli occhi le afferrai i capezzoli e li torsi finché non abbassò il viso emettendo un lamento sordo e prolungato. In quel momento il segretario si immobilizzò a fondo dentro di lei e venne, io lascia i capezzoli e la preside si abbandonò ad un nuovo orgasmo anche lei.

Poco dopo noi due eravamo abbracciate, sedute sul divano, spossate e il segretario era steso sulla poltrona con un’espressione beata sul volto.

“Beh! Adesso vi siete conosciute meglio di prima, eh? D’ora in poi potremo divertirci tutti insieme. Nel frattempo potresti raccontare alla preside come sei caduta nelle mie grinfie.”

Guardai lui, guardai la preside, alzai appena le spalle e presi a raccontare “per sommi capi” come ero arrivata fino a quel punto. Poi toccò alla preside.

Il segretario, circa due mesi prima, la aveva sorpresa tra le braccia di Stefania, una bidella giovane, carina, biondina. Erano in uno sgabuzzino della scuola seminude entrambe e stavano facendo l’amore quando il segretario aveva aperto la porta sorprendendole. Stefania, in cambio di un appoggio per la richiesta di trasferimento che aveva inoltrato poco tempo prima, aveva firmato al segretario una dichiarazione in cui denunciava le molestie sessuali della preside raccontando che era dovuta sottostare alle turpi voglie della lesbica, per timore di ritorsioni professionali. Lei aveva poi ottenuto il trasferimento anche se ogni tanto doveva comunque tornare a far visita al segretario. La preside invece era rimasta lì, vittima dell’uomo che incurante dei suoi desideri sessuali la aveva costretta a soggiacere a tutte le voglie sue e dei suoi amici.

Mentre la preside ed io ci raccontavamo le nostre sventure, il segretario ci guardava incantato. Alla fine dei racconti commentò con tono sarcastico:

“Non si possono certo definire racconti ricchi di particolari, direi piuttosto ricchi di omissioni, ma tant’è, adesso sapete entrambe che siete in mio possesso e perché. I particolari li vedremo insieme nei prossimi giorni. Adesso rivestitevi e a casa che stasera ho degli impegni.”

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