Se quella sera… Inquietudini


Capitolo 1 – Week End
Vedi racconto: Se quella sera… emozioni

Capitolo 2 – Lunedì-

Mattino, una nuova giornata
Il cielo terso, l’aria fresca e penetrante erano tipici di una giornata di primavera, ma gli alberi spogli e i rari passanti nel parcheggio dell’ospedale chiusi nei loro impermeabili toglievano ogni speranza. Un fotografo avrebbe senz’altro potuto apprezzare quel paesaggio, apparentemente triste, ma in realtà intriso di una bellezza che trascendeva dalla banale quotidianità di un giorno lavorativo. La dottoressa Karin Sanbelli dopo aver parcheggiato nel posteggio dei dipendenti era rimasta nell’auto consumando i minuti rimasti prima della timbratura. Non vi era angolo che non avesse impregnato in sé tutti i colori, anche se ormai calati di vivacità, dell’autunno appena passato. Le foglie rimaste tra le corsie del parcheggio parevano tacite testimoni e contemporaneamente scialbe pennellate finali al quadro che si presentava all’osservatore avvezzo a ricercare un po’ di natura tra le masse di cemento.
Ancora tre minuti.
La mano sulla maniglia interna della portiera rimaneva immobile, perché, per la prima volta dopo tanti anni di studio frenetico, si trovava lì a far niente, seduta in macchina, a contatto con la natura che tanto amava, e ironicamente ancora braccata dal tempo.
Si scosse appena in tempo per vedere posteggiare proprio di fronte, a due file da lei, l’auto dell’aiuto primario, suo diretto responsabile; assieme al professor Taddeo Gandolfi viaggiava anche la moglie Paola, contabile, che lavorava all’economato dell’ospedale. L’uomo uscì dall’auto insieme alla moglie e dopo aver aperto la portiera posteriore ne tirò fuori una ventiquattrore che aprì poggiandola sulla gamba retratta e puntellata sul pneumatico. Karin Sanbelli non poteva sentire le loro voci ma da quel osservatorio privilegiato sbirciò, le mosse dell’aiuto primario e di sua moglie. Erano gesti consueti e semplici che osservati così nascostamente diventavano operazioni segrete e imperscrutabili che allo stesso tempo intrigavano e sconvolgevano la giovane: non era abituata a spiare la gente, specialmente se la conosceva, ma quella mattina non poté farne a meno e rimase a fissarli in silenzio.
Paola Gandolfi recuperò la borsetta evitando, però di infilare l’impermeabile e guardando il marito all’altro capo dell’abitacolo chiese con aria stupita “Come mai hai comprato quella rivista?”
Con moto quasi sincronizzato chiusero la portiere dell’auto, e il professore aggiustandosi leggermente la cravatta prese dalle mani della moglie la sua ventiquattrore “Luisella m’aveva chiesto cos’era una gang bang, e allora stamattina quando l’ho vista in edicola l’ho comprata”
La moglie sorrise complice, aggiustandogli con gesti semplici il colletto della camicia “Non saremmo mai in tanti per fare una gang bang”
Gli occhi di Taddeo brillarono maliziosi e con estrema delicatezza sfiorò con una mano il viso della moglie “Amore, dividi pure per due perché bene o male siamo tutti accoppiati, e nelle gang bang di passera ce n’è ben poca”
Taddeo le cinse la vita abbracciandola teneramente permettendole così di baciarlo leggermente sulla bocca suggellando quel gesto così bello e profondo che li accompagnava imperituro fin da gli anni del liceo, epoca in cui si erano conosciuti. Paola s’alzò sulla punta dei piedi per raggiungere le labbra del marito che svettava alla quota ragguardevole di cento novantacinque centimetri, scossa dai brividi d’una dedizione appassionata ed esclusiva che li legava da due decenni.
Lentamente si staccò dal marito e allontanandosi per imboccare il vialetto che l’avrebbe condotta alla palazzina dell’economato gli lanciò il saluto di commiato “Già, preferisco le cose più equilibrate, ciao scappo che debbo timbrare”
“A dopo, forse riusciamo a vederci in mensa”, la salutò distratto dalle mosse furtive di Karin Sanbelli, il giovane medico del suo staff, l’ignorò dirigendosi verso il padiglione di medicina vascolare.
Karin Sanbelli aspettò che entrambi fossero lontani, e sgattaiolando fuori dal suo nascondiglio, volle avere una conferma di quanto aveva visto andando a sbirciare attraverso il finestrino della mercedes.

Fuori non era ancora giorno fatto ma la sveglia segnava le sette e mezza e Samanta Lecceti poteva intravedere la poca luce filtrare dalle tende; ristette qualche attimo dopo aver acceso la piccola luce tenuta bassa sul pavimento per non disturbare godendosi quegli ultimi attimi di silenzio irreale.
Si mosse nel letto comodo sotto il piumone, soffice sfregando la nuda pelle delle gambe e dei glutei sulle lenzuola di cotone leggermente felpato; la camicia da notte le era salita sopra l’addome e l’idea d’essere quasi mezza nuda l’eccitò a tal punto che desiderò masturbarsi. Si sentiva calda e morbida accarezzandosi, seguendo ogni curva sensibile del suo corpo con le dita tiepide; i capezzoli, il collo, di nuovo i seni, il pube il clitoride erano le stazioni principali del suo vagabondare. Frugava, girava e carezzava il suo corpo pensando e ripensando senza tregua alle sue esperienze e alle sue aspirazioni, ai suoi sogni; aveva una immaginazione molto fervida e quei pensieri le scatenavano la frenesia erotica.
Ad ogni tocco si stava facendo sempre più esigente e le sue mani sempre più presenti nella vagina, le dita insistevano sempre di più sull’ingresso dell’utero e con molta più foga pizzicavano e strizzavano il clitoride. Di colpo un pensiero prepotente, un sogno vivido si parò davanti ai suoi occhi: suo fratello Roberto che giocava con il suo sedere, che insinuava le dita alla ricerca dell’ano roseo morbido, avvolgente, esigente.
Sospirò, e l’urgenza di essere toccata, penetrata da Roberto le fece dimenticare ogni parentela e la voce forte di lui che impartiva disposizione per la postura migliore le procurò il primo sibilo di piacere. Sospirò con ritmo sempre più frenetico finché non raccolse nella dita i caldi umori che spalmò sull’addome fin oltre l’ombelico.
Ma ancora non le bastava, e sempre con la mente rivolta al fratello si tolse definitivamente la camicia da notte rimanendo completamente nuda sotto il piumone e con le dita umide riprese il controllo della vulva partendo dal perineo, su, su verso il clitoride immergendo ripetutamente le dita dentro lei finché traguardò di nuovo l’orgasmo macchiandosi sempre di più le dita.
“Samanta, sono quasi le otto, il bagno è libero… tuo fratello è già uscito” sentì gridare sua madre Anna.
“Si va bene ora mi alzo” bofonchiò intensificando le sue carezze; si sfiorò con le dita umide la pelle morbida dell’addome e dei seni. Chiuse per un attimo gli occhi e ritornò ad una sua frequente fantasia che la allietava durante le sue lunghe masturbazioni; assaporò quelle sensazioni trasmesse dal sogno che riservava per lei tanti uomini nudi che danzavano attorno a lei carezzandola, leccandola, penetrandola allo sfinimento.
“Allora!? sei ancora li?” tuonò di nuovo la madre e a quel punto non le fu più possibile continuare; infilò la camicia da notte dirigendosi in bagno. Davanti allo specchio recuperò le macchie d’umore sulla pelle, specialmente sull’ombelico; si carezzò ancora spostando con molta fluidità le dita lungo il bordo arrossato della vulva.
Come un fantasma si mosse sotto la doccia e giunta di nuovo all’orgasmo si lasciò andare stimolando l’ano con il manico della spazzola finché i sospiri, le contrazioni e il caldo delle pareti della vagina le ricordarono una volta di più che erano ormai sei mesi che non aveva una penetrazione, che non soggiaceva alla forza virile d’un uomo. Era rimasta inutilmente in attesa del suo lui, per saziare la fame e la sete della sua libidine; non poteva più aspettare, e doveva trovare un amico che la scopasse che le permettesse di prendere in bocca il suo pene fino a schizzarle in bocca. Riprese a premere leggermente le dita all’interno della vagina dove il piacere era più vigoroso, estenuante con piccoli ed incessanti colpi. Continuò finché dai glutei sentì colare di nuovo abbondanti gli umori sempre più appiccicosi, e allora fu che con grande libidine immaginò il fratello.

Come ogni mattina Helene Fintz si recò allo studio d’architetto in zona San Siro che gestiva ormai da tre anni con Clelia Falchi. L’attività di scrupolosa e pignola disegnatrice le aveva fatto risolvere per sempre il problema economico, ed era stata per lei uno dei tanti successi della sua vita. Figlia di un dirigente d’azienda tedesco e madre italiana mai sposati, era nata a Milano, e la sua ambizione l’aveva portata prima alla laurea in architettura, poi alla laurea in lettere moderne che si era rivelata col passare degli anni la sua vera passione, oltre a quella per le donne.
Vestiva quasi sempre in modo un poco eccentrico, ma stuzzicante.
Prediligeva il nero e sapeva valorizzare le sue belle e lunghissime gambe con gonne molto corte o con ampi spacchi e per un uomo vederla camminare con passi lunghi e decisi era sempre un piacere, ma anche un tormento vista la sua unica predilezione per il sesso femminile.
Salì a piedi fino all’ultimo piano, dove era ubicato lo studio di architettura ch’era stato del padre di Clelia, Gian Luca Falchi, che aveva ormai da anni delegato ogni incombenza alla figlia, e veniva consultato solo in caso di estrema necessità. Aprì la porta d’ingresso, ancora chiusa al pubblico consapevole che se non avesse conosciuto Clelia Falchi sarebbe rimasta probabilmente una delle tante laureate che per vivere s’adattavano ad insegnare, o alla meglio sarebbe diventata il responsabile di una grande azienda.
Accese il computer sedendosi alla sua scrivania dove Clelia le aveva fatto trovare il caffè con la brioche come era sua consuetudine, “Ciao Cle, sono arrivata” la salutò ad alta voce.
“Ti ho lasciato tutti i recapiti dei clienti nella vaschetta dei documenti, e ricordati di preparare il prospetto per oggi pomeriggio, mi raccomando non sbagliare” le aveva detto Clelia dalla stanza attigua dove avevano predisposto lo schedario e una piccola sala per le riunioni.
Helene con voce affannata le rispose azzannando la brioche “Sono già sconvolta di mio, non mi agitare di più” La sua mente era un rapido susseguirsi di immagini diverse, dolci, sconvolgenti, opportunistiche, magiche, meschine “Ho passato un fine settimana di merda” urlò alla fine.
“Perché?”
“Poi ti spiego…” rispose evasiva. Voleva tanto incontrare una mano che le sfiorasse il viso, voleva sentire labbra calde accarezzarle il collo, voleva perdere i suoi occhi innamorati dentro quelli di lei, voleva narici che annusassero il suo corpo.
“Con lei è tutto finito, vero?” chiese Clelia affacciandosi sulla porta.
Erano momenti di vero tormento alternati ad attimi di gioia, di vergogna di entusiasmo, di scoraggiamento, momenti che laceravano il suo cuore. La bella bionda teutonica era alta un metro e ottantacinque, aveva gli occhi azzurri e il fisico leggermente androgino, e nonostante fosse abituata a portare i capelli biondo cenere con un taglio corto e sbarazzino era consapevole d’avere una bella figura perché i clienti la guardavano con insistenza e le chiedevano di uscire con loro. I suoi seni erano della giusta dimensione e ben sagomati, e il resto del corpo era ben tonificato da anni di sport.
“Si” rispose mentre una lacrima ostinata scivolava impietosa sulla gota arrossata dalla rabbia.
“Che sfiga…” scherzò amorevolmente Clelia per tentare di distrarre in qualche modo Helene.
“Già!”
“Vado a farmi, bella!” annunciò Clelia, decisa ad indossare l’abito delle pubbliche relazioni; difatti sia lei che Helene, quando potevano e se non avevano incontri di lavoro, evitavano di vestire formalmente con tailleur e scarpe austere.
“Vengo anche io…” disse con un fil di voce Helene ripensando agli appuntamenti della mattina; dopo la consegna di un paio di progetti già ultimati, avrebbe dovuto incontrare da sola un nuovo cliente. Un incontro che in teoria avrebbe dovuto portare avanti Clelia in qualità di account manager della società, ma da qualche tempo accadeva che per mancanza di tempo non riusciva più a dedicarsi al lavoro come voleva e quindi aveva preso a delegare qualche impegno di minore importanza ad Helene.
Erano le nove, mancava un’ora all’appuntamento con i proprietari dello studio dentistico e due ore all’appuntamento con il nuovo cliente, la rock star che aveva acquistato un appartamento alla torre Velasca.
Helene sospirò.
Non era spavalda, non aveva il coraggio, abbandonata negli effetti e nell’amore, di concedersi completamente al lavoro, ma doveva.
Sentì battere il cuore; aveva la testa pesante, la mente si rifiutava di uscire da quel gorgo perverso di tormento e di ricordi. Entrò in una delle due stanze dell’appartamento studio che avevano destinato a tutte quelle operazioni di disimpegno estranee alle pratiche lavorative. Difatti, trovò Clelia nei pressi del bagno intenta a spazzolarsi i capelli, non troppo facili da pettinare visto che quasi costantemente accompagnava il gesto della mano con la testa inframmezzato qualche improperio sommesso.
“Poi ti racconto di Sabato e del nuovo uomo di Luisella, perché merita” le accennò appena la vide entrare nella piccola stanza arredata per contenere un armadio mezza stagione e una consolle per il trucco. -Anch’io avrei qualcosa da raccontarti…- si disse Helene alludendo alla sua recente rottura, ma rimandò ancora ad un altro momento -Voleva dimenticare, distrarsi-.
“Allora, cosa avete fatto?” chiese Helene. Provava un piacere sottile ad ascoltare i racconti e le avventure di Clelia che si divertiva ad evocare quegli strappi di vita che le trascinavano l’immaginazione fuori da ogni limite, e, in silenzio ad ascoltarla, fantasticava su una possibile relazione tra loro due.
“E’ stata una bella serata… e una novità per tutti”
“Dai raccontami, adesso che abbiamo cinque minuti” Adorava speculare sulle carezze che sognava di ricevere dalle splendide mani affusolate di Clelia che gesticolavano nervose durante l’evolversi del racconto, ben sapendo che in ogni caso le sue fantasie erano destinate a rimanere tali, vista la natura eterosessuale più che mai confessata di Clelia.
“Almeno loro sono sempre insieme?”
Clelia posò il pettine sulla consolle “Sabato notte li ho lasciati ancora insieme… ” sospirò “E tu hai chiuso occhio qualche ora?”
“Ho passato la domenica con una ragazza… ”
“Ah, chiamatemi Helene e sarò la vostra messalina!” la canzonò Clelia.
“No, no che cazzo hai capito… è solo un amicizia e poi lei è del tuo partito” tagliò corto. Quindi, senza chiudere dietro di sé la porta, si infilò in bagno per rinfrescarsi un attimo, tolse i pantaloni e smise la biancheria, troppo ingombrante da indossare sotto il tailleur riponendoli nella borsa da viaggio che usava come guardaroba ed uscì dal bagno con indosso solo la camicia.
“Beh, Non ci avrei trovato nulla di male” aggiunse Clelia ad alta voce “Lo sai come la penso… e se ti fossi portata a letto quella ragazza sarebbe stato solo sesso. Magari ti faceva bene, ti distraevi!”
“Come sei insensibile. Come si può pensare di mettersi a fare mettersi certe cose nel mio stato, depressa come sono?”
“Vedila come ti pare, per me il sesso è anche voglia di distrazione… e a volte può essere un ottima medicina”
Helene chiuse gli occhi e li riaprì subito dopo confusa “Allora cosa mi dici di sabato?” chiese sperando che l’altra cambiasse discorso.
“No, adesso sarebbe riduttivo. Voglio farlo con tutti i crismi”, le rispose Clelia impegnata a svolgere il suo vestito dal cellophane, ed Helene colse quell’attimo per sfilarsi velocemente la camicia ed infilarsi nell’accappatoio, ma l’anta dell’armadio sembrava non volersi aprire. Rimasta nuda, accanendosi sul pomello, fu colta da Clelia nel pieno del suo imbarazzo “Che fai, ti vergogni?” le domandò alludendo alla suo gesto istintivo che le aveva fatto retrarre il bacino abbastanza da nascondere la vulva in mezzo alle gambe “Ma sei scema?” tornò a insolentirla bonariamente prima di dedicarsi alla serratura dell’armadio.
“Non ti ho visto arrivare” mentì Helene per dissimulare l’imbarazzo che l’aveva colta quando gli occhi vispi di Clelia s’erano posati sul suo corpo nudo; non c’erano dubbi la socia non aveva perso tempo e ogni tappa era stata rigorosamente rispettata: seno, glutei e vulva.
Clelia sorrise intenerita “Dai che ci penso io” afferrò il pomello e l’anta si aprì con decisione. Helene la guardò aprire l’armadio imbarazzata per la sua sempre più evidente eccitazione: si sentiva le guance calde come due pietre roventi, e la vagina madida di umori.
“Ele, se ci vergogniamo noi… a mostrare un po’ il culo, che ce lo possiamo permettere…”
Clelia sapeva della sua propensione per le relazioni omosessuali, ma Helene si era sempre ben guardata dal farle capire che si era innamorata di lei, almeno fino a quel momento “Non sono questo granché”
Clelia la guardò fissa negli occhi, intensamente, poi aprendo completamente l’anta l’inviò a vestirsi, “Non dire stronzate”
Anche Clelia si era tolta i jeans sdruciti, molto poco formali ma che le donavano quel non so che di ribelle, per indossare un lussuoso completo a pantalone grigio antracite; le pianelle erano state riposte nel porta scarpe, i pantaloni gelosamente riposti nell’armadio e le candide mutandine giacevano a terra solitarie. Da quella posizione ravvicinata, la camicia dal colletto orlato di Clelia si era aperta, e dall’attaccatura delle cosce spuntava il pube rasato e le grandi labbra, penzolanti all’ingiù, leggermente aperte dalla posizione divaricata delle gambe. La rima delle piccole labbra faceva capolino quasi al centro della vulva. Helene inebetita la guardava con in mano la biancheria intima, e sempre di più percepiva l’abbandono dei sensi. Clelia se ne accorse e lusingata cercò di rompere il silenzio lasciandola nuda e incapace di continuare la vestizione “Non metterai mica delle mutandine normali sotto quel completino li?”
“No, no” rispose con un groppo alla gola Helene; aveva entrambi i seni erano scoperti, ed i capezzoli erano così duri che quasi le facevano male, “Ho questo tanga …” le disse sventolando il capo di biancheria che aveva in mano. Il suo sguardo s’era di nuovo fissato sul corpo di Clelia che aveva ricominciato mezza nuda la lotta a colpi di spazzola.
Clelia sapeva d’aver eccitato Helene; si girò a guardarla e si accorse che lei la stava guardando con tenera intensità. I loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo ed Clelia si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie. Sperò con tutte le forze che Helene non se né fosse accorta perché se l’avesse solo carezzata, era sicura, avrebbe ceduto senza freni; di fronte a quella prospettiva rimase perplessa. Il suo primo impulso sarebbe stato di accettare, ma non voleva darle l’impressione di essere disponibile ad una relazione omosessuale, perciò distolse lo sguardo. Avrebbe voluto perdersi in quella sensazione di beatitudine poggiando la bocca sul sesso eccitato di Helene, ma non poteva farlo a meno di qualche gesto inconsulto: Helene era bella e Clelia si era masturbata più volte pensando a lei, ma lei non era lesbica.
“Tra poco arrivano, dai vestiti, magari un’altra volta te la faccio vedere meglio” scherzò Clelia ed Helene sentì come una coltellata nello stomaco, s’appoggiò con una mano alla spalliera della sedia, e senza capire come recuperò la biancheria intima spiando Clelia che, continuando a spazzolarsi, entrò nel bagno lasciando la porta aperta: la vide sedersi a cavalcioni del bidè, dando le spalle alla porta. Helene lentamente prese ad indossare il tanga di pizzo nero, e con gli occhi persi nella stanza da bagno spiava Clelia che aperto il palmo della mano l’aveva riempito di sapone liquido. Appena l’amica iniziò a frizionare la vagina non riuscì più a resistere, e infilata una mano nel tanga raggiunse il clitoride iniziando a massaggiarlo in perfetta sincronia con Clelia.
Lavoro, colleghi e tanti guai
La dottoressa Karin Sanbelli percorse con passo spedito il corridoio ed entrò senza aspettare, dopo aver bussato leggermente sulla porta, nell’ufficio dell’aiuto primario. Lì si arrestò di colpo, referente, e si rivolse al professor Taddeo Gandolfi, che si trovava indaffarato, dietro la sua scrivania dal piano di formica bianca “Ecco dottore, i dati che m’aveva chiesto”
L’uomo si stupì a guardarla con severità, uno stato d’animo sicuramente provocato, più dalla scontrosità della dottoressa Sanbelli che da un oggettivo errore nei dati che gli erano stati consegnati. Ristette alcuni istanti poi disse, calmo “Vedo, Sanbelli. Ho anche letto le note a margine scritte di tuo pugno sul terzo e il settimo referto, e le ho trovate molto acute e pertinenti. Quindi voglio che dai un occhiata anche ai referti diciassette e otto prima di consegnare tutto a Morelli”
Karin Sanbelli passò fugacemente un occhiata sul viso giovanile dell’uomo; il suo sguardo era privo di espressione, poi replicò monocorde “Bene dottore”
Il professor Gandolfi sapeva fin troppo bene che era poco dignitoso da parte sua strapazzare gratuitamente un collaboratore, ma una persona che non era capace di accettare un’illazione antipatica riguardante un collega, o un inevitabile differenza caratteriale doveva imparare a comportarsi meglio. Quindi si decise ad agire e con calma le chiese “Qualcosa non va?”
“Nulla dottore”, fu la risposta diplomatica e volutamente evasiva.
L’uomo avvampò lievemente -Cazzo- pensò, -se avesse provato il desiderio di divertirsi con lei non l’avrebbe mai fatto in parcheggio così davanti a tutti, e sarebbe stato più esplicito nel suo invito- Guardò dottoressa Karin Sanbelli e in cuor suo scosse la testa. Sembrava ancora giovanissima; forse era più giovane di quanto l’anagrafe non la facesse apparire. Non poteva avere più di trentaquattro anni, e a quell’età di solito la fase dei rossori dell’adolescenza dovevano essere già passati. Lei però vestiva in modo anonimo e si arguiva che non era sposata, o quanto meno convivente. Del che Taddeo Gandolfi non si stupiva affatto; il suo modo di comportarsi, quella mattina, dimostrava che la ragazza aveva un bel caratterino, e non sarebbe stato facile trovare un uomo disposto a sopportare lei, la sua lingua tagliente e la sua indole integerrima. D’altra parte, non si poteva nemmeno dire che la dottoressa Karin Sanbelli fosse molto attraente. Benché fosse sempre presentabile, la sua faccia restava indecifrabile, e le sue mani erano nervose. La figura, almeno per quello che si poteva intravedere oltre il vestito, era più un monumento alla resistente praticità che alla grazia.
Sotto lo sguardo critico del professore, Karin Sanbelli si sentì a disagio e irritata, tanto che il labbro inferiore cominciò a tremare. Taddeo Gandolfi captò le sensazioni della ragazza e provò compassione. In effetti, lei era uno dei migliori collaboratori che componevano il suo staff, ed era questo solo che contava. Cercando di essere cordiale e di metterla a suo agio, disse “Sanbelli, il nostro è sempre stato un gruppo molto affiatato e lo spirito di corpo è sempre risultata la nostra arma vincente: in corsia, in sala operatoria, in pronto soccorso c’è sempre stata sintonia tra di noi. Quindi se hai un problema sei pregata di dirmelo, e se qualcosa non ti sta bene hai il dovere di parlarne prima di tutto a me. Non voglio mugugni destabilizzanti tra i corridoi perché siamo un team di medici, e non un gruppetto di burocrati: se qualcosa non va, chi ci va di mezzo sono i pazienti!”
Spalancando i grandi occhi neri, ch’erano piuttosto belli, lei rispose monocorde “Va bene”
Taddeo Gandolfi stupefatto sgranò gli occhi a sua volta “E’ tutto quello che riesci a dire? Ma, cara mia”
La donna allargò le braccia facendo spallucce. Il professore s’interruppe. Come poteva mai spiegare a una ragazza cocciuta che livello di intelligenza, di affiatamento, di energia vitale occorressero per diventare un buon medico, una persona equilibrata?
“Non sei sposata, vero?”, la domanda gli sfuggì incontrollata. Non erano affari suoi e, malgrado ritenesse che la vita estremamente morigerata della donna fosse uno dei punti principali del suo malessere, non era autorizzato ad entrare così prepotentemente nella vita di un suo collaboratore.
Karin Sanbelli drizzò la testa orgogliosa “Io so quanto valgo perché mi sono rotta il culo su i libri, ed ho voglia d’andare avanti. Non ho voglia d’essere una mogliettina perché proprio non mi sento adatta. Forse non sposerò mai”
Taddeo Gandolfi capì chiaramente che mentiva; non aveva nessuna intenzione di rifiutare il matrimonio, e facendo finta di crederle, si alzò dalla scrivania per chiudere la porta dell’ufficio. Per un attimo ebbe la tentazione di chiederle quanti uomini aveva avuto nella sua vita per capire da che cosa derivasse quel suo insano desiderio. Ma non era giusto farlo, quindi tentò di aggirare l’argomento, “Senti Sanbelli, non mi prendere per il culo. Ti conosco abbastanza per sapere che c’è qualcosa d’altro che ti rode e voglio che tu me lo dica”
La donna avvampò in viso e visibilmente offesa replicò “Adesso me ne vado perché stai entrando nel personale”
Il professore era consapevole che un manager nelle sue condizioni non poteva sollazzare il proprio Io giocando con i sentimenti dei suoi collaboratori: la sua posizione, aveva, come tutte le altre figure professionali, un suo codice morale. Almeno, così era in teoria. E di colpo si pentì di non essere andato subito al punto, e sorpreso dalla reazione della donna giocò a carte scoperte “Già, hai detto bene personale, e scommetto che l’hai con me per quello che hai visto stamattina”
Karin Sanbelli arrossendo dalla vergogna rispose flebilmente “Non pensavo che tu…” esitò nel trovare le parole ” potessi leggere simili giornali, per me è inconcepibile è animalesco, Beh avrò pure il diritto di esternare le mie opinioni” tentò di spiegarsi con dei gesti vaghi che non gli avrebbero detto niente sulla natura delle situazioni che pretendeva di descrivere, se lui stesso non l’avesse intuito attraverso lo sguardo della ragazza che lo spiava nascosta in macchina.
Bruciava dal desiderio di saperne di più su Karin Sanbelli; così desiderosa di conoscere, nel bene e nel male, la sua vita privata. Tuttavia non riuscì a trattenere il suo disappunto “Certo che puoi dire la tua, però non mi puoi tenere il muso perché hai visto una rivista pornografica nella mia macchina, soprattutto non tollero che stronzate simili ci distolgano dal nostro lavoro. L’emotività è una brutta bestia specialmente se mal riposta, e noi, torno a ripetere, non ce lo possiamo permettere”
La donna si rivoltò in tono veemente “Permetti che mi sia scandalizzata, riesci a intuire il mio stato d’animo?”
Taddeo Gandolfi era ormai sicuro che, dopotutto, per quante idee la dottoressa Sanbelli si fosse fatta sulla letteratura erotica, la ragazza non poteva assolutamente sapere che cosa significasse in realtà per lui essere uno spirito libero. Era quindi necessario scoprire che cosa né pensava lei, facendole direttamente la domanda. Aggrottò la fronte chiedendole senza tanti complimenti “Un giorno mi dirai cosa c’è di tanto sconvolgente in una rivista erotica”
“Perché devo dirlo proprio a te?”, e di colpo tornò a essere profondamente offesa, e il professore si rese conto di avere percepito qualcosa di strano, ma il suo discorso seguì binari diversi “Comunque voglio ricordarti che abbiamo ben altro a cui pensare, e sicuramente abbiamo già perso un mucchio di tempo con queste cazzate”
“Sei stato tu ad iniziare”
“Certo, ma fino in ultimo ho creduto di dover fronteggiare ben altri problemi. Non pensavo affatto di dovermi giustificare di fronte te, per una rivista che io leggo nel tempo libero a casa mia!”
“Ne prendo atto”, disse uscendo dall’ufficio furibonda.

La fiorente caposala si mosse trafelata tra i carrelli disposti lungo il corridoio “Dottoressa Sanbelli, mi sa dire dove posso trovare il professore?”
Karin Sanbelli strinse impercettibilmente gli occhi. Aveva accuratamente evitato per tutta la mattina di incrociare il professor Gandolfi ma mettendo da parte tutte le sue rimostranze personali rispose alla donna “E’ dal dottor Morelli”
“Grazie, ho bisogno urgente di parlargli. Il 421 ha chiesto espressamente di lui”
“Ah, ” -un altro porco- pensò truce prima di aggiungere “Allora ci pensa lei ad avvertirlo?”
“Si dottoressa”
Karin era confusa. Aveva sempre creduto di intuire il carattere delle persone, ma a quel punto non né era più tanto sicura. Avrebbe dovuto essere indifferente per la reazione sua e del vice primario professor Taddeo Gandolfi, invece, ripensando al volto sorridente della moglie del professore, si sarebbe messa a piangere. Improvvisamente si ritrovò agitata a insicura: il 420 era un cardiopatico arrivato in gravi condizioni ed era stato ricoverato qualche giorno prima per un principio d’infarto; tutto l’ospedale aveva saputo dove l’autolettiga l’aveva raccolto -In un club equivoco di sua proprietà- masticò amaro la dottoressa Sanbelli. Il mondo le era crollato addosso. Per lei non si trattava solo del risvolto scabroso di una storia che in fondo non le apparteneva, ma di un colpo durissimo al suo entusiasmo, alla sua voglia di vivere, al suo atteggiamento nei confronti dell’amore. Nel suo tetro rimuginare, si girò e si accorse che il professor Gandolfi la stava guardando. I loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo e Karin si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie. Sperò solo che l’uomo non se ne fosse accorto, ma invano “Venga Sanbelli, ho bisogno di lei”
Raggiunsero la corsia del 420 assieme alla caposala, Karin credette di non farcela ma strinse i denti. Si stupì quando vide uno dei figli del paziente, che si avvicinava apostrofandoli riconoscente “Professore, dottoressa, volevo ringraziarvi di persona per quanto a fatto per mio padre”
Karin Sanbelli un poco imbarazzata imitò il professore rispondendo “Dovere”
Il ragazzo che aveva poco più di trent’anni scosse la testa “Non credo che in molte altri posti avremmo trovato la medesima discrezione, lo stesso impegno e per questo le siamo molto grati”
“Professore” chiamò una voce con accento imperioso dell’interno della stanza “Posso parlarle?”
Il ragazzo scosse nuovamente la testa “Papa’ non ti agitare”
“Non ti impicciare, tu!” fu la risposta aggressiva. Il professore mise delicatamente una mano sul braccio del ragazzo “Lasci, vado a parlare con suo padre”
“Ecco così va bene” disse sorridendo l’uomo rubizzo seduto sull’ampio letto d’ospedale che somigliava più ad un attrezzo ginnico che ad una branda.
“Allora come si sente oggi?” esordì il professor Gandolfi a mo’ di saluto. L’uomo fece una smorfia “E’ stata dura ma mi sto riprendendo” si lasciò sfuggire con un mezzo sorriso spostando il corpo pingue che ballava come gelatina.
“Poteva essere evitato, Cavaliere. In fondo l’abbiamo trovata in compagnia di due belle figliole… Bacco, tabacco e venere sono un po’ troppi per il suo cuore” sorrise malizioso il professore.
“Bacco l’ho eliminato del tutto, il tabacco pure… ma la topa, caro professore, non riesco a farne a meno… a togliermi il vizio” ammise a bassa voce l’uomo con l’impeto di chi sa d’essere comunque nel giusto. Il professore Taddeo Gandolfi lo guardò scoprendosi invidioso di quell’uomo tutto sommato mediocre che nella vita gestiva un club privé per soli adulti “Cavaliere, nemmeno io al posto suo saprei resistere alla tentazione di partecipare ogni tanto a qualche festicciola delle sue, in fondo è l’unico divertimento gratis che la natura ci messo a disposizione”
L’occhio si strinse e in quella faccia rubizza da luna piena passò fulminea una folgore che fece mutare il timbro di voce del cavaliere “Vedo che lei mi capisce!” fece una brevissima pausa sospirando “Professore se io debbo proprio morire… allora lo voglio fare tra le cosce di una donna, e non mi piace l’idea di rimanere in ufficio mentre la mia signora con la scusa di controllare il personale di servizio si ripassa tutti i camerieri, e le cameriere, per giunta!”
“Alle donne bisogna lasciarle il cancello aperto, io con mia moglie faccio così da quando eravamo fidanzati, e le assicuro che andiamo d’amore e d’accordo” ammise il professore “Ma come medico ho l’obbligo di dirle che se continuerà cosi, corre seri rischi”
“Ah, ma questo lo so! Non avevo mica bisogno di venire da lei per saperlo” scherzò rudemente l’uomo facendo cigolare il letto sotto il suo peso.
“Beh era mio dovere metterla al corrente, perché la prossima volta non se la caverà con cinque sei giorni di degenza”
“Proprio perché so che non ci sarà un’altra volta che le volevo riconoscerle un ringraziamento”
“La prego non posso accettare personalmente, ma se vuole può fare una donazione all’ospedale, o lasciare qualcosa alle ragazze” rispose con estrema formalità il professore.
“Alle infermiere ci ha già pensato mia moglie,” accennò con un gesto della mano “ma non ce proprio nulla che io possa fare per lei?” tornò ad insistere con impeto genuino.
“No lasci stare, mi sta mettendo in imbarazzo” protestò signorilmente il professore.
“Ha ragione, scusi” ammise il rubizzo imprenditore, poi ad alta voce “Adriana”
“Si Carlo” rispose una donna sulla cinquantina abbronzata, capelli color platino e un tailleur impeccabile su un corpo snello e scattante che entrò richiudendosi la porta alle spalle.
“Il professore non voluto accettare nulla, almeno invitiamolo a cena!” accennò con vigore l’uomo sperando nelle capacità femminili della moglie che pronta propose “Certo Carlo, inviteremo il professore e la sua signora sabato prossimo, le va bene?”
Al professor Taddeo Gandolfi non restò che accettare “Vada per la cena” e mentre proferiva quelle parole gli tornò alla mente la rivista con la gang bang e il sogno ricorrente di sua moglie Paola di partecipare ad un orgia di sconosciuti. Non ci pensò poi più di tanto e di getto aggiunse “Signora dicevo prima a suo marito che fare il direttore di un privé deve avere indiscutibilmente i suoi vantaggi…” Gli occhi della donna si accesero di interesse e interrompendo il professore aggiunse in tono confidenziale “Uno di questi giorni vorrebbe venire da solo a farci una visitina?”
“Se non disturbo troppo porterei anche la mia signora” chiarì il professore Gandolfi.
“Eh Adriana, che figura di merda mi fai fare col professore” sbottò il cavaliere sobbalzando sul letto che ormai cigolava come un cancello arrugginito.
“Calmati Carlo, il professore poteva non essere d’accordo” rispose altrettanto secca la signora Adriana “Ma siccome il professore verrebbe anche con la sua signora… allora facciamo comunque per sabato sera, le va bene?”
“Allora a Sabato sera,” confermò il professor Taddeo Gandolfi.

Il campanello trillò querulo di conserva al piccolo display del video citofono; era l’una e un quarto e Clelia trasalì con gioia alla vista del ragazzo del bar “Si mangia Helene, è arrivato Fabio”
Il garzone transitò nell’ufficio con deciso passo marziale di chi era conscio di far sfoggio su due belle donne; scambiò quattro battute di cortesia tentando di sbirciare tra la minigonna di Clelia lasciata volutamente alzata per eccitare il giovane.
“Perché sei così stronza?” aveva commentato Helene addentando il suo tramezzino “Se continui a fargli vedere le cosce, vedrai, quel maschio lecchino, una di queste sere ti salterà addosso nella penombra”
Clelia alzò le spalle sconsolata.
“Ma non hai proprio paura che qualche pazzo ti violenti?”
“No, Helene. Uffa, sei una lagna!” si lamentò poggiando il tramezzino sul tovagliolo di carta. Detestava quelle uscite insipide della socia, prese tempo e le rispose “Ma Helene non hai visto com’è carino, e come cerca di vedermi la passera?” sospirò “Non mi preoccupano quelli come lui che mi lusingano con uno sguardo. Mi danno fastidio solo i moralisti palle mosce che sono sempre in perenne combutta con le fighe di legno. Mi danno noia tutti quelli come te inorridiscono per uno sguardo innocente in mezzo alle gambe!”
“Non lo fa neanche nascostamente il porco” rincarò la dose Helene storcendo la bocca.
“Dovrebbe forse?” rilanciò Clelia allargando le gambe di fronte ad Helene che deglutì a fatica “Vedi che piacciono anche a te. Però non mi offendo mica se mi guardate, anzi mi sento lusingata” la bordata trasfigurò il sorriso di Helene che a fatica accusò il colpo “Hai capito non ci trovo niente di male se mi guardate, anzi mi piace guardare ed essere guardata”
“Ma poi cosa vorresti dire che io sono figa di legno?” protestò dopo qualche attimo Helene. Clelia non le rispose malgrado quel suo silenzio valesse di più di una qualsiasi presa di posizione. Helene si smontò e brontolando le chiese “Dici sempre fighe di legno e palle mosce, ma in fondo cosa intendi? Che cos’è una figa di legno, Cli?”
“Prendi il divorzio, due si lasciano e si separano. Storie grandi o piccole alla fine si scopre che alla base di tutto ci sono delle incomprensioni, delle prese di posizioni, delle rivalse sempre più forti che distruggono l’unione. Ora immagina due notizie di due separazioni. Due fatti separati. Ma dove in tutti e due i casi c’è anche il terzo incomodo. Il primo caso è l’uomo che ha già una compagna! Il secondo caso è la donna che ha trovato il compagno”
“E allora, Cli? Ma che cosa c’entra essere fighe di legno?”
“Te lo dico subito. Il palle mosce o la figa di legno sono quelli che per il primo caso si impietosiscono per la sorte avversa dell’uomo ma in fondo sono contenti che si sia rifatto una vita. Nel secondo caso invece inorridiscono, affatto impietositi, e inveiscono contro la troia fedifraga che ha rotto il matrimonio. E se tutto ciò non bastasse ti farei anche notare che in entrambi i casi la donna è considerata come una troia e una stronza!”
Il telefono disturbò la loro piccola conversazione e quando Clelia chiuse la comunicazione tornò ad addentare il panino, poi disse “Cara la mia Helene oggi ho proprio voglia di trovarmi in mezzo ad un orgia con tanti uomini e tante donne da toccare, succhiare che mi scopino, mi sodomizzino… tanto per intenderci ho ancora in mente la sensazione di freschezza che ti dona il succo sulla pelle del viso, sulle tette…” spiò lo sguardo di Helene che malgrado fosse dichiaratamente lesbica si incantava quando lei le raccontava le sue avventure sessuali miste “Quando sono sotto nel sessantanove con un’altra ragazza nel momento in cui lei viene,” mimò la posizione ondeggiando le mani a palpare un sedere inesistente “Hai presente, no? Il succo che ti cola sulle guance mischiato al tuo sudore, e magari vicino c’è anche un maschio che s’è inculato, o scopato quella sopra di te ed ora ti sta sgrullando l’uccello sulla faccia… eccezionale!”
Helene aveva aperto e chiuso le gambe spasmodicamente, quasi in preda all’orgasmo “Ma come fai a resistere, cioè come fai scopare con così tante persone” chiese spalancando gli occhioni “Non ti senti solo un numero, una delle tante!”
Clelia si pulì le mani spazientita portandosi con le gambe sotto la scrivania per toglierle allo sguardo di Helene “Cazzo se sei noiosa, noiosa! Ti accorgi che dici sempre le medesime cose? E’ cosi bello poter stringere davanti ai tuoi occhi un bell’uccello, portarlo all’orgasmo, sentire, ingoiare, fare tuo il suo sperma, e poi passare ad un altro senza sapere chi fossero gli uomini che hai reso felici. E’ così difficile da capire?”
“Forse se mi trovassi in un orgia per sole donne…” rispose flebile Helene e, per la prima volta, perse la compostezza che si era imposta mentre una smorfia di dolore trasfigurava il suo volto. Non poteva dirle che l’amava e l’unico modo per godere di lei era farsi raccontare le sue emozioni.
“Ma tu hai mai fatto sesso solo per godere, insieme ad altre amiche?” chiese Clelia con voce insolitamente profonda.
“No”
“Una volta o l’altra ti porto ad una festa dalla mia amica, eh ti va?”
Helene inorridì “Non voglio mica farmi vedere da un maschio, nuda!”
“Scherzi, o cosa?” chiese Clelia allibita.
“No, no! Non scherzo affatto!”
“Dico, sei matta?” sgranò gli occhi esterrefatta “Non ti porterei mica in mezzo agli zulù! Non vuoi farlo con un uomo… Va bene” sentenziò allargando le braccia “Ma ce ne corre dall’essere guardata al farsi scopare… mi sembra, o no?”
“Non mi fido della razza uomo,” esclamò senza mezzi termini colmando le parole d’odio ad una ad una “Ti scopano e ti lasciano lì! E i tuoi amici non saranno certamente da meno” proclamò alla fine buttando nel cestino il tovagliolo con cui era avvolto il panino.
Clelia strinse gli occhi cattiva “Come?”
“Niente, lascia perdere non dicevo sul serio” s’affrettò a chiarire Helene bianca in volto.
“Non mi era sembrato proprio” ribatté sprezzante Clelia.
“Mi devi credere, l’ho detto apposta per vedere la tua reazione. Lo sai che mi piace, mi carica trasgredire a parole, fare la dura… sempre a parole ma poi rimango sempre più sola come una cogliona” tentò di riconciliarsi Helene sinceramente amareggiata con se stessa per aver detto quelle cose cattive.
“Porco schifo! Non c’è niente di peggio di una lesbica bacchettona!”
Helene abbassò gli occhi, “Non posso dire niente… me lo merito”
“Ma non fare la vittima” l’esortò con vigore Clelia “Cosa avresti di diverso da me?”
Helene non capì.
“Voglio dire nuda,” spiegò Clelia gesticolando le forme di un corpo femminile “Nuda tra amici cosa avresti di diverso da me, dalle altre donne, eh?”
“Mi eccito nel vedere una donna nuda, capisci? Passerei il tempo a guardare tutte voi appassionandomi ai vostri corpi… insomma sarei lì con la bavetta alla bocca!”
“Anche io! Non sai come mi eccito al pensiero di mettere la lingua tra la valve di una bella ragazza!” affermò con chiarezza Clelia quasi ce ne fosse stato bisogno “E mi piace farmi guardare ed essere guardata, desiderata! E allora? Quale è il problema?”
“Che ci sono gli uomini! E se mi chiedono di scopare con loro?”
“Gli dici che sei lesbica!”
“E già come possono crederci, visto che voi altre lo fate anche tra di voi!”
“Ma noi non siamo lesbiche!”
“Guarda questa storia che le donne eterosessuali si comportano come noi ancora non mi va giù. Non mi capacito, non ci credo!”
“Prego, sono io, donna eterosessuale, che rivendico il diritto sul sesso saffico. Come rivendico a gran forza il sesso anale ai gay uomini!” Si alzò in piedi e si batté la mano sul petto “A me donna etero piace dar via il culo e leccare la passera! E poi è ora di finirla di confondere il sesso dalle unioni sentimentali”
“Cioè”
“Ma è ovvio! Faccio sesso con maschi e femmine ma è con l’uomo che voglio avere una storia e basta! Riesci a capire la differenza?”
“Che gran casino, non ci capisco più niente!”

Tenera è la notte
Luisella allungò il braccio verso la brocca posta nel mezzo del tavolo della cucina per servirsi e riempire il bicchiere che aveva nella mano sinistra con della invitante acqua fresca. Ettore seduto poco distante le chiese gentilmente di versargli un altro bicchiere, distratto dal suo corpo che pareva scolpito nell’alabastro più puro. Osservava i suoi lineamenti, le sue cosce sode, il suo ventre delicato, il rigonfiamento del pube che sapeva completamente rasato sotto il pizzo niveo, i suoi seni delicati e ben formati, il suo viso sottile molto dolce, i capelli biondi raccolti. Piroettò cercando delle stoviglie nell’armadietto pensile sopra il lavello, ed Ettore notò subito le sue natiche che sembravano irreali, troppo belle e pure per esistere in un corpo di una donna “Amore, come fai a rimanere mezza nuda, e restare solo con le mutande, perché non le togli?”
La luce tenue del cappa del lavello si rifletteva sulla pelle di Luisella mettendone in risalto i lineamenti che si facevano dorati al chiarore della lampada. Voltando la testa rispose a Ettore seduto al tavolo “Volevo farlo, sai. Ma poi mi sono messa a fare un altra cosa, e mi sono scordata di toglierle, tutto qui”
“Mi sembra che tu non lo faccia con convinzione”
“No, è andata come ho detto!”
Ettore continuò ad osservarla in silenzio, ora seduta sullo sgabello, fissandosi sul seno proporzionato e ben modellato, e da quella posizione poteva scorgere il bordo di pizzo bianco delle mutandine. Le pelle un po’ scura e ancora liscia come quella di una ragazzina, emanava un profumo che lo turbava, con voce roca rispose “Guarda che se a te non piace, dimmelo subito e staremo nudi solo per fare l’amore, e quando stiamo con Paola e Taddeo”
Luisella si rilasciò sforzandosi di non mostrarsi imbarazzata: Ettore le stava fissando in continuazione il pube racchiuso nel pizzo. Percepì istantaneamente salire in lei un’eccitazione che avrebbe voluto frenare, ma invano. Allora cambiando discorso gli disse “Lo sai che hanno beccato due al lavoro che scopavano nella pausa pranzo?”
Ettore sgranò gli occhi stupito “Ma no, chi sono li conosciamo?”
Luisella non rispose subito e poggiata la pentola sul piano cottura, s’asciugò le mani prima di abbassarle verso le sue gambe per sfilarsi le mutandine. Lo fece con lentezza e con molta grazia, facendo scivolare a terra quel piccolo indumento di pizzo bianco. Rialzando lentamente le mani si sfiorò le gambe fino alla sua vagina. La sentiva molto calda ed umida: era vogliosa del proprio corpo come Ettore lo era di lei “Io, non li avevo mai sentiti, sono del settore merceologico, ma tu mi avresti scopata in ufficio?”
Ettore la osservava con attenzione per cogliere una volta di più la straordinaria bellezza del suo corpo nudo; anche lei lo guardava e sorrideva: aveva delle gocce d’acqua sul viso e sul seno che sembravano delle tracce di sperma. Meditabondo rispose “Forse no, no, Di sicuro ti avrei chiesto almeno di andare in bagno, magari solo per una pompa”
“Avresti avuto il coraggio di chiedermi, così, tout d’un coup, una pompa?”
“Non si fa la storia con i se e con i ma”
“Alla Giorgia, la segretaria del gran capo le faresti una proposta simile?”
Ettore si alzò dalla sedia un po’ scocciato avvicinandosi a lei “Eh, quante domande! Sei brava a fare la parte della spavalda, eh? Comunque voglio ricordarti che tu, nonostante sia una donna sessualmente aperta, mi hai proposto un orgia con un sotterfugio degno di una ragazzina. Senza contare il fatto che sempre tu, e la tua bella compagnia avete sempre scopato con foga, mezzi vestiti con l’aggravante che nessuna di voi si rasava”
“Eccoci ancora con questo fatto della rasatura, è scomodo farlo ogni volta, sai?”
Ettore s’appoggiò al freddo piano di formica massaggiandosi un testicolo perso nella bellezza dei capelli biondissimi e tutti arruffati di Luisella che aveva tirato su col naso, come una bambina. Scrollò la testa “Se ancora non hai capito che rasarsi la figa, non portare le mutande vuol dire essere sempre universalmente eleganti, allora parlo con il muro”
“E’ arrivato Freud, ma tu che ne sai? E tu perché non ti radi?”
Ettore scocciato sentendosi un poco a disagio la osservò mentre era lei questa volta a venirgli incontro. Alzò quindi la testa cercando di assumere un’espressione tranquilla e con un gesto della mano cambiò discorso “E’ sabato che ci vediamo con Paola e Taddeo?”
“Si” rispose Luisella sedendosi accanto a lui a gambe larghe mostrandogli il sesso; era disponibile e questo rendeva ancora più grande la sua eccitazione. Gli sorrise e lentamente accostò la bocca alla sua. Ettore chiuse gli occhi provando a rilassarsi, ma poi di scatto le chiese “A te piace di più un uomo rasato o preferisci che sia la donna a rasarsi?”
Luisella iniziò a baciarlo delicatamente mentre Ettore rimaneva con la bocca chiusa lasciando le labbra in balia della donna. Ebbe un fremito lungo tutto il corpo quando la sua lingua cominciò a lambirlo, la sentiva farsi strada tra le sue labbra e aprendo la bocca la lasciò entrare. Era un bacio molto dolce, la lingua di Luisella cominciava roteare sulla sua, lentamente. Ettore si lasciò andare e rispondendole seguì i suoi movimenti.
“No, un uomo rasato è ridicolo, mentre una donna riconosco che è più bella rasata, però ci sono momenti che voglio vedermi nuda e rasata, altri che no, e poi tu che cazzo ne capisci sei un uomo” la voce era giunta agli orecchi di Ettore come una scossa elettrica. Le rispose con molta dolcezza, ignorando la provocazione “Io, quando ti vedo nuda, con la patata depilata e semi aperta ti trovo stupefacente. Vorrei leccarti tutta, spalancarti le gambe e cercare il bottoncino con le labbra per farti spruzzare”
Con un sorriso quasi imbarazzata chiese “Ti piaccio solo nuda e aperta?” poi, avvicinando il volto alla sommità del pene, lo baciò, lo alzò con una mano e gli baciò i testicoli: Ettore dimostrò tutta la vitalità offrendole un membro quasi turgido che Luisella scappucciò abbassandone il prepuzio. Iniziò quindi a leccarlo per tutto il suo perimetro fino ai testicoli; poi lo imboccò risucchiandolo lentamente mentre Ettore le faceva notare quanto fosse bella col il membro in bocca.
Dopo qualche attimo emerse dalle gambe di Ettore esigendo una risposta che lui fornì subito “Ma va sciocca, mi piaci per così come sei, ma a casa e nei rari momenti in cui stiamo soli, o con Paola e Taddeo mi piace pensarti sempre nuda, perché voi ragazze siete al meglio senza niente addosso, lo sai vero che il tuo profumo è diversissimo da quello di Paola, Clelia, e che la vostra patata è unica per forma, colore”
“Ma dai, cos’è un quadro?”
“Lo vedi che ho ragione? Stai troppo poco nuda, ti guardi poco allo specchio magari facendoti un ditalino”
Luisella aveva preso ad accarezzarsi con una mano in mezzo alle gambe mentre con l’altra tornò ad impadronirsi del pene palpandolo. “Posso cominciare anche subito”
“Dai andiamo tutti e due davanti allo specchio dell’entrata a masturbarci, vieni prima tu, e poi io ti schizzo in faccia o in bocca, dove vuoi tu!”
“Ci sto!”
Rapidamente una mano chiuse il rubinetto del gas, e l’acqua nella pentola smise di bollire.

Ettore era in bagno per una doccia e Luisella seduta a gambe aperte di fronte allo specchio non poteva fare a meno di constatare la bellezza d’una vulva depilata e madida di sudore e di umori vaginali. Sul letto, seduti sul bordo vicini allo specchio dell’armadio avevano goduto con lunghe urla di piacere, provocate dalle loro dita sfiorate, serrate sui propri sessi, al fine d’ottenere un estenuante quanto appagante masturbazione. Erano impazziti dal piacere, tanto quanto Luisella avrebbe voluto che il mondo intero vedesse. Si immaginava ancora con il bacino proteso in avanti, le gambe aperte sollevate con i piedi sul comò, masturbandosi mormorando il nome del suo uomo.
Quei pensieri la stavano nuovamente stimolando, accrescendo la sua voglia; erano dei nuovi impulsi che le imprimevano nuovi ritmi alle sue dita. Sollevò il sedere dal bordo del letto, facendo perno sulla schiena e spingendo i piedi sul comò. Uno sbuffo di piacere cristallizzò la sempiterna esigenza di vedersi tutta aperta e disponibile. Allungò il braccio afferrando il vibratore dal comodino e con studiata lentezza, fissando i propri occhi riflessi allo specchio, lo abbassò sino alla soglia della vulva e spinse. Con molta delicatezza sfregò il pene meccanico, inserendolo per qualche centimetro, prima di interrompersi e stuzzicare il clitoride con il polpastrello del dito indice: riprese quasi subito la corsa, spingendo il pene meccanico sino in fondo. Quando lo tirò fuori era bagnato e filamentoso, e piano, dopo averlo avidamente succhiato, lo appoggiò all’ano inserendolo tutto nel retto. Tornata con le dita alla vulva, lasciò il pene meccanico vibrare stretto nell’ano, così come vibrava d’eccitazione tutto il suo corpo finché violente scosse le percossero il corpo. Sentiva il sudore gocciolare dai seni, giù verso il ventre finché il trillo del telefono non la riscosse dal torpore. Lasciò il pene meccanico completamente affondato nel retto e tranquillamente rispose al telefono “Pronto?”
La voce di Paola Gandolfi gracchiò attraverso l’apparecchio “Luisella, ciao tesoro sono Paola t’ho beccata in un brutto momento?”
Luisella ansimò emettendo dei sospiri, e portandosi per un attimo il pollice in bocca rispose “No, no, beh anzi si. E’ che l’abbiamo appena fatto davanti allo specchio, ed ho il mio cazzo finto infilato su per il culo, sai quello fosforescente”
Paola rise, “Sono senza parole, è bellissimo quello che mi dici. Tieniti in forze per sabato, mi raccomando”
Luisella era cullata da sensazioni indescrivibili, percepiva delle lievi scosse proprio dentro l’ano, leggere fitte che nascevano in quel punto preciso da cui nasceva il piacere, l’orgasmo anale. Trasalì, “Dai, sciocca è stato solo del petting, e tu cosa mi dici?”
“No dai, dai racconta tu”
Luisella in quell’istante non sapendo più quale fosse lo stimolo più urgente, se la solida presenza del pene meccanico o il piacere del conversazione, cominciò a muovere lentamente il fallo meccanico raccontando l’accaduto “Le regole erano che io dovevo toccarmi e venire davanti allo specchio, e lui tenendoselo in mano doveva resistere più che poteva dicendomi cose dolcissime all’orecchio, io mi guardavo mi toccavo il campanellino, mi strizzavo il capezzolo sinistro”
“Luisella sono emozionata! Ci pensi? Siamo donne Luisella, donne a cui piace il sesso quello vero, è bellissimo ed emozionante”
“Infatti, quando si scopa, ci si tocca, ci si lecca, ci deve importare solo la bellezza e l’emozione del rapporto che abbiamo con il nostro corpo, nient’altro”
Paola si mosse bagnata e scompostamente bella oscillando lentamente le gambe godendo dei sospiri sempre più forti di Luisella, consapevole d’essere un immagine sconvolgente per lei “Prima ho pensato a voi due, a te e a Ettore”
Luisella per un attimo si calmò, e lentamente sfilò il vibratore con un leggero fruscio che le provocò una lieve sensazione di bruciore dentro l’ano. Strinse le labbra godendosi quegli ultimi attimi di piacere prima di riprendere con un groppo in gola “Scommetto che poi, ti sei toccata, sei sola vero?”
“Si Taddeo è in ospedale ed ero sul divano nuda e ancora frastornata quando vi ho pensato”
“Dai raccontami come lo hai fatto, quando hai pensato a noi”
“Come ci ha detto Ettore appena sono entrata in casa mi sono denudata completamente mi sono eccitata con i seni, e solo all’ultimo ho stimolato il sesso”
“Ti piace molto stimolarti il seno vero? sei molto sensibile”
Paola diminuì il volume del televisore poggiando poi il telecomando sul mobile di vetro posto vicino il divano “Si’, sul seno parecchio, e tu adesso te lo stai toccando?” aprì meglio le gambe avvertendo con il palmo della mano il rigonfiamento del clitoride, e sempre con le dita allargò le labbra viscide dei suoi umori.
“Si, anche a me piace molto”
La signora Gandolfi aveva le mani completamente bagnate dagli umori che a quel punto le uscivano a fiotti. Chiuse gli occhi soggiogata, della sua libido chiedendo con insistenza “Ma poi prima come è finita, li da voi?”
“Lui mi diceva ch’ero bellissima, che avevo una bella passera luccicante e che, così bella e depilata, era il massimo che un uomo poteva desiderare da una donna. Me lo ha detto in tutte le forme, e quando si è messo in ginocchio vicino, ho capito che mi avrebbe detto l’ultima frase d’amore prima di bagnarmi il viso. Ho ancora i capelli intrisi del suo seme”
Paola era esausta. L’eccitazione e la tensione nervosa avevano bruciato tutte le sue energie. Chiuse gli occhi lasciandosi andare: il corpo nudo, le gambe aperte, la vulva grondante di umori con tutto il dito indice affondato. Sospirò e dopo qualche attimo aggiunse “Mi fai venire i brividi. Da quando stai con lui, la nostra vita sessuale di gruppo è proprio cambiata anche, Taddeo ha preso a chiedermi sempre con più insistenza di depilarmi, e in quasi venti anni che ci conosciamo non è mai stato così insistente come adesso sul fatto di stare sempre nudi”
“Si, all’inizio anche a me non diceva niente stare nuda in casa quando non facevo sesso, poi però poi l’idea m’è piaciuta perché ti senti bene nuda davanti allo specchio, e quando me la guardo depilata mi trovo, ogni giorno di più, sempre più me stessa”
Paola aveva constatato ormai da anni sulla sua pelle che gli istinti sessuali andavano assecondati, come sapeva che a tutte le donne piaceva essere al centro dell’attenzione. Aveva scoperto il sesso di gruppo negli anni del liceo e da allora non l’aveva mai rinnegato, anzi quando le veniva fatto di pensare ad un orgia sentiva prepotente sorgere in lei un impulso profondo, avvolgente, esigente, ineluttabile! Quella sua pregante animalità la coinvolgeva talmente tanto che per anni aveva dato poco peso all’aspetto estetico. Prima dell’arrivo di Ettore avevano sempre dato sfogo ai loro istinti spogliandosi alla rinfusa gettandosi senza regole l’uno sull’altra e senza una particolare cura estetica al proprio corpo, a parte le abluzioni igieniche. Più per un fatto fortuito che per calcolo voluto non avevano mai razionalizzato un pensiero comune sul galateo sessuale, ma ora che Ettore aveva messo loro la pulce nell’orecchio quelle piccole raccomandazioni sembravano giorno dopo giorno sempre di più acquistare un significato profondo. Alzò le ginocchia, allargandole, fino a poggiarle al petto con la testa ficcata in mezzo. Si trovò di fronte al suo sesso completamente glabro dalla rasatura che si estendeva fino all’ano, rosa e palpitante. Cominciava a piacersi anche se nutriva ancora qualche riserva “Beh, depilarsi è una scocciatura ulteriore, che devi programmare nell’arco della giornata, e che non puoi tralasciare perché altrimenti il pelo ti struscia addosso mentre cammini. Non puoi neanche pensare di depilarti solo qualche ora prima di un appuntamento perché ti ci vuole molto di più”
Luisella le rispose quasi con un sussurro “Non è quello il motivo, molte volte non me la sento e basta! Non centra un cazzo togliersi le mutande o depilarti! La verità e che non vorresti proprio uscire. Vorresti mandare tutti a fanculo e basta!”
“Mandare tutti a fanculo e stare da sole,” sospirò Paola “tanto poi, passa, è una verità”
“Si, però in fondo è una verità del cazzo,” abbaiò Luisella “perché a mente lucida non mi piace neanche l’idea di restare ad aspettare che passi! E, anche se mi incazzo con lui, mi piace quando Ettore mi riprende perché finisco sempre per rimanere con le mutande addosso”
“Ma perché, tu stai biotta sempre?”
Luisella passò la cornetta sull’orecchio sinistro e con la mano destra raccolse un grumo di secrezioni filamentose che frizionò sul seno, rispondendo sorpresa “Si, Paola non te lo avevo mai detto?”
“Giuro non lo sapevo”
“Dai cazzo, eppure da quando sto con Ettore sei venuta qualche volte a casa mia, sola senza uomo”
Paola si difese con vigore “Beh, è vero però siamo sempre uscite per andare in centro, e se vogliamo ben vedere ci sono state poche occasioni di uscire da quando ti sei messa con lui”
Luisella fingendosi piccata parò i fendenti rispondendo per le rime “Adesso non mi dare la colpa, se gli anni, per te, si fanno sentire”
Paola punta sul vivo degli anni le chiese in tono canzonatorio “Io sono di novembre, invece tu mi sembra luglio, o sbaglio?”
Ettore finita la doccia fu di ritorno in camera, dove recuperò le comode ciabatte di pelle scamosciata prima di baciare sulla fronte Luisella sussurrandole “Ti faccio un panino?”
“Si, amore” gli rispose sussurrando dopo aver baciato il pene floscio.
“State calmi, altrimenti sabato fate cilecca” urlò Paola gioviale dall’altro capo del filo per farsi sentire anche da Ettore. Risero tutti e tre, e quando Ettore uscì dalla stanza Luisella tentò di ricucire il filo dei pensieri, asserendo “Punti di vista. Comunque visto che non te ne sei accorta, allora ti dirò che appena metto piede in casa mi metto biotta. Tolgo tutto, e quando Ettore passa da me sono già ore che non porto nulla addosso”
“Ma sempre, anche quando hai il ciclo?”
“Non dire cagate, ovvio che no! Comunque adesso prendo la pillola, Ma ti sembra così strano che io mi possa trovare a mio agio nuda mentre stiro?”
“No, no, e che quando noi ci spogliamo, è per scopare”
“Certo, ma stare senza nulla addosso ha i suoi vantaggi. Prima di tutto ti puoi toccare quando vuoi, e poi sei continuamente eccitata. Ti guardi allo specchio, prendi confidenza con la passera”
La luce guizzante del televisore illuminava Paola a tratti, ondeggiando come una ballerina, come una donna che avanzava decisa verso il suo uomo. Avrebbe voluto che Luisella avesse sentito il suo profumo mentre parlava con lei, e di lei. Probabilmente, anzi sicuramente Luisella poteva immaginare il riflesso tenue della luce sulla sua pelle bagnata, del pube, dove aveva appena goduto in un tripudio caldo di sensazioni. Aprendo gli occhi le chiese “Lo fai per Ettore?”
“Affatto! Mi capita più spesso quando sono sola, ho preso l’abitudine di toccarmi appena sveglia, sempre tutte le mattine. Mi piace, ah come è bello, è dolcissimo e rassicurante”
Paola s’animò all’improvviso cambiando repentinamente discorso “Lo sai cosa ci è successo oggi in ospedale?” le chiese percependo Luisella più vicina, la sentì tranquillizzarsi e l’agitazione di prima era passata. L’immaginò in attesa con gli occhi sgranati senza dire nemmeno una parola.
“No? Cosa è successo?”
Paola si sedette sulle ginocchia per raggiungere la libreria dietro il divano dove aveva lasciato le sigarette, indugiò. Recuperò il pacchetto allungandosi talmente tanto che sfregò i capezzoli sulla stoffa del divano. Gemendo s’apprestò a raccontare “Una ragazza che lavora con Taddy, ci ha visto in parcheggio con una rivista porno, e pare che si sia turbata”
“Quanti anni hai detto che ha?”
S’accese una sigaretta e rispose “Pochi, capirai è appena passata di ruolo”
“Così giovane, ed è così bacchettona?”
Un ulteriore trillo arrivò alle orecchie di Luisella attraverso la cornetta.
“E’ Taddy sul cellulare, ti lascio, un bacione”

Clelia s’accorse d’avere un estremo bisogno di rivedere Luisella, e non si trattava di sesso, no, o almeno non solo di quello. Era una notte strana: un momento prima era stata stesa sul divano, in maglietta e pantaloncini a guardare senza vederlo il solito monotono programma sui problemi degli altri, poi il bisogno irrefrenabile di abbracciare e farsi abbracciare. Si scoprì un pesce fuor d’acqua, e come un pesce boccheggiava sognando una bocca che la baciasse, di mani che la accarezzassero. Aveva bisogno di parlare e di farsi ascoltare, ed era sicura che il tempo che poteva dedicarsi era davvero poco: troppo poco per le cose di cui aveva bisogno Clelia.
“Ho voglia di vederti”, le disse Clelia appena si fu stabilita la comunicazione
“Anch’io, non riesci a liberarti una sera di questa settimana?”, le rispose Luisella dopo i saluti. Poi continuando “Non ti posso promettere nulla, piuttosto perché non vieni tu da me, sarebbe più semplice” sentendo che l’altra titubava aggiunse “Ho appena messo già con Paola, sai? Ti saluta e sei invitata per sabato”
Clelia sembrò ignorare l’invito dei coniugi Gandolfi rispondendo alla disponibilità di Luisella di vedersi in settima “Sì, va bene, ma se c’è Ettore non vi disturbo?”
“Ma va, sciocca! Hai paura di trovarci in atteggiamenti intimi?”, scherzò Luisella massaggiandosi un seno.
“Lo so, ma c’è un limite a tutto, e anche se tra noi c’è molto affiatamento, non voglio uomini in giro e per quello che ho da raccontarti”
“Non so… che c’è, dimmi la verità, sento che stai nascondendomi qualcosa”
“Ho voglia di stare un po’ con te”, sbottò di colpo Clelia, forse con troppa enfasi ma Luisella per nulla turbata le rispose con molta semplicità “L’avevo capito, sai. Vedo come organizzarmi, dai, e ti faccio sapere. Sentiamoci domani”
“Va bene, ti chiamo domani in giornata, buonanotte”

Ettore fatta la doccia s’era steso sul divano mangiando un panino, sino a che dalle scale della zona notte non comparve Luisella completamente nuda senza quelle mutande che lui tanto detestava.
“Sarò sempre così, se lo vuoi”, gli disse avvicinandosi al divano, e in piedi davanti a lui si lisciò voluttuosamente l’addome, mostrandogli il monte di venere perfettamente glabro.
“Ti eri addormentata, o stavi ancora parlando con Paola? Se poi si può definire parlare, farsi i ditalini al telefono”
Luisella non raccolse lo scherzo spiegando semplicemente “No, mi ha chiamato Clelia, è incasinata, non so cosa le sia successo”
“Perché?”
“Ma non lo so, domani ci sentiremo con più calma”
Ettore scrollò la testa “Allora mi sa che domani si salta”
“Tu non hai il tennis, di martedì?”
“Si”
“Allora non ti sentirai tanto solo”
“Dovrò fare la scorta di coccole, adesso per domani”, le disse con voce fintamente afflitta. Quindi la attirò a se ed immerse il volto tra le sue cosce, premendo le labbra sul pube morbido, aspirandone la fragranza mentre le sue mani accarezzavano le natiche. Iniziò a leccarla freneticamente gustandone il calore, apprezzandone il gusto delicato degli umori che iniziavano a sprigionarsi dalle pieghe più profonde della vagina. Le succhiò il solco rosa per una diecina di minuti, aspirando in bocca le piccole labbra e il clitoride, e poi spingendo la lingua dentro, mischiando saliva e umori. Luisella, estasiata, gli accarezzava i capelli mentre avvicinava ritmicamente il bacino finché lei non fremette in preda all’orgasmo.
“Amore così mi fai morire” farfugliò Luisella in preda agli ansimi dell’orgasmo. Allora Ettore si rilassò stendendosi sul divano e lei con molta grazia si chinò sul pene imboccandolo ancora poco irrorato di sangue. Quando fu ben insalivato iniziò a succhiarlo vigorosamente affondandosi profondamente il glande in gola sino ad ingoiarlo completamente. Eccitatissimo Ettore la rovesciò sul divano penetrandola con ardore: le baciava i seni prosperosi, tormentandole i duri capezzoli, mentre le sue mani vagavano indecise su ogni parte del suo corpo. Luisella, con inaspettata forza, si divincolò portandosi accucciata davanti ad Ettore che riprese a penetrarla con ritmo frenetico: l’ammirava, l’amava anche per quella selvaggia bellezza, per quella frenetica eccitazione.
Ormai incapace di controllarsi, gemendo, si contrasse eiaculando con allunghi sincopati che accompagnarono l’orgasmo di Luisella che accolse quelle deliziose frustate di sperma con un urlo più forte degli altri. Esausto si accasciò su di lei consumando le ultime fitte di un orgasmo travolgente, e senza sfilare il pene sempre avvolto e stretto nel collo dell’utero, rimase così sopra Luisella, abbracciandola. Per alcuni minuti rimasero sdraiati l’uno sull’altra incapaci di riprendere fiato, poi lentamente si staccò da lei e si stese al suo fianco: Luisella gli poggiò la testa sul petto abbandonandosi tra le sue braccia.
“L’altra sera ti ho osservato mentre inculavi Clelia, eri incredibilmente scatenato, spiegami, che cosa ti ha acceso così?”, gli chiese con ammirazione dopo un lungo silenzio, carezzandogli il volto arrossato. Ettore s’irrigidì orgoglioso e lei se n’accorse subito. Allora Luisella dolcemente, alternando baci al petto, mentre le mani lo accarezzavano dolcemente, iniziò a parlargli “Non devi fare così, io sono la tua donna, la tua compagna, con me puoi fare tutto, dire tutto, tra noi non devono esserci barriere. Noi viviamo per il nostro piacere, siamo felici del nostro piacere e dobbiamo donarci quanto più piacere ci è possibile. Per farlo debbo però conoscere il tuo animo, le tue passioni i tuoi desideri”
Ettore sembrò rilassarsi “Io sto molto bene con te, ed è con te che per adesso voglio stare, ma sono anche molto geloso quando si parla di sentimenti: sono molto contento d’averti trovata. Sono entusiasta della mia donna che scopa liberamente con uomini e donne”
“Amore non avevo messo in dubbio la tua fedeltà amorosa” replicò Luisella con ardore e il timore d’essere stata fraintesa.
“Allora cosa volevi sapere?”
“Volevo capire quanto l’altra sera t’eri eccitato all’idea di inculare una ragazza che conoscevi da poco o cos’altro”
Ettore scosse la testa continuando a pensare, e facendo un gesto vuoto con la mano rispose “Tanto! Non so se l’hai mai notato ma amo vedere il sorriso, l’idea, la felicità nel viso di una donna che sa cos’è la sodomia. E’ un particolare che ho sempre notato ma che prima di oggi non avevo gustato appieno come l’altra sera. Poi il fatto che fossi a casa tua, in una festa con i tuoi amici, scoparmi la tua amica davanti ai tuoi occhi. E’ difficile da razionalizzare, non credo di riuscire in questo momento ad essere più lucido”
Si distese sul petto di Ettore, mentre la mano si portava a sfiorare leggermente il fallo flaccido “No amore, non ti preoccupare, capisco perfettamente. Sono lusingata quando mi guardi scopare, quando ho addosso i profumi che non sono i nostri. Vedrai amore mio che la tua Luisa saprà fornirti sempre nuovi emozioni, ti presenterò tutte le mie migliori amiche”
Ettore ammiccò colpito da un idea “Tornando al giochetto di prima, chi ti faresti in azienda?”
Il ventre di Luisella si contrasse spasmodicamente e maliziosamente rispose “Perché mi guardi con quell’aria porcella?”
“Immagina di fare la tua lista di colleghi e colleghe che ti attizzano, io ti dirò quali sono per me le ragazze che me lo fanno tirare, e poi facciamo il piano di battaglia. E’ rischioso ma penso che con molta delicatezza potremmo allargare i nostri orizzonti”
Luisella si voltò di scatto come colpita, trafitta dalla dirompente carica sensuale della proposta e mentre la sua mano aveva ripreso a masturbarlo chiese “Chi è la tua preferita?”
Ettore si rilassò adagiandosi meglio sul divano “Ma non saprei, ce ne sono almeno tre o quattro che trovo eccitanti, Galli, Tucci, Zanchi e Coviello si, le considero belle donne. Per intenderci quando le guardo, la prima cosa che vorrei dirle è: togliti le mutande”
Luisella sussultò di piacere e la mano perse il ritmo della masturbazione, ma ugualmente chiese “Amore mio, non ti lascerò mai. Ma adesso dimmi cosa ti piace di loro”
Ettore gemette sommessamente, ma fu in grado di proseguire “La Galli è una deliziosa ragazzina, piccola ma ben fatta, non so dirti altro, è l’insieme che m’attizza. La Tucci! non è bellissima, ma quello sguardo, quella patata carnosa che sfoggia con i fuseaux, sembrano fatte apposta per eccitarmi. La Zanchi invece ha le più belle tette e gambe che ho mai visto prima di vedere le tue”
Luisella si chinò a baciargli il glande eccitato “Grazie amore per il complimento, ma continua”
Ettore quasi con un lamento riprese il filo del discorso “Dove ero rimasto, ah si, resta la Coviello, miss culo d’oro. Ecco lei è un’altra che mi incularei subito, magari sopra di te, ed io da tergo che la penetro”
Luisella eccitata accelerò il ritmo che divenne frenetico, disse “Quindi avresti voglia di vedere la mia amica Lucia Tucci dell’ufficio pratiche estere alla pecorina con un vibratore nel culo mentre tu la scopi? Oppure scoparti furiosamente la bionda Rita Zanchi, con la quale io ho un buonissimo rapporto, fissando estasiato le sue tette che sobbalzano elastiche nell’aria mentre io sprofondo la mia lingua nella sua passera?. O depilare la piccola ed indifesa ragazzina, la Galli che io non conosco bene?”
Ettore gemette sotto la spinta irresistibile della sua mano vellutata ma ferrea “Si, si, ma tu le conosci tutte? Dai che proviamo con la Rita”
“Aspetta, aspetta amore che mi dici del culo della Lucilla Coviello, si è lasciata da poco ed è in astinenza da uccello. Conosco bene Lucilla ci vediamo spesso in mensa, e per la commessa con Taiwan”
Ettore esausto gorgogliò il suo orgasmo e Luisella repentinamente si chinò affondandosi il glande il bocca mentre il primo copioso getto di sperma veniva golosamente ingoiato, seguito dai successivi sempre più ravvicinati e frenetici. “Sarebbe fantastico”
Luisella continuò a baciare, succhiando ed ingoiando lo sperma sino a che il pene non si rilassò iniziando ad ammosciarsi. Tornata al suo fianco lo baciò con passione prima chiedergli “Io è una vita che voglio essere chiavata da Federico Pisani, il mio direttore”
“Federico, il tuo capo?”
“Perché qualcosa non va? Lo conosci no, andate sempre alle vostre riunioni di alto managment”
“No, no mi è anche simpatico in quel ritrovo di vecchi, io e Federico siamo i manager di secondo livello più giovani, Comunque si, appoggio la scelta, e poi solo lui, nessun altro?”
“Allora amore intanto scegli tu: Lucilla o Rita?”
“Lucilla”
Si trasferirono in camera dove s’abbandonarono esausti ad un sonno ristoratore, ma prima di spegnere la luce Ettore promise “Conosco almeno un paio di colleghi che muoiono dietro al tuo culo”
“Chi sono?”
“Eh, eh curiosona cominciamo con Lucilla”

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