Signorino grandi forme e bel cazzo


Caro,
adesso che compi 30 anni e che di certo ti sarai dimenticato di me, posso finalmente scriverti senza pudori e turbamenti. Adesso che è passato tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti (saranno dieci, dodici anni?), adesso che io sono cambiato (tanto, tantissimo, sapessi…) posso finalmente raccontarti tutto di me, di te, di noi. Per una volta cercherò di non mentire a te o a me stesso. Posso raccontarti anche quello che tu non volesti o non sapesti vedere, quello che per tua fortuna in parte evitasti, mentre io… Spero solo di non sconvolgerti il compleanno e la bella festa che di certo avrai organizzato. In fondo, chi sono io, per turbare la tua vita, tanti anni dopo…?

Mi hai inquadrato nel tuo ricordo? “Signorino grandi forme”, mi chiamavate, a scuola. Ti ricordi le mie poppe? Uno scherzo della natura, dicevi… E il mio sedere? Un autentico mandolino, aggiungevi, sempre col sorriso sulle labbra. E il mio visetto dolce, diafano, femmineo, senza un pelo uno di barba nonostante i diciotto anni fatti? “Normale”, sfotticchiavi. Ora, tu di certo non te ne accorgevi, però io soffrivo. Soffrivo tanto. Perché il vero corpo estraneo, in me, non erano le mammellone un po’ troppo sviluppate, il culo da diva del porno, i fianchi larghi e il viso sbarbato. Il vero corpo estraneo era tra le mie gambe, l’appendice che sentivo non appartenermi, ma che mi serviva per godere. E io riuscivo a godere solo pensando a te, unico, vero grande amore di quei miei anni di ambiguità e finzione, di tristezza e di autorepressione. Quante seghe, immaginando di fare l’amore con te… Quante macerazioni interiori, quanti pianti, pensando alla mia infelicità di omosessuale latente e represso, autentica incarnazione dei paradigmi freudiani… Ma io “frocio” non mi ci sentivo: sognavo di fare l’amore con te a gambe larghe, come una vera donna, di cavalcare il tuo membro ricevendolo dentro il mio sesso femminile… Detestavo, anzi, gli omosessuali, i loro atteggiamenti un po’ ridicoli, un po’ patetici, un po’ – per forza di cose – tristi e duri da digerire. Ma tu non capivi, non potevi capire. E io non potevo farti capire. Anche se si vedeva lontano un miglio che ero cotto di te.

Fino a quando, un giorno, sarà stato un mese dopo la festa dei tuoi 18 anni, non mi invitasti a casa tua. A sorpresa. C’è la maturità, mi dicesti, dobbiamo ripassare, ci sono le ultime interrogazioni, i miei sono partiti, vieni, dormi con me… Io, lì per lì, non sapevo come prendere il tuo invito: ti eri accorto di me o mi avevi improvvisamente scoperto come amico? Mi presentai da te fresco di bagno profumato. Avevo trafugato la Magie noir di mia cugina e me l’ero passata nei punti strategici… Maldestro, lo ero senz’altro. Ricordi? Per non farmi pesare di avere un tantino esagerato nelle quantità, mi ricevesti in maniera incoraggiante: “Sai di insetticida…”. Però fosti carino: bacetto casto sulla guancia, per salutarmi, piccola toccata e fuga dalle mie poppe terza misura, qualche complimento delicato di chi ha capito da tempo ma non si lascia andare. “No, dai, non è insetticida, ti sta bene, il profumo femminile…”. E giù una carezzina ammiccante sulle mie guance, improvvisamente avvampate di rosso vergogna profonda. Che poi non capivo perché mi vergognassi, dato che il profumo della cugina me l’ero messo per te… Il bicchierino di aranciata fresca con dentro un po’ di liquorino e ghiaccio abbondante me lo offristi dopo aver studiato un intero pomeriggio. Tu leggevi e ripetevi e io ti guardavo inebetito…

Fu dopo il secondo, o il terzo, o il quarto bicchierino – non ricordo bene – che sentii le tue mani poggiarsi sul mio seno. Era forte, il liquorino che avevi messo in quel cocktail. Probabilmente lo avevi fatto apposta, anzi di certo era così. Non capivo, mezzo brillo per come ero, se stavo sognando o se finalmente ci stavi provando sul serio. Le tue mani erano calde, esperte, abili. “Non può essere vero – dicevi – non puoi averle così grosse”. Invece era vero e tu eri lì a palparmi, a massaggiarmi, e io pure lì, incapace di dire o di fare una qualsiasi cosa. Mi sbottonasti la camicia, già abbastanza aperta a mostrare provocatoriamente il decollète, in un attimo fui nudo, dalla cintola in su, e tu addosso a me, a baciare, succhiare, leccare quella meraviglia della natura che, in vena di scherzi, mi aveva fatto così ubertosa pur essendo maschietto. Non capii bene cosa stesse succedendo, so solo che mi ritrovai adagiata su un divano e che da quel momento tu cominciasti a parlarmi come fossi una donna, mi chiamavi amore, tesoro, dammi la lingua, piccola mia, e io lì a dartela sul serio, a darti tutto quello che mi chiedevi… Evidentemente avevi bevuto anche tu, perché la tua bocca sapeva di amore e di gin fizz, ma forse la sbronza era solo un pretesto per lasciarsi andare, per lasciar fare alla nostra natura, perversa ma inarrestabile, all’ineluttabile legge del desiderio.

Ricordo il tuo membro. Lo tirasti fuori piano: era grosso, rossiccio nel pelo e nel colore, era lungo. Te lo tenevi in mano, stando in piedi, e con l’altra mano mi carezzavi la testa, i capelli, le guance. Me lo schiaffasti in bocca senza tanti complimenti e io lì a ciucciartelo avida, menandolo a dovere, spremendoti i testicoli per stimolare il tuo ardore di maschio. Me lo infilavo tutto in bocca, ma ero giovane e inesperta, non sapevo che rischiavo di soffocarmi, ficcandomelo in gola, o di farti male… Ogni tanto ti lasciavo, andavo a fare un’escursione sulla tua pancia, te lo prendevo fra le tette e intanto, piano piano, delicatamente, mi toccavo anch’io, lì sotto, il mio cosino. Ricordo che a un tratto mi afferrasti senza tanti complimenti, mi schiacciasti la testa costringendomi a tenerti dentro la mia bocca: stavi venendo. Mi schizzasti in gola, quasi mi affogavi, sembravi avere tu in mano e io in bocca un idrante che spargeva sperma dentro di me… Furono momenti di panico e di piacere, perché anch’io venni, dolcemente, zitta zitta, o zitto zitto, non sapevo più come parlare di me…

Quando l’indomani mattina ci svegliammo, su quel divano in cui ci eravamo accasciati dopo quella meravigliosa pompa, tu non eri più lo stesso. Lo capii subito, quando ti vidi ricomporti in fretta, sotto i miei occhi desiderosi, coprendoti il cazzo di nuovo eretto per via di una pipì troppo a lungo trattenuta. Eri imbarazzato, a disagio, non parlavi. Fatta colazione, cercasti una scusa per mandarmi via. Da quel momento cominciasti a evitarmi. Cercavo di capire perché, ma mi sfuggivi sistematicamente. Fino a quando, nei gabinetti della scuola, non mi avvicinò un compagno, uno di quelli che detestavo di più. Cercò di trascinarmi in bagno, afferrandomi per le poppe: odiavo, averle toccate da chi non mi piaceva e gli resistetti con tutte le mie forze. Lui non si diede per vinto e giocò il jolly: “Dai, dicono che sei brava…”. Mi afflosciai di colpo. Il compagnetto maialetto ebbe – finalmente per lui – buon gioco nel tirarmi dentro il cesso. Non resistevo più. Mi avevi tradita. Mi avevi venduta. Al primo che passava, al più antipatico, tra l’altro. Si tirò giù i pantaloni, mi fece inginocchiare e me lo cacciò in bocca, senza tanti complimenti. Gli diventò grosso tra le mie labbra, la mia lingua lo riscaldò, si vedeva lontano un chilometro che era emozionato e orgoglioso al tempo stesso. Mi riempiva di male parole: “Porca, puttana, vacca, troia”, mi diceva, mentre io, quasi meccanicamente, glielo succhiavo. Mi teneva la testa senza che ce ne fosse motivo, perché io ero così svuotata che non sarei stata capace di scappare nemmeno se me l’avesse detto lui. Io non c’ero, in quel momento. Pensavo a te, che mi avevi gettato in quel gabinetto, avvolta da una puzza ributtante, a fare un pompino di bassa lega. Come avevi potuto? Eppure mi eri sembrato sincero, quando mi avevi chiamato amore, tesoro. Magari non mi adoravi come io adoravo te, ma che bisogno c’era di vendermi? Mi riebbi improvvisamente: la sborrata del mio improvvisato partner mi colse di sorpresa, mi finì in gola e cominciai a tossire e allora lui, ululando di piacere, mi venne in faccia, sulla maglietta, sul collo, mi sporcò tutta. Sentimmo un rumore, fuori dalla porta. Io trasalii. Lui no. Si rivestì, dopo essersi asciugato, e uscì, lasciandomi seduta sulla tazza del cesso, impegnata a pulirmi come potevo, con la carta igienica. Avevo il capo chino, quando mi sentii afferrare il polso da una presa ferrea: saltai per aria, guardai verso l’alto, intravidi il ghigno di un altro mio compagno, sentii lo zip di una lampo che si abbassava…

Ero su quel treno che mi portava lontano, tanto lontano. La maturità l’avevo presa col minimo possibile, 36. Non ero più riuscito a studiare, ero passato per il rotto della cuffia. Sì, “riuscito”, “passato”, perché ero tornato a fare il maschio. Ti avevo cercato non so se per chiederti perché o se per spaccarti il muso, ma ti avevo trovato in dolce compagnia e avevo fatto finta di non vederti. Lei era bionda, bella, dolce. Non meritava di avere un pezzo di merda come te, ma non volli ferirla e me ne andai. In fondo, lei cosa c’entrava? Partii, andai lontano, a passare qualche giorno d’estate da amici che avevano un figlio della mia età e altri due più grandi. Il mio coetaneo mi stava proprio antipatico. Era un bel ragazzo, molto corteggiato dalle ragazze, anche da signore di una certa età, donne di 30, 35 anni e più, ma quante arie si dava… Purtroppo fui costretto a dividere con lui una tenda, dato che in casa non c’era posto. Pur dormendo fianco a fianco, però, quasi quasi nemmeno ci parlavamo. Ma quello era un villaggio vacanze e ci si adattava a tutto.

Il posto era bello. Montagna, ma c’era anche un laghetto. Normalmente faceva freddo, ma non appena spuntava il sole tutti correvano a fare il bagno. Io ero freddoloso, però un giorno fece davvero caldo e andai anch’io. Quando mi tolsi la maglietta e rimasi con il costumino a slip mi sentii mille occhi addosso. Avevo dimenticato la mia prosperosità, quella che evidentemente attirava tanto l’attenzione, ma decisi di fregarmene. Sembravo in topless, come tante signore, ma suscitavo più interesse, perché in fondo avevo conservato un tratto mascolino: e di certo mi stavano prendendo per un trans. Fu in quel momento che capii che quella era la mia vera natura, che non mi dispiaceva affatto essere desiderata per quella che ero. Andai a fare il bagno. Lui, il mio amichetto, era in acqua, attorniato, come sempre, da porcelle arrapate. Staccò gli occhi da loro e mi fissò a lungo: non credeva a quel che stava vedendo, si capiva benissimo. Anch’io lo guardai, con aria di sfida, e inciampai su di un ciottolo. Persi l’equilibrio, ma trovai subito una mano pronta a sorreggermi. Era un ragazzo spagnolo, nostro vicino di tenda. Al villaggio era in compagnia della fidanzata, ma mi sorrise a trentadue denti. Proprio come un uomo sorride a una donna.

Quella sera il mio amico non uscì, come faceva sempre. A sorpresa, me lo ritrovai in tenda che non erano nemmeno le dieci. Faceva stranamente caldo per quella latitudine e io ero disteso, ma a questo punto dovrei tornare a dire “distesa”, e indossavo solo gli slip. Nell’oscurità indovinai il suo sorriso compiaciuto, nel vedermi quasi del tutto nuda. Attaccò discorso con una scusa, come non aveva fatto mai. Io avevo sonno, ero infastidita, ma in fondo non mi dispiaceva parlargli. E forse – pensavo – non mi sarei limitata a discutere… Mi distesi su un fianco, gli diedi le spalle e gli dissi buonanotte. “Non vorrai dormire così presto…”, rispose, facendomi sentire un certo suo gonfiore contro il mio sedere. Fu come una scossa elettrica, che risvegliò in me pensieri e desideri che ritenevo sopiti. Ci stava provando! Non mi scostai di un millimetro e lui affondò il colpo, spingendosi ancora più vicino a me e facendomi sentire esattamente i contorni del suo membro tra le natiche. Mai nessuno mi aveva posseduta e sobbalzai, al pensiero che, in quella situazione, sarebbe potuto accadere sul serio. Ebbi paura. Pensai che in fondo il culo volevo darlo a te e non ad altri. Mi tirai su. “Che vuoi?”, gli dissi rudemente. La sua mano si staccò dalla penombra, andò dolce dolce a carezzarmi un seno. “Sono tette magnifiche – disse serio – da riempire di baci”. E prima ancora di finire la frase, era già lì, attaccato a un mio capezzolo, a ciucciarlo e leccarlo, a mordere la poppa, a infilarsela tutta in bocca. E io lì, ferma, immobile, incapace di reagire… “Potevi dirmelo, che sei un trans…”, soggiunse tra un bacio e l’altro. Mi infilò la mano tra le cosce, giocherellò col mio cosino, già schizzato verso l’alto, infilò un dito sotto, nel culo… “No, fermo – protestai – ho paura, non voglio…”. “Non vuoi-i?”. Non credeva alle sue orecchie, e aveva ragione: attaccato alle mie tette, infilato tra le mie cosce, si sentiva dire che non lo volevo… Mi resi conto della contraddizione e, come ammattita, presi il coraggio a due mani, lo baciai in bocca, senza lingua, lo spinsi all’indietro, conquistai il suo pube, lo denudai, glielo scappucciai, prendendoglielo tra le labbra, cominciai a succhiarglielo. Aveva un cazzo enorme. “No, non farmi venire…”, disse ansimando. Ma io ero partita in quarta, volevo spompinarlo per evitare la penetrazione. Gli mordicchiai i coglioni, lo leccai lungo il pelo, infilai la lingua dentro l’ombelico, fino a quando non sborrò una quantità mai vista di sperma. Mi sporcò tutta, imprecò perché avevo fatto finire tutto in quel modo stupido, ma io ero già scappata fuori dalla tenda, verso la doccia.

Ci volevano i gettoni, per l’acqua calda. Altrimenti dovevi accontentarti dell’acqua fredda. E di notte, anche se c’erano 20-22 gradi di temperatura, si poteva congelare. Io gettoni non ne avevo, ma intanto lo sperma mi colava lungo le tette. Puzzavo, ero tutta sporca. Dovevo lavarmi comunque. Stavo per entrare sotto l’acqua ghiacciata, quando una voce alle mie spalle mi fece trasalire. “Ti servono questi?”. Mi girai piano, per non far vedere le gocce di sborra sulla mia pelle: era il ragazzo spagnolo. Sorrideva, come sempre, e in mano teneva tre gettoni, come dire un quarto d’ora di acqua calda. “Sei fortunato – mi disse, parlandomi al maschile – anch’io devo fare la doccia… Se vuoi, possiamo farla assieme…”. Non so perché accettai, se perché avevo davvero bisogno dell’acqua calda o se perché quel ragazzo era davvero simpatico… Avrà avuto 35-38 anni, all’incirca il doppio dei miei, e aveva l’aria di essere esperto, uno che sapeva il fatto suo. La sua fidanzata era una bellissima ragazza, una cavallona mediterranea e dunque pensavo che mai e poi mai lui avrebbe pensato a me… Entrammo dentro, chiudemmo la porta alle nostre spalle. Aprì l’acqua fredda all’improvviso, il getto era diretto verso di me e mi colpì in pieno, facendomi gelare. Per evitarlo, mi buttai dal suo lato, lui dovette trattenermi per impedirmi di scivolare… Mi cinse con un braccio dietro la schiena, l’altro me lo passò attorno all’altro fianco. Ci fu un lungo momento di silenzio, in cui ci ritrovammo con i visi a pochi centimetri di distanza, lui sorrise e io gli risposi allo stesso modo, rimanendo avvinghiata a lui. “Togliti gli slip”, sussurrò quando il sorriso si spense sulle sue labbra. Io mi vergognavo come una matta, a mostrare la mia insignificante nudità, ma lui si denudò subito e mi sentii ancora più in imbarazzo, non spogliandomi a mia volta: “Che male c’è? – disse con evidente malizia – Siamo tutti e due uomini…”. Mi sentivo come ipnotizzata: mi abbassai gli slip e intanto lui aprì l’acqua, stavolta era tiepida come le sue mani, che corsero – anche loro – sulle mie mammelle. “No, ti prego”, provai a resistere, ma ero bella e fritta. “Sei una donna – bofonchiò – una mujer…”, aggiunse nella sua lingua. “No, purtroppo sono un uomo”, ribattei ansimando e appoggiandomi alla parete della doccia. “No, sei una donna”, insistette lui, chiudendomi la bocca con la sua lingua. Esperto, lo era senz’altro: baciava da Re. Mi tenne incollata al muro solo con la forza della lingua, senza usare le mani, se non per stringere le mie. Sembravamo due innamorati il giorno di San Valentino. Scese rapido lungo le tette, sentì il sapore di sperma: “Il tuo amichetto si è servito?”, mi chiese ridacchiando. Avvampai di vergogna, ma al buio non poteva vedermi. Scese ancora, sempre più giù, a precipizio. Me lo prese in bocca. Rimasi di sasso. Era la prima volta che mi succedeva: sembrava un macho convinto, ma faceva i pompini in maniera stupenda. Non mi fece venire, ma mi fece impazzire di eccitazione. Tornò su, mi mise le mani sugli omeri, mi fece capire che toccava a me, inginocchiarmi: andai a prenderglielo in bocca, glielo tirai ancora più su. Avevo ancora in bocca il sapore di sperma del mio “concubino”. Era il secondo pompino che facevo nel giro di dieci minuti, ma in fondo a scuola mi era andata peggio; lì ne avevo fatti due in cinque minuti. Riuscì a non sborrare. Si vedeva da questo, quanto era esperto. Mi fece rialzare, mi baciò, assaporammo i nostri cazzi l’uno dalla lingua dell’altro e mi sembrò una cosa spaventosamente porca. Mi versò mezzo litro di bagnoschiuma sulla schiena, cominciò a spalmarmelo, si insinuò tra le natiche e cominciò a infilarmelo con un dito, con due, con tre, forzando lo sfinterino vergine… Capii dove voleva arrivare. “No, non incularmi”, gli dissi mentre lui mi spingeva contro la parete, a faccia avanti. “Zitta – mi soffiò nell’orecchio, cominciando a mordicchiarmi il lobo – piacerà anche a te… Piccola mignotta”. Sentii la sua carne spingere tra le mie cosce, tra le mie natiche. Mi faceva un male cane, ma ero incapace di resistere. Con una mano mi teneva le tette, con l’altra il pisello: “Troia – continuava a respirarmi nell’orecchio – godrai come una vacca, come una pazza… Sei una vacca, un transessuale del cazzo…”. E intanto pressava, pressava e mi sfondava, piano piano, senza fretta: la sua spada di carne entrava in me, invadeva le mie viscere, e lui si muoveva dentro di me. Piano, dolcemente, aiutato dal sapone con cui mi aveva lubrificato a lungo… “Mi fai male… Basta, basta-a!”, ma lui se ne fregava, e insisteva, fino a quando non mi prese per i fianchi: “Adesso sto per godere, muoviti anche tu, troia!”. Iniziò a manipolarmi, a manovrarmi avanti e indietro. Ci muovevamo all’unisono, sentivo di stare per impazzire di piacere… Lui me lo prese in mano e nello stesso identico istante in cui sentii un fiotto caldo riempirmi dentro, sborrai sulla parete, per terra, nelle sue mani…

Perché ti ho scritto tutte queste cose? Per rinfacciarti il tuo cinismo, per rimproverarti il tuo tradimento, il tuo abbandono? No. Oggi è il tuo compleanno, non potrei mai prendermela con te. Se ti ho scritto, in fondo, è per due motivi. Il primo: volevo liberarmi di un peso, raccontando a te, e solo a te, le mie prime esperienze di sesso. Il secondo: voglio comunque ringraziarti. Senza di te, senza quel gin-fizz, senza le tue carezze e i tuoi baci, non sarei mai diventata quel che sono adesso: una donna col pisello. E’ quello che volevo essere, ma che non avevo il coraggio di diventare. Tu mi hai aiutata, anche tradendomi: anche gettandomi tra le braccia, o tra le gambe, di quei due nostri compagni di classe, in fondo, mi hai aiutata a liberarmi, a capire quel che volevo sul serio. Oggi sono un trans, ma un trans fortunato, nel senso che non batto, non mi prostituisco: ho un lavoro normale, tutti mi credono una donna e gli uomini mi corteggiano a decine. Quando scoprono il mio segreto, non scappano: anzi! Non posso dire di essere realizzata, ma non per la mia condizione di uomo-donna, di scherzo della natura, come mi definiscono sprezzantemente le donne invidiose o gelose o desiderose di avermi. No, non è per questo. Ho un po’ di difficoltà a dirtelo, a chiudere questa lettera, perché – confessione per confessione – devo proprio dire tutto, già che ci sono… Ma sapessi quanto mi pesa, dirti che ti amo ancora e che sei l’unica persona che ho amato di amore vero, fatto di gioia, tenerezza, sesso… Non dovevo, non dovrei dirtelo, ma in fondo è questo il segreto vero che ho represso dentro di me, per tutti questi anni in cui non ci siamo più visti e in cui ho avuto un amante dietro l’altro. Scusa se te l’ho detto, ma è stato più forte di me. L’unica cosa cui non puoi resistere è l’amore e quello vero si incontra forse solo una volta, nella vita.
Buon compleanno

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