Il rito


Non era più tanto sicura di volerlo fare; eppure contro ogni previsione era ormai lì. La stanza era al buio ma si sentiva il fiato della bestia. La porta era situata in fondo ad un corridoio lungo che diventava sempre più oscuro. L’aveva percorso interamente con il cuore in gola e l’anima in mano.
Non si era mai voltata indietro. Indossava una sottile tunica nera e niente altro. Non si era neanche chiesta se il tessuto fosse trasparente. Si era cambiata d’abito all’interno di una ex sacrestia; la chiesa era sconsacrata da tempo ma lei si era detta che non credeva a certe storie, sino a convincersene. Tuttavia una vocina le stava sussurrando che, se non fosse stato per il maledetto bisogno di soldi, non si sarebbe certo prestata a quella sceneggiata. Non era vergine ma le avevano spiegato, ridendo, che LUI non aveva bisogno di una vergine. Era una leggenda di chi non conosceva la verità. Il sacerdote aveva un volto pallido e si era chiesta se non fosse stato per caso luminoso al buio. Aveva aperto la porta in fondo al corridoio inventandosi che era una sfida che doveva vincere. Si era detta, mordendosi le labbra sino a farle sanguinare, che non doveva avere paura di niente.
Nella stanza nera probabilmente ci sarebbero stati alcuni attempati signori borghesi in cerca di emozioni forti e qualche esaltato: una burla. Una sceneggiata. Non doveva avere paura di nulla perché non c’era nulla di cui avere paura. Adesso non vedeva niente ma aveva l’impressione di sentire un fiato caldo alitarle sul collo. Allora forse era vero, la bestia era lì ed un gruppo di adoratori l’aveva richiamata. Una voce la fece sobbalzare recitando versi incomprensibili. Le istruzioni erano state lapidarie: una volta entrata non fare nulla, non muoverti, obbedisci semplicemente agli ordini che ti verranno dati. Una figura incappucciata balenò nell’oscurità agitando qualcosa: un odore forte ed acre simile all’incenso penetrò nella sua mente. Alcune mani la toccarono posandosi dapprima sulle spalle, scendendo poi sui seni e sui fianchi, indugiando oscenamente tra le natiche e le cosce. Molte mani che la spinsero a sdraiarsi sopra qualcosa. Un letto di pietra a giudicare dalla durezza. Un paio di mani aggiustarono i suoi capelli all’indietro. Una litania si alzò in coro. L’odore inebriante della sostanza che era stata sparsa le intimidì la mente sino a condurla in uno stato di oblio cosciente. Abituandosi all’oscurità, notò la flebile luce di un braciere. Un gruppo di persone erano inginocchiate ma si intravedeva appena il loro profilo. Erano incappucciate ed il loro viso era nascosto. Altre mani fecero scivolare via la tunica: era nuda a contatto con il letto di pietra e nonostante facesse molto caldo, rabbrividì. Due mani afferrarono le sue caviglie costringendola ad aprire le gambe. Sapeva che sarebbe successo: faceva parte degli accordi, e non oppose resistenza. Chiuse gli occhi e deglutì. Aveva la bocca arida e la gola secca. Colpa del caldo, ma anche l’emozione stava giocando il suo ruolo. Un uomo si introdusse tra le gambe. Prese le caviglie e le appoggiò sulle proprie spalle. Ora il ventre dell’uomo era vicinissimo alla fica; capì che il letto di pietra doveva avere un incavo al centro per consentire ad una persona di avvicinarsi all’inguine di chi vi stava sdraiato sopra. Le litanie divennero più concitate e l’uomo sfregò il cazzo contro le labbra e la clitoride. Poi la penetrò cominciando a scopare meccanicamente. Stordita, ebbe l’impressione che qualcosa dovesse accadere, qualcosa di grandioso eppure terribile. In realtà, per quanto cercasse di convincersi che era impossibile, per quanto si dicesse che era la suggestione a farla ragionare in un certo modo, per quanto cercasse di rimanere razionale, era convinta che la bestia fosse realmente dentro la stanza, con la bava alla bocca, impaziente del suo turno. Sentiva il fiato puzzolente ammorbare l’aria, ne percepiva distintamente il respiro pesante e l’olezzo del pelo; aveva i suoi occhi puntati addosso, ne sentiva a pelle lo sguardo.
Quando le litanie cessarono di colpo, l’uomo che l’aveva scopata sino a quel momento si scostò. Una massa scura venne verso di lei, pronta a prenderne il posto. Il terrore si impadronì di ciò che restava della sua anima quando ebbe certezza che il fiato era proprio quello, il puzzo proprio quello, ma soprattutto gli artigli sui polpacci prima e sulle cosce poi erano proprio quelli della bestia, perché solo la bestia avrebbe potuto con tanta noncuranza ferirla ed usarla. Usarla. Usarla. Si inarcò all’improvviso in preda ad una voglia inconsueta di essere usata. Un desiderio di provare piacere attenuò il terrore sino a farla ansimare. La bestia fece strisciare le sue unghie sino al ventre ed accostò un membro durissimo e di dimensioni spropositate alla sua fica. Non credette a se stessa quando si accorse che si stava dimenando come un’invasata. La bestia la penetrò strappandole un grido di dolore e di godimento. Si inarcò per favorire la penetrazione mentre le unghie scalfivano i seni facendo sanguinare i capezzoli. Persino il fiato puzzolente che la bestia alitava sul suo volto divenne una fonte di piacere. Mosse la testa a destra e poi a sinistra come per voler fuggire, in realtà contenta di dover soggiacere. L’enorme membro le stava sconquassando la vagina e la bestia spingeva con rabbia forsennata, grugnendo come il più immondo tra gli esseri, e lei gemeva come una cagna ansimando a voce alta, incurante di tutti i presenti che in silenzio stavano seguendo il coito.
Inarrestabile la bestia spingeva sempre più a fondo nella fica come per demolirla; ed era la sua stessa voce quella che sentiva urlare di gioia come nel più lungo degli orgasmi. Incredibile eppure era proprio la sua voce, non quella di un’altra. Godeva come mai era successo e la bestia, il suo fetore, il suo puzzo, i suoi artigli, non facevano più tanta paura. Sapeva che la paura sarebbe tornata prepotente alla fine, ma nell’immediato istante era una enorme eccitazione a farla da padrona, che la stava costringendo a dimenarsi come un’ossessa urlando di felicità, come una donna che si vergogna di godere ma gode di più proprio perché sa di doversi vergognare. Desiderò di essere umiliata e la bestia si ritrasse, per puntare il cazzo enorme contro il culo. Con le mani allargò le sue stesse natiche per invitarlo ad entrare. Il membro gigantesco iniziò ad esercitare una pressione insostenibile contro lo sfintere sino ad incularla. Impietosa, la bestia fece colare della bava calda prima sulla fica e poi sull’ano. Il dolore era fortissimo,
tuttavia si accorse che stava guaendo come una cagna in calore. La bestia spingeva con grande impeto ed ogni colpo era uno scossone impietoso al suo corpo, eppure aveva fame di quei colpi. Usata, usata, usata e buttata e questo pensiero le martellava in testa inebriandola. Poi la bestia ansimò ed il respiro si fece roco; il fiato, se possibile, ancor più fetido. Le litanie ripresero, prima lente poi via via sempre più frenetiche. Si sorprese a gemere ancora un po’, come se il lavoro della bestia avesse un effetto prolungato. Aprì gli occhi e nell’oscurità appena scalfita da flebili fonti luminose, vide che la bestia si era portata accanto alla sua testa. Il fetore le mozzò il respiro ma aprì la bocca per accogliere il cazzo che una mano pelosa ed artigliata stava porgendo. Sentì in bocca un vomitevole sapore di sterco ed un liquido di cui non poté vedere il colore inondò la sua gola.
Ebbe alcuni conati di vomito mentre le litanie si fecero più intense e frenetiche.

Riprese i sensi nella sacrestia dove si era cambiata d’abito. La prima cosa che fece fu lanciare uno sguardo ansioso in direzione del lungo corridoio.
I suoi abiti erano lì su una sedia di legno, dove li aveva lasciati. Per terra c’era del vomito ed avrebbe scommesso che era suo. Il corpo era percorso da minuscole ferite ed era tutta indolenzita. Sputò per terra e con angoscia vide la propria saliva nera come la pece. Una volta vestita uscì all’aperto. La testa girava e l’equilibrio non era perfetto. In bocca aveva ancora l’orrendo sapore della bestia e suo malgrado si accorse che trovava eccitante, vomitevole ma eccitante l’esperienza che aveva vissuto. L’avevano pagata bene, ed avevano spiegato per filo e per segno cosa sarebbe accaduto. Era stata lei a non crederci.

L’avevano comunque pagata bene. Ritrovò la sua auto parcheggiata nei paraggi. Una volta al sedile, per prima cosa orientò lo specchietto retrovisore per guardarsi riflessa. Il suo volto era quello di sempre: capelli lunghi e neri, occhi scuri, carnagione bianca, labbra carnose, ciglia marcate. Accese la radio e si diresse verso casa. Più volte le venne da vomitare ma si trattenne: odiava quel colore marrone, quasi nero, e quel tanfo. Però, l’avevano pagata bene. Molto bene. Ed avevano detto tutto, ma proprio tutto. Era stata lei a non crederci.

One thought on “Il rito

  1. spiripizzo ha detto:

    caspita ,complimenti per tua madre mi piacciono le donne non depilate se vuoi possiamo scoparla insieme di sicuro non la mai provato…scrivimi gianni

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