Il gelo


Le lettere non date…
Di Manuela e “The Cat” e Simona.
Simona è più di una mia amica… E’ una complice straordinaria, una persona che odiavo per quelle cose di noi donne e che ho imparato a conoscere, amare, stimare. Siamo diversissime. Eppure adesso è un rapporto irrinunciabile. Come in qualche vecchio film a volte ci incontriamo in qualche pub dopo tempi sempre lunghi. Ci mettiamo li e ci raccontiamo storie. E’ una cosa che per me è vitale, ascoltare le sue, raccontare le mie. Non avere il prossimo appuntamento ma sapere che ci sarà… A volte sono storie inventate, a volte ci raccontiamo di noi.
Credo le sia costato molto raccontare queste ultime cose. Come credo che lo abbia fatto per necessità, perchè era il momento per farlo. Perché a una lettera che non avrebbe mai dovuto ricevere e letta solo 13 anni dopo, doveva in qualche modo rispondere con un’altra lettera non data, questa volta per davvero, ma scritta. E ha usato me come in una recita in cui io facevo la parte di lui e così l’atto della consegna che mai sarebbe avvenuta eppure per lei necessaria si sarebbe compiuto perfettamente.
Non avrebbe potuta darla a lui. Non avrebbe capito. Perché l’unico atteggiamento che a lui restava era cercare in qualche modo di verificare la permanenza del suo fascino antico su di lei e guardandolo Simona non avrebbe potuto essere così naturale. Non perché ci fosse ancora qualcosa di pericoloso o ambiguo. Qualcosa c’era e c’è perché ha amato, è parte di lei. E sa amare, la mia amica sa amare ed odiare adesso. Ma perché non avrebbe avuto le stesso senso: troppo banale una volta imparato l’uso del coltello battere il maestro e affondare l’ultimo colpo letale. Lo sa lei che lo poteva farlo, tanto basta. Non uccidere: sa di essere stata li, più forte e silenziosa di lui, con la lama sul suo collo senza che lui se ne accorgesse. E di averlo potuto non uccidere come atto di un ricordo d’amore in fondo dolce, finalmente. Lui non lo saprà mai….
Manuela

IL GELO
Un giorno del Millenovecentottantasette
Ciao Piccola
Ciao Fiorellino
Questa mattina troverai questo gelido foglio invece del mio corpo accanto al tuo
Oggi fa freddo, forse più che in qualunque altro giorno della mia vita
Sento il gelo e un dolore cupo, assordante, che mi riempie, che trabocca, che mi soffoca
Non so come dirtelo, non ne ho il coraggio…
Io non ti ho mai amata
Gelo… il freddo mi paralizza…
Sto piangendo… mentre ti guardo che dormi… ho freddo
La tenue luce blu illumina questo foglio e il tuo corpo
I pensieri si accavallano tetri, mi confondono
Sento il gelo della rabbia
La rabbia per non riuscire ad amarti
Una rabbia cieca, furiosa, implacabile, che mi si rivolta contro e mi fa diventare cattivo
Sento il gelo del rimorso
Il rimorso di non essere riuscito a sentire quello che mi hai donato, la tua
freschezza, la tua voglia di vivere, la tua anima, il tuo amore
Sento il gelo della mia viltà
La mia viltà nell’usarti, senza ricambiare
Appropriarmi del tuo corpo, farti credere che ti sentivo, mentre dentro ero gelido
Sento il gelo della mia invidia
Si, dolce Fiorellino, l’invidia per la tua capacità di vivere, di donare, di amare che io non ho
Ti prego, odiami, cancellami, vendicati, feriscimi, rendi meno atroce il mio dolore
Sento il gelo della mia gelosia
Quando ti stringerai tra le braccia di qualcun altro, e non più le mie
La gelosia di non possederti più, ma è proprio questo, io ti possedevo solamente, non ti amavo
Lo so, sono un bastardo, ma l’ho capito da poco, ero troppo pieno di me
Sto piangendo come un bambino… ti prego, non svegliati ora, non saprei come spiegarti
Questa notte
Come una gatta ti sei strusciata su di me
Mi conosci bene, o forse conosci solo la mia maschera
Ho sentito il tuo corpo appoggiato al mio
Ho sentito il tuo seno sulla mia schiena
Ho sentito la tua mano scivolare lungo il mio fianco fino a toccarmi
Ho sentito la tua bocca sul mio sesso, dolce, calda, morbida
Ho sentito la tua rosa dischiudersi sul mio membro
Ed infine ho sentito il freddo, il gelo, il vuoto
Ti ho guardata mentre ti addormentavi…
Io non ti amo
Che freddo, non ho mai avuto tanto freddo
Eppure a te ci tengo, ti voglio bene, ma non riesco ad amarti
Lo so che ti farò male
Darei qualunque cosa per non farti del male
Ma non posso continuare a prenderti in giro, non te lo meriti
Vorrei solo che di me non te ne fregasse niente
Che domani mattina, dopo aver letto questo foglio, io scomparissi dalla tua memoria
Diventare il tuo passato inesistente, questo vorrei
Che freddo sento dentro…
Qualcuno ha detto che dagli errori si impara
Ma non è giusto che tu debba pagare per i miei
Ti prego, odiami e poi dimenticami
Scusami, con tutto il mio cuore, scusa
Addio.

Questa è la lettera che Simona ha ritrovato pochi giorni fa a casa sua. E ha scritto una risposta a quella cosa antica, me la vuole leggere ad alta voce. Adesso siamo in un Bar arabo a Venezia ai Frari, è una mattina infrasettimanale e non c’è gente nella nostra stanzina. L’atmosfera è bellissima con la musica di Kadja Nin in sottofondo. Mi dice che io sono Lui, e il gioco inizia con lei che mi guarda e… “Adesso guardami e ascolta Alberto: devi ascoltare ciò che sto per leggere”. E ride… Per darvi un’idea…Bionda, capelli a boccoli lunghi, occhi verdi e muso da bambola, 30 anni, quasi un metro e ottanta, seni incredibili, gambe lunghe lunghe, un tailleur sensuale grigio…
Davanti a due cioccolate con la panna.

Sei sempre stato distratto… pericolosamente distratto…
Oggi è capitato, si vede che l’incidente aspettava di accadere, era li per aria… Oggi che sto cambiando casa, oggi che sto per andare a vivere con lui, oggi che ero emozionata ed entusiasta e stavo facendo scatole di ricordi che non avrei potuto portare con me in quell’appartamento così piccolo e che sarebbero restati nella soffitta della casa di famiglia, nel classico baule da riaprire quando sarebbe stato dolcissimo farlo chissà tra quanto tempo… Una nuova vita davanti che si dischiudeva discreta ma con i suoi mille fascini e tutta la mia voglia di percorrere quella strada… senza alcun fantasma…
Ma sei sempre stato distratto… Così è saltata fuori questa lettera… Pensa un po’, credo che il fatto in se arriverebbe a spiazzare, imbarazzare e far ridere anche te… Oltre a farti soffrire. Perché il fatto che per questo motivo ti odierò sempre non significa che non capisca quanto si soffra nel lasciare qualcuno, anzi: forse è ancora più difficile e doloroso il lasciare, anche se il sentimento è spento o non si è mai del tutto acceso… Perché comunque sono stati anni, comunque io sono io e sono speciale e rinunciare a me non era facile; perché chi lascia ha tutte le colpe e chi è lasciato tutta la comprensione. Anche se non serve. Allora pensavo così, lo penso tutt’ora… “Cosa me ne frega avere ragione, cosa me ne frega essere una bella persona…voglio te , voglio te!!!! Non riesco a respirare senza te!!!!”…. Così sei stato benpiù che bastardo, oltre che stupido… Perché adesso sai, vero, cosa ti sei perso?…
Comunque… Si trattava di una tua vecchia agenda, piena zeppa di carte inutili e appunti di lavoro. Non so come fosse restata qui a me; probabilmente i giorni dell’abbandono erano stati difficili per tutti e due e, come sulla scena di un delitto, gli oggetti erano rimasti intoccati per mesi, spostati da un angolo all’altro di questa che era stata la nostra casa per così tanto, la casa che mia zia ci aveva lasciato e che avevamo sistemato, riadattato, ridipinto e riarredato alla meglio con quei pochi soldi che avevamo, innamorati dell’avventura… E’ bella questa casa, la ricordi?… Chissà, tra un po’ quando il lavoro mi riporterà in questi confini sarà bellissimo con un po’ di soldi ristrutturarla come sogno da sempre e renderla davvero abitabile. Per ora lascio le due, tre stanze praticabili per tornarci ogni tanto nei fine settimana… Troppi ottanta chilometri per fare la pendolare al lavoro con il mio fisico e senza lui vicino…
La tua vecchia agenda…: figurati che ho iniziato a sfogliarla con tenerezza e divertimento; hai sempre avuto agende bellissime, piene di tutto ciò che di inutile per una gestione professionale quotidiana possa esistere… Era una delle cose che di te mi piaceva di più: quello scrivere gli appunti su agende che per forma mentale non avresti consultato, e poi ti dimenticavi gli appuntamenti e le misure dei rilievi… C’erano ritagli di giornali, fotografie, salviette di bar impossibili, disegni…
L’agenda era nel cassetto del tavolo della cucina in cantina di fianco alla porta di ingresso. In fondo. Assieme alle palline da ping pong, le cesoie per potare le viti, dei vecchi giornali, dello scotch e dello spago, dei ganci elastici da portapacchi: chissà che fossero quelli il motivo della dimenticanza, qualcosa di portato via agganciato in fretta sopra la macchina… Anzi, lo ricordo, Ricordo bene, fin troppo quella giornata, sai, riesco a ricostruire plausibilmente tutto…
Perché il giorno che “non mi hai lasciata” lo avevi comunque fatto, lo avevo sentito. Mi ero aggrappata al fatto che non lo avevi fatto davvero ma lo sapevo. Ero aggrappata alla mia inevitabile fine, alla nostra, che non volevo e rifiutavo. Sapevo che a quel punto c’ero solo io, ma credevo potesse bastare per tutti e due… Stupido vero? Eppure… ci sono voluti dodici anni: tanto è durata la tua maledizione.
E doveva succedere oggi, due giorni dopo averti rivisto a Verona dopo dieci anni. Dopo averti dato con le parole tutto l’amore che sento per lui, senza riuscire a farlo come volevo ed essere convincente come avrei voluto, non per mancanza di realtà della cosa, ma perché sentivo che era vendetta banale e senza senso; dopo averti detto che mi sposo, avere parlato di tutto ciò che non avevamo mai detto prima, dopo che per l’ennesima volta anche in una posizione sconfitta e svantaggiosa hai vinto tu. Sì, perché partendo da te è stato ancora come se il senso di abbandono rivivesse e ho dovuto fermarmi ad un bar in autostrada, richiamarti. Tante belle parole da amici, ma stavo male. E ti ho dato il senso di vittoria forse, di averti cercato… Invece sono innamorata di un altro, profondamente, incredibilmente. Ma senza l’innocenza della prima onda, con quel cinismo di una ferita non rimarginata e che resta li per farmi ricordare e mai dimenticare, per poter essere anche io una persona migliore di come sono stata… Perché allora di colpo e per tanto ho smarrito la misura, l’obiettività, la voglia di tutto…
Ho tramutato una vittoria in sconfitta: in questo sono brava, mi piace la parte della “magnifica perdente”… So che mi hai trovata diversa, bellissima, femmina come non sospettavi, sai, senti come sono adesso e ti manco da bruciare. Senti che non era vero che non ero diversa da quello che cercavi, solo che non hai dato il modo e il tempo di crescere a una ragazza di nove anni più giovane di te spaventata dal tuo passato e dal non volere essere la copia di una donna che amavi prima e durante me… Ma alla fine ti ho chiamato da quel bar e così avrai l’impressione di avere vinto ancora una volta… Ma lo sappiamo tutti e due: stavi male anche tu, anzi più di me. Lo ho percepito, sentivi il mio odore. E ti sconvolgeva quella gonna così corta e le tette così in mostra, gli stivali sopra il ginocchio, il rossetto e quando ti ho detto del piccolo serpente tatuato all’inguine sinistro mentre ti raccontavo che lo avevo fatto “Perché Marco è il padrone della mia anima e del mio corpo, sono la sua felice schiava, mi fa stare da impazzire”, e tu sentivi che era vero anche se il mio tono era deferente verso quanto ti avevo amato, che non ero più tua se non con la mente al passato e col male che mi avevi fatto e che non si poteva cancellare…
Così non sono riuscita a distruggerti occhi negli occhi dicendoti quanto amo lui, forse eri li per un altro controllo e una verifica dell’ascendente che hai su di me. Lo hai, lo avrai un po’ sempre. Ma ti servirà a poco, e quella ferita che so hai nei miei confronti, quel senso di colpa e quel piccolo amore ti tormenterà sempre e per sempre. Perché sei speciale, fai cose speciali, ma anche io ero speciale, così tanto che te ne accorgerai sempre di più solo a distanza di tempo. E capirai che mi amavi, chiamalo come vuoi quello che provavi, quello era, non lo hai capito… Non era affetto, non era dolcezza. Era amore, diverso ma era amore. Diverso dalla botta sulla nuca, da quello so tu cerchi. Da quello che io provo adesso: l’amore che travolge… Ma era il mio amore ad essere così forte da diventare contagioso e corrosivo, irresistibile. Fino a morire inevitabilmente in se e crollare implodendo pateticamente, perché era inevitabilmente nato per quella fine.
Il tuo nome, le cose che facevi, come ti vedevano le persone…: ti volevo, sapevo il rischio, credevo di averti afferrato, a momenti forse ce l’avevo quasi fatta… Mi sono plasmata su di te senza richieste da parte tua ma senza che tu facessi nulla per impedirlo, anzi, credo fossi imbarazzato, piacevolmente, compiaciuto. Per un attimo corrispondevo a ciò che volevi forse…
Questa lettera che non avrebbe mai dovuto essere letta dai miei occhi, queste parole che il mio cervello conosceva comunque ma che era riuscito ad ammortizzare nel tempo proprio perche’ non erano mai state lette…
Ricordo quella serata e quella mattinata in cui sei andato via per lavoro, presto. Lo sentivo… Ci sono stati altri lunghissimi mesi di agonia, ma la vera fine era stata li, lo so. Ogni tanto la paura mi faceva cercare i tuoi occhi, scuoterti, ma eri spento. Le parole, a forza di insistere, cercavano di rassicurarmi. Ma era sempre più freddo…Sapevo che non volevi mollare, ma solo con la testa e non con il cuore. Mi hai portato ad odiarti in tutto, hai portato le cose in modo che fossi io a dire basta, e poi lo hai subito anche dolorosamente, ma ho dovuto dirlo io. Alla fine non sopportavo più nemmeno la tua vicinanza, il tuo odore, le cose che facevi. Ti eri autodistrutto per farti odiare da me. E ti ho detto addio al telefono, senza guardarti, con odio profondo. Non sarei mai riuscita di fronte a te potendolo fare non da sconfitta. Un taglio totale era ciò che potevo fare, l’ultima cosa. Quando mi cercavi rifiutare, essere gelida anche se ti volevo, se avevo bisogno di capire e parlare. Ma cosa avresti potuto dirmi se non lo sapevi nemmeno tu? Perché avresti detto tutto tranne che non mi amavi abbastanza, che mai lo avevi fatto. E tanto lo sapevo , sai?
Lo sapevo da quel giorno che ben ricordi… Quando avevo trovato le foto di lei, della donna che ti aveva rubato l’anima. Delle foto che adesso ti posso dire bellissime. Che non scordo. Perché io avevo posato per te e lo avevo fatto in maniera forte, estrema. Ed ero stata bellissima, carnale, provocante. Io ero più vistosa di lei. Ma quelle foto… C’era passione. Foto in bianco e nero. Un bellissimo corpo sudato, bellissime gambe e muscoli tesi, il suo viso e i suoi movimenti… No, non valevo un’unghia la sua femminilità e sensualità, capivo cosa cercavi e non trovavi in me… Da allora fare all’amore davvero non è stato possibile e quanto è passato, un anno e mezzo, due…? Facendo sesso per dovere. Non ti ho più sentito, non mi sono più abbandonata…Mi hai distrutta.
Quella mattina della lettera non data è stata nera come la notte, movimenti a fari spenti e training autogeno a non vedere le cose come erano, a non pensare… Ho pensato: se mollo adesso con tre cartucce in canna non avrebbe senso; spariamole tutte così avrò messo il cuore in pace per aver provato tutto. Errore!!!!!!!! Che errore colpevole!!!!!! Mi avrebbero salvato la vita per dodici anni… Ero già ferita a morte, eravamo già morti noi… L’unica cosa che ha sortito come effetto è stata che quando è finita non avevo una sola stilla di energia in riserva per me stessa e sono andata in mille pezzi e ci sono voluti anni per riprendermi. Ero insopportabile per gli altri, nessuno mi diceva nulla di negativo, mi evitavano e basta. C’erano dei “te l’avevo detto” per aria, e io ancora li a difendere ciò che c’era stato, a difendere te e quello che avevi fatto… a giustificarlo con la logica. Che c’era, ma non bastava….
Non hai idea…Dopo te, subito dopo, due storie. Controfigure di ciò che avrei voluto. Un disastro, a fare la romantica…. Poi sono stata un po’ meglio, perlomeno a livello di autonomia. Finita l’università, trovato un lavoro, cambiato città. E allora si, mi sono guardata per bene e lo sappiamo: bella lo sono parecchio secondo i parametri comuni correnti…Me ne sono accorta di colpo, lo ho usato in modo violento. Dal vestire al modo di fare mi è diventato automatico cambiare pelle. Avevo bisogno di sesso, forte, appagante, vero. Perché dopo di te e anche alla fine del nostro rapporto mi ero congelata. Hai fatto tanto di quel danno…Mi avevi inaugurata al sesso. Mi avevi insegnato a muovermi. Potevo accelerare forte dando quelle accelerate all’uomo che amavo, sesso fatto passionalmente e con perversione per amore vero. Ne ho fatte di porcate per te, vero…? Ma recitavo. Mi piaceva ma era come mi facessi indossare un vestito di seconda mano. Godevo, e tanto, e ti facevo divertire parecchio credo. Ma io non ero ciò che cercavi. Solo adesso so che non lo eri nemmeno tu. Perfetto, eccezionale, ma asettico perché non mi amavi del tutto. Mancava poco credo, magari solo uno 0,5 per cento… Ma non eri li al 100 per 100, al 2000 per cento, come serve, e avevi ragione: mai accontentarsi nemmeno di una briciola in meno…
Sta di fatto: c’era una nuova bomba in città ed ero io. Mi sbavavano dietro. Ho fatto star male un sacco di uomini facendoli avvicinare e poi chiudendo le porte. E ti confesso, la tua ex bambolina ne ha presi tanti di cazzi, tanti davvero. Perché una volta iniziato mi piaceva. Perché potevo selezionare e scegliere e le sere che scoppiavo di voglia mi bastava uscire. Selezionavo il fascino, il corpo, le misure. E ho fatto del sesso eccezionale e, scusa se te lo dico, sono diventata brava da impazzire. Perché adesso facevo le cose che tu avresti voluto farmi che mi avevi proposto, che io avrei voluto fare ma che temevo forse proprio perché non ti ho mai sentito fino in fondo. Quelle fantasie che avevi che accettavo e dopo un po’ temevo… Adesso ero li. In posizione di forza, rispettata, ammirata, desiderata… La prima volta che ho dato il culo ti ho pensato con rabbia. Lo ho cercato selvaggiamente, un uomo che fosse bello, deciso, sapesse muoversi e mi facesse più male che poteva, che lo avesse più grosso di te. E’ stato liberatorio e ti confesso, ho urlato come una pazza, avrei desiderato fossi li a guardare quanto ero troia e capissi quanto mi piaceva… Perché ero diventata favolosa, sai. Gli sguardi, i miei movimenti, la voce, il mio vestire…Ho osato come ti sarebbe piaciuto. Rasata tra le cosce, facendomi scopare in bocca, sborrare in faccia, pisciare sulle gambe… Li trattavo come cagnolini in mio potere, li spremevo. Una sera me ne sono portati a casa cinque dopo una cena di lavoro. Tremavano dal desiderio, li avevo in pugno. Ho giocato per i loro occhi con le bottiglie del vino prezioso che avevamo bevuto, mi sono colata il corpo con la cera bollente; non avresti resistito a vedermi così, avresti dovuto solo assistere legato senza poter fare nulla mentre in cinque mi soddisfavano senza bastarmi. Sfiorata come una reliquia da dita e labbra, scopata come un animale da monta, lasciata sfinita sul letto di casa mia… Ma l’inizio della rinascita è partito dopo, li c’era solo veleno da scaricare… Ho incontrato la tua ex per caso. Mi ha fatto effetto… Avevi ragione: fascino, sex appeal, classe… Culo perfetto, gambe lunghe da impazzire occhi e voce di velluto… Si è formata una complicità: qualcuno l’aveva distrutta dopo una storia lunga. Si era innamorata, niente a che vedere con te. Tu la ricordavi con pensieri passionali e struggenti, lei ti ricordava con affetto ma si era data un altro fino a confinarti a dolce ricordo. Ci siamo frequentate sempre di più, a volte l’istinto competitivo e i suoi anni in più creavano confronto. Non so perché…mi sono impuntata. L’ho sedotta inesorabilmente, lentamente, con pazienza. Una sera me la sono portata a letto praticamente violentandola, mi è piaciuto parecchio, anche se fisicamente allora era davvero giù di corda per intensità ed energia. Non mi sono fermata. L’ho fatta innamorare di me fino a diventare un’ossessione per lei. Ed era rifiorita nei modi e nel fisico, a letto eccezionale. L’ho fatta innamorare perdutamente e mi sono innamorata di lei e siamo state assieme come una coppia per quasi un anno con una quantità di sesso che a volte interferiva col lavoro. Siccome un po’ non si cambia avevamo un amante-oggetto di colore, un cuoco cubano con un cazzo spaventoso e che non creava casini e che impazziva per le bianche italiane e di classe. Vivevamo assieme, giravamo assieme… Sapendo che in quel periodo ci serviva. Bello amarsi tra belle donne, mi faceva impazzire il profumo della sua fica e la sua lingua in bocca…le sue dita lunghissime e le sue cosce morbide e bollenti…. vedere il suo viso colmo di desiderio e tensione per le mie tette così grosso… che mi torturava in maniera sublime di baci e carezze… Una sera a Firenze siamo a cena e poi a ballare e in entrambi i posti c’era lui… Una rosa a testa, c’era sintonia, si parlava, lui li per lavoro, noi per una sfilata di moda organizzata dalla tua ex. Sguardi, frasi galanti e lei dice “dalle un bacio”. Lui me lo da. Un bacio piccolo, a sfioro, nei corridoi della discoteca. Lei mi sgancia il vestito da sopra e mi scopre le tette e gli dice “baciale, sono bellissime”. Me le bacia con delicatezza… sono incendiata, lo sento. Camminiamo a piedi tenendoci per mano, in silenzio, arriviamo in albergo e giochiamo in tre. Lo sento tremendamente, mi fa impazzire…non so… Sento il suo cazzo nel cervello… Dal giorno dopo…frenavo, ma era “lui”. Lo sapeva lei, lo sapevo io. Tre giorni dopo ti ho telefonato che finalmente ero libera dalla tua maledizione, dodici anni dopo. Sono sua quanto mai sono stata tua. Posso dirlo, la prima vera volta, senza barare. Ti scrivo penso per dirti solo una cosa: quello che mai cambierà e che mi hai insegnato il piacere di essere cattiva. Di odiare visceralmente almeno quanto ami, ma non come sentimento complementare, come odio vero. Ne avevo comunque bisogno. Te lo dimostro… La sera della lettera non data…. ti amavo, non lo nego, ero distrutta di te. Ma il pomeriggio non so perché, ero stata con un vecchio compagno di classe che era passato a trovarmi li, nella casa dove vivevamo, avevamo fatto all’amore… Non ti eri accorto di niente, la vera fine era stata li, per questo lo sapevo anche senza leggere…
A Verona, l’altro giorno…parlavamo al bar, mi accarezzavi le ginocchia. Mi piaceva, le avrei aperte, sai? Ma solo per dirti che sono da impazzire, che non mi avrai mai più e che nell’aria, in quel bar, ho sentito la marca di profumo del mio uomo. E la mia anima ha fatto un salto. Allora. Solo allora. Ti ho sconfitto. Non lo saprai mai… Ma io lo so.

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