Assedio sessuale


Non appena fu entrato Gianfranco ebbe la sgradevole sensazione di avere tutti gli occhi addosso. In realtà, come capì dopo poco, quasi tutti si erano limitati a dargli solo un’occhiata di sfuggita, qualcuno più insistente sembrò dimostrare una certa curiosità ma la maggior parte non mostrò un granché interesse per lui. Si sente deluso, l’imbarazzo iniziale era stato fastidioso ma nulla al confronto della consapevolezza di suscitare una tale indifferenza.
Diede un’occhiata in giro: l’ufficio era una baraonda, si era quasi alla chiusura del giornale ed era stato necessario cambiare l’impostazione di alcuni articoli dopo le ultime dichiarazioni della polizia e del sindaco sul fatto di cronaca che rappresentava la notizia del giorno. Tre prostitute nigeriane erano state trovate uccise in una stanza mentre in quella accanto i protettori giocavano a carte aspettando la notte per disfarsi dei cadaveri.
Lentamente l’agitazione scemò via via che gli articoli venivano sostituiti ed inviati alla stampa e il giornale rimpaginato.
Per tutto il tempo Gianfranco restò in piedi, in mezzo al corridoio, guardandosi intorno indeciso su cosa fare, finché, ad un certo punto un uomo biondo gli si avvicinò tendendogli la mano.
“Gianfranco Rossi? Sono Antonio Verde” si interruppe un attimo vedendo Gianfranco sorridere per l’assonanza dei cognomi. Rossi era un cognome molto più comune del suo e lui si era trovato tanto spesso in quella situazione che ormai non gli faceva più effetto “Il capo mi ha avvisato del tuo arrivo, vieni ti accompagno a fare un giro”
Gli andò dietro. Via via che passavano tra le scrivanie Antonio cominciò a presentarlo ai suoi nuovi colleghi tra una serie di “Ciao”
“Benvenuto” e le solite battutine scherzose all’indirizzo dell’ultimo arrivato. Poi, all’improvviso, lo vide irrigidirsi e girarsi di botto
“Qualunque cosa accada stai calmo” sente che il tono era preoccupato Una donna molto carina, sui trent’anni, gli venne incontro leggendo con furia un fax. Si stava dirigendo verso l’ufficio del capo redazione e loro erano sulla strada.
“Stefania, scusami, ti presento Gianfranco Rossi. E’ il nuovo cronista che… deve…” la voce gli andò scemando mentre lei li superava senza alzare lo sguardo, poi, tre passi oltre, si fermò, si girò e per qualche secondo li guardò senza capire. Abbassò ancora gli occhi sul foglio e gli lanciò ancora un’altra occhiata prima che sembrasse realizzare qualche cosa.
“Adesso ricordo, Rossi? Quello nuovo che doveva arrivare, il nipote di Ferilli. Beh, spero che vali tanto quanto la raccomandazione che ti ha preceduto, adesso scusatemi…” si girò e se ne andò lasciando Gianfranco a bocca aperta.
“Non te la prendere” disse Verde dandogli una pacca sulla spalla “hai appena avuto il primo assaggio di Lemon Jean”
Gianfranco lo guardò inebetito restando fermo sempre a bocca aperta mentre l’altro riprendeva a camminare e raggiungeva l’ascensore, si scosse appena in tempo, richiuse la bocca e gli corse dietro “Lemon Jean!?”
“Non la conoscevi? E’ la migliore cronista di questo giornale e anche la meno controllabile. Non te la prendere, in fin dei conti con te è stata buona. Si vede che aveva da fare, di solito è più caustica con i novellini” mentre parlava Antonio si girò e la segue con lo sguardo mentre si sbatteva dietro, più che chiuderla, la porta dell’ufficio del capo redattore. Non invidiò il capo in quel momento, quasi subito attraverso la porta cominciarono a filtrare alcune voci concitate.
L’ascensore arrivò al piano, uscirono un paio di donne ma l’interno restò parecchio affollato, alla fine ci entrarono a fatica spingendo a destra e a manca.
“Ma perché Lemon Jean?” chiese quando presero a salire “Il nome le è stato dato sei anni fa da un novellino come te che lei aveva un po’ strapazzato. Era ancora all’inizio, anzi se non sbaglio erano stati assunti insieme ma lui aveva creduto di potersi allargare un po’ troppo. Sono state scintille fin dall’inizio ma ad un certo punto lei ha cominciato a trattarlo talmente male che dopo un anno si è licenziato.”
“Ma perché Jean se si chiama Stefania?”
“Beh, quel tizio non era troppo ferrato in inglese, in effetti me lo ricordo: era proprio un fesso. Credeva che la traduzione giusta di Stefania fosse Jean. Stefania lo trattava a livello di tappeto personale, non che meritasse più considerazione. Dopo un po’ è riuscita a mettergli contro mezza redazione e tutti hanno cominciato a prenderlo in giro finché non ha retto più e se ne è andato.”
“Ma ‘Lemon’ ??”
Verde fece un mezzo sorriso come perso in un pensiero “Vedi, nonostante tutto Stefania è molto simpatica, ha le sue battute fulminanti e i suoi momenti strani, soprattutto quando è sotto pressione, ma di solito è un’ottima persona oltre che molto carina.
Nessuno avrebbe il coraggio di chiamarla “toxic” oppure “acid”, Lemon è la cosa più simpatica e “acida” che il tizio sia riuscito a far attecchire” Si interruppe mentre l’ascensore si arrestava al piano “di fatto, per la maggior parte di noi è quasi un complimento. Siamo arrivati, vieni che ti mostro i corridoi della direzione.”

“Cosa significa questo?” la voce aveva un lieve tremolio. Era chiaro che stava cercando di controllarsi ma non ci riusciva molto bene.
Marsico, si dondoln all’indietro sullo schienale della poltrona. Sul tavolo davanti a lui c’era il fax che le aveva fatto trasmettere quella mattina: era stata trasferita dalla cronaca agli articoli di costume. Si schiarì la voce senza troppa convinzione, non era facile trovare le parole per ciò che aveva da dire.
“Ieri mi ha chiamato il direttore” Stefania fece ad interromperlo ma lui la fermn con un gesto del braccio “mi ha detto che ha ricevuto una busta con una pallottola dentro. Sopra la palla c’era scritto il nome del destinatario…”
“E allora!!?” il tono era seccato e iroso, Marsico capì che non era stata molto a sentire “non è la prima volta che il direttore riceve minacce di morte, si vanta sempre che quando era lui a dirigere la cronaca gliene mandavano tutte le mattine per colazione, dovrebbe esser…”
“Il nome sulla pallottola era il tuo…” fece una pausa ad effetto mentre lei assorbiva la notizia. “Stammi a sentire, non è la solita minaccia è una cosa seria. Sappiamo tutti e tre da dove arriva, i Verri la usano come ultimo avviso prima di ammazzare.
Ieri, dopo che è arrivata la busta, io e il direttore ne abbiamo parlato. Non vogliamo che ti succeda qualcosa e abbiamo deciso che è meglio trasferirti a qualcosa di più tranquillo. Per sei mesi starai fuori dai guai cercando di farti dimenticare, poi, quando le acque si saranno calmate, vedremo.”
“E se non accettassi?” si era seduta in una delle poltroncine di pelle marrone davanti alla scrivania, era sconcertata: era la prima volta che veniva minacciata seriamente e la sorpresa era tale che non riusciva a pensare chiaramente, non sapeva cosa fare.
Finora, come tutti, era stata convinta che non sarebbe mai successo, non che si considerasse intoccabile, come cronista pestava troppi piedi per non causare qualche reazione, semplicemente non aveva mai preso in considerazione sul serio l’eventualità di poter essere uccisa.
“Stefania, non vogliamo perderti, né io né il direttore. Stai sei mesi le, fai calmare le acque, poi pian piano tornerai alla cronaca. Puoi prenderlo come un consiglio, come un avvicendamento interno o, se preferisci, come un ordine” Il tono era definitivo e capì che non ammetteva altre soluzioni. Restarono qualche minuto a fissarsi in silenzio poi lei si alzò e usci.
Tornò alla sua scrivania e si sedette pesantemente sulla sedia di stoffa, si sente stanca. Anche se non riusciva ad accettarlo sapeva che Marsico aveva ragione, era meglio stare tranquilla per un po’, non dare più tanto nell’occhio. Aveva già avuto minacce, prima, ma questa volta era diverso, questa volta era una cosa seria.
Qualunque cronista di cronaca nera d’assalto riceve delle minacce. La maggior parte venivano da pesci piccoli e non erano degne di essere nemmeno prese in considerazione ma l’ultima serie di articoli che aveva fatto sulla cosca dei Verri e i loro agganci politici aveva fatto parecchio rumore in cittr andando a toccare molti papaveri vicini al sindaco, e queste erano le conseguenze.
Fuori dalla finestra era scesa la sera, si chiese se qualcosa o qualcuno la stavano aspettando nel buio.
Contro la sua stessa volontà sente paura.

“E questo servizio chi lo fa ?” la voce era allarmata.
“Prova ad indovinare ?” rispose Marsico invece con tono divertito.
“Non starai pensando…”
“Invece se…”
Stefania cominciò a protestare ma Marsico fu irremovibile. Nei tre mesi che aveva passato alla cronaca di costume aveva dimostrato una sottile ironia nel trattare gli argomenti più stravaganti che le aveva guadagnato la simpatia dei lettori. Si era adattata prestissimo, tanto che sembrava nata per quel genere di giornalismo, ma nonostante le lodi continuava a scalpitare per tornare alla cronaca nera.
Il mese prima aveva scritto a quattro mani con Ferrara, il suo sostituto, l’articolo sulla sparatoria in cui era rimasto ucciso il figlio maggiore di Verri, quello che era destinato a succedergli.
L’articolo era firmato solo da Ferrara ma dal tono di fondo compiaciuto Marsico si era accorto subito che dentro c’era anche la mano di Stefania. Aveva fatto una lavata di capo a tutti e due e da allora lei si stava comportando bene.
Doveva essere ben chiaro che chi comandava lr dentro era lui e la cosa non andava messa in discussione.
Quando Stefania capì che non c’era niente da fare si alzò di botto e usce come una furia sbattendo tanto violentemente la porta dietro di sé che Marsico, per un attimo, temette gli cadesse addosso. Restò a fissare la porta chiusa mentre sul viso si allargava un sorriso, avrebbe fatto un buon lavoro. Era un’ottima giornalista e un’ottima scrittrice, sarebbe stata una grossa perdita per la cronaca di costume.

Quella sera, quando arrivò, bussò con più forza del necessario. La porta rimbombò cupa sotto i colpi con una tonalità strana, come fosse vuota all’interno, ma c’era lo stesso qualcosa di strano.
Forse chi stava all’interno avrebbe pensato ad un’irruzione della polizia, visto il rumore, ma la cosa la lasciò indifferente, era estremamente seccata per quell’incarico e le piaceva che si notasse.
Dopo poco venne ad aprire una donna bruna poco più alta di un metro e sessanta, molto carina che la guardò con espressione sospettosa.
“Sono Stefania Biasini, vengo da parte del giornale.”
Il viso dell soprappensiero una stampa originale di Kandinsky una voce improvvisa la scosse
“Cose lei è la giornalista che dovrebbe intervistarci?” nel tono avverte una sfumatura d’ironia. L’uomo che aveva parlato era alto un metro e ottanta circa, bruno di capelli e con un fisico ed un viso che le fecero di colpo accelerare il cuore. Non era bello nel senso classico del termine ma aveva quel qualcosa di particolare che lo rendeva sexy e attirava le donne. Il fisico era asciutto e ben modellato, sotto la maglietta si indovinava la massa di muscoli non eccessiva e perfettamente in tono con l’altezza, quasi fosse una statua greca del periodo classico.
Quando aveva parlato era ancora a metà della scala che portava al piano di sopra, scese gli ultimi gradini muovendosi come un gatto, con un dondolio sui piedi che Stefania aveva visto fare ai ballerini. Si sedette nella poltrona di alcantara rosso davanti al caminetto, accavallò le gambe e, senza dire un parola, cominciò a fissarla in una maniera strana, indagatrice… che le diede la sensazione quasi di essere una farfalla sul vetrino di un microscopio.
Quello sguardo la mise a disagio. Fortunatamente la donna che le aveva aperto ritornò quasi subito portando dei bicchieri pieni di un liquido arancione. L’assaggiò: era succo di frutta alla pesca
“Spero le piaccia. Non abbiamo alcool in casa tranne quel poco che teniamo per cucinare. Non mi sembrava il caso di offrirle del rum ma se, magari, ne vuole un po’…”
Rifiutò gentilmente, si sentiva tesa, la situazione non era quella che si era immaginata e per la quale si era mentalmente preparata. Quello sguardo aveva rotto la sua cappa di sicurezza. Adesso nell’aria avvertiva una sensazione di tensione sottile che non riusciva a controllare, come di un qualcosa che aleggiava tra loro e l’osservava da fuori.
Per rompere il ghiaccio cominciò a spiegare quale era il suo compito al giornale e quando la storia sarebbe stata pubblicata. Come da accordi i veri nomi sarebbero stati tenuti segreti e loro avrebbero potuto leggere in anteprima l’articolo per approvarlo prima della pubblicazione. La donna, che si chiamava Miriam, non fece che annuire per tutto il tempo mentre l’uomo, Daniele, che lei chiamava ‘Dan’, si limitò ad osservarla con la solita espressione attenta che aveva il potere di renderla nervosa.
Per scacciare l’inquietudine tirò fuori il minidisk dicendo “Possiamo cominciare.”
Fece alcune domande iniziali standard, per creare quel minimo di familiarità e di calore necessari a passare agli argomenti più scabrosi, quando sente che l’atmosfera era pronta chiese: “Miriam, come è vivere un rapporto come il vostro?”
“Meraviglioso! Per tutta la vita ho cercato un uomo come Dany ed ancora non riesco a credere che lui ci sia davvero.” La voce aveva avuto una sfumatura dolce alla parola Dany.
“Vuoi raccontare qualcosa della vostra vita insieme?”
“E’ un po’ difficile, non è facile parlare un rapporto cose fuori dal comune, è un po’ imbarazzante. Anche se l’hai desiderato per tutta la vita non ci si abitua mai completamente all’idea, del resto nessuna ragazza viene cresciuta per diventare una schiava.”
Stefania riuscì a malapena ad trattenere una smorfia di disappunto alla parola, recuperò “Hai avuto delle difficoltà ad accettare il tuo ruolo?”
“Qualche difficoltà c’è stata anche se per tutta la vita ho sognato un rapporto con un mio padrone e quando l’ho finalmente incontrato ne sono stata felicissima.”
Si fermò di nuovo, a quel punto Stefania si rese conto che Miriam non era in grado di gestire in proprio l’intervista e quindi cominciò a guidarla con brevi domande, Dan continuò ad osservare senza dire niente.
“Come vi siete incontrati la prima volta?”
“E’ stato quando mi sono trasferita a Milano per lavoro” si girò e lanciò a Dan un’occhiata affettuosa “ero arrivata da pochi giorni quando una collega d’ufficio mi ha invitato ad una festa. Non conoscevo nessuno, tranne gli altri colleghi, ma lui era lr. Fin dall’inizio c’è stato qualcosa che mi ha attratta, che mi spingeva verso di lui. La prima volta che l’ho visto mi guardava: aveva in mano un bicchiere e stava in piedi appoggiato ad una porta e mi fissava.
Quando mi muovevo per la stanza sentivo i suoi occhi che mi seguivano, era come un brivido sulla pelle e mi faceva bagnare… bagnare sotto, intendo…
Per sfuggirgli mi sono messa a girare per l’appartamento, ho provato a parlare con qualcuno ma dopo poco ero sempre costretta a tornare in quella stanza, sotto la portata del suo sguardo. Alla fine si è avvicinato e mi ha portato un bicchiere, abbiamo cominciato a parlare e non abbiamo smesso per tutta la sera. Certo, c’è stato qualche problema con l’altra ma ci siamo rivisti la sera dopo e quella dopo.”
“Quale altra?”
“Ero andato alla festa con la mia precedente ragazza” intervenne Dan, Stefania trovò la sua voce irritantemente tranquilla “era una storia che stava finendo. Anzi, per la precisione è finita quella sera.”
Scoccò a Miriam un’occhiata che le strappò un sorriso, si avvicinò a lui, l’abbracciò e gli si strofinò contro.
“La sera dopo ci siamo rivisti e poi ancora di seguito per due settimane, poi io ho dovuto cambiare casa, non potevo più stare dove abitavo, e allora sono venuta a stare qui con lui. Da allora non ci siamo più lasciati” si appoggin alla sua spalla e lui le mise le braccia intorno.
“Cos’è che ti ha attratta la prima volta?”
“La sua forza, ho avuto una sensazione di controllo, di dominio… di potere. Per tutta la vita ho sognato un uomo che mi dominasse, mi controllasse, a cui mi potessi affidare totalmente.
All’inizio non me ne rendevo conto ma poi mi sono accorta che era quello che cercavo in un uomo: dargli il controllo sulla mia vita. Con tutti gli altri che ho avuto mi sono sempre sentita insoddisfatta, c’era sempre qualcosa che mancava, che mi impediva di abbandonarmi totalmente. Con lui fin dall’inizio ho sentito che il rapporto era completo, mi piace sentire il suo potere su di me.”
“Come si svolge il vostro rapporto ?”
Tutti e due cominciarono a parlare, Miriam, rendendosi conto che aveva coperto il proprio padrone si bloccò di colpo e restò in silenzio con gli occhi bassi ma Dan le fece un cenno con la testa e lei riprese.
“Abbiamo quello che potrebbe essere definito un rapporto padrone/schiava. Quello che ci stupisce, e per questo motivo abbiamo accettato di fare questa intervista, è che tutti pensano a questo tipo di rapporto come una cosa turpe, dove la donna viene degradata, violentata, nessuno pensa che puo’ esserci solo amore in una storia in cui uno dei due accetta di mettere tutta se stessa nelle mani dell’altro. Quando ci si immagina una storia sadomasochistica tutti pensano a “Histoire d’O” ma la verità non è quella”
“Invece, in cosa differisce il vostro rapporto?” finora aveva fatto domande a raffica mantenendo un tono neutro ma cominciava a trovare irritante tutta quella faccenda. Nonostante gli sforzi stavolta non riuscì ad evitare una sfumatura d’ironia nella voce.
“Noi donne fin da piccole veniamo allevate a temere la forza dell’uomo, l’uomo che domina la propria donna è sempre un sadico violento che le rovina la vita, ma che succede se la donna vuole essere dominata? Se vuole essere controllata, se desidera essere ai suoi ordini?
Fin da piccola io ho avuto delle fantasie in cui servivo, in cui ero comandata. Quando giocavamo con le mie sorelle e con gli amici io ero sempre la servetta di casa a cui si davano gli ordini oppure ero la cameriera del ristorante. Quando avevo sette anni mi piaceva spingere la mia migliore amica dentro una macchina a pedali e mentre sudavo e faticavo per tutto il tempo pensavo solo a quanto lei si stava divertendo.
Lei aveva un carattere impossibile: era autoritaria, arrogante… era stata viziatissima dai genitori, nessuno la sopportava ma io trovavo deliziose tutte le piccole angherie che mi faceva, quel suo trattarmi dall’alto in basso e, certe volte, da serva. Poi, quando siamo cresciute, l’aiutavo con i ragazzi facendole da alibi con i genitori, mi sentivo bene quando lei mi comandava.
E’ durata finché non ha fatto una scappatella di troppo, è rimasta incinta e si è dovuta sposare. Aveva tre anni più di me. Prima di trasferirsi con il marito mi ha fatto una scenata in cui mi accusava di avere tutta la colpa, che se io non l’avessi protetta non si sarebbe messa nei guai. Le sue accuse e la sua perdita, a quindici anni, mi fecero quasi impazzire. Impiegai mesi a riprendermi e ad abituarmi, in casa svolgevo tutte le faccende che le mie sorelle non volevano fare, mi facevo comandare ma non mi bastava, non era lo stesso.
Solo verso i diciannove anni ho capito di essere bisessuale e che, senza saperlo, ero sempre stata innamorata di lei. Lei, invece, non lo era e la sua partenza e il suo disprezzo gettati in faccia mi hanno distrutto.”
Stefania ebbe un sussulto quando lei smise improvvisamente di raccontare. Si era assorta nella storia e con ritardo si era accorta che l’altra si era fermata. Cercò di recuperare e gettò le la prima domanda che le venne in mente.
“Dan è stato il primo amore della tua vita?” lo guardò. L’uomo era ritornato nel mutismo, si capiva che seguiva attento ma adesso non sembrava aver voglia d’intervenire “il primo amore maschio, intendo…”
“No, ho avuto altri tre ragazzi prima, ma con nessuno mi sono sentita come con lui. Anche con il mio secondo ragazzo, quello con cui ho fatto l’amore per la prima volta e che credevo di amare con tutta me stessa, non ho mai sentito lo stesso sentimento profondo che ci lega.”
“In cosa consiste il vostro rapporto, come passate le giornate, come state insieme…”
Miriam fece un sorriso e guardò ancora Dan
“Dan ha potere assoluto sulla mia vita, la controlla completamente. Abbiamo un rapporto del tipo 24/7, cioè lui mi controlla 24 ore al giorno per 7 giorni della settimana. Io devo chiedere permesso a lui per ogni cosa, bere, mangiare, che vestiti mettermi, tutto deve avere la sua approvazione. Anche per andare in bagno devo chiedere il permesso, e certe volte, se proprio devi correre, puo’ essere fastidioso ma fa parte della vita che ho scelto e ne sono felice.
Io ho un lavoro di responsabilità, sono un manager in una grossa azienda, ma devo chiedere permesso a lui ogni volta che devo prendere una decisione importante. Una volta mi hanno proposto una grossa promozione ma avrei dovuto trasferirmi a Torino e lui non ha voluto, ho dovuto rifiutare.” Si fermò e gli lanciò un’altra occhiata carica d’amore, si capiva che non c’era nessun rancore per le rinunce che aveva dovuto fare.
“La mattina, dopo che gli ho preparato la colazione, controlla il trucco e i miei vestiti e da’ la sua approvazione, se per quella mattina non è di suo gusto mi cambio immediatamente. Poi stabilisce punto per punto le cose che devo fare nella giornata. La sera controlla se ho svolto bene tutti i compiti, se trova che ho sbagliato qualcosa o che non ho fatto le cose nella maniera che lui voleva vengo punita.”
“Punita? In senso fisico? Cioè picchiata?” si rese conto che la voce le tremava leggermente, non poteva credere a quello che sentiva, dov’erano finiti anni e anni di lotte femminili? Ma non era quello che la sconcertava di più, a lasciarla sbalordita era il suo tono tranquillo, come se quello che diceva fosse una cosa normalissima, quasi banale.
“Certo, anche in senso fisico. Ma il peso della punizione non sono tanto i colpi o le frustate ma il sapere di averlo fatto irritare. E’ quello il vero peso: ormai dopo tanti anni essere punita è una cosa che fa parte della mia vita e non riuscirei a farne a meno”
“Ma non le pesa essere colpita, picchiata, frustata…?” Stefania cercava di controllarsi ma aveva sempre più difficoltà a restare neutrale davanti a quella donna.
“Quando avevo diciassette anni, in biblioteca presi ‘Histoire d’O’. Ne avevo sentito parlare e avevo letto qualcosa del film, non c’erano intenzioni particolari, lo feci per curiosità. Alla fine, prima di riconsegnarlo, l’avevo letto e riletto quattro volte, per tutto il tempo non credo di aver mai tolto la mano da dentro le cosce.
Quel libro è stata una rivelazione, mi ha eccitata come non mai. Da allora non ho fatto altro che sognare di essere picchiata mentre faccio l’amore, oppure di essere legata e obbligata a farlo con la forza. Dan tutte le sere mi lega al muro con una catena ed un collare per cani, mi piace moltissimo dormire rannicchiata sul suo petto sentendo la stretta del cuoio sul collo. La mattina, se mi sveglio per prima devo aspettare che si svegli anche lui e chiedere il permesso prima di potermi alzare, anche se devo correre al bagno.
Quando mi punisce dipende dalla colpa. Una volta ne ho combinata una grave e mi ha dato duecento colpi di frustino, di solito, però, sono più leggere. So che puo’ sembrare strano ma a me piace essere colpita tanto che spesso lo facciamo anche per il mio piacere e non per punizione.”
“Ma non trova pesante vivere in questa maniera?” sbottò Stefania con veemenza subito pentendosene. In situazioni come quelle un buon giornalista doveva restare indifferente anche se quello che sentiva gli faceva aggrovigliare le budella. Fece uno sforzo e si ricompose meglio che poté “non le riesce difficile vivere in questa maniera?”
Miriam tirò un sospiro come una maestrina che aveva appena ricevuto
una domanda scema dalla bambina meno dotata della classe.
“Beh, non è che sia sempre facile, soprattutto all’inizio è stato difficile. Le persone non vengono allevate per vivere da schiave, le prime volte si tende istintivamente a ribellarsi anche se non è quello che si vuole. Con il tempo gli angoli si smussano e tutto diventa più facile, si trovano delle consuetudini, anche dei modus vivendi che aiutano a superare i problemi pratici.
Per esempio io devo sempre accorrere immediatamente quando lui mi chiama ma a volte capita che sto facendo qualcosa che non posso lasciare, un lavoro importante che richiede particolare concentrazione oppure qualcosa che a quel punto non puo’ essere lasciato a metà. In questi casi chiedo al mio padrone se è possibile avere del tempo in più: lui sa che non sempre è possibile accorrere subito ad un suo richiamo e che un mio rifiuto altererebbe i nostri ruoli. La richiesta di altro tempo rende le cose più facili perché è lui che mi consente di venire più tardi. Se lui, invece, non mi da’ altro tempo io devo correre immediatamente, ma succede di rado.”
La guardò per un attimo in silenzio poi abbassò lo sguardo sul blocco dove aveva annotato tutte le domande che via via le erano venute in mente. C’era una cosa che doveva chiederle anche se la domanda sarebbe sembrata stupida, si rendeva conto che lei finora aveva cercato di spiegarglielo ma era lei che non riusciva ad accettarlo.
“Miriam, perché lo fa!? Cosa la spinge?”
Lei ci pensò un attimo prima di rispondere dandole un’occhiata indecifrabile “Mi sembra ovvio: lo faccio perché mi va. So che da chi non prova le stesse cose, da chi non ha desideri da schiava, puo’ essere difficile accettarlo ma questa è la maniera in cui mi piace
vivere: provo piacere nell’essere dominata, un piacere di tipo sessuale. Quando sono a casa o anche quando sono lontana, per il pensiero di lui, per tutto il giorno sono in uno stato di leggera eccitazione sessuale. Ogni volta che mi chiama, ogni volta che mi da’ degli ordini sento un calore invadermi e mi bagno tutta. Questa è la differenza tra essere masochisti ed essere abusate: io ho ciò che voglio, vivo la vita che desidero e ne ho piacere, chi è abusato subisce quello che non vuole e non prova piacere.
Quando ho scelto di vivere con lui gli ho dato tutto, da quel momento
ha il pieno controllo della mia vita e puo’ fare di me quello che vuole
senza temere un mio rifiuto. Ma tra noi c’è un patto: qualunque cosa lui voglia o decida io lo accetterò perché so che sarà per il bene di tutti e due, ho fiducia che in qualunque situazione lui farà ciò che è bene anche per me.
Intendiamoci, non è che io sia completamente dipendente da lui, prendo le mie iniziative e lui è contento quando dimostro di sapermela cavare, ma lo faccio sempre sotto il suo controllo. Lui decide cosa fare ma la maniera di farla dipende da me come se c’è un problema immediato io devo rimediare di mia iniziativa, non aspetto che lui mi dia ordini.”
Stefania era sconcertata. Come si poteva metter ensazione che si stesse chiedendo se valeva la pena rispondere o no, lo guardò ancora negli occhi e riprovò quella sensazione di essere una farfalla sul vetrino che la obbligò a girarsi.
Con un gesto convulso posò il bicchiere, che aveva ancora in mano, sul tavolino davanti a sé e cercò qualcosa da dire ma prima che potesse parlare scoppiò il pandemonio.
Improvvisamente, dalle sue spalle, venne un rumore di vetri infranti.
Si girò di scatto giusto in tempo per vedere la finestra andare in pezzi e schegge di vetro e di serranda piombare dentro. Il quadro sul muro di fronte fece un rumore cristallino mentre cadeva a terra rivelando tre buchi aperti nella carta da parati verde.
Come istupidita restò a fissare il cemento ed i mattoni attraverso i fori, poi d’improvviso mancò la luce. Prima fu la stanza dove stavano a restare al buio e, alla luce che arrivava dal corridoio notò qualcosa, come una sagoma umana che si muoveva veloce. Poi anche nel corridoio la luce si spense lasciandoli completamente al buio.
Dopo qualche secondo si rese conto che un debole chiarore entrava dalla finestra fracassata ma non fece in tempo ad abituare gli occhi che si sente sollevare e tirare da una mano che le aveva stretto il polso.
“Miriam, in cantina” disse la voce di Dan dal corridoio, un’altra ombra veloce passò davanti alla finestra, diretta verso destra, e sparì.
La mano che la trascinava la lasciò improvvisamente e si ritrovò ferma a brancolare e a muoversi a tentoni nella casa buia, poi sente che la mano la riprendeva dal polso.
“Seguimi” le disse Miriam, era lei che la tirava. Al buio scese delle scale, incespicando e cercando a tentoni ogni gradino. Poi sente il cigolio sommesso di una porticina e si dovette abbassare per entrare su quello che sembrava un piccolo ballatoio. Sotto i suoi passi il pavimento risuonò con tono legnoso.
“Aspetta qui un attimo” disse la voce di Miriam, gli lasciò il polso e la sente allontanarsi. Improvvisamente ci fu una luce dal basso che rischiarò tutto e proprio davanti a sé vide una scala a pioli che scendeva in una cantina scavata nella roccia. Quando arrivò in fondo si rese conto che lo spazio non era molto, circa quattro metri per cinque, ed era quasi completamente pieno di scatoloni di varie dimensioni. Su un lato c’era un pesante portone di ferro, chiuso con una serratura a combinazione, attraverso cui non filtrava nessuna
luce.
Nell’unico angolo libero dagli scatoloni c’era un letto con le coperte rimboccate, a lato un comodino semplice, un tappeto e una poltroncina completavano l’arredamento. Sopra il letto, appeso alla parete, una stampa di un quadro di Kandinsky. Sembrava un piccolo rifugio d’emergenza e dalle scritte su alcuni degli scatoloni capì che erano pieni di scatolette e bottiglie d’acqua.
Miriam si sedette sul letto, si tolse le scarpe, rivelando due piedi piccoli curati e smaltati di blu, e ripiegò le gambe sotto di se
“Adesso aspettiamo” disse.
Lei era ancora in piedi con le braccia raccolte, vide che le indicava il posto accanto a sé. Prima di sedersi guardò verso l’alto, dal piano di sopra non giungeva nessun rumore.
Il primo uomo si muoveva lentamente cercando di orientarsi al buio. La faccenda cominciava a non piacergli. Erano dieci anni che lavorava con i Verri e finora non si era mai trovato in una situazione come quella.
Nella cosca Verri tutto era pianificato ed organizzato in maniera razionale, niente veniva lasciato al caso ma studiato nei minimi dettagli per eliminare tutti i rischi. Questa maniera di agire ne aveva fatto, in dieci anni, l’organizzazione mafiosa più forte di Milano.
Ma da un po’ il boss non era più lui, da quando gli avevano ammazzato il figlio Pietro sembrava agire più d’istinto che con la testa.
Girò un angolo di scatto puntando la pistola davanti a sé, nel buio non vide nessuno e si sente un po’ sciocco, come se stesse giocando a Starsky ed Hutch con suo figlio di dieci anni. Fu l’ultimo suo pensiero prima che la pallottola gli spappolasse il cervello con uno schiocco secco.
Dan vide la pallottola entrare esattamente al centro della fronte inquadrata nel mirino verdastro, dall’altra parte della testa ci fu come un’esplosione e pezzi d’osso e materia grigia schizzarono sul muro mentre il corpo si contorceva come una marionetta senza fili e cadeva a terra.
Continuò a muoversi silenziosamente nel buio sfruttando la conoscenza del territorio, quella era casa sua, lui la conosceva bene, gli altri no.
Gli altri tre uomini urlarono cercandosi a vicenda, capì che erano tutti al piano di sopra. Dalle voci calcolò la loro posizione, apre la porta e usci nel giardino facendo attenzione che non ci fosse ancora qualcuno all’esterno. Finora sembravano essere solo in quattro ma non poteva esserne sicuro ed era meglio essere prudente.
Si fermò nel prato, che aveva tagliato quella mattina, guardando la facciata. La casa era in periferia, isolata, e intorno non c’erano luci che potessero tradirlo. Regolò il visore notturno dall’intensificazione di luce alla rilevazione infrarossa e lo puntò contro le finestre. Adesso ogni tanto vedeva dei bagliori apparire fugacemente contro le finestre quando qualcuno passava dietro le tende, un altro bagliore verdognolo apparve e scomparve fugacemente alla finestrella del bagno e sembrò dirigersi verso il corridoio. Tre secondi dopo la luce riapparve contro la finestra delle scale e restò ferma al centro, la parte superiore ondeggiò leggermente mentre l’uomo si guardava intorno indeciso.
Dan alzò il fucile, mirò al centro dell’ondeggiamento e fece fuoco a raffica. Tre pallottole dum dum fatte in casa attraversarono il sottile vetro della finestra e colpirono l’uomo alla testa spappolandogliela. Nello spasimo della morte, cadendo, il dito si contrasse sul grilletto e una vampata di infrarossi filtrò attraverso le tende mentre una dozzina di proiettili di kalashnikov si piantavano nei muri e nei mobili del corridoio.
“Bastardo!” disse mentalmente pensando all’albero di cocco che aveva messo in vaso sul pianerottolo appena tre giorni prima. Ci fu ancora qualche traccia verdognola sul visore quando partirono un altro paio di colpi, poi il silenzio fu rotto solo dalle urla preoccupate dei due uomini superstiti. L’M16 di Dan era dotato di silenziatore e i colpi facevano troppo poco rumore per essere uditi, ma i kalashnikov no e certamente avevano riconosciuto il rumore delle raffiche.
Rientrò in casa silenziosamente.
Dalle urla capì che i due rimasti erano allarmati, continuavano a chiamarsi a vicenda e avevano capito che qualcosa era successo agli altri due che non gli rispondevano. Tenendosi in contatto a voce si riunirono e scesero al piano terra. Si chiese come mai non fuggissero, ormai era chiaro che l’attentato era fallito e restare le rischiando di essere ammazzati non aveva molto senso.
Al riparo dell’oscurità, di lato contro il muro, li vide avanzare sullo schermo verde ad intensificazione di luce cercando di individuare qualcosa nel buio. Probabilmente avevano ordini precisi e nessuno dei due sarebbe potuto tornare indietro in caso di insuccesso.
Sul letto della cantina Miriam accarezzò leggermente i capelli di Stefania provocandole un sussulto improvviso, il rumore della raffica seguita dal colpo del corpo che cadeva giù per le scale l’avevano agghiacciata di terrore. Cominciò a girare la testa da una parte all’altra con preoccupazione.
“Calmati” disse Miriam con voce dolce “sta finendo ormai.”
Stefania si girò e le lanciò un’occhiata perplessa, ne sapeva quanto lei, come faceva a sapere se le cose andavano bene o male? Lo sguardo doveva esprimere il suo stato d’animo perché l’altra spiegò “Vedi, so ricono il collo era uno dei suoi punti deboli, accarezzarglielo era un ottimo sistema per farla rilassare. Miriam conosceva la casa, conosceva Dan…
probabilmente aveva ragione ad essere tranquilla, decise di fidarsi.
Lentamente la mano si spostò davanti, poi sulle orecchie e poi ancora indietro scendendo leggera lungo la spina dorsale tra le scapole.
“Però, ci sa fare…” pensò abbandonandosi alle sue coccole. Non incontrando resistenza via via Miriam prese confidenza con il suo corpo e la sensazione migliorò. Un brivido l’attraversò dalla schiena alle dita dei piedi. Quando la mano scese in basso il brivido roteò, crebbe e si concentrò davanti nel basso ventre. Adesso le mani di Miriam si erano spostate davanti, le aveva preso a coppa i seni e aveva cominciato a strizzarle delicatamente i capezzoli.
Senza riuscire a fare nulla per impedirglielo si sente allentare i bottoni della camicetta e una mano calda si insinuò dentro. Non portava reggiseno e i seni nudi, con i capezzoli ritti, balzarono subito fuori liberi.
Il tocco indugiò sulle mammelle, come se Miriam fosse stupita di non trovare alcuna resistenza. Con un gemito d’incoraggiamento e gli occhi chiusi si lasciò andare indietro sul cuscino mentre la bocca dell’altra donna cominciava a scendere dal collo verso il petto lasciando una traccia umida.
Quando le labbra si chiusero intorno al capezzolo sinistro, Stefania sente una scossa elettrica che le fece inarcare la schiena e le provocò un fiotto liquido tra le cosce. Era sempre cose quando glieli succhiavano con abilità.
La prima volta era stato quando Antonella, la sua compagna di camera dell’università, le aveva rivelato la sua bisessualità e le era saltata addosso. Avevano tutti e due vent’anni e Stefania fino ad allora non era mai stata sfiorata da pensieri lesbici ma, con suo grande stupore, non si era tirata indietro. Sentiva che stava facendo qualcosa di sbagliato ma non riusciva ad opporsi, non poteva rinunciare al piacere che l’altra le stava dando, non voleva resistere. Antonella era molto abile, molto più di tutti quei ragazzetti imbranati con cui era stata fino ad allora, conosceva tutti i punti caldi del corpo di una donna e quella notte l’aveva sfiancata con un numero incalcolabile di orgasmi.
Avevano vissuto insieme per altri quattro anni, in quel periodo tutte e due avevano avuto diversi ragazzi ma nessuno aveva mai saputo delle loro notti segrete. Nessuna delle due, però, era granché sbilanciata dal lato lesbico, preferivano le storie con i maschi e non avrebbero mai potuto vivere esclusivamente con una donna, quando si erano lasciate per Stefania era stato come perdere un’amica non un’amante.
Ogni tanto ancora si sentivano, lei adesso era sposata e conduceva una vita sessuale piuttosto libera: un solo uomo ma molte amanti donne.
Lei, invece, non aveva più avuto esperienze lesbiche fino a quella sera.
Miriam cominciò a succhiare alternativamente i capezzoli e mentre era con le labbra su uno stuzzicava l’altro con le dita. Stefania sente la mente annebbiarsi, la schiena si inarcò sotto i colpi delle stimolazioni più forti mentre tra le cosce ormai era un continuo di fiotti liquidi.
Sente che stava scolando: amava portare mutandine molto sottili e trasparenti, quasi un velo fatto di nulla, che quando si eccitava si inzuppavano e non riuscivano a trattenere i liquidi. Tante volte le era capitato di eccitarsi mentre camminava per strada e sentire rivoli staccarsi e scivolare giù lungo le gambe.
In un lampo di lucidità pensò ancora che avrebbe dovuto reagire e controllare la situazione ma non poteva, non ci riusciva. Dopo tanti anni ricordò cosa le piaceva del sesso fatto con Antonella: l’incredibile capacità che avevano le mani di una donna di rilassarla ed eccitarla insieme.
Una donna conosceva tutti i punti giusti da toccare e non andava di fretta e superficialmente come un uomo, e poi non c’era stress, niente paure di un dopo o di una conseguenza: per lei una storia con una donna era senza nessun domani, solo piacere da prendere e da dare.
Dopo mesi, anni di stress, anche a causa di una storia che aveva avuto con un ingegnere e che, per fortuna, era morta quasi sul nascere, voleva rilassarsi e farsi trascinare dalla corrente delle sensazioni in cui Miriam la stava avvolgendo. Con decisione improvvisa smise di chiedersi perché o percome, dimenticò quello che stava avvenendo di sopra, accettò il turbine e ne segue la corrente, roteando, galleggiando in essa e cercando solo di viverla.
Quando Miriam per un attimo staccò la bocca e le mani istintivamente inarcò il dorso offrendo ancora i capezzoli ormai eretti in maniera gigantesca. Quasi si sente ansimare per riavere il contatto perduto.
L’altra la guardò mentre si contorceva nello spasimo, aveva deciso di scendere tra le cosce e leccarla ma quando cominciò a pregarla di continuare si fermò indecisa. Abbassò di nuovo la bocca e prese un capezzolo tra i denti provocando un’altro spasimo ed un urlo strozzato.
Stefania aveva sempre avuto dei capezzoli grossi e molto sensibili che spiccavano sopra un seno quarta misura. Gli uomini li avevano sempre adorati, lei li chiamava le sue caramelline e le piaceva addolcirli, per gioco, con gocce di miele e marmellata. Una volta aveva messo nutella, marmellata di pesche, miele e dolce di latte ai quattro angoli delle areole e si era presentata con i “capezzoli alle quattro creme”. C’erano voluti molti ‘assaggi’ prima di stabilire quale era l’accostamento migliore, ancora la ricordava come una delle migliori scopate della sua vita.
Peccato che tanto sfoggio di fantasia da parte sua invariabilmente non fosse ripagato tranne che per il fatto che i maschi le si attaccavano come con l’attak: aveva fatto una fatica bestiale per scaricare quel tizio che alla fine, malgrado i ripetuti ‘assaggi’, come tutti gli altri non si era dimostrato granché a letto.
Era il solito che si credeva un grande amante ma che, nonostante le premesse (macho, alto, muscoloso, bel viso maschio, ben dotato) non andava oltre il solito tum tum. Era la storia della sua vita: si ritrovava sempre ad aver fatto uno spreco di fatica per uomini senza fantasia.
Miriam invece era un’esperta. Riprese a succhiare leggermente aumentando piano piano la forza del risucchio alla ricerca della soglia del dolore. Solo quando succhiò e tirò con una certa forza Stefania si lamentò rumorosamente; a quel punto, mantenendo la pressione, cominciò a roteare la testa schiacciando il seno con le guance e il naso in un massaggio che le strappò un gemito più forte ed una lunga serie di brividi. Le mani si contrassero spasmodicamente a stringere lenzuola e coperte.
La bocca saltò a destra e sinistra poi si staccò improvvisamente lasciandole sfuggire un gemito di disappunto. Stavolta, senza farsi fermare dalle sue proteste, scese con la lingua tra i seni e poi più giù sulla pancia lambendola, mordicchiandola con le labbra o, più forte, con i denti.
Lentamente, con metodo, copre l’intera superficie stuzzicando con la punta della lingua l’ombelico, scendendo in basso fino all’inizio del triangolo del pube e costeggiandolo con una serie di morsettini.
Stefania inarcò a punta delle unghie laccate di rosa con l’intero palmo.
Si gustò la sensazione. Il brivido di piacere iniziava dalla nuca in giù verso lo spacco tra i glutei. Stefania amava gli uomini, non avrebbe mai potuto vivere una storia solo al femminile, come alcune lesbiche che conosceva, ma doveva ammettere che fare l’amore con una donna era tutta un’altra cosa. Una donna sapeva alternare momenti di eccitazione a momenti di rilassamento, non era come un uomo che si sarebbe già lanciato a caccia della sua vagina.
La sente scendere giù tra i glutei fino al buchino e trattenne il respiro quando scese ancora più giù. Con sua enorme frustrazione, però, al momento critico Miriam evitò accuratamente di toccarla girando più volte tutto intorno alla vagina e facendoci solo qualche puntata rapida.
Lentamente, quasi dileggiandola, le dita scesero sempre più sulla pelle delle gambe, poi sente che il corpo si piegava cominciando a mordicchiarle l’interno delle cosce. La sente allungarsi, la pressione dei seni si spostò sulla pelle della pancia con i capezzoli induriti che sfregavano contro l’ombelico e tracciavano una strada verso il triangolo del pube. Ad occhi chiusi percepì che si girava e si stendeva ancora su di lei massaggiandola con tutto il corpo come se volesse iniziare un massaggio tailandese, ma poi, d’improvviso, ci fu
un movimento rapido e la lingua, che un attimo prima era all’interno delle cosce, arrivò decisa e precisa sul clitoride. Fu come un colpo, sente una scossa e un fiotto di liquido le allagò la vagina mentre lanciava un urlo strozzato.
Nello stesso momento da sopra arrivò un forte tonfo.
Dan stava studiando i due. Sembrava che fossero incerti sul da farsi.
Sapevano che non potevano tornare dal vecchio Verri a dirgli che la giornalista che aveva osato gioire della morte del figlio era ancora viva, ma in quell’oscurità non potevano fare molto.
Spalla contro spalla restarono al centro del soggiorno mantenendo una statica posizione di difesa.
Li osservò per un po’, sempre al riparo dell’oscurità, poi sparò un colpo, attutito dal silenziatore, ad un orribile soprammobile che gli era stato regalato da sua zia e che non aveva potuto fare a meno di mettere sul caminetto. Il suono metallico della statua che si spezzava fece saltare i nervi ad uno dei due che urlò, sparò a raffica verso il rumore e si lanciò contro il vetro della finestra finendo addosso al vecchio aratro che era stato parcheggiato le sotto per essere riparato.
L’urlo strozzato e la vista del corpo infilzato furono troppo per l’uomo sopravvissuto. Gettò il mitra a terra e a mani alzate gridò.
“Basta, mi arrendo. Non mi fate del male mi arrendo” nel visore lo vide inginocchiarsi e mettere le mani sopra la testa.
“Mi arrendo” ripeté, non avendo risposta, con un filo di angoscia nella voce, e poi “Mi arrendo… mi arrendo…” continuò a ripetere a cantilena
“Stai fermo!” gli urlò dopo un po’ e l’uomo si immobilizzò azzittendosi di colpo. Aspettò per essere sicuro che non ci sarebbero state sorprese.
“Chi sei ?” chiese stando sempre a distanza di sicurezza.
“Antonio Barba…” il tono era incerto, esitante
“Perché siete venuti qui?” ogni volta che parlava cambiava posizione, c’era il rischio che l’uomo stesse facendo una commedia e non gli voleva dare l’opportunità di individuare la sua posizione dalla voce.
“Perché siamo…?” il tono era francamente stupito. Aveva creduto che fossero finiti in una trappola della polizia, ma se era una trappola, se li aspettavano, allora perché glielo chiedevano? “cercavamo la giornalista” disse alla fine con voce dubbiosa “il capo la vuole morta e ci ha ordinato di…”
“Chi è il capo?” urlò Dan senza dargli tregua “Il capo… Verri. Voleva vendicarsi perché quella gli ha insultato il figlio e…”
Non ci fu nessuna risposta, l’uomo in ginocchio attese per un po’ ma nella stanza non si udì più nessun suono. Alla fine riprese “…e cosa doveva fare? Quella zoccola l’ha…”
“Stai zitto!!” urlò Dan, poi fu un attimo: l’uomo abbassò le mani ed impugnò un uzi che aveva nascosto nella cintura. In un solo movimento si girò e sparò a raffica verso il punto da dove erano arrivate le ultime parole. In risposta Dan, da un’altra posizione, gli scaricò addosso le due canne del fucile da caccia caricato a pallettoni che gli aveva sempre tenuto puntato contro, spaccandogli il petto in due e proiettandolo dietro il divano e, con un tonfo sordo, contro la parete.
Adesso Miriam stava accarezzando con la punta della lingua le grandi labbra di Stefania. Con un movimento lento solleticò i peli che ricoprivano la vulva trasmettendole tante piccole scosse. Poi, muovendosi in maniera concentrica, scese a leccarle la vagina lambendo le piccole labbra e, restando bassa senza spingersi in alto verso il clitoride, iniziò un esasperante andirivieni dall’interno delle cosce alla vagina. Senza affondare le trasmetteva sensazioni solo con lo sfioramento dei folti peli scuri.
Per Stefania era una sensazione pazzesca, come essere eccitata continuamente ma non a fondo, avvertiva il piacere che le suscitava la lingua ma non ce n’era mai abbastanza da arrivare all’orlo dell’orgasmo. Era costretta a sentire e a non sentire, ad appigliarsi alle poche sensazioni più forti che ogni tanto sfuggivano al controllo di Miriam e che le provocavano nuovi fiotti liquidi. Tra le cosce, ormai, era tutto un rumore liquido, le sembrava di essere un mare, una cascata… apre uno spiraglio tra le palpebre e vide la bocca di Miriam muoversi rapida tra le cosce luccicante dei suoi liquidi che coprivano labbra e guance.
Attese un po’ che si decidesse ad affondare, sobbalzò invitante ogni volta che la lingua passava nei pressi del clitoride, poi, quando sembrò che non avesse nessuna intenzione di passare a qualcosa di più pesante, cominciò a manifestare il proprio disappunto con dei gemiti che presto diventarono dei grugniti d’implorazione.
Disperata le prese la testa tra le mani e cercò di obbligarla a muoversi sulle parti più sensibili ma lei si divincolo con facilità e tornò all’estenuante andirivieni. Poi, improvvisamente, una sensazione fortissima la squassò quando la lingua, senza preavviso, si spostò e raggiunse il clitoride. Con furia, quasi con violenza, Miriam cominciò a lambirlo dal basso in alto, poi da destra a sinistra, ora premendolo contro il pube ora solo sfiorandolo, facendola boccheggiare e spingere istintivamente il bacino contro la punta indurita.
Nelle nebbie dell’eccitazione si rese appena conto della sua abilità, l’aveva portata al limite estremo del parossismo, l’aveva quasi fatta pregare per un orgasmo e adesso, quando era sensibilissima, stava aggredendola con un impeto feroce, con forti tocchi portati direttamente dove desiderava.
Letteralmente gemette sotto i colpi della lingua che le schiacciava il clitoride indurito contro l’osso pubico, poi, in un parossismo indicibile, le labbra presero il posto e Miriam cominciò a succhiare tirando il clitoride a destra e sinistra come se stesse facendogli un pompino. Rumori liquidi sempre più forti risuonarono alle sue orecchie, colonna sonora del calore che cresceva e l’avvolgeva, poi la testa le iniziò a sbattere a destra e sinistra in maniera incontrollabile.
Quasi sull’onda dell’orgasmo, lanciò un urlo di disperazione quando Miriam smise di stuzzicarla con la lingua sul clitoride lasciando solo due dita ad accarezzarle l’apertura della vagina. All’improvviso fu dentro di lei, ebbe coscienza di un qualcosa dentro che arrivava facilmente in un punto e cominciava a spremerlo con veemenza. ‘Cazzo!
Aveva trovato subito il punto G!’ Non un momento d’incertezza, d’insicurezza: un attimo ed era sulla picc .. ‘Cazzo!!
Un orgasmo multiplo…’
Dopo crollò ma Miriam non accennò a fermarsi. Continuò a stuzzicarla e dopo pochi secondi la sensazione ritornò: il sapiente gioco di lingua sul clitoride, due dita sul punto G e altre due a rovistarle nel culo la riportarono rapidamente sull’onda dell’orgasmo, e poi ancora giù e su, giù e su… finché alla fine, distrutta, con la vagina dolorante e sensibilissima, non l’implorò di smettere.
Era sfinita, aveva goduto non sapeva nemmeno quante volte e la vagina le faceva tanto male che il clitoride non poteva nemmeno essere sfiorato.
Miriam le fece un sorriso amorevole, da amante, la prese tra le braccia e la strinse, quando avvicinò la bocca per baciarla sente l’odore pungente dei succhi che ancora la ricoprivano. Per dieci minuti restarono nude e abbracciate sul letto, Stefania con la testa sulla sua spalla, fin quando un rumore sommesso annunciò l’apertura della porticina di ferro e la testa di Dan apparve sul ballatoio facendogli una smorfia canzonatoria.
Non fece nulla per coprirsi, emise solo un gemito di disapprovazione all’ipotesi di alzarsi. Poi chiuse gli occhi e continuò a deliziarsi del dondolio che la stava cullando.
Miriam alzò la testa e lanciò un’occhiata a Dan alzando le spalle.
Sorrise quando lui ammiccò.

Mezz’ora dopo i dintorni erano pieni di polizia ed ambulanze che raccoglievano i morti.
Dan e Miriam iniziarono a fare l’inventario dei danni mentre Stefania era con il giudice istruttore che l’interrogava. Erano danni ingenti, riparare tutto avrebbe richiesto tempo e soldi, molti soldi.

Tre giorni dopo Stefania, Dan e Miriam si ritrovarono nel ristorante sotto il giornale. Loro due le avevano telefonato in ufficio e l’avevano invitata a pranzo.
“Non so come ringraziarvi, chissà cosa sarebbe successo senza di voi”
era sincera, erano tre giorni che viveva con la consapevolezza di essere viva per miracolo.
In quei tre giorni si era messa ad indagare e aveva scoperto che Dan non era esattamente il proprietario di una ditta di trasporti che voleva sembrare, o almeno non solo questo.
Il suo curriculum era impressionante: ex paracadutista, campione europeo di soft air, istruttore ed olimpionico di tiro pratico e di tiro con l’arco. Era un collezionista d’armi piuttosto noto nell’ambiente e cintura nera sesto dan di full contact. Laureato in ingegneria chimica aveva al suo attivo un paio di brevetti per polveri da sparo modificate di alta qualità che erano stati dati in licenza a mezzo mondo. Forse anche chi li aveva aggrediti sparava con la sua polvere.
“Non ci pensi, è stato piuttosto facile”
“Facile ? Ma quelli erano degli assassini e…”
“Se, se… certo… assassini abituati ad ammazzare commercianti, padri di famiglia o giornaliste indifese” disse mettendo un lieve tono canzonatorio nella voce “ma le cose cambiano quando l’avversario non si fa intimidire facilmente. A proposito, posso confermarle che cercavano proprio lei, li mandava un ‘certo Verri’…”
“Verri…” lanciò un’occhiata alla scorta di polizia che la seguiva da tre giorni e scosse la testa sconsolata “forse dovrò trasferirmi… Ma lei perché non l’ha detto alla polizia? …anzi, come ha fatto a saperlo con sicurezza!?”
“Non posso, dovrei dare troppe spiegazioni. A lei, alla polizia, io sono un tipo diretto… non mi piacciono le troppe complicazioni. Il ‘signor’ Verri ha deciso di venire a casa mia non invitato accumulando un debito che andrà saldato”
“Un debito? Ma non ha paura che le possano fare qualcosa?” quando era arrivata si era meravigliata che loro fossero senza scorta.
“Vede, la mafia ha la memoria lunga ma ha un suo codice. Non c’è stato sgarro, noi ci siamo solo difesi, se i loro uomini sono morti la colpa è soltanto loro, incidenti del mestiere. Diverso sarebbe stato se li avessimo fatti fuori in un agguato, in quel caso non si sarebbero fermati finché non li avessero vendicati.
Ma anche se non ho niente da temere resta il fatto che hanno violato la mia casa, sono loro che hanno compiuto uno sgarro a me e Miriam e questo non puo’ essere lasciato correre. Ci guadagnerà anche lei: tra qualche giorno potrà stare molto più tranquilla.”
“Tra qualche giorno?”
“Tra qualche giorno…” disse Dan in tono definitivo e chiuse l’argomento per tutto il pranzo
La settimana successiva Santino Verri, settantenne capo della cosca dei Verri, saltava in aria nella sua macchina blindata. Qualcuno aveva aperto l’auto come una scatola di sardine lanciandogli una bomba perforante o un proiettile anticarro, ancora non era chiaro. Poi aveva riempito l’interno di napalm, Verri era morto letteralmente bruciato vivo.
Alla notizia Stefania ebbe un brivido: non ebbe dubbi che l’oltraggio era stato ripagato.
Seduta alla scrivania guardò il buio fuori oltre la finestra e si rese conto che anche la sua paura e la sua ansia erano finite.
Si appoggiò contro lo schienale della poltrona e tirò un sospiro: adesso capiva perché si sentiva inquieta quando stava con Daniele. Era una sensazione che non aveva mai sentito per nessun altro uomo, tranne suo padre da piccola, e che aveva avuto bisogno di tempo per comprendere: in ogni occasione, in ogni momento, in qualsiasi situazione averlo accanto riusciva a farla sentire protetta.
Gettò un’altro sguardo fuori, il sole era ormai calato e sulla scrivania l’attendeva il solito cumulo di carte che rappresentava parte del suo lavoro del giorno.
Non era sua abitudine ma quella volta, quella unica volta nella sua vita, invidiò un’altra donna, invidiò Miriam…

Checché ne possiate pensare il grosso della storia è tutto vero.
Intendiamoci, ovviamente le situazioni (sparatorie ecc.) sono inventate ma tutto l’arzigogolare sul Sm e le descrizioni sessuali sono presi pari pari dalla realtà. Anche il personaggio di Miriam è strutturato su una persona realmente esistente (Dan e Stefania, invece, sono inventati di sana pianta) anche se onestamente non so se sia bisessuale (masochista lo è sicuro)

Diciamo che l’intenzione originale era quello di spiegare come è davvero un rapporto SM. Poi, visto che trovo piuttosto noioso scrivere di sesso tout court ,ci ho ficcato una storia di contorno.

Spero vi sia piaciuta e abbiate passato dei momenti divertenti, domani è un altro giorno e fuori ci aspetta il mondo solito…

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