Dimenticare Parigi: la svolta


La mattina dopo mi svegliai con un gran mal di testa. Troppo emozionante da tutti i punti di vista la notte appena passata. Io e mia sorella Alessia nello stesso letto, nudi e alle prese con un petting piuttosto pesante. Se l’avessero saputo i miei, se mi avessero visto, a cavalcioni del suo petto e con il cazzo affondato nella sua bocca. Se la avessero vista, mentre mi teneva stretta la testa alla fica nel momento dell’orgasmo. Meglio non pensarci.
Mi alzai dal letto, mi lavai velocemente e proprio mentre stavo per varcare la soglia della stanza,
Ale si mosse: “Mhhh, buongiorno. Dove stai andando?”.
“A fare l’intervista, tesoro. Tu continua a dormire, che tra poche ore sarò di ritorno”.SEx
“Ma non mi dai neanche un piccolo bacino..?”.
“No Ale, perché se mi avvicino finiamo a rimpiangere quello che è successo ieri sera. Te l’assicuro”.
“Che vuoi dire?”.
“Niente, solo che forse abbiamo esagerato”, dissi io cavalcando un impeto di consapevolezza che, tipico del fratello maggiore, sapevo sarebbe però crollato alla sua prima mossa.
“Scommettiamo che stasera la penserai in modo diverso?”, disse Ale ridendo.
“Eh, scommettiamo. Ma non mi chiedere cosa, è meglio. E poi non ho tempo, devo
scappare”.
“Ciao allora… ci vediamo più tardi… .”.
Alessia si rimise giù, mentre io richiudevo la porta della stanza seguito dal suo sguardo bonario che sembrava voler dire: “Vedremo se sarai capace di portare avanti la tua idea”.
La risposta? Per la verità, io già la conoscevo: era un no. Un no secco, assolutamente inflessibile.
E con questi pensieri confusi mi avviai al campo di allenamento del Paris St. Germain. Dove trovai, gentilissimo, il general manager della società parigina, che mi offrì un caffè e mi accompagnò nel salotto dell’edificio che ospitava la squadra, già in ritiro prima di una importante partita del campionato. Pochi minuti dopo, seguito da uno stuolo di giornalisti del luogo, arrivò il mio “compaesano” calciatore. Poche chiacchiere e poi via con le domande. A cui il ragazzo con le “meches” bionde che gli cadevano sul volto, rispose con molta tranquillità, smentendo categoricamente un suo prossimo ritorno in Italia. Anzi, chiedendomi da chi avevamo saputo questa notizia, visto che il pomeriggio stesso era atteso in sede per firmare il nuovo contratto con la squadra francese. Anche questo era uno scoop. Potevo ritenermi soddisfatto, ma continuai a fargli domande sulle squadre di calcio italiane per cercare inconsciamente o no, di ritardare il mio ritorno da Alessia. A darmi una mano in questo senso fu il dirigente del Paris che m’invitò a pranzo con la squadra, dandomi la possibilità di incamerare ulteriori informazioni sulla squadra e sui suoi giocatori. Fu un taxi a riportarmi verso il mio albergo, e l’ascensore ad accompagnarmi alla mia stanza. Erano le due del pomeriggio, e Alessia mi aspettava. Mi saltò addosso, mi baciò (sulla guancia) e uscimmo. Mentre camminavamo per le calde e affollate strade del quartiere Operà la guardavo: era splendida, alta, coi capelli freschi di shampoo, una maglia verde incapace di nascondere le tette e addosso un paio di jeans sdruciti che le modellavano il bel culo. La desideravo, purtroppo. Avrei voluto tornare in albergo e perdermi nel letto con lei. Ma non potevo dirglielo, naturalmente.
“Allora? Ti sei ripreso dallo choc?”, mi chiese Alessia abbracciandomi mentre eravamo in piedi sul battello che partiva dal Pont Neuf.
“Si Ale, sto meglio. Ma ti devo confessare che è tutta la mattina che penso a quello che è successo ieri notte”, le risposi accarezzandole i capelli.
“Ma và? Davvero? Devi stare attento, però: non vorrei che ti sconvolgessi troppo..”, mi disse con un sorriso malizioso.
“Quanto sei scema… Guarda che io mi preoccupo anche per te: perché penso che se andiamo fino in fondo a questa storia, non so se riuscirai a liberarti di me, anche a Roma”.
“Meglio così, non vedo dove sia il problema. Stiamo bene insieme, ci conosciamo da sempre, che male c’è se voglio che sia tu ad aiutarmi a passare questo momento difficile?”.
“Ale, il problema non esisterebbe se l’aiuto che mi chiedi non fosse di un particolare tipo..”.
“Io penso che se la cosa rimane tra noi, è soltanto un bel modo di stare insieme, traendone anche piacere. Insomma, tu mi piaci, da sempre. E credo che la cosa sia ricambiata. O sbaglio?”.
“No Alessia, sei una delle più belle ragazze che io abbia mai visto in vita mia”.
“E allora basta, non parliamone più. Godiamoci questa vacanza e quello che succederà, succederà… “.
Cambiammo discorso, ricordando le vacanze fatte insieme, le litigate da piccoli, raccontandoci i nostri sogni e le nostre delusioni. Ma erano le quattro di pomeriggio, e le prime ombre della notte cominciavano a scendere su Parigi. E ci colsero appoggiati a un bistrot del centro, bicchiere in mano, gli occhi negli occhi e le nostre bocche sempre più vicine. Troppo vicine, per essere fratello e sorella.
Da quel momento in poi, giuro, tutto successe con grande naturalezza. Chiamammo un taxi, salimmo, e appena arrivammo all’albergo la trascinai per mano fino alla stanza. Richiusi la porta alle mie spalle e la guardai: si appoggiò con la schiena al muro, sbottonò la
camicia verde che aveva addosso e la buttò per terra, liberando le sue pesanti tette, si tirò giù la lampo dei jeans e rimase così. A guardarmi fisso con una luce strana negli occhi. Una luce fatta da raggi di voglia e curiosità.
Era qualcosa di assolutamente irresistibile, almeno per me. E così le andai incontro, cominciai a baciarla sul collo e a massaggiarle le tette nude. Poi ci guardammo per un istante lungo un giorno, quasi per chiederci la reciproca, definitiva “autorizzazione”. Che arrivò.
E allora le nostre lingue si incrociarono, scontrandosi furiosamente fuori e dentro le nostre bocche.
Mi tolsi la camicia, e Alessia ne approfittò subito per strusciarmi le tette sul petto e passarmi la lingua sui capezzoli. Poi si inginocchiò ai miei piedi, continuò a leccarmi la pancia, il pube e, infine, tirandomi giù i pantaloni, mise una mano nei boxer e mi tirò fuori il cazzo. Fu quello, il momento della decisione.
“Allora, fratellino, io sto per prendertelo in bocca. Se ti vuoi fermare, è la tua ultima possibilità..”.
La risposta fu affidata alle mie mani, che le presero la testa avvicinandola al mio cazzo: “Succhiamelo Ale… si.. prendilo tutto..”.
Alessia sorrise, afferrò il cazzo con una mano e tirò indietro la pelle scoprendo la cappella. Se la strusciò lentamente sulle guance, sulle labbra e, finalmente, se lo fece sparire in gola.
Mai provata una pompa così: leccava, succhiava, agitava la lingua impazzita sulla cappella imprigionata tra le sue guance. Poi afferrò le mie chiappe ormai nude e cominciò a fare avanti e indietro, ingoiando ogni volta il cazzo fino alla base. E il tutto era reso ancora più travolgente dal movimento frenetico delle sue tettone e dalla sua mano, che con due dita si scopava la fica e con il palmo si massaggiava ritmicamente il monte di Venere. Io ormai c’ero, sentivo lo sperma spingere e salire rimontante dalle palle. E così la fermai, cercando di rallentare i tempi del pompino: “Oddio Alessia… fai piano..ti prego.. se continui così vengo..”.
Lei, staccandosi per un momento dal cazzo, e con le labbra fradice di saliva mista a sborra, rispose: “E’ proprio quello che voglio, non l’hai capito? Forza, continua a scoparmi in bocca e riempimela di sborra”.
Detto questo si rituffò sul mio cazzo e riprese a succhiarlo. Io, in preda a una vera e propria tempesta ormonale, mi adeguai e ripresi a fotterla in bocca.
“Oh sì Alessia… così mi fai godere… continua a succhiarmi il cazzo… si… cosiii”.
“Dai fratellino… dai che sto per venire anch’io… “.
“Ahh… ciuccia tesoro… .ciuccialo così … fammi venire dentro … dai che ti sto per schizzare in bocca”.
“Si, dammela che te la ingoio tutta… ecco… esplodo anch’io… ci sono quasi ..dai che veniamo insieme… .”.
“Si… eccola Alessia… ecco la sborra del tuo fratellino… prendila tutta… è tutta tua Ale… è tutta tuaaaaaa”. Le infilai tutto il cazzo in gola con l’ultima spinta e le sparai in bocca una valanga di sborra. Cinque, sei, dieci fiotti. Che Alessia, in ginocchio davanti a me con le gambe serrate intorno alla sua mano per assecondare l’orgasmo, non riuscì a contenere tutti. Ingoiando i primi, più consistenti, e sparandosi gli altri schizzi sulle tette nude.
“Che goduta fratellino… .mi hai fatto bere un litro di sborra… .meno male che non volevi esagerare?!”.
“Ti adoro Alessia, sei fantastica. Giuro che è stato il pompino più eccitante della mia vita”.
“Adesso non vorrai fermati, spero!”.
“No, adesso voglio conoscere tutto il corpo della mia splendida sorella”.
Le tolsi i jeans e ci buttammo nudi sul letto. Lei si stese a pancia in su e mi tirò il bacino verso il suo petto. “Cominciamo da qui, allora. Mettimi il cazzo tra le tette, che lo ritiriamo su”.
Non ce n’era granchè bisogno, per la verità. Perché dopo quelle parole era già bello che ripreso. Duro come il marmo, a tal punto che per riuscire ad appoggiarglielo nel morbido solco dovetti spingerlo un po’. Lei si avvicinò i due splendidi meloni e me lo strinse in mezzo, cominciando a fare su e giù senza sforzi. Facilitata dalla sborra che le avevo schizzato addosso pochi minuti fa e che faceva scivolare senza problemi il cazzo tra le sue bocce. Cominciai anch’io a muovermi avanti e indietro, sconvolto dal piacere fisico e dall’idea di essere in mezzo alle tette di mia sorella che mi stava facendo una spagnola da delirio.
“Che belle bocce che c’hai Ale… ti piace fartele scopare eh??..”.
“Siii… adoro sentire il tuo cazzo fra le tette… .spingi… ..più forte… così, che voglio leccarti un po’ la cappella..”.
Non me lo feci ripetere: le diedi qualche altro colpo fra le tette e lo rinfilai nella sua bocca di fuoco.
“Sii tesoro… ciucciamelo ancora… così… . hai due labbra fantastiche..”.
“Mmhh… lo so fratellino… mhhh… lo so… “.
Ero già pronto a schizzare di nuovo, e avvisai mia sorella che continuava a pomparmi il cazzo senza darmi tregua: “Ale godo… o ti fermi o ti faccio bere di nuovo… “.
Si fermò: “No, se permetti adesso voglio offrirti io qualcosa da bere”.
Aveva detto tutto. Mi spinse la testa verso la sua fichetta quasi glabra e cominciai a leccargli con foga le labbra, succhiargli il clitoride e baciargli l’interno delle cosce.
“Mhh…infilami la lingua dentro tesoro… scopami così”.
“Si Ale… ti chiavo con la lingua… te la apro tutta”.
“Uhh fratellino, così… più veloce… .più veloce che vengo… “.
“Vieni amore mio… spingi anche tu… spingi… dammela tutta”.
“Eccola tesoro… arriva… siii… è tanta… calda… bevila tutta… ecco… prendilaaaa..”.
La presi. Un mare di broda si riversò sulla mia lingua, mentre Alessia urlava a pieni polmoni tutto il suo piacere.
“Oddio non ce la faccio… così mi fai morire”, sussurrò mia sorella. Il suo cuore batteva veloce, tambureggiante. Respirava affannosamente, cercando di incamerare ossigeno per riprendersi
dall’orgasmo devastante. Era splendida, distesa senza forze sul letto. Inerme,
con le grandi tette ancora umide e le labbra arrossate dai precedenti, approfonditi contatti ravvicinati con il mio cazzo. Gliele baciai dolcemente, e istintivamente mi chinai ancora a succhiarle i capezzoli. Prima uno, poi l’altro. Lei mi afferrò i capelli e mi incitò a ricominciare: “Ho ancora voglia, ti prego, leccamela ancora un pò”.
Le infilai ancora la lingua nella fica, abbrancandole le chiappe. Lei si scaldò subito, ma quando capii che stava per sborrarmi ancora in bocca, mi scostai e le salii sopra.
“Noo… che fai… non ti fermare adesso… sto quasi per godere..”.
“Lo so, è per questo che sono venuto qui, vicino a te”.
Mi presi in mano il cazzo, lo strinsi alla base e glielo infilai tutto nella fica, cominciando a pomparla.
“Che dici Alessia, va meglio così?”.
“Ohh… siiii… ti sei deciso a scoparmi… la mia fichetta non aspettava altro… “.
“E’ fradicia, la tua fichetta… è calda… te la scopo Alessia… te la scopo tutta…”.
“Sii… .scopamela… spingi… .così… spingi amore… cosi..”.
“Ahhh… che bello Ale… ti fotto… ti sto aprendo la fica… “.
La chiavavo con foga, assestandogli dei colpi violenti, mentre gli leccavo le tette.
“Ti piace Alessia? Ti piace sentire il mio cazzo tra le cosce? Dimmelo sorellina, dimmelo..”.
“Si… si… mi piace… ma continua così … più ondulatorio… più forte”.
“Si Ale… ..spingi anche tu, che adesso ti faccio il pieno…ti allago la fica… daii”.
“Così amore…. ecco… più forte… dai… ..sto per godere… .esplodooooo”.
Un attimo e il mio cazzo fu inondato dalla sua sborra. Era venuta ancora, e la sua espressione era un misto tra il piacere estremo e la sofferenza latente. Comprensibile, visto che era il terzo orgasmo in poco meno di due ore e che la mia sorellina non era più abituata a fare sesso sul serio.
Io continuai a spingere, dandole dei colpi sempre più veloci, sempre più forti. Dovevo venire, mi facevano male i coglioni da quanto sperma avevo accumulato durante la scopata.
“Non venirmi dentro, non prendo la pillola..”.
Mi fermai. E tirando fuori il cazzo dalla sua fica allagata le dissi: “Dove ti posso venire, allora? Dimmelo Alessia, non la tengo più: ma pensaci bene, perché ti regalerò la sborrata più incredibile della mia vita..”.
“Ah è così? Splendido. Vieni qui da me, allora”.
Mi tirò a sé, facendomi appoggiare con il sedere sulle sue tette.
“Adesso menatelo dai, fammi tutta la sborra in bocca”.
Cominciai a masturbarmi, e la vista di mia sorella che, sdraiata, aspettava di ricevere in faccia la sborra con la bocca spalancata a due centimetri dal cazzo, avvicinò di molto l’ormai prossimo orgasmo.
Pochi colpi e..: “Sei troppo bella Ale… non ce la faccio più … ti faccio il bagno … eccola … apri la bocca… .prenditela tuttaaaaa”.
Il primo spruzzo le inondò il viso, lei prese il cazzo in mano e lo imprigionò tra le labbra. Sentivo il sibilo dei miei schizzi che le arrivavano in gola. Era fantastico. Lei continuava a ingoiare, con fatica però. Così, resomi conto della marea di broda che le stavo scaricando in gola, lo tirai fuori e sparai i miei ultimi, deboli schizzi sulle sue labbra.
Rimanemmo in silenzio, sfatti e bagnati, per qualche minuto. Mano nella mano, fumando una sigaretta a turno e persi nell’oblio della (temporanea) pace dei sensi.
“Allora fratellino? Ne valeva la pena?”.
“Si Ale, è stato fantastico. Ancora non credo a quello che ho provato”.
“E io che dovrei dire? Ho i brividi addosso, il cuore a tremila e la mia “povera micia” è ancora trafitta da tante piccole scosse”.
Ci addormentammo, esausti. E al nostro risveglio, Parigi era immersa nel buio delle dieci di sera.
Alessia si affacciò alla finestra e mi disse: “Che ne dici se usciamo a cena? Non so te, ma io dopo il pomeriggio passato ho bisogno di mangiare”.
“Ok, facciamoci una doccia e vestiamoci, ti porto nel miglior ristorante di Parigi. Dobbiamo festeggiare quello che è successo oggi e… ricaricarci per quella che sarà la nostra prima notte”.
Alessia mi baciò le labbra e sussurrò: “Ti amo, e ho ancora tante cose da darti..”.
“Lo so”, le risposi.

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