La Dea


Con il passare del tempo ero diventato totalmente uno schiavo, lei era piacevolmente sadica e incredibilmente fantasiosa ed io la adoravo come una divinità.
Ero stato io ad iniziarla a questo tipi di giochi, ma ormai si era immedesimata nel ruolo della padrona molto più di quanto all’inizio non avessi voluto; aveva prevaricato i miei limiti, facendo di me il suo cameriere, se aveva voglia di essere servita, la sua seggiola, se aveva voglia di sedersi sulla mia schiena, la sua puttana se aveva voglia di incularmi.
Dipendevo totalmente da lei e dal suo impetuoso frustino: un nerbo di bue lungo 30 centimetri che, per non destare sospetti, usava come portachiavi.
Il suo frustino era sempre con lei… in università, spesso a lezione cominciava a giocherellarci, poi mi guardava minacciosa e mi sorrideva.
La servivo in tutto senza mai chiedere niente e senza alcuna dignità.
Lei, così dolce nei modi, era viziata, prepotente, sadica, lunatica.

Un giorno avevamo a giocare dolcemente; lei mi aveva cominciato a mordicchiare i capezzoli, io le avevo morso il collo.
Scoprii che era stata una provocazione; disse che dovevo essere punito per averla morsicata e che il giudizio sarebbe stato delle carte..
Non capii cosa c’entrassero le carte.
Mi legò le mani alle caviglie poi cominciò a scegliere una carta.
Era il tre disse che significava che sarei stato legato tre minuti, ma non era sufficiente, ne scelse un’altra era un dieci; tredici minuti non erano ancora sufficienti. Scelse un asso;
“Ok, un’ora e tredici può bastare”.
Io però devo studiare, mi disse; e ciò detto si sedette sul divano appoggiandomi i piedi sulla faccia e iniziando a affondare il tacco nel il mio viso.
Dissi “Aih”;
“Se ti lamenti devi avere la bocca bendata”
Scelse una carta era un cinque, disse che erano cinquanta centimetri di scotch sulla bocca.
Prese dalla biancheria sporca un paio di calze; che mi disse che non sapeva se fossero della madre o della nonna; le raccolse con della carta igienica dicendo che toccarle le faceva schifo, forse perché vero forse solo per aumentare il mio grado di umiliazione, e me le mise in bocca.
Poi con del nastro da pacchi mi chiuse la bocca attaccandomelo su tutto il viso.
“Sai, mi è venuta una splendida idea”, disse, se ne andò un attimo, poi tornò con una carota.
“Mettitela nel culo” mi disse divertita.
Avevo le mani ancora legate dietro alla schiena e l’operazione non fu semplicissima;
“Vedo che non riesci, aspetta allora” si riprese la carota e tornò dopo poco con dell’olio e del peperoncino, sbriciolò il peperoncino nell’olio e vi immerse la carota poi mi ordinò di nuovo di metterla nel mio orifizio: il bruciore che me ne derivò è indicibile.
Mentre eseguivo il suo ordine toccò con le mani con cui aveva sbriciolato il peperoncino il mio pisello.
Solo chi ha realmente provato dei trattamenti di questo tipo sa quanto siano terribili questi momenti: il piacere che deriva dalla sottomissione è un piacere psicologico, che necessita della sofferenza fisica per rendere completa la sensazione di dominio.
Il momento della tortura in sé non è però eccitante è solo dolorosissimo; eccitante è il ricordo che ne resta e comunque la percezione del potere dell’altro partner, del grado di umiliazione che egli riesce ad infliggerci e del nostro grado di piccolezza rispetto all’amore che proviamo.
“Sei stato lento” per punirti sceglierò un’altra carta.
Era un quattro.
“Che fortuna” mi disse “proprio la carta che mi serviva”.
Prese due mollette e me le strinse ai capezzoli, poi prese le altre due e le strinse sulle prime affinché mi facessero più male.
“Divertente?” mi chiese, feci cenno di no con la testa;
“Risposta sbagliata”.
Scelse un’altra carta, era una donna, mi disse che valeva dodici e che sarei stato colpito da dodici schiaffi.
Mi schiaffeggiò con tutta la sua forza.
Poi mi disse che le avevo fatto perdere anche troppo tempo si sedette, mi appoggiò le scarpe contro al viso premendo un po’ con il tacco e cominciò a studiare.
Sentivo dolore ovunque: mi bruciavano i genitali e il sedere; mi faceva sempre più male il tacco e avevo tutti i muscoli doloranti per la posizione in cui mi aveva costretto e non potevo assolutamente muovermi.
Per un po’ continuò semplicemente a studiare tenendo però il tacco sempre premuto sul mio viso.
La amavo e la odiavo ed era proprio quella strana forma di odio misto a timore che me la faceva amare di più.
Dopo un tempo forse non lunghissimo, ma che mi parve interminabile, con la punta di una scarpa sfilò l’altra; poi con l’atro piede sfilò la prima.
Pensai che era una fortuna, ma questa percezione durò pochissimo; cominciò a premere con il, piede nudo tra l’altro sudato e puzzolente, contro al mio naso impedendomi la respirazione o lasciandomi respirare per alcuni secondi solamente sempre con il piede più o meno appoggiato contro al naso per poi tornare ad impedirmi la respirazione. Il mio respiro si faceva affannato e il grado di dipendenza aumentava.
Era lei a decidere se e quanto potessi respirare; aveva potere di vita o di morte su di me.

Sentii la porta di casa aprirsi;
“resta qui” mi disse vado a vedere chi è.
“È mia sorella che torna da scuola” mi disse rientrando; non sentii però chiudersi la porta della stanza.
Ero terrorizzato temevo che la sorella entrasse e mi vedesse.
Sapevo che lei amava esercitare il suo potere davanti agli altri; lei sapeva che io non volevo, ma questo anziché frenarla la esaltava di più.
In passato ero stato costretto a qualche schiaffo in pubblico, a pulirle le scarpe con la lingua, a scusarmi inginocchiato davanti a lei fingendo che volesse lasciarmi per qualche mia mancanza; a farle da posacenere in spiaggia… ma davanti ai suoi familiari e ai nostri amici niente più che qualche massaggio ai piedi, sempre accompagnato da quell’atteggiamento autoritario che divertiva lei ed eccitava me, ma sempre in modo molto casto. se la sorella fosse entrata sarebbe stata incredibilmente, e giustamente scandalizzata.
Mi disse sottovoce:
“adesso scelgo una carta: se è una figura chiamo mia sorella, se è sotto al cinque le dico di non entrare…. Tra il cinque e il dieci lasciamo che il destino faccia il suo corso…” uscì un otto;
“Se vuoi le dico lo stesso di non entrare però in cambio dopo mi fai un massaggio davanti a lei e le chiedi di poter massaggiare anche i suoi piedi”.
Annuii, era chiaro voleva arrivare a questo….
Andò nell’altra stanza, chiacchierò per cinque minuti con la sorella poi tornò con una candela, mi lasciò cadere delle gocce bollenti sulla pancia e la bloccò, mi disse di non muovermi perché se fosse caduta non l’avrebbe raccolta ed io sarei stato bruciato… mi disse che si era stancata di torturarmi e che doveva studiare, mi ricominciò a premere i piedi contro al naso tornando a controllare la mia respirazione.
Studiò così per un tempo interminabile, io non potevo né parlare né muovermi, appena respirare solo quando lei me lo concedeva, sentivo dolore ovunque non ero per niente eccitato, ma il suo contatto anche solo attraverso i piedi di cui sentivo la puzza come odore meraviglioso, il suo potere su di me, la sensazione della sua superiorità, il fatto di soffrire per lei e di dipendere totalmente da lei mi gratificavano inspiegabilmente ed accrescevano il mio amore.
Lei era la mia dea che poteva infliggermi castighi e sofferenze a suo piacimento… io come un fedele devoto cercavo di soddisfarla.
Questa sensazione mi inebriava e solo chi la abbia provata può comprenderla… gli altri la troveranno probabilmente ridicola come sempre accade a chi giudica le verità che non conosce.
Dichiaro che tutti i partecipanti al racconto sono maggiorenni, e d’accordo alla pubblicazione

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