L’ascensore


La ventiduenne Francesca una settimana dopo entrò in ascensore per scendere al piano terreno.
In ascensore vi erano già due persone.
Tre piani sotto ne entrarono altre dieci e si posizionarono dietro di lei.
Man mano che scendevano la gente usciva.
Dietro di lei erano rimasti un uomo ed una donna che non aveva visto bene in faccia quando erano entrati in quanto si trovavano nel gruppo dei dieci ma che avevano un’età di circa trentacinque anni.
Ora in ascensore c’erano solo loro tre.
Si sentì poggiare una mano sul culo.
Fece per girarsi ma un forte strattone ai capelli glielo impedì.
Lei era sia spaventata che eccitata.
L’uomo le avvicinò le labbra all’orecchio e le sussurrò piano:
< schiava e troia schifosa, ora tu vieni con noi a servirci >.
Riconobbe la voce.
Era uno degli uomini che l’avevano posseduta nell’appartamento del suo padrone.
Si tranquillizzò e l’eccitazione aumentò.
Ora anche la donna la toccava.
Le aveva infilato una mano sotto alla corta gonna e le stava stimolando il clitoride.
Poi con l’altra mano prese a carezzarle i seni.
< se questa vacca è sottomessa come mi hai detto penso che ci divertiremo bene >.
L’uomo l’afferrò per i capelli e la costrinse a cadere in ginocchio.
< bestia, dì alla mia donna quanto sei sottomessa >.
Poi l’uomo la fece girare tenendole la testa bassa.
Francesca poteva vedere solamente dalle loro ginocchia in giù.
L’uomo le spinse la testa fino a portarle la bocca vicino alle scarpe dell’altra donna che, per quel poco che aveva potuto vedere, aveva delle bellissime gambe.
Francesca cominciò a baciare e a leccare le splendide calzature nere mentre l’uomo le poggiò un piede sulla schiena per impedirle di alzarsi.
Francesca sentì che l’ascensore veniva bloccato tra due piani e, poco dopo, riprese a correre verso l’alto.
Schiacciando un apposito pulsante l’uomo disattivò la fermata automatica ai piani così da consentire all’ascensore di salire direttamente al piano desiderato.
Francesca era ancora prostrata a terra.
L’uomo tolse il suo piede e l’altra donna si sedette comodamente sopra la schiena di Francesca così schiacciata a terra.
La donna così seduta abbassò la cerniera dei pantaloni del suo uomo e cominciò a baciargli il cazzo che era già diventato bello duro.
Poco prima di giungere al piano la donna si alzò, richiusa la cerniera e l’uomo strattonò per i capelli la schiava fino a farla alzare in piedi avendo però cura di tenerla davanti a lui e di impedirle di vederli in faccia.
Questo anonimato piaceva alla serva che si lasciò spingere fuori dall’ascensore.
Nel corridoio non c’era nessuno.
Lei non aveva visto a che piano erano arrivati.
Il suo padrone le pose una benda sugli occhi e, tirandola per i capelli, la fece entrare in un appartamento.
Richiuse la porta e le lasciò gli occhi bendati.
La spogliarono con violenza dandole anche molti pizzicotti.
Ogni volta che lei si lamentava per il dolore le veniva dato uno schiaffo sulle guance o sui seni.
Poi venne fatta mettere in ginocchio e le venne tolta la benda.
La schiava teneva la testa bassa in segno di sottomissione.
I due padroni le giravano intorno osservandola con attenzione e carezzandola con un frustino che ogni
tanto le baciava la bella e giovane pelle lasciando segni rossi.
La padrona le si avvicinò.
Si alzò la gonna rivelando un bellissimo paio di gambe inguainate da calze autoreggenti nere.
Non indossava le mutandine.
Si girò un poco e porse il culo alla bocca della serva per la leccatura.
Subito Francesca insinuò la lingua nel buco del culo leccandolo bene e donando molto piacere alla sua dominatrice.
Poco dopo venne afferrata per i capelli dall’uomo che le spostò la testa e le mise di fronte alla bocca il suo cazzo già duro e lungo.
La donna prese subito a leccarlo e ad infilarselo nella sua calda e vogliosa bocca. Sentiva già umido in mezzo alle gambe.
Era infatti eccitatissima.
Ebbe modo di vedere che i suoi torturatori avevano indossato delle maschere che coprivano loro il viso.
Prima di venire il padrone tolse il cazzo dalla vogliosa bocca della schiava.
Era ora di cena.
I due padroni decisero di fare una bella cena a lume di candela.
Ordinarono alla schiava di preparare loro le pietanze.
Poi le fecero apparecchiare la tavola senza tovaglia.
Quando i piatti furono pronti, fecero sdraiare la schiava sul tavolo.
Accesero delle belle candele rosse.
Fecero colare la cera sui seni e, prima che questa si solidificasse e raffreddasse, posarono sopra le candele accese che restarono ferme e dritte.
Altre due candele vennero poste sul pube depilato.
Dopodiché spensero le luci e cominciarono a mangiare.
La cera calda colava dalle candele e andava a posarsi sul bel corpo della schiava sempre più eccitata anche dal dolore che provava.
I padroni consumavano con tranquillità il pasto.
Quando avevano le dita delle mani un po’ sporche le mettevano in bocca alla serva che provvedeva subito a pulirle con lascivi colpi di lingua.
Ogni tanto i due padroni infilavano un pezzo di pane nella bagnatissima fica tutta bagnata della schiava, costretta a tenere le gambe larghe, per poi gustarne i prelibati succhi.
Durante il pasto i padroni fumarono alcune sigarette la cui cenere veniva posata nell’ombelico della serva che ogni volta emetteva piccolissimi gemiti di dolore.
Al termine della cena la signora ebbe voglia di scaricarsi la vescica oramai piena.
Salì in piedi sul tavolo e andò a sedersi sulla faccia della schiava.
Le ordinò di aprire la bocca e vi lasciò cadere dentro una enorme quantità di urina che la serva dovette ingoiare con sollecitudine.
Nel frattempo anche il padrone era salito sul tavolo in piedi e aveva offerto il suo rigido cazzo alla leccatura da parte di sua moglie che di buon grado prese a spompinarlo.
Quando la donna ebbe finito di pisciare ordinò alla schiava di leccarle la fica.
Questa eseguì subito e di buona voglia l’ordine.
Dopo qualche minuto i due padroni scesero dal tavolo.
Staccarono le candele che ancora ardevano sul corpo morbido della cagna che li stava servendo e la costrinsero, tirandola per i capelli, a scendere a terra dove subito si pose in ginocchio.
A quattro zampe venne portata nel bagno.
La padrona le si sedette sulla schiena e le infilò nel culo una grossa e lunga cannula per clisteri.
Poco dopo lasciarono defluire nel corpo della sottomessa due litri di calda acqua insaponata.
Al termine misero nel culo della cagna un grosso cazzo che impediva al liquido di uscire.
Portarono la schiava nel salotto e qui presero a frustarla mentre Francesca doveva leccare il cazzo del suo padrone.
Dopo dieci interminabili minuti consentirono alla cagna di correre (a quattro zampe) in bagno dove le tolsero il cazzo enorme e le consentirono di liberarsi gli intestini.
La schiava aveva sofferto molto nell’avere dentro di sé tutta quell’acqua.
Si sentiva scoppiare e le frustate non l’avevano certo aiutata.
Poi la riportarono in salotto dove la padrona si sedette comodamente sulla poltrona.
La bestia dovette correre tra le sua gambe e leccarle la fica facendole provare almeno due orgasmi.
Nel frattempo il padrone le aveva penetrato il culo stantuffandovi con piacere l’enorme cazzo durissimo dal piacere.
Dopo alcuni minuti anche l’uomo venne spruzzando tutto il suo sperma negli intestini della cagna.
Estrasse il membro e lo porse alla schiava per la pulitura.
Il precedente clistere non aveva lavato via tutto.
Così sul cazzo vi erano delle inconfondibili tracce.
Francesca ebbe qualche esitazione nel prenderlo in bocca, ma ogni sua ritrosia venne vinta a colpi di frusta.
Così, di buona voglia, prese in bocca il cazzo del suo padrone e lo pulì.
Subito il cazzo riprese vigore e le fu ordinato di continuare nel pompino mentre la padrona, che nel frattempo si era apposta un cazzo posticcio all’inguine, la penetrava da dietro.
Il padrone, per trarre maggiore piacere, colpiva con lo scudiscio la bella schiena della serva.
Alla fine venne nuovamente spruzzando tutto il suo sperma caldo nella bocca della schiava che, naturalmente, dovette ingoiare tutto.
Ora i padroni erano soddisfatti.
Ordinarono alla schiava di rivestirsi e loro fecero altrettanto.
Bendarono nuovamente la serva e la condussero fuori dall’appartamento. Andarono nei garages.
Tolsero la benda alla ragazza che li aveva serviti e le ordinarono di non guardarli mai in viso.
Prima di lasciare andare la ragazza volevano divertirsi ancora un po’ ed umiliarla.
I tre si recarono nel parco.
Si avvicinarono ad un marocchino di circa quarant’anni portati molto male e sporco.
Lo chiamarono e, tutti insieme, si recarono dietro un grosso albero coperti alla vista degli estranei da altri cespugli.
Il padrone pose al collo di Francesca ancora il collare ed il guinzaglio.
Ordinò alla schiava di spogliarsi nuda e di offrire il suo bellissimo corpo alle carezze del negro il quale aveva già un cazzo durissimo per l’eccitazione.
L’uomo le palpò con rudezza i seni e le infilò tre dita nella fica.
Poi la padrona ordinò alla schiava di inginocchiarsi davanti al negro e di tirargli fuori l’uccello.
La schiava eseguì e scoprì un cazzo grosso e sporco che emanava anche un odore per niente gradevole.
Le venne ordinato di leccarlo e di farlo venire nella sua bocca.
Ebbe un’esitazione e ricevette forti frustate sulla schiena.
Il marocchino non credeva ai suoi occhi.
Sentiva il cazzo che gli stava scoppiando per l’eccitazione di vedere una bellissima e giovane donna bianca inginocchio davanti a lui intenta a fargli uno dei pompini più belli che gli siano mai stati fatti.
Dopo pochi minuti venne in bocca alla ragazza bianca che ingoiò tutto con ribrezzo.
Francesca fece per estrarre il cazzo dalla sua bocca ma ricevette un colpo di scudiscio sulla schiena dal suo padrone.
< pulisciglielo bene, cagna schifosa >.
Così Francesca se lo rimise in bocca e gli fece il bidè.
A seguito di quelle attenzioni, il cazzo del marocchino tornò in tiro nuovamente.
La padrona lo notò subito ed ordinò alla schiava di porsi a quattro zampe sul prato.
Il negro poté così penetrarla nel culo dove venne dopo poco tempo.
Naturalmente la schiava dovette girarsi e pulire nuovamente il sesso dell’uomo.
Il marocchino se ne andò via ben soddisfatto.
I padroni ordinarono alla schiava di rivestirsi e le dissero che se ne poteva andare, ma che doveva tenersi pronta nel caso fossero venuti da lei per farsi servire sessualmente.
Francesca se ne andò.
Ebbe la tentazione di girarsi e di vedere in faccia i suoi padroni.
Ma questo avrebbe posto fine alla bella avventura erotica che le stava capitando.
Così resistette e si allontanò ancora tutta eccitata.

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