Diana nell’Harem del sultano


Diana si rigirò nel letto.
 Nel dormiveglia, ricordò che la vacanza in Tunisia era terminata e il giorno dopo sarebbe tornata in Italia dove l’aspettava la solita vita, un duro lavoro nel suo studio di avvocato e una storia sentimentale a fianco di un uomo che le dava tutto tranne che un’emozione.
 Aprì gli occhi.
 Nella semioscurità, la stanza non sembrava proprio quella del suo albergo, ma quella di una squallida locanda.
 E c’erano altri letti. . altre persone. .
 Non era ancora sveglia, ecco la spiegazione.
 Stava sognando, continuava a sognare quello strano sogno. . il suk, il venditore di tappeti, il ragazzino cencioso che la invitava a seguirla nel vicolo…
 E ad un tratto, la realtà colpì Diana con la violenza di un pugno nello stomaco.
 No, non era un sogno.
 Ora ricordava.
 Qualcuno l’aveva aggredita nel vicolo, a due passi dai turisti che giravano nel suk.
 Un uomo le aveva premuto qualcosa sulla bocca, e l’aveva trascinata in un portoncino..
 Un odore intenso, poi più niente.. e poi…
 Nel letto accanto a lei, una figura femminile si mosse: una ragazza giovanissima, di circa vent’anni, si alzò e le si mise davanti, sorridendo.
 “Tu bionda”, disse, facendo cenno ai capelli di Diana,
 “Tu valere molto, signora”, disse in uno strano francese.
 “Anche io molto valere. Io vergine”, continuò la ragazza con orgoglio.
 Quelle parole fecero a Diana l’effetto di una doccia fredda.
 Le vennero in mente storie tante volte sentite, di donne europee rapite per diventare delle schiave bianche, merce molto richiesta per gli harem dei signori locali.. storie a cui Diana non aveva mai creduto, giudicandole leggende metropolitane.
 Irrazionalmente, corse verso la porta, tentando di aprirla, invano.
 Un’altra piccola porta rivelò un gabinetto maleodorante.
 Diana guardò la finestra.
 Era semiaperta, ma troppo alta e stretta, quasi una feritoia.
 Le altre ragazze, cinque in tutto, la guardavano tranquille e parlavano tra loro, indifferenti alla sua agitazione.
 Diana si frugò nelle tasche, trasse fuori block notes e matita e scrisse febbrilmente:
 “Je suis Diana Altieri, citoyenne italienne. On m’a fait prisonniére. Aidez-moi”
 Tentò di trascinare il letto sotto la finestra.
 Un’altra delle ragazze si avvicinò.
 “Calmati”, disse.
 “Non puoi farci niente. Saremo vendute. Questa era più anziana della altre, doveva avere circa la sua età.
 “Io è la terza volta che sono venduta”, continuò.
 “Ora verranno a controllarci, per fissare il nostro prezzo base, ma non solo. Loro sono tutte vergini… non le toccheranno, per non rovinare la merce. Noi, invece…”
 Cercando di restare calma, Diana salì sul letto e appallottolò il foglio.
 Ma in quel momento la porta si aprì e apparvero due uomini.
 Si lanciarono su di lei, la strapparono giù dal letto e la gettarono a terra.
 Diana gridò
 “Io sono una cittadina italiana…. “
 Non ebbe altra risposta che un calcio nelle reni.
 Il più giovane dei due le strappò dalle dita il foglietto e lo lesse:
 Fece per colpirla ancora, ma l’altro lo fermò.
 Diede degli ordini in arabo, e tutte le ragazze cominciarono a svestirsi: lo ripetè in francese, rivolgendosi a Diana, che non si mosse.
 Allora afferrò Diana e con violenza le strappò via la camicia.
 Diana non usava il reggiseno d’estate, e il gesto liberò i suoi seni bianchi ansimanti per la paura.
 I due uomini si scambiarono un cenno d’intesa.
 Il corpo di Diana dalla pelle chiara, i suoi capelli biondi, il suo seno da adolescente ne facevano un articolo di pregio.
 La svestirono completamente e mentre uno le teneva le mani dietro la schiena, l’altro fece due passi indietro e la osservò, valutandola.
 Poi si avvicinò e le palpò i seni, il ventre, le cosce, le natiche.
 Poi Diana fu gettata sul letto e tenuta per le braccia da uno degli uomini mentre l’altro tentava di aprirle le gambe a forza.
 Il terrore e la rabbia le raddoppiavano le forze e Diana si dibatteva e urlava, finché l’uomo la schiaffeggiò duramente e trasse dalla cintola un pugnale lungo e affilato, facendoglielo balenare all’altezza del pube.
 “Ora basta, puttana”, ringhiò nel suo assurdo francese
 “Fai quello che dico o ti apro la pancia”.
 Queste parole terrorizzarono Diana che tacque e restò immobile, trattenendo il respiro.
 “Allarga le gambe”, ordinò l’uomo.
 Diana ubbidì, girando la testa per non vedere.
 Dall’altra parte della stanza, le altre donne, nude, si pettinavano e parlavano, come se la scena non le riguardasse.
 “Di più”, insisté l’uomo.
 “Allargale di più. Ancora.
 “Diana aprì le gambe al massimo.
 L’uomo le mise un cuscino sotto le natiche e guardò la fica e il pube depilati.
 Poi aprì il buchetto rudemente e infilò nella vagina due dita dell’altra mano, spingendo.
 Il corpo di Diana fremette, mentre le dita dell’uomo la esploravano, scavandola e frugandola.
 Poi l’uomo tolse le dita dalla fica e si scoprì il membro reso turgido da una potente erezione.
 “Ferma o ti ammazzo”, disse, e le fu sopra come un animale infoiato.
 Per un tempo che le sembrò interminabile, Diana subì il suo assalto, i colpi del suo sesso che la spaccavano senza riguardo e senza controllo, finche l’uomo urlò il suo orgasmo riempiendola di sperma.
 Poi fu lui a tenerla per le braccia mentre il suo compagno la montava e la stuprava, mordendole i seni selvaggiamente.

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