L’uomo ci disse di chiamarsi Chan Mai e di essere un cinese che lavorava per il governo di Bangkok, di possedere una catena di centri per massaggi thai e una decina di bordelli (non che cambiasse molto in Tailandia), di gestire un certo numero di alberghi, di commerciare in pietre preziose, di essere proprietario di un campo da Golf, di avere una casa a Bangkok, una a Pucket, una sul fiume Kway, una a Macao e una a Hong Kong…
Lo fermai sorridendo, dicendo che non avevo chiesto un inventario…
“So che avete poco tempo – ammise – Quindi vi ho preparato il seguente programma. Vi porto a cena a River City, vi faccio assistere ad seduta alle segrete di Kao Pat Pu, e alla fine i massaggi nel mio migliore ritrovo.”
Accettammo e cenammo con lui a River City, Livel Sity.
In oriente si mangia bene. Non ci sono grassi, si beve birra, il riso regna sovrano, il pesce è sempre ottimo e abbondante.
A chi piacciono le spezie l’Oriente piacerà sempre.
Io odio solo il rafano perché fa schifo.
Il ristorante ci aveva suggerito lo Yum-Yam e noi l’abbiamo preso; era molto piccante.
Dopo il caffè corretto cognac (lo bevve subito anche lui e lo trovò apprezzabile, anzi applezzabile), chiese se eravamo pronti a seguirlo a Kao Pat Pu. Rispondemmo di sì.
Non mi chiese se la presenza della donna potesse creare problemi di sorta, e pensai che la serata almeno non sarebbe stata violenta cone a Dubai.
Entrammo in un cortile del centro di Bangkok, dove una casa di stile occidentale stonava con il resto delle costruzioni del quartiere.
Ci fece entrare dove ci presentò a delle persone in borghese.
Uno di questi ci accompagnò in un seminterrato piuttosto buio, fino a prendere posto in alcune poltrone orientate ad una pedana nel centro della sala.
Il soffitto era molto basso. Meno di 2 metri.
Chiedendo di cosa si trattasse, l’accompagnatore ci spiegò in inglese stentato che noi ed altre persone che stavano per arrivare avremmo assistito ad un interrogatorio.
Sarebbe stato violento, come sapevamo, e ci consigliava di metterci comodi e attendere fiduciosi, perché ci sarebbe certamente piaciuto.
Dopo un po’ arrivarono due altre coppie di occidentali, una delle quali era in viaggio di nozze.
Quindi quattro amici giapponesi maschi, un uomo solo e infine due amiche.
Entrò l’uomo di prima che ci spiegò cosa sarebbe successo.
“Dalla botola posta lì in alto vedrete calare una persona. La testa e le braccia resteranno di sopra, voi vedrete solo il corpo. Non saprete chi sia, ma posso dirvi che si tratta di una turista americana, o almeno così aveva detto quando fu arrestata per spaccio di droga. Al piano di sopra stanno gli inquirenti che la interrogheranno. Se non parlerà daranno disposizioni affinché qui sotto si proceda secondo le loro istruzioni. Dai giudici sentiremo solo disposizioni tramite la cancelliera attraverso gli altoparlanti. Non sentiremo né le risposte degli interrogati, né, ovviamente, le urla di dolore. Ci sono domande?”
Silenzio.
“Bene. Questa è la prima proposta del circuito venduto dal governo per sfruttare turisticamente il fenomeno criminale che altrimenti allo stato costerebbe e basta. Nelle stanze vicine vi sono altri momenti di coercizione, ma vi preghiamo di non voler lasciare mai una stanza prima che sia tutto finito, anzi, farete meglio a seguire le istruzioni del vostro caposala. Grazie, buon lavoro e buon divertimento.”
Eravamo allibiti ed eccitati, inutile negarlo.
Dove diavolo eravamo stati portati?
Ci venne portato dello champagne nel ghiaccio.
Riempirono i bicchieri.
Un primo faretto illuminò la botola ed alzammo la testa per vedere.
Con un sottofondo di musica elettronica creata per generare tensione, dopo una decina di minuti una voce metallica femminile proveniente presumibilmente dal piano di sopra informò che una signora, formalmente interrogata riguardo un problema di cui non si dava di sapere, non aveva dato risposte.
Come disposto dal regolamento di sicurezza in tema di indagini su reati superiori in tema di droga, aveva precisato la stessa voce, si procedeva a calare la vittima in una botola affinché i giudici non assistessero materialmente alla tortura e in modo che i torturatori non vedessero in viso né la vittima né i giudici.
Un modo civile, sottolineò, per impedire ai giudici e al cancelliere di dettare sofferenze per puro piacere sadico e per impedire a coloro che vedevano infliggere le sofferenze di violare la privacy degli indagati.
Guardai il volto dei vicini.
Erano angosciati ma tutti eccitati e desiderosi di andare avanti.
Ad un tratto vedemmo scendere prima le gambe e poi il corpo di una donna. Il vestito, se ce l’aveva, era rimasto sopra.
Si arrestò solo dopo che i seni passarono attraverso la botola.
Vennero sistemate le assi del soffitto affinché la posizione fosse tale da chiudere qualsiasi comunicazione tra sopra e sotto.
La donna, apparentemente giovane, era ben fatta, aveva scarpe verdi con tacco, calze, reggicalze e slip.
Il ventre era nudo, il reggiseno bianco.
Un bel culo con le fossette ed una terza misura di seno.
Sicuramente doveva essere anche bella.
“Whow, che meraviglia!” – Disse inaspettatamente Nerina.
La guardai male e per risposta mi chiese perché mai avrebbe dovuto controllare il proprio entusiasmo. Giusto.
La poverina pendente dalla botola si divincolava perché non riusciva a toccare per terra con i piedi; riusciva solo a sfiorare la pedana.
Devo ammettere che la scena era fortemente erotica: il faretto, le calze e il reggicalze, i tacchi a spillo, i movimenti involontari e per questo provocanti, oltre naturalmente il fatto che non ci poteva vedere.
“Le darei un mordone sul culo.” – Mi disse l’amica.
“Glielo darei anch’io.” – Risposi. –
“Ma non deve essere un giochetto per lei, sai?”
La voce femminile dell’altoparlante informò che la signora insisteva a non voler collaborare con la giustizia e pregava quindi gli inservienti di procedere alla fase successiva.
Si fecero avanti due giovani tailandesi sui diciott’anni, non molto alti, magri, capelli neri lunghi, pantaloni larghi neri, scalzi e a torso nudo.
Estremamente seri in volto.
Si disposero a fianco della donna che continuava a dibattersi.
Il capo sala fece cenno di procedere.
Uno afferrò le caviglie e la tenne ferma.
Lei provò a scalcitare.
Era immaginabile cosa provava, dato che non sapeva né chi c’era né cosa avrebbero fatto sotto di lei.
Un altro iniziò a palparla con le mani come per perquisirla, risalendo le gambe oltre le calze fino al tratto di carne tra le calze e gli slip.
Il primo fece per allargarle le gambe, ma la resistenza era più forte del previsto.
Il caposala inviò un altro ragazzo.
Ora la tenevano uno per gamba e l’altro proseguiva a palparla con le mani.
Lei, di sopra, doveva urlare dal terrore, almeno a giudicare dalla reazione.
Lui fermò le mani poco prima del pube, tra le gambe.
Attendendo disposizioni per andare avanti, non tradiva alcuna emozione ed ogni tanto faceva scendere un dito sotto lo slippino tanto per fare sentire la sua presenza nel pelo puberale.
I presenti erano tutti eccitati, con gli occhi che uscivano dalle orbite.
Le due ragazze erano le più attirate, a bocca aperta.
I maschi giapponesi sorridevano, superiori. Io stringevo la mano della mia compagna, come la coppia di sposini.
La voce metallica dal piano superiore diede il via alla fase successiva.
Lei non voleva proprio collaborare con la giustizia.
Le allargarono di più le gambe, consentendo così al terzo di metterle le mani tra le cosce fino alla parte bassa dello slip in modo da provare a sfilarlo lentamente tirandolo giù in quel modo.
La vittima reagì di orrore e stringe con violenza, tanto che fu evidente che così gli slip non sarebbero scesi affatto.
Ma, anziché sfilarlo dai fianchi, com’era più logico, la lasciarono momentaneamente libera in modo che potesse di nuovo stringere le gambe per pudore.
Allora venne il caposala con una forbice. Inserì con cura una lama sotto la parte laterale destra degli slip; lei avvertì il freddo del metallo sulla pelle ma non capiva.
Lui tagliò e allora lei capì.
Lo slip si aprì lasciando pian piano scoprire il fianco destro.
A vedere dalle contrazioni dello stomaco, la vittima dovette cacciare un urlo al piano superiore; tanto che pensammo che non avrebbe dovuto essere male vederla in faccia in quel momento.
Tenne le cosce ben strette in modo che gli slip non cedessero di un millimetro, ma ormai il culo era abbastanza scoperto e noi lo vedevamo contratto a trattenere il lembo di slip.
Quindi il caposala infilò la forbice sotto la parte sinistra della mutandina e, prima che lei potesse opporre qualsiasi reazione, tagliò.
Poi, piano, le sfilò quel che restava degli slippini e li regalò alla più giovane dei presenti, per ricordo.
“Che meraviglia!” – Esclamò di nuovo Nerina.
Una scena bellissima davvero: uno slip che lasciava scoperto tutto, che penzolava dal cavallo in giù, trattenuto appena sotto il pettignone.
Sicuramente l’interrogata avvertiva i nostri occhi affamati su di lei.
Vennero accesi altri faretti e in sala ci fu un mormorio di soddisfazione.
Due si alzarono per vederla nuda da altre posizioni.
Allora ci alzammo anche noi.
Le vedevamo il culo che, onestamente, era un grande spettacolo anche se stretto con forza dalla giovane.
Ma volevamo vedere il pettignone e il sesso.
I due inservienti le tennero le gambe divaricate nonostante la sua resistenza per consentirci di guardarla bene.
Mi sarebbe piaciuto toccarla.
Tremava. Ma avrei anche voluto vederla in faccia.
Un giapponese fece per toccarla, ma il caposala disse che non si poteva.
Più tardi, forse, se si ostinava a non collaborare…
Ma ora no.
Anche le due ragazze si spostarono per vederla meglio e da vicino.
Si scambiarono alcune parole esprimendo soddisfazione con lo sguardo. Chiesero se si potevano fare foto.
Risposero incredibilmente di sì.
Finalmente intervenne la voce metallica dal soffitto, come tutti speravano. Ora si poteva procedere.
Il caposala annunciò che chi voleva poteva toccarla come meglio gli pareva, stando attenti che probabilmente avrebbe scalciato.
Solo toccare, ripeté. In realtà, poi lasciò correre: mentre la poveretta, sempre trattenuta con le gambe divaricate dai ragazzi, tentava di impedire di essere frugata, il giapponese le infilò un dito nel culo, che lei inutilmente serrava con forza.
La sposina le sfregò il clitoride con abilità, mentre il marito le inseriva due dita in vagina.
Una delle due donne sole voleva mangiargliela; il caposala lo intuì e la autorizzò.
Così la più alta delle due mise le braccia tra le cosce e se la caricò sulle spalle in modo che la sua bocca si trovasse proprio sulla vulva.
Le fece sentire le unghie per palesare il fatto che fosse una donna, quindi la morse in modo teatrale e iniziò a mangiargliela ed a inserirle la lingua per farla reagire al suo ritmo.
Questione di poco e gli spasmi della poveretta erano comandati dalla lingua della donna.
L’amica le fece una foto mentre lei gliela mangiava.
Doveva sentirsi umiliata e violentata quando venne per colpa di quella lingua femminile, ma evidentemente insisteva ancora a non parlare, o a dire quel che volevano che dicesse.
Al diavolo!
Era una trafficante di droga.
Vaffanculo!
Poteva non avere nulla da dire?
Forse, ma non era un problema, dato che non la vedevamo in faccia.
I più se la godevano a pizzicarla sul culo o all’interno delle cosce, non disdegnavano tirarle il pelo, come faceva la mia collaboratrice.
“Ti piace?” – le chiesi.
“Beh, io comunque ne approfitto. Non so se mi capiterà più. Le dirò domani le mie impressioni. Ora le metto anch’io un dito da qualche parte. Lo faccia anche lei.” – Andò a farlo.
Fase successiva.
La voce disse che si doveva passare alle maniere forti.
Si avvicinò il caposala con una frusta.
Si mise in posizione e attese disposizioni dall’alto.
Passarono almeno 10 minuti.
Poi si sentì dire dall’altoparlante:
“Ora!”
Con calma e precisione l’uomo caricò il movimento indietro per poi scaricarlo con tutta la sua forza sul culo della infelice.
Non si sentì un solo gemito, l’isolamento funzionava.
Ma i fremiti delle gambe dimostravano che la frusta aveva fatto il suo effetto.
Si divincolavano oscenamente davanti ai presenti affascinati e attirati dallo spettacolo di crudeltà allo stato puto, ma che di cruento non aveva nulla dato che ne erano stati tolti gli elementi per la valutazione emotiva, quali urla, lacrime, suppliche, pietà, dolore.
E dato che si trattava di una delinquente subdola come una trafficante di droga…
Scalciava come per togliersi il dolore di dosso, ormai del tutto indifferente di essere osservata da noi.
“Ora!” – Ripeté la voce implacabile dal soffitto.
E l’uomo con lo stesso rituale la frustò con il massimo della sua forza.
Lasciandoci gustare l’oscena reazione dell’appesa, passò la frusta ad un altro dei presenti, che si mise in posa.
Gli si leggeva in faccia che doveva avere un’erezione.
“Ora!” – Ripeté ancora la voce.
E il giovane che aveva in mano lo scudiscio la frustò con un colpo selvaggio sul culo.
La poverina sgambettò dando sforbiciate e colpi di ventre.
Il caposala fece passare la frusta di mano in mano, facendo attendere gli ordini dall’alto.
E tutti ebbero la fortuna di dare almeno due colpi di frusta alla vittima, e tutti con il massimo della propria forza.
La mia segretaria usò due mani.
Le due donne preferirono frustarla a colpi fascianti: una la colpì stando di fianco per lacerarle il sedere e vederle le cosce che si spalancavano di dolore, l’altra la frustò da dietro per vedere le natiche che sbattevano di riflesso al suo gran colpo.
I giapponesi scommetterono su chi andava più vicino alle fossette superiori o alle piegoline interiori.
La coppia di sposini volle frustarla come se si trattasse della torta nunziale: lui che le teneva le mani mentre lei la colpiva.
Ma accortasi che così non poteva esercitare forza abbastanza, lei volle provare da sola.
E quando vide le cosce tirarsi su e sbattere perché colpite da lei, urlò verso il marito “Evviva!”
Commossi, si fecero scattare una foto insieme, uno per parte col culo dell’appesa in mezzo e la frusta in mano.
Avrebbero continuato volentieri.
Poi venne dall’alto l’ordine di smettere e il caposala prese la frusta avvisando però che non era finito l’interrogatorio.
Me la mise in mano.
“Lei non si è divertito troppo. Le dia un colpetto. Si sentirà meglio.”
“Ma hanno detto basta…”
“Glie lo dia, ché dopo la prepariamo per la risalita.”
Presi la frusta e mi misi in posizione.
Lei si era rilassata, probabilmente perché aveva sentito l’ordine di smettere, e questo mi strappò dalle mani un colpo talmente ben assestato di traverso sul culo che penso se lo sarebbero ricordato anche i presenti.
Probabilmente faceva parte dell’interrogatorio dei piani superiori.
Lei diede le solite inutili sforbiciate con le gambe, ma al piano di sopra dovette cacciare urla davvero agghiaccianti.
Poi chiamò le due donne e le invitò a dare anche loro un colpo a testa.
Costoro non obiettarono nulla ed anzi chiesero aiuto a due inservienti affinché tenessero divaricate le gambe della torturata.
Vennero i due giovani che si erano infilati un paio di coperture di cuoio sulle braccia per proteggersi da eventuali scudisciate maldestre.
L’appesa si lasciò allargare le gambe docilmente mentre la prima delle due amiche provò a dare una frustata in aria dal basso all’alto cercando di ottenere uno schiocco.
Fu agghiacciante.
Poi cercò di fare in modo di ripeterlo affinché lo schiocco si rompesse sulla vulva o comunque il più vicino possibile alla fessura tra le due cosce.
E il colpo fu tale che lei sobbalzò, tanto che portammo automaticamente lo sguardo al soffitto per cogliere l’impossibile vista del suo viso ululante.
Anche l’amica tentò lo stesso colpo e la centrò subito, senza prove preliminari. L’appesa sobbalzò nuovamente allargando le cosce a dismisura.
Restituì la frusta al caposala, il quale si avvicinò al culo della vittima che, pur tenendo le cosce larghe, ormai dondolava senza troppe reazioni.
Girò la frusta facendo vedere a tutti il grosso manico a forma di fallo di negro, lo inserì in mezzo alla fessura del sedere, cercò l’orifizio anale, lo trovò e, proprio grazie la reazione della vittima che provava ad impedirlo, piano piano infilò il manico nel culo più in su che poté.
Lei cercò di tenere le gambe ancora più larghe per non spingersi dentro involontariamente il manico ancora di più.
Pian piano però le forze se ne andarono e alla fine non poté far altro che chiudere le gambe sulla frusta straziandosi il culo.
Dall’altoparlante uscì l’ordine di servizio accompagnato da un numero di riferimento.
“Ora la prepariamo per risalire.” Disse il caposala in funzione della disposizione ricevuta dall’alto, mentre una aiutante già disponeva su un tavolino un contenitore di vetro.
Questo era illuminato all’interno con raggi ultravioletti, evidentemente per disinfettare ciò che conteneva.
Restammo curiosi in silenzio, mentre la vittima pendolava lentamente facendo strisciare sul pavimento la frusta che le fuoriusciva, nella vana speranza di essere tirata fuori.
Il caposala si mise i guanti di gomma sterilizzati, quindi alzò il coperchio e scelse un lungo ago da calzolaio.
Prese un grosso filo di cotone colorato di blu e lo infilò nell’asola.
Si avvicinò alla vittima con l’ago in mano e vi si portò davanti.
Guardò le tette dell’appesa, e forse solo allora ci accorgemmo che aveva un seno davvero superbo.
Con la mano libera palpò prima una tetta, poi l’altra.
Parevano sode perché rispondevano con elasticità alle sue sollecitazioni.
Lei provò a reagire, ma la frusta infilata nel culo le impedì qualsiasi movimento: ecco dunque perché l’avevano sodomizzata così.
Passò le tette con un batuffolo di cotone, imbevuto probabilmente di disinfettante, poi lo gettò a terra.
“Attenzione…” Disse ai presenti, ammesso che ce ne fosse bisogno.
Prese un capezzolo, lo tirò verso di sè, quindi con sicurezza prese l’ago e lo infilò nella tetta fino a uscire dall’altra parte.
Prese l’ago dalla parte uscita e lo tirò fuori fino a far uscire il filo in modo che penzolasse dai due fori.
Mollò il capezzolo e sfilò l’ago dal filo, lasciando questo nella tetta.
Ripeté l’operazione con l’altro seno, ma stavolta la ragazza provò a negarsi alle sue mani.
Soffrì inutilmente per impedirlo, perché in meno di un minuto dei fili rossi le fuoruscivano anche da più fori della tetta destra.
La trapassò più volte per parte per introdurre fili di altro colore.
Noi guardavamo a bocca aperta.
Ma non era finita. Infilò nell’ago un filo collegato ad una nappina ed in un attimo prese il capezzolo e lo trapassò, mentre la vittima riprendeva a scalcettare battendosi con i piedi le caviglie come se, provocandosi dolori altrove, riuscisse a non sentire quelli atroci sui capezzoli.
Strinse il laccio fino a legarle una nappina stretta stretta sulla punta.
Ripeté l’operazione dall’altra parte legandole invece una campanellina.
Continuava a sbattere i piedi sulle nocche.
Soffriva, ed era un bel segno.
“E noi?” Chiese sottovoce la giovane sposa.
Il caposala allora la chiamò a sè.
Prese uno spillone con una grossa capocchia di madreperla, disinfettò con un altro batuffolo di cotone la parte superiore della natica destra e poi lo gettò via, quindi con un gesto sicuro lo infilò nel culo là dove aveva disinfettato.
La poverina non reagì.
Poi il capo prese le mani della giovane spettatrice, glie le passò col disinfettante, quindi le fece prendere uno spillone dalla parte della madreperla.
“Prego!” Disse.
“Faccia lei.”
Lei strinse gli occhi e infilò l’ago, ma per soli pochi millimetri.
Stavolta si vide che la ragazza sentiva male davvero ma la carnefice, incitata dal pubblico, spinse pian piano facendo penetrare l’ago un po’ alla volta.
Poiché la penetrata si contorceva troppo, il caposala che le stava davanti dovette infilarle una mano sotto la vulva per afferrarle la frusta che le fuorusciva dal culo.
Facendo pressione sulla frusta, le fece tirare un po’ su le ginocchia, ma la bloccò del tutto.
“Provi a metterne un altro, vedrà che riuscirà meglio.”
“Sempre da questa?”
“Sì, prego.”
E lei ripeté l’operazione due altre volte ed imparò velocemente, ma era evidente che a lei piaceva farlo piano.
Lui chiese allora chi altri volesse farlo sulla natica sinistra, e si misero a disposizione in quattro, che la infilzarono con quattro spilloni.
Ora era tutto finito.
“Prego,” Mi disse alla fine.
“La accarezzi.”
“Chi, io?”
“Sì, venga qui.” E indicò le capocchie degli spilloni infilati.
Mi avvicinai, toccai
quell’incredibile culo con l’esterno delle dita.
Provai un brivido di piacere malvagio, di sadismo allo stato puro.
Allora guardai anche le tette, mi portai davanti e tirai un po’ la nappina legata ad un capezzolo e feci suonare la campanellina appesa all’altro.
Palpai le tette e vidi muoversi i filaccioni rossi e blu che le passavano.
Lei non reagiva, ed allora mi riportai dietro, guardai il culo, misi anch’io una mano sulla frusta tra le cosce passando da davanti e diedi una manata sugli spilloni di destra.
Ora aveva finalmente reagito come doveva, trasmettendomi nella mano che teneva la frusta il piacere derivante dalla sua sorda sofferenza.
Le sue cosce stringevano la mia mano come se volessero impedirmi di andar via.
Ma un po’ alla volta la lasciai, contro la sua volontà.
Lei rimase per un altro po’ lì penzoloni, con la frusta che le usciva dal culo e con le coreografie attaccate.
Una visione che nessuno dei presenti avrebbe mai più dimenticato.
Si spense la luce e si intravide il corpo sfilarsi in alto, su per la botola con la frusta che pareva una coda grottesca e con le piccole madreperle degli spilloni che luccicavano.
La luce si riaccese e il caposala disse:
“Per di qua! E’ ancora richiesta la vostra collaborazione. Seguitemi prego”.
Lo seguimmo come ipnotizzati.

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