Punizioni di stato


Ce la lasciarono guardare per alcuni di minuti e devo ammettere che noi due non riuscivamo cavarle gli occhi di dosso, eccitati.
 Poi le dissero che era giunto il momento di prendere il morso.
 Scrollò il capo urlando di no, che avrebbe vomitato.
 Ma l’esperta poliziotta le chiuse il naso e dopo un po’, mezza asfissiata, la condannata dovette aprire la bocca per respirare.
 Velocemente e con destrezza le infilò in bocca la lunga lingua di cuoio del morso.
 Mentre lei dava conati di vomito perché finiva in gola, glielo
 intrecciarono dietro la testa, e da quel momento la si sentì solo muggire.
 Non era più un essere umano, ma un animale da soma.
 La fecero camminare per avviarla alla sala del supplizio.
 Lei fece per cadere ma la sorressero.
 Dapprima camminò in punta di piedi per non muovere i pali che la penetravano davanti e dietro, ma poi camminò sofferente abituandosi quasi alla terribile condizione.
 Forse avrebbe potuto abituarsi a vivere così?
 Io e la mia segretaria le osservavamo affascinati gli strumenti che la possedevano.
 Si muovevano ad ogni passo ora toccandosi, ora allontanandosi facendo intuire i movimenti interni della vagina e del retto al susseguirsi dei passi.
 “La testa così ingabbiata nel cuoio la fa sembrare un animale da tiro.” – mi bisbigliò Nerina cercando di soffocare l’emozione.
 “Un animale da piacere.” – Ribattei emozionato.
 Nerina mi fece prima un gesto di disapprovazione, poi di timida approvazione.
 Aveva le mani legate dietro la schiena e tirate al collare, mentre anche dal suo morso scendeva una specie di briglia per portarla in giro comodamente e, all’occorrenza, legarla da qualche parte.
 La seguimmo lentamente per un centinaio di metri; una camminata certamente studiata come parte integrante della punizione.
 Arrivò alla sala.
 Le slacciarono le mani e da dietro la schiena gliele legarono al soffitto.
 Lei stava in punta di piedi ma con le gambe larghe per allentare gli ingombri della sodomia, muggendo di dolore e rabbia.
 Si guardava intorno ansimando.
 Ci vide. Muggì nei nostri confronti, ma reggemmo bene il suo sguardo. Tirarono ancora un po’ la corda al soffitto in modo che non riuscisse più a
 tenere le gambe divaricate e si schiacciasse così gli sfinteri.
 Proprio non le risparmiavano nulla, ed in questo certamente c’era la mano del Capo, lo sentivo.
 Entrarono giudice e cancelliere.
 Erano gli stessi. Il giudice rilesse la sentenza annoiato.
 Il cancelliere fece entrare sei militari.
 I ragazzi erano diversi da quelli di prima; avranno avuto si e no 20 anni. Fecero schioccare anche loro la frusta alcune volte come per provarla.
 Allo schiocco la condannata emise quello che probabilmente doveva essere un urlo di terrore.
 I carnefici si misero in posa guardando cupidamente il corpo che si muoveva con le gambe che cercava di tenere divaricate quasi per invitarli. Attendevano come cani il permesso di dare caccia alla volpe.
 Il cancelliere fece un cenno ai militari per autorizzarli a prendere contatto materiale con la condannata.
 Si avvicinarono ed iniziarono a toccarla un po’ dappertutto.
 E’ probabile che quello fosse il momento più bello per loro; certamente serviva
 per formare un legame diretto tra le parti.
 La signora continuava a girarsi per sottrarsi alle manacce dei giovani, ma era ovviamente inutile in quelle condizioni.
 Sbuffava per protestare, ma iniziarono a toccarle ora i cunei conficcati, ora i capezzoli.
 Uno la pizzicò tra le cosce e lei strinse le carni autosodomizzandosi maggiormente.
 Infine iniziarono a sculacciarla per sentire e far sentire il rumore piacevole della mano sulla carne.
 Solo allora il cancelliere mi guardò per avere conferma.
 Gliela diedi. Soddisfatto, invitò i carnefici a procedere, ma calma e durezza, a colpo mirato.
 Le frustate alla fin dei conti, erano solo 60.
 Al via, il primo ragazzo la frustò con forza e precisione al culo.
 Lei cacciò un volgare muggito, come ci si sarebbe aspettati da una vacca.
 Il secondo si preparò, quindi fece partire una terribile frustata sulle tette.
 Probabilmente voleva farle saltare un capezzolo.
 La mia segretaria sobbalzò leggermente per l’impressione.
 Le strinsi la mano mentre i muggiti della vittima si facevano sempre più acuti.
 Il terzo cercò di schioccare tra le gambe ma non ci riuscì molto bene; lei comunque saltò in aria come una molla.
 Il quarto vi riuscì e la colpì tra le gambe, probabilmente tra i cunei.
 Lei buttò la testa in dietro, sempre muggendo, ma ormai continuava a farlo senza interruzione.
 Un sesto riuscì a centrare la base delle natiche segnando di rosso le fossette che la natura vi ha messo come invito alla penetrazione.
 Un settimo abbatté la frusta sul culo lasciando una scia rossa e gonfia.
 Toccò di nuovo al tettaiolo che stavolta le colpì in pieno i capezzoli.
 Ormai non aveva più vincoli di pudore, dolori per i cunei anali e vaginali, conati per il cuoio del morso che le stava in gola, ma solo dolore che si assommava al dolore lasciandole perdere ogni dignità davanti ai presenti.
 Dopo qualche prima goccia isolata, pisciò a dirotto facendo scorrere l’orina sulla punta del cuneo anteriore.
 Gli sfinteri non tenevano più.
 Ma lo stesso i ragazzi colpirono nuovamente culo, seni, schiena, interno delle cosce, gambe, un paio di volte il collo tra braccio e testa, e le ascelle.
 I capezzoli non saltarono via ma alla fine uno sembrava molto più allungato dell’altro.
 Anche in questo caso, comunque, posso affermare che l’interesse principale dei ragazzi era rivolto al culo; lo si vedeva dai segni delle vergate e dalle contrazioni del cuneo che ormai era scomparso quasi del tutto all’interno del culo.
 Una bella tedesca aristocratica non poteva che essere violata così dai giovani militari arabi.
 Il cancelliere dava il ritmo.
 Io e la mia compagna eravamo come paralizzati dalla scena.
 Io avevo un’erezione anche se me ne vergognavo.
 Quando finì, il cancelliere si ostentava annoiato, ma era eccitato anche lui.
 I ragazzi avrebbero continuato volentieri, ma quando l’uomo li fermò, alcuni le pisciarono addosso ma poi si ritirarono anche se visibilmente eccitati dall’orgia di dolore, sangue, sudore, orina, fatica, e dovere di giustizia.
 La vittima era svenuta, appesa con le mani al soffitto.
 Due donne le gettarono addosso dei secchi d’acqua e sale per disinfettarla
 Avevamo il cuore in gola anche quando vennero a prenderci per portarci altrove.
 Non era ancora finita: le prove anticipate per noi erano tre.
 
 Dopo la visita alle carceri, non avevamo cenato.
 Eravamo saliti nella nostra suite e ci eravamo abbracciati con una certa commozione.
 Mi ero svegliato alle 6 di mattina e avevo fame.
 Andai a vedere se si era svegliata, ma dormiva ancora.
 Provai a svegliarla.
 Dopo un po’ accettò di svegliarsi.
 Le preparai la vasca da bagno piena d’acqua.
 La aiutai ad alzarsi e l’accompagnai al bagno.
 Si lasciò spogliare di nuovo.
 Non la guardai mentre entrava in acqua.
 Mi sarebbe stata grata più tardi per non averla seguita con gli occhi.
 Quando feci per uscire mi chiese di restare, ma le dissi che ora ce la faceva benissimo da sola.
 Alle sette facemmo colazione, ma lei mangiò proprio poco.
 Non riuscivamo a dell’esperienza passata il giorno prima.
 Suonò il telefono.
 “Pronto?”
 “Hallo?”
 “Hallo.”
 “Mister Barbini? C’è un funzionario governativo che le vuole parlare. E’ qui nella reception e non è da solo. Potrebbe scendere?”
 “Adesso?” Chiesi stupidamente.
 “Beh, ha chiesto di vederla…”
 “Scendo.” – Risposi. Poi mi rivolsi a Nerina. –
 “Se non hai più notizie di me, telefona al Brambillasca.”
 “Ma cosa dice?” Chiese spaventata.
 “Scherzavo.” – Sorrisi per mentire meglio. –
 “Torno subito.”
 Giunto al bancone del portiere, questo mi indicò la persona che doveva incontrarmi.
 Era il funzionario delle carceri del giorno prima.
 Per un attimo mi si chiuse lo stomaco, ma poi vidi che era accompagnato da una figura femminile e mi sentii più tranquillo.
 Mi avvicinai.
 “Buon giorno.” Dissi asciutto.
 “Buon giorno.”
 Rispose in inglese più stentato del giorno prima, tanto che pensai che si stesse trovando in una situazione di imbarazzo.
 Forse doveva chiedermi un favore per la donna che era con lui.
 La guardai, ma era coperta fino al viso.
 “Prego.”
 Dissi, mettendomi a sedere sul divano e facendo sedere anche lui.
 Lei era rimasta in piedi.
 “Devo dar seguito agli accordi di ieri…” – Disse con una certa titubanza. –
 “Il capo della polizia…”
 “Quali accordi?” Lo interruppi.
 “Ieri, aveva offerto una certa cifra per la vita della condannata a morte per adulterio…”
 Rimasi zitto serrando le labbra con disprezzo.
 “Bene… Ora sono venuto a portargliela.”
 Mi indicò la donna al suo fianco.
 Io rimasi impietrito, mentre lui le abbassò il velo che le copriva la faccia.
 “E’ lei?” – Chiesi angosciato alzandomi in piedi. –
 “Ma se l’avete giustiziata davanti ai miei occhi!” –
 Tornai a guardarla e francamente non ero in grado di riconoscerla. gli occhi erano l’unica cosa che non le avevo visto con una certa attenzione.
 “E’ lei.” – Disse seriamente. –
 “Ieri era arrivato il benestare troppo tardi e mi riuscì solo di farla recuperare dall’acqua in extremis. Fortunatamente abbiamo sempre dei sommozzatori, in questi casi e…”
 “Non dica altro!” –
 Mi sentii il cuore esplodere dall’emozione, tanto che dovette fare un giro attorno al divano. –
 “E’ lei?” – Chiesi di nuovo.
 “Sì. E… E’ sua. Naturalmente, deve darci 10.000 dollari… Ricorda?”
 Due ore dopo gli consegnavo un telegrafico di quella cifra e lui mi consegnava la donna, i suoi documenti per l’espatrio e le chiavi delle catene che portava ai piedi e ai polsi.
 Quando Nerina l’aveva saputo, era stata sul punto di svenire.
 Poi era impazzita dalla gioia ed era rimasta con lei finché non giunsero i soldi.
 Li avevo chiesti d’urgenza al mio editore, al quale avevo detto in due parole che cosa ne avrei fatto, assicurandogli che quei diecimila dollari gli avrebbero reso cento volte tanto.

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