La Portinaia


Da qualche parte vicino a Milano, in qualche tempo verso la fine degli anni ’70.
Io devo l’apprendimento del dialetto Milanese alla grande ed inarrivabile sciura Bruna, per tutte le volte che mi ha rincorso urlandomi la sua rabbia per avere giocato sul pianerottolo o per avere scambiato la posta nelle caselle degli inquilini, un repertorio immenso di parole ed insulti bonari, che lasciavano regolarmente il posto ad una caramella, segno insostituibile di pace e fratellanza.
Il tempo passava e la sciura Bruna raggiunse la giusta età per il giusto riposo, che equivale alla pensione, in un processo d’avvicendamento naturale della nostra bella società il suo posto fu preso da Donna Assunta, non più milanese bensì immigrata da Napoli con marito muratore e figlia da crescere e poi sposare.
Donna Assunta è stata un simbolo per la mia vita, l’età dell’adolescenza comporta tanti cambiamenti, il gioco a nascondino per fare arrabbiare la Bruna diviene il gioco del nascondino per spiare sotto le sottane e dentro le
scollature.
Il marito di lei era un muratore, di quegli uomini che restano nei ricordi non per le imprese, ma solo per il fatto di essere un gran lavoratore, fuori di casa di mattino alle sei fino a sera, e lei sola a tirar su una bimba e pulire un condominio, oltre che a dar retta a tutte quelle donnette residenti, che per il solo fatto d’essere residenti ritenevano di essere di un livello superiore, sempre pronte a giudicare, criticare, sparlare ma quasi mai ad offrire un aiuto, tutt’al più un caffè, non per gesto d’amicizia e di pace ma solo per carpire gli ultimi segreti del condominio.
All’epoca la portinaia era una sorta di CNN privata, sempre in diretta sui fatti e gli avvenimenti, a conoscenza dell’ultimo acquisto della Signora Longhi e dell’ultimo litigio dei coniugi Rossi.
Donna Assunta era apparentemente devota, come tutte le donne meridionali, alla famiglia ed al marito, io lombardo puro sangue ho sempre ammirato questo legame forte alla famiglia, anche se oggi bruciamo tutte le tradizioni così come bruciamo le scorie radioattive, il termine apparente è determinato dal fatto che lei donna di 37 anni, sola per gran parte della giornata, coinvolta nel soddisfare i desideri delle donnette residenti, obbligata a ripassare quel pianerottolo pena una lettera all’amministratore, aveva sete di vita.
Credo sia difficile per una persona abituata al sole ed all’odore del mare trovarsi immersa nell’umidità, nell’afa e nella nebbia invernale di una città lombarda, con un marito gran lavoratore che non aveva tempo e poesia per regalarle un fiore, una figlia da crescere per farne sposa al più presto e le tante donnette residenti cui dare ascolto.
Nella più classica delle esistenze da studente trascorrevo le mie giornate, pieno dei miei diciotto anni dovevo fare i conti con le improvvise erezioni ed ancora con le polluzioni notturne, spesso del tutto involontarie, ma il rito della
masturbazione segnava con precisione il trascorrere del tempo, molte donne tra i 30 ed i 40 anni forse non sapranno mai di essere state spogliate e baciate, toccate e penetrate dalla mia fantasia, ma sono grato a tutte loro e alle fantasie che mi hanno regalato.
A quei tempi iniziavamo ad essere vittime, più o meno consapevoli, del dio Petrolio, i riscaldamenti però seguitavano ad essere accessi tutto il giorno trasformando i condomini in oasi sahariane, con temperature più adatte al Brasile che non ad un popolo d’europei, anche se meridionali (siamo sempre meridionali di qualcuno…), in ogni caso grazie a ciò io potevo sempre contare sull’abbigliamento mai troppo castigato di Donna Assunta.
Sarete curiosi di sapere come fosse questa Donna Assunta, dovessi giudicare con il metro d’oggi non le renderei merito, inoltre le tante stagioni che mi separano da quegli anni non mi consentono una descrizione precisa, meglio limitarsi a descrivere l’immagine che serbo di lei, paffutella ma mai grassa, alta quel giusto che non la fa ricordare piccola, capelli lunghi e neri, uno sguardo disegnato dal sole ed illuminato da due occhi color pece.
Due seni tondi e sodi, enormi per il mio essere ragazzino, che hanno dettato il ritmo della mia mano in più di una seduta liberatoria…
A causa della civiltà dei molti residenti, per togliere le macchie più persistenti, ricordo che molto spesso lei era costretta a passare lo strofinaccio sui gradini direttamente con le mani, inginocchiata su un paio di gradini più in basso, con un movimento rotatorio energico, stando più in alto si poteva scorgere la linea che separa così gentilmente i seni delle donne e spesso il bordo, sempre nero, del reggiseno, che faceva la sua apparizione in scena quando la direzione delle mani cambiava e quando lo strofinaccio era sciacquato.
Quell’energia costringeva i seni ad una danza tanto furiosa quanto eccitante.
Nella mia ingenuità, anche se molto perversa, stavo raggomitolato nella rampa di scale superiore a spiare, attraverso la ringhiera ogni singolo movimento, mentre con la mano infilata nei pantaloni mi carezzavo il sesso, pronto a ritrarmi per non essere visto, pronto a precipitarmi una rampa più in basso per non perdere un solo minuto di quello spettacolo, privato e gratis, tanto adatto ad alimentare le perversioni di un adolescente.
Ero così grato a mia madre quando usciva, perché potevo correre alla mia postazione, oggi mi sentirei un guardone ma allora sentivo solo esplodere la parte meridionale del mio corpo, nella mia eccitazione temevo di essere colto in flagrante ma forse ne avevo il desiderio, ero certo che Donna Assunta non vedesse, solo molto tempo dopo mi sono reso conto che lo aveva sempre saputo.
Accadde un giorno di marzo, mia madre aveva iniziato da qualche mese a lavorare fuori casa, io trascorrevo le mattinate a scuola ed i pomeriggi a giocare a calcio o basket con gli amici, con il brutto tempo o la malavoglia, passavo il mio tempo ad oziare, come quel giorno, il più normale dei giorni di pioggia che giungono a cavallo della fine dell’inverno e l’inizio della primavera.
Quella mattina non mi andava di andare a scuola, con la scusa di un malessere mia madre mi accordò il permesso di stare in casa, non sapevo che chiese a Donna Assunta di badarmi di tanto in tanto, quindi avevo organizzato al meglio la mia giornata d’osservatore.
Adoravo la pioggia, e forse è la ragione per la quale ancora oggi amo le giornate piovose di tanto in tanto.
La ragione sono le impronte delle scarpe bagnate e la polvere resa fango, che sono difficili da togliere, quindi lei si sarebbe dovuta inginocchiare ed io avrei potuto sognare.
Indossava un grembiule dozzinale, a piccoli fiori, di quelli tutti abbottonati davanti, ma non così ricchi da avere troppi bottoni e quindi regalando molte fessure. Il pullover allacciato le metteva in risalto il seno imponente.
Con l’ascensore scesi due piani di sotto, risalendo piano gli scalini sino a giungere un piano sotto il suo.
Potevo vedere quel pianeta rappresentato dal suo sedere ondeggiare energicamente, seguendo i movimenti del braccio. Immaginavo me stesso mentre le sollevavo le gonne e le baciavo le natiche.
La mia mano sotto i pantaloni mi carezzava il cervello meridionale e la saliva mi si asciugava in gola.
Poi feci un tentativo, portandomi contro la ringhiera, misurando lo spazio per lo sguardo dentro le sue cosce senza però incrociare i suoi occhi.
Con cadenza precisa, quando era costretta a spostarsi per pulire il lato più esterno ecco che io mi beavo della dozzinalità di quel grembiule che non poteva contenerla tutta.
Ricordo molto bene che indossava il reggicalze, ed io trasalivo per quei pochi centimetri di carne che mi si offrivano e quel giorno avevo esplorato l’interno coscia immaginando tutto il resto nascosto dalla mutandine nera.
Ero troppo eccitato, mi ero tirato fuori il sesso ed avevo cominciato a masturbarmi li sulle scale, ma avevo già visto abbastanza da essere pronto ad una delle mie sedute liberatorie, prima però volevo frugarle il seno con il mio sguardo, scesi di un piano e risalii con l’ascensore al piano sopra al suo.
Notai immediatamente che si era sbottonata il pullover e stranamente anche il grembiule era ben più scollato del solito, pochi attimi di quella vista, di quei seni prigionieri del pizzo nero, delle immaginate goccioline di sudore che le carezzavano il solco tra i due soli ed ero troppo eccitato per continuare, dovevo rientrare in casa e godere di tutte le mie fantasie.
Rientrato in casa ero pronto al rito, mi spogliai e mi misi seduto sul letto, la schiena appoggiato alla sponda con il cuscino per stare più comodo.
Le lenzuola ripiegate sulle gambe e gli occhi persi dentro la semi oscurità della mia stanza.
Lentamente la mano scivolava sul mio sesso e con lenta regolarità intrapresi il viaggio ben noto che separa il sogno dall’eccitazione, ormai preso dalla mia frenesia sessuale non mi accorsi che lei, si proprio Donna Assunta, stava eseguendo il compito che mia madre le aveva assegnato, badarmi di tanto in tanto.
Non saprò mai per quanto tempo lei sia rimasta a guardarmi, neppure se il rumore della porta che sbatteva fu accidentale o voluto, so solamente che udii con chiarezza la porta d’ingresso chiudersi, nel panico totale mi coprii con le lenzuola, spaventato e terrorizzato per il rischio di essere scoperto, il respiro affannoso e fu così che il viso paonazzo mi trovai di fronte a Donna Assunta.
“Buon Giorno Luca” mi disse con un sorriso che non potrei interpretare “come stai adesso?”
“Bene” dissi, cercando di controllare il respiro, rotto dall’affanno dell’essere scoperto e dall’eccitazione ancora violenta.
Il lenzuolo non nascondeva l’erezione che invece di calare pulsava sino a rimbombarmi nelle orecchie, lei, che in quel momento emanava l’odore del sudore e del detersivo, mi guardava senza parlare ma con occhi penetranti, quel profumo strano e quello sguardo non fecero altro che far esplodere ancora di più tutta la mia eccitazione, con un’erezione violenta e irrefrenabile.
Beccato, pensai, con le poche facoltà mentali rimaste, confuso ed eccitato, e cercai di balbettare qualcosa, senza riuscirci, Donna Assunta si avvicinò, sedendosi sul letto e mi diede un bacio sulla fronte
“sai dalle nostre parti si usa fare così per sentire se qualcuno ha la febbre” disse
“e tu credo che hai una bella temperatura . . ” continuò con tono chiaramente allusivo.
Nel mentre io potei sentire il suo seno sotto il mio naso.
Il mio imbarazzo era massimo, una frenesia di pensieri girava vorticosamente nelle mia testa, desiderio, paura, eccitazione, terrore tutto insieme, con violenza e confusione, non sapevo cosa fare e volevo fare tutto, mentre la mia erezione era tale da provocarmi dolore.
Steso sul letto avvertii la sua mano scivolare sui miei fianchi, sotto le lenzuola fino a giungere a pochi centimetri dal mio sesso.
Indugiava intorno al mio pube, mentre i suoi occhi erano diventati come fari nella notte, mi prese una mano e se la pose sopra il seno, guidandola in una sorta di massaggio.
Pochi istanti e sentii la sua mano prendere possesso della mia erezione, le dita che giocavano con il mio glande ogni volta che la mano risaliva dal basso.
Sempre tenendola spinse la mia mano sotto il pizzo del reggiseno e potei sentire con chiarezza quanto fosse turgido il suo capezzolo.
Mi lascio la mano e liberò due seni tondi e turgidi che restarono appesi a quel reggiseno, che mai compresi come poteva contenere tutta quell’abbondanza.
Quindi mi riprese la mano e mi insegno come strizzarle leggermente i capezzoli, come seguirle con dolcezza il solco e mentre pensavo che dolcezza fosse la regina, mi afferrò i capelli e mi intimò di leccarle il seno.
“Leccami intorno al capezzolo” mi disse con al voce rotta dal respiro sempre più corto
“e poi succhialo e poi leccalo”.
Non ricordo cosa riuscii a bofonchiare, so soltanto che le afferrai i seni con le mani e cominciai a baciare e leccare ogni millimetro di carne che mi si offriva, mentre la sua mano continuava il delizioso sali e scendi sul mio pene, ormai
diventato rosso fuoco.
In un niente si stacco da me e si alzò, ben ferma davanti a me si tolse il pullover, poi il grembiule e poi il reggiseno, lentamente, con lentezza esasperante, io quasi inconsciamente me lo presi in mano e cominciai a masturbarmi con un certo vigore.
“No Luca, non così” mi disse
“più lento, con calma, non vorrai mica finire subito . . . abbiamo solo cominciato” e con la sua mano insegnò il giusto ritmo alla mia.
Poi si distolse per continuare a spogliarsi.
Si sfilò le calze ed il reggicalze, mi prese la mano e la guidò verso l’attaccatura delle cosce, quasi come se dovessi raccogliere il suo sesso.
Ondulando il bacino e tenendomi stretto il polso iniziò a sfregarsi contro il palmo della mia mano, potevo sentire la sua umidità attraverso il tessuto degli slip, potevo seguire il contorno della sua fessura, mentre l’altra mia mano scivolava con ritmo regolare sul mio pene.
Si girò di schiena e quel sedere tante volte visto sotto un grembiule era li, bello e tondo davanti ai miei occhi.
Mi riafferrò la mano e mi aiutò a sfilarle gli slip, abbassandoli un poco su un fianco un poco sull’altro, mentre la fessura delle natiche mi appariva a poco a poco.
Quando gli slip furono abbastanza scesi da cadere a terra si inchino in avanti, così che potevo ammirare il bocciolo tra le natiche e la fessura del suo paradiso, il tutto avvolto da una foresta di peli neri ed arricciati, che emanavano un odore intenso, l’odore che per la prima volta mi riempi le narici e che da allora ricordo ancora.
“Baciami lì” disse, quasi con pudore ” baciami e leccami, toccami . . ”
Le baciai una natica, poi l’altra, mentre la mano passava attraverso la fessura delle cosce e andava a cercare il suo sesso, che scoprii caldissimo e completamente bagnato.
“Carezzami, piano . . . dammi il tuo dito” mi disse
“fai come ti insegno, fidati di me e proverai un piacere unico . ..”
Obbedii e non appena le diedi il dito lei se lo infilo, por poi afferrarmi il polso e ripetere quella danza con il bacino che tanto sembrava eccitarla.
Una mano sul mio pene.
Una mano prigioniera del suo piacere.
La mia lingua che navigava tra il suo bocciolo e le due natiche, poi lungo la fessura poi ancora su una e poi sull’altra.
Un mondo nuovo, totalmente nuovo e fortemente desiderato.
Sentii i suoi gemiti, sempre più intensi e vicini, fino a quando con un lungo e violento sussulto sentii tutti i suoi succhi scendere dal mio dito ed allargarsi sul palmo della mia mano.
Non interruppe il movimento, dopo un attimo di maggiore vigore si placò e divenne un dondolio lento e profondo.
Pochi attimi, quindi liberandomi la mano si girò, afferrò la mano che le aveva dato tanto piacere e la spinse contro il mio viso.
Istintivamente, senza malizia alcuna, mi portai il dito, che tanto piacere le aveva dato, e lo succhiai, come se fosse un piccolo pene, riempiendomi la bocca del sapore dei suoi succhi, del suo sudore, della sua carne.
Mi leccai il palmo della mano e poi mi succhiai ancora il dito, adoravo quei sapori.
Lei sollevò il lenzuolo, tolse la mai mano e la sostituì con la sua, pochi attimi, pochi movimenti ed io schizzai tutto il mio piacere che con un impulso che sentii partire dalle mie più recondite interiorità, giunse all’esplosione, un fiume in piena, come se tutto il mio corpo dovesse implodere e passare per quel orifizio.
Non si fermo che dopo alcuni istanti, quando fu certa che neppure una goccia fosse rimasta dentro di me.
Restò a guardarmi qualche secondo poi si ripulì dentro il lenzuolo e piano si rivestì, con una lentezza tale da provocarmi una nuova erezione.
“Donna Assunta” dissi
“sei meravigliosa” e cercai di toccarla, ma lei indietreggiò, scostando la mia mano, guardo la mia erezione e sorrise, mi prese la mano, la pose sul pene e mi disse di continuare da solo.
“da solo Luca” disse guardandomi con occhi quasi severi
“se vuoi godere ancora devi fare da solo, oggi ho finito, oggi basta, oggi . . . ” in meno di un secondo la vidi uscire dalla mia stanza e sentii la porta di ingresso chiudersi.
Non potevo farne a meno, mi masturbai con violenza e nell’orgasmo urlai il suo nome.
Poi esausto mi addormentai, così mi trovo mia madre, addormentato dentro il mio letto, avvolto dalla mie fantasie realizzate.
Nella testa continuava a rimbalzarmi quell’ultima frase, quegli oggi detti e ridetti come a sottolineare che ci sarebbe stato un seguito, stranamente però per qualche giorno cercai di evitare Donna Assunta, colpa di quella strana timidezza che assale chi ha fatto qualcosa di cui si pente a causa della nostra cultura bigotta, ma credo si trattasse più semplicemente di ciò che accadde tutti i giorni, cioè la mancanza di cose da dire, che ci fa cadere nel terribile susseguirsi di domande che dovrebbero certificare la bontà di ciò che si è compiuto.
Passarono forse una decina di giorni prima di ritrovarmi da solo di fronte a Donna Assunta.
Mia madre mi mandò in cantina a mettere ordine, tra libri e cianfrusaglie, pratica che mi toccava almeno due o tre volte l’anno.
Ero da poco intento a riordinare che sentii la voce di Donna Assunta mandare un saluto a qualcuno.
Immaginai che fosse sul pianerottolo davanti alla porta che portava nelle cantine.
Come un gatto mi avvicinai senza far rumore e la vidi intenta a pulire il corridoio.
Avrei voluto dire qualche cosa ma prima che la mia voce uscisse lei, come avvertendo la mia presenza, si voltò e mi guardo senza dire una sola parola, con quegli occhi che ancora oggi mi sento addosso, non seppi sostenere lo sguardo, in silenzio mi voltai e mi diressi verso la mia cantina, mentre sentivo già di essermi eccitato.
Giunto nella cantina ricominciai a riordinare ma il pensiero continuamente correva sul seno di Donna Assunta.
Feci finta di resistere a me stesso, ma l’idea di lei così vicina mi faceva impazzire, slacciai i blue jeans e comincia a masturbarmi, con gli occhi socchiusi e le fantasie piene di Donna Assunta.
Non mi accorsi subito che lei mi aveva seguito, mi colse di sorpresa, una frazione di tempo e fu di fronte a me, mi afferrò per i capelli e mi premette la testa contro il seno, mentre con l’altra mano si impadronì del mio mondo.
Mentre le baciavo con la massima avidità la parte di seno scoperta, con una mano cercavo di liberarle completamente quel petto stupendo, sodo e scuro, profumato di lei, con l’altra mi aprivo un varco tra il grembiule e lo slip, cercando la via più breve per raggiungere il luogo del suo piacere.
Sentivo la sua mano scorrere sul mio pene, la mia lingua intorno ai suoi capezzoli e le mie dita intente ad esplorare i suoi segreti. Volevo prolungare il mio piacere ma la sua mano non smetteva di scorrere con violenza e sapienza, quando ormai mi ero rassegnato e stavo per giungere all’apice della mia stesa esistenza lei si interruppe.
Mi pose le due mani sopra la testa e mi obbligo ad inginocchiarmi di fronte a lei.
Sollevò una gamba e la mise sopra la mia spalla destra, con una mano scostò di lato lo slip e con l’altra mi spinse la testa contro il suo bosco nero e profumato di desiderio e sudore.
Iniziai a leccare, scorrendo con la punta della lingua tutta la lunghezza delle grandi labbra, con una mano cercavo di contenere quanto più delle sue sode natiche potessi, con l’altra indugiavo tra l’interno delle cosce, poi piano risalii, fino a trovare le mie dita vicine alla sua fessura.
Trattenevo il suo clitoride tra le labbra, mentre la punta della lingua picchiettava in continuazione quel piccolo pene femminile, con un dito le solleticai il bocciolo, infilandolo dolcemente e ritraendolo, con una lentezza infinita, poi divaricando leggermente l’indice ed il medio la penetrai così davanti e dietro, muovendo la mano ritmicamente, mentre la lingua, ormai padrona del suo piacere, esplorava tutta la sua vita.
Le contrazioni dei muscoli vaginali sulle dita mi indicarono quanto vicino fosse il suo orgasmo, i suoi umori sempre più copiosi e dall’odore sempre più forte mi riempivano le narici e la gola.
Esplose, come un tuono in un temporale estivo, quasi mi strappo i capelli per la forza con cui mi afferrò la testa e se la spinse tra le cosce.
Io non smisi di leccare e succhiare e lei dimenava il suo corpo, quasi con violenza, come se volesse far diventare la mia testa parte del suo universo.
Avevo la bocca piena dei suoi umori ed il viso completamente bagnato, mi sollevò e per una frazione di secondo mi guardò fisso negli occhi, poi si abbassò, la sua bocca si riempi del mio sesso e con violenza infilò il dito indice nel mio ano, ebbi un sussulto ma il piacere della sua bocca e l’eccitazione di quella pratica inaspettata presero il sopravvento.
Sapeva bene come fare, le sue labbra scorrevano il mio pene per tutta la lunghezza e la lingua indugiava a tempo sul glande, pochi secondi e le avrei riempito la bocca e la gola del mio piacere.
Ma così non fu; i suoi seni si impadronirono della scena, avvolgendo tutto il mio pene ed il ruscello impetuoso che sgorgava da quella sorgente, le sue labbra vorticose coprirono tutto il mio piacere e diedero nuovo impulso al mio essere.
Fu intenso e lungo, mentre i suoi seni continuavano ad agitarsi, riempiendosi dei miei succhi, quindi si sollevò e mi offri il suo petto, mi costrinse a leccarle i capezzoli ed i seni e con essi i miei fluidi, per la prima volta conoscevo il sapore dei miei umori, misti al suo sudore, all’odore della sua pelle e del detersivo.
Si staccò un attimo da me, con la mano destra si tocco la vagina, quasi a volersi asciugare, poi si leccò il palmo della mano e si succhio le dita che sicuramente avevano indugiato dentro di lei.
Quindi mi baciò, cercando con lingua ogni goccia di piacere che la mia bocca conteneva ancora.
Ci baciammo per un lungo istante, miscelando i nostri succhi, i nostri umori e le nostre stesse vite.
Con la stessa sorpresa con cui giunse se ne andò, lasciandomi appoggiato alla parete della cantina con tutto il mio essere molliccio e bagnato a penzolare triste dai blue jeans.
Come la volta prima mi lasciò, a domandarmi se e quando avrei avuto il piacere di essere dentro di lei.
Solo alcune settimane dopo mi ritrovai nella condizione che avevo sperato, ero entrato nella guardiola, con la scusa di una lettera che mia madre mi aveva chiesto di restituire al postino, lei mi guardava con l’occhio di chi sa leggere dentro il sogno, io aspettavo solo un gesto, un movimento, nulla, prese la lettera e mi disse che l’avrebbe restituita al postino, non un cenno né una parola in più, cercai di prendere tempo, chiesi un bicchiere d’acqua, con questa scusa tanto cretina quanto usurata riuscii ad entrare in cucina, dove mi aspettavo l’esplosione dei sensi, suoi e miei, nulla, mi porse il bicchiere e vi versò l’acqua, mentre bevevo mi sentivo a mille chilometri di distanza, incapace di trovare una spiegazione logica, come se tutto ciò che era accaduto fosse logico o normale.
Ormai rassegnato ero sul punto di andarmene, quando lei mi indicò la sedia e mi invito a sedermi per fare due chiacchiere.
Mi sedetti, lei in piedi di fronte a me, si sollevò il grembiule e mi invitò a infilarle una mano sotto gli slip.
Poi appoggiandosi alle mie spalle cominciò ad ondeggiare, avanti i ed indietro, mentre io con un dito avevo cominciato ad esplorarle l’universo.
Le baciai i seni attraverso il tessuto del grembiule e del reggiseno, cercando con piccoli morsi di liberale quelle due colline.
Ero eccitato come non mai, lì, nella sua casa, nella sua cucina, ai confini del mio mondo e all’inizio del suo.
Mi afferrò la testa e se la spinse tra i seni, mentre le sue mani avevano già trovato la giusta via per liberare il mio sesso, si chinò e la sua bocca divenne la mia padrona, sino al punto in cui poté avvertire che l’esplosione era prossima, così i suoi seni avvolsero tutto il mio pene e si regalarono quel flusso di piacere che ne fuoriusciva, le sue labbra vorticose coprirono tutto il mio piacere, una replica stupenda del piacere non più nuovo ma sempre intenso.
Si sedette poi sul tavolo di fronte a me, divaricando leggermente le gambe ed offrendomi il suo sesso caldo e scuro.
Mi trovai a baciarla, attraverso il suo odore misto di passione e umore, con le sue mani che premevano a tal punto la mia testa da non lasciarmi respiro.
Continuavo a leccare e succhiare, mentre lei si sfregava ritmicamente contro il mio viso.
Quasi senza respirare sino al punto in cui lei liberò il suo mondo selvaggio ed io mi trovai con il viso inondato sai suoi odori.
La mia eccitazione risalì impetuosa, ora volevo penetrarla, sentirmi dentro di lei.
Aspettavo impaziente che lei si prendesse cura di indicarmi la giusta via, così fece, scese dal tavolo e si girò di scatto, sollevando le gonne e afferrando il pene da dietro la schiena.
Potei solo sentire la sua pressione per un momento, poi scivolai in lei, e subito mi sentii avvolto da un calore immenso, mentre con i muscoli contratti mi imprigionava in lei.
Afferrandole con una mano il seno e con l’altra l’abito comincia a spingermi dentro di lei, conscia della mia inesperienza iniziò ad assecondare le mie spinte, ritraendosi un poco e spingendo fuori il bacino nell’attimo in cui anch’io spingevo.
Si voltò e si sdraiò sul tavolo, le gambe avvinghiate al mio bacino mi dettavano il ritmo,
mentre le mani mi guidavano sui seni, potevo vedermi emergere da lei e scomparire in lei, mentre la vista delle smorfie della sua bocca e dei suoi occhi appannati mi eccitavano come non mai.
Sentivo prossimo il piacere, lei mi scostò e mi rimise a sedere, aiutandomi a trovare la posizione giusta, un poco avanti sull’orlo della sedia, che le permettesse di sedersi sopra di me.
Così fece, pochi movimenti gentili e lenti perché potessi trovare bene posto dentro di lei e cominciò a muoversi, come se fosse su un’altalena, sentivo i suoi peli intrecciarsi e sfregarsi nei miei, lei si teneva ben salda allo schienale della sedia, mentre io ero afferrato ai suoi seni con le mani, la mia bocca era diventata una ventosa per i suoi capezzoli.
Godemmo insieme in quella posizione, il suo orgasmo fu violento, tanto che agitandosi in modo forsennato quasi mi ustiono il bacino per lo sfregamento. Il nostro orgasmo fu accompagnato da un lungo bacio, le lingue intrecciate, spinte l’una nella bocca dell’altro con forza.
Si staccò da me, si inginocchiò e prese a succhiarmi il pene, quasi a voler raccogliere le ultime gocce della mia stessa esistenza.
Frastornato e intontito di piacere caddi a terra.
Un attimo e lei fu sopra di me.
Voltata, così che le nostre bocche potevano solo essere usate per ciò che forse sono state create, dare piacere.
La sua vulva era intrisa dei suoi e dei miei succhi, gocce di piacere colavano copiose ai lati della mia bocca.
Sentivo la mia erezione crescere lentamente dentro la sua bocca e diventare sempre più intensa.
Continuammo a godere l’uno dell’altra per attimi lunghissimo di intenso piacere, poi lei si distolse e si mise inginocchiata di fronte a me, agitando lentamente i fianchi mi invitò ad entrare in lei, ma quando ormai stavo per infilarmi nella sua fessura, con la mano guidò il mio sesso verso la seconda sua residenza del piacere.
Prima con movimenti leggeri, spingendo piano, poi sempre con maggiore vigore la penetrai da dietro e dietro.
Ebbi la sensazione di colui che passa per una porta stretta, la parte di me che era passata si sentiva come in un immenso atrio, la parte di me che non era passata era come prigioniera di una pressione, quasi come un anello posto sul pene.
I pochi attimi di assestamento mi servirono per rendermi conto di quella nuova dimensione, poi cominciai a spingere, mentre sentivo le sue mani afferrarmi lo scroto e le sue dita infilarsi dentro di lei, molto più violentemente di quanto io non avessi mai fatto.
Il suo orgasmo giunse quasi subito, inteso e forte, tanto che spingendo all’indietro nell’intento di prendere quanto più possibile del mio io mi fece perdere l’equilibrio.
Mi ritrovai sdraiato a terra, lei a cavalcioni sopra di me che ancora si masturbava con una mano e si torturava un seno con l’altra.
Era come se continuasse a godere, come se fosse entrata in una dimensione senza ritorno.
Le mie mani andavano freneticamente a toccare ogni parte possibile del suo corpo, fino a quando spostandosi più in basso mi afferrò il pene.
Con una mano masturbava me e con l’altra masturbava se stessa. Io rimasi per qualche istante spettatore, mentre il desiderio di godere diventava più impetuoso.
Appena si rese conto della mia condizione si sollevò leggermente e mi accolse dentro di lei, giusto in tempo per consentirmi di inondare le sue cavità con il mio piacere.
Restò ancora qualche secondo sopra di me, poi si sollevò, mi afferrò il pene e se lo spinse in bocca, bevendo e succhiando ogni goccia che ancora sgorgava.
Con la bocca ancora piena dei sapori del nostro amplesso mi baciò, a lungo, mentre le mani mi tiravano i capelli come a volerli strappare.
Quindi si sollevò, risistemando gli abiti aggrovigliati. Io rimasi steso qualche secondo a terra, ma lei mi impose di sollevarmi e rivestirmi.
Quando ci fummo ricomposti mi guardò, intensamente e profondamente.
Attraverso i suoi occhi era come se parlasse,
Come se mi raccontasse una storia,
Come se mi rendesse parte di un suo segreto.
Le presi una mano e lei si abbandonò tra le mie braccia.
Ci baciammo, un bacio dolce ed appassionato.
Lungo come la notte e stupendo come una giornata di sole.
La lasciai li, sulla porta della guardiola, andandomene verso l’ascensore, mentre sentivo il suo sguardo seguire il mio passo.
Era ormai sera, entrando in casa sentii il desiderio di dormire e di sognare, così, tanto per capire se ciò che avevo vissuto era realtà e non un sogno fatto in un universo parallelo.
Mi addormentai sul divano, cosa almeno insolita per me, solo la voce di mia madre che mi chiamava per la cena mi fece ritornare nel mondo dei mortali.
Dopo cena andai subito a dormire, un lungo sonno, forse iniziavo a capire molti dei significati che sino ad allora avevo solo inseguito nella mia fantasia.
Il giorno seguente durante la colazione sentii i miei parlare del marito di Donna Assunta e del fatto che mio padre avesse contribuito a trovargli un nuovo lavoro, migliore e meglio retribuito.
Non colsi altro del discorso, tra me e me ringraziai mio padre.
Mi faceva piacere sapere che Donna Assunta avrebbe potuto contare su qualche soldo in più.
Così con rara gioia e vigore me ne andai a scuola.
Rientrando a casa notai con stupore che la guardiola era chiusa e buia, cosa insolita a quell’ora, ero ancora pieno della felicità del mio piacere per pensare in modo negativo, non ci badai molto e salii in casa.
Dal bagno sentii mia madre parlare con una vicina della portineria, la curiosità si impadronì di me, purtroppo non potevo cogliere ogni parola, così mi sciacquai in fretta ed andai in soggiorno.
Vidi mia madre con la sig.ra Venturini ed una donna, intorno ai 50 anni, appesantita dalle fatiche più che dagli anni.
Parlottavano tra loro e mia madre come sempre intenta a dare suggerimenti e consigli che chiunque interpretava sempre e solo come ordini.
Appena mi videro mia madre mi invitò a sedere e mi presentò la sig.ra Cellamare, nuova portinaia del palazzo.
Fu una fortuna che ero a sedere, altrimenti sarei caduto a terra come un sacco vuoto,
Non riuscii a dire una parola oltre al rituale delle presentazioni.
Quando le due donne se ne andarono mia madre mi spiegò che mio padre, grazie a certe conoscenze, aveva trovato un posto di custode e manutentore presso una grossa società e che Donna Assunta con il marito si erano trasferiti.
Leggendo il mio stupore e forse il mio dolore, mia madre mi fece un lungo elenco dei vantaggi per la famiglia di Donna Assunta.
Purtroppo io vedevo solo il mio svantaggio, colei che mi aveva iniziato ai piaceri del sesso, la mia guida, mi abbandonava proprio ora che iniziavo a capire ed apprendere.
In più come capita spesso, stavo confondendo il piacere del corpo con l’amore, la mia era una reazione simile a quella di un amante abbandonato.
Mia madre mi ripeteva quanto per Donna Assunta quella scelta fosse importante, ma io non capivo o meglio non volevo capire.
Trascorsi tutta la giornata chiuso nella mia stanza, ascoltando musica e fantasticando, stranamente senza sentire il desiderio di masturbarmi, non provavo eccitazione sessuale, ma una grande serenità mista ad una profonda tristezza.
Un dolore astratto direbbe uno psicanalista.
Quella sera a cena quasi non parlai e ciò non era del tutto insolito, quindi mio padre non se ne fece conto, ma mia madre continuava a guardarmi e parlarmi, ma io non volevo ascoltare.
Poco prima di dormire mia madre venne da me, si sedette sul letto guardandomi ma senza parlare, poi prese un lungo respiro e mi diede una carezza.
“Luca non devi darti pena” disse
“ti ho regalato le fantasie che cercavi, quelle che non avresti mai sognato di realizzare ma. . . non poteva durare a lungo”
“Cosa stai dicendo” dissi io, trasalendo al pensiero che stavo interpretando “tu sapevi tutto?”
“non solo . . .” disse
” ma ho . . . aiutato la fantasia a trasformarsi in realtà . . .”
“ma perché. . . come è possibile ” dissi quasi urlando ora
“tutto organizzato e . . . PAGATO”
“si e no, organizzato si, pagato non proprio” mi disse con la voce un poco roca dall’imbarazzo
“non sempre . non l’ultima volta . . .”
Non aggiunse altro e se ne andò.
Non capirò mai perché mia madre l’abbia fatto.
La rabbia svanì presto, in fondo avevo avuto ciò che per molti poteva restare solo un sogno.
Tardai a addormentarmi, la mia mente volava sul seno di Donna Assunta, mi sembrava di poter percepire ancora i suoi odori, quello del suo sudore, della sua pelle e di detersivo.
A questi pensieri rispose un’erezione che da li a poco sarebbe scomparsa nel palmo della mia mano.
Inizia a masturbarmi piano, sognando ancora la sua bocca e la sua mano ed in pochi attimi giunsi all’orgasmo, rimanendo lì sdraiato, pensando a Donna Assunta, immigrata da Napoli con marito muratore e figlia da crescere e poi sposare.

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