Le 7 stanze


Sarebbe entrata a far parte della collezione. Fin dal primo momento in cui l’aveva vista, aveva desiderato leccarle i seni appuntiti. Aveva incrociato il suo sguardo vuoto da commessa di negozio di abbigliamento e aveva capito che darle un’educazione sarebbe stata un0impresa degna di lui. Non aveva strumenti immediati per convincerla a imparare. Non aveva il fisico atletico a cui lei era abituata dalle riviste di moda. Non era alto. Aveva i peli sulla schiena e sulle natiche. Voleva sodomizzarla e farle sanguinare a morsi i lobi delle orecchie. E anche quello era un sintomo che parlavano lingue differenti. Un imbarazzo patetico ma alla fine del percorso sarebbe stato ancora più eccitante. Si allontanò dalla pista da ballo. La osservò ancora a distanza, per essere certo che lei avesse sentito il suo sguardo. Andò al bar. La musica gli fischiava sui timpani. Mezzo Tavor gli bastava a far passare in secondo piano il peggio della vita, ma se insieme ci metteva anche un cocktail Martini o due diventava sordido, bisognoso, capace anche di umiliarsi. Particolare non di secondo piano, anche se nessuno tra gli avventori lo sapeva, quella notte Renato era le a raccogliere esemplari per la sua collezione.
Stazionò al banco fino a che non transitò anche lei. Era con un’amica.
Renato le si avvicinò accostandosi all’orecchio:
“E’ ora di rifarsi il trucco”.
Lei, che immaginava già tutto, sorrise. Osservò come era vestito e la cosa le andò a genio. Il volume della musica rimbalzava su di loro.
Scambiò un’occhiata con l’amica che si eclissò in un secondo. Aveva i glutei sporgenti ma per Renato si trattava solo di un accessorio. Poteva portarla al castellaccio, spalmarla di morchia e farla grufolare in un angolo frustandola di tanto in tanto, ma avrebbe solo complicato le cose e forse smorzato un’eccitazione + radicale.
“Seguimi” disse Renato. “Ho quello che ti serve.”
Uscirono dal locale. Vicino al parcheggio c’era un’aiuola circondata da una siepe alta poco + di un metro. Il caldo era precoce come le eiaculazioni di un bimbo down. La donna piegò la testa da una parte. I capelli lunghi e chiari le scivolarono sulla schiena scoprendo il collo.
“Sei fin troppo vestita” commentò Renato tra sè,
“ma senza niente addosso scommetto che sei perfino casta”: Estrasse la scatolina. Lei scelse tra le pillole e in cambio gli rivelò il proprio nome. Cristina, anonimo come la fellatio con cui lo ricambiò. Lui le venne in bocca senza alcun piacere. Non la toccò, non le sfiorò neppure i seni perché voleva tenere il meglio per il momento più opportuno. Le mise solo una mano sulla bocca e tenendole l’altra dietro la nuca le spinse la testa all’indietro perché fosse chiaro che doveva inghiottire. Una goccia cosmetica di sperma le scivolò sul mento rendendo + attraente il suo viso.
“I preamboli sono finiti” le spiegò in macchina. Era cose che doveva andare. Lei zitta fino a quando avrebbe imparato una lingua diversa.
Renato intanto le illustrava le regole. Presto la droga avrebbe fatto effetto. Gli occhi chiari, quasi trasparenti, di Cristina erano fissi.
“Dove mi porti?” chiese con un velo di preoccupazione nella voce.
Lo chiamava il castellaccio ma era una chiesa sconsacrata su una collina dietro la città. L’aveva acquistata a poco prezzo e riadattata. Adesso era il set dei suoi sogni. Ci si arrivava attraverso un sentiero arrampicato nel boschetto. Era avviluppata in un groviglio di rampicanti che la coprivano interamente rendendola invisibile. Renato apre il lucchetto, sfilò la catena dal portone. Guidò Cristina all’interno con una leggera pressione della mano.
L’atrio era illuminato a malapena. In un angolo c’era un sofà ricoperto di velluto rosso. Li accolse una bambina grinzosa truccata da Barbie che si avvicinò a prendere le giacche. Indossava una blusa giallo canarino e degli shorts blu petrolio. “Non fa parte della mia collezione” si giustificò Renato. “Si occupa delle ospiti. Vuoi qualcosa da bere?”
“Si” rispose Cristina. Era assente, priva di interesse.
“Allora prima spogliati.”
“Mi farai male?”
“Male? Non so cosa sia.”
La droga ed il riscaldamento avevano cominciato a farla sudare. La pelle era lucida, il rossetto era screpolato. “Mi devo togliere proprio tutto?”
“Fammi controllare la temperatura.” Renato scostò rapidamente le grandi labbra rosse del sesso di Cristina con l’indice della mano sinistra. Lo inserì rapidamente, con freddezza ginecologica. Lei chiuse gli occhi, gemette senza partecipazione.
“Lasciati le calze.” L’esibizione era completa. Renato si staccò. Fece un cenno alla Barbie vivente. Mentre Cristina si sfilava il reggiseno, la piccola cominciò a lavorarla inginocchiata tra le sue gambe. La bocca della nana si allargò come la ventosa di una sanguisuga per riempirsi di sugo. Succhiava avida. Nel frattempo, con l’arte di un’incantatrice di serpenti, faceva danzare il clitoride con piccoli colpi della lingua. Renato rimase alle spalle di Cristina e le affondò il volto nei capelli. Cominciò a mordicchiarle i lobi delle orecchie. Rimaneva vestito e niente lasciava ancora supporre che si stesse eccitando.
Cristina restò in piedi nuda, con solo le calze nere addosso, oscillando per l’eccitazione.
Renato la costrinse a piegarsi. La piccola giovane-vecchia aveva le guance tonde e gonfie come quelle di un criceto pieno di provviste.
Baciò Cristina facendole bere il liquido denso raccolto tra le gambe.
“Adesso sparisci” ordinò Renato alla minuscola assistente.
Sulla bocca di Cristina erano rimaste macchie di una materia bianca e gelatinosa. Lui la ripulì passandoci sopra la lingua.
“Se puzzi, mi piaci di più.”
Evitò ogni modo di guardarle i seni.

Renato nudo era più peloso di un plantigrado. Il suo sesso pendeva lungo dalla macchia riccioluta, con la pelle scura come la guaina di cuoio di un vecchio rasoio. Era indifferente, un organo sicuro di sè. “Prima di mostrarti il tuo nuovo alloggio, voglio che tu faccia conoscenza con gli altri pezzi della collezione. Imparerai.”
“Non farmi male” ripeté lei insensatamente.
“Seguimi nel viaggio e smettila di dire sciocchezze. Farò ciò che devo.
Non altro. E tu sarai mia complice:
Percorsero insieme la guida rossa stesa lungo un corridoio a spirale su cui si affacciavano porte metalliche, che avevano l’aspetto austero di ingressi carcerari. Renato, guardandola da dietro, pensò che Cristina non poteva capire le sue intenzioni nè collaborare ai suoi desideri, ma aveva un corpo in grado di farlo per proprio conto. Vedeva l’espressività quasi inattesa, poiché non richiesta, delle natiche e immaginava l’altera perfezione dei seni; le dimoravano le parti più sostanziose dell’intelligenza della ragazza. Rassicurato da questa certezza, spalancò la porta della prima stanza e la invitò ad entrare.

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