A caccia di uccelli


La famiglia: ma che bella cosa. La moglie affettuosa, i figli allegri e mai stanchi, la suocera onnipresente. Ma ogni tanto è bene prendersi una pausa da tanta felicità.
Così almeno un fine settimana al mese, durante l’autunno, lo passo nel casotto di caccia in mezzo ai monti dell’Apennino tosco-emiliano. Io arrivo sempre sul luogo il venerdì sera quando è notte fonda e mi sveglio la mattina dopo, non tanto presto, quando fuori della finestra del casotto è appena appena chiaro. Spesso c’è una leggera nebbiolina che fa sbiadire ogni colore oro, giallo, blu, grigio, verde e ruggine.
All’inizio dello scorso dicembre però accadde qualcosa che cambiò la mia vita, solo quella sessuale ben intesi, almeno in parte.
Quel sabato mattina mi vestii come al solito per la trascorrere la giornata nel bosco: camiciona pesante, pantaloni di velluto verde, calzettoni e scarponi e giaccone pesante di loden che sulle mie spalle grandi e nerborute vestiva a puntino. Bardato in quella maniera sembravo proprio l’incarnazione “del cacciator del bosco che vide la pastorella” come recitava quella canzone popolare.
Del bosco mi piace soprattutto il profumo del muschio e del fogliame seccato e poi marcito perché mi fa eccitare tanto. Dopo dieci minuti che cammino nel bosco ho di solito un’erezione visibile dalla patta tesa dei calzoni.
Ad ogni modo, quella mattina avevo la sensazione di essere seguito. Non è difficile incrociare altri cacciatori nel bosco, ma di solito non ti pedinano anzi cercano di starti alla larga per la paura che gli soffi di sotto il naso le prede.
Ad un tratto “Ehi straniero, cosa guardi?” dice una voce roca dietro di me.
Sorpreso capii che si trattava della voce del fratello di mia moglie Nicoletta Raffaele.
“Credevi di essere solo a goderti … la natura quassù purtroppo ci sono io a romperti il cazzo!” E mentre parlava così, mi guardava con insistenza lanciandomi un sorriso insolente.
Mi ripresi subito dalla sorpresa e iniziai a stuzzicarlo anch’io:
“Sei a caccia di uccelli pure tu?” Gli dico con un ghigno un po’ furbetto.
“Si certo ne ho già visto qualcuno.” Lui mi risponde, con quella faccia d’angioletto che si ritrova, facendo finta di non avere afferrato il doppio senso. Anche se l’azzurro dei suoi occhi raccontava tutt’altra cosa.
Mi si avvicinò, mi porse il binocolo e io guardai nella direzione che Raffaele mi indicò. Le nostre braccia sotto la stoffa si strofinarono l’una contro l’altra. I peli sottili del braccio mi si rizzarono al contatto e non solo quelli.
Gli dissi che non riuscivo a trovare nessun uccello e allora Raffaele si piazzò alle mie spalle e mi abbracciò da dietro per posizionare il binocolo nella direzione giusta. Bastò quel contatto per farmi diventare ancora più baldanzoso. Premetti, quindi, all’indietro i miei glutei tesi e scontrarono una protuberanza che sentivo crescere nei suoi pantaloni. Raffaele rimase muto e fermo per quasi un minuto.
Avevo sempre sospettato che il fratellino minore di Nicoletta avesse un debole per me Non mi trattava come gli altri cognati, zii o cugini e parentaglia varia. Invece di evitare la mia compagnia, come in genere si fa con i parenti, la ricercava; non si incazzava quasi mai con me, anche se a volte ne aveva ben donde; rideva, scherzava. Spesso mi confidava anche delle cose che si confessano solo agli amici intimi: ad esempio di un paio di scappatelle che lui fece quando la sua dolce metà era in cinta. Cercava di instaurare con me una sorta di complicità virile, tuttavia casta. L’unico episodio di natura “sessuale”, diciamo pure così, che esulava dal comune rapporto fra cognati, fu un bacio sulla bocca che mi diede con tanto di linguona rasposa, un po’ per scherzo, un po’ per scommessa un po’ perché si era scolato mezza caraffa di sangria nel giro di mezz’ora.
Ad ogni modo, proseguimmo assieme la nostra caccia nel bosco. Lui era piuttosto taciturno. Stranamente, perché da quando lo frequentavo non credevo di averlo mai visto senza parole. Sembrava quasi che mi volesse studiare come una delle sue prede.
La nebbiolina ora si era trasformata in nebbione e anche una pioggerella fitta e incessante cadeva dal cielo da più di un ora. Decidemmo quindi di ritornare al capanno per asciugarci e mettere qualcosa sotto i denti. Tanto gli uccelli, più furbi di noi se ne stanno rintanate al caldo in qualche buco.
L’immagine che mi torna subito alla mente è quella di Raffaele che si spoglia davanti al caminetto proprio sotto il mio naso mentre la pioggia picchietta sul tetto di lamiera: per un po’ si asciuga i lunghi capelli biondi con un asciugamano; poi ruota le spalle fuori dalle bretelle e si sfila gli stivaloni. Ora si siede per terra gira la faccia verso di me e sorride mentre si leva a fatica i calzettoni. Infine, si rialza in piedi e, girandomi le spalle, si toglie i pantaloni lasciandomi intravedere i suoi bianchi glutei, solo per alcuni istanti, prima che si nascondano sotto la lunga camicia. Io sono ancora vestito e fradicio e puzzo di bosco e ho un bozzo molto voluminoso al centro delle mie cosce. Non c’era molto da dire.
Raffaele prese la palla al balzo, capendo che io era in preda ad un raptus di eccitazione. Ho sentito le sue labbra appoggiarsi sulle mie, e le nostre lingue palparsi. La sua lingua, nel penetrarmi la bocca, aveva un inconfondibile sapore di tabacco. Cazzo quanto fumava. Accarezzai l’interno della sua bocca con un va e vieni furtivo della lingua. Raffaele pose una gamba ad ogni lato del mio corpo e si sedette sulle mie ginocchia. Poi prese ognuna delle mie mani posandosele sui glutei voluttuosi.
Ho accarezzato febbrilmente ogni centimetro della sua pelle. Il sedere ed e le cosce erano duri ma lisci. Molto abilmente, Raffaele ha iniziato a sbottonare la sua camicia senza interrompere il nostro bacio. Volevo fare lo stesso ma lui me lo ha impedito con un gesto fermo delle mani.
Mi ha slacciato i pantaloni con la stessa abilità. La camicia era quasi completamente sbottonata tranne che per il pezzo che copriva il suo inguine. Aveva i capelli in disordine. Si incollò al mio corpo, leccandomi il mento i collo e baciandomi il petto da sopra la giacca. Quindi scivolò giù con lentezza in mezzo alle mie cosce e una volta per terra mi mordicchiava ora con garbo, ora con forza il rigonfio della patta. Con calma e una certa abilità professionale mi sbottonò i pantaloni ed estrasse coglioni e cazzo dalle mutande. Poi si fermò a guardarlo mentre svettava sopra il suo naso. Lo fissò e poi fissò me dritto negli occhi. Senza mai staccare lo sguardo da me iniziò lentamente a masturbarmi. Con una mano massaggiava l’asta del mio membro turgido, con l’altra sollevava i testicoli giocherellando come fossero state biglie in un sacchetto di plastica. Poi d’improvviso sentii la sua bocca stringersi come un fodero intorno al cazzo.
Sempre con gli occhi puntati verso di me, iniziò a succhiare con lena. Il suo viso era perfettamente tranquillo mentre cercava di ingoiare quanto più possibile quel pezzo di carne che in quel momento era la sola parte sensibile del mio corpo. Ogni tanto lo faceva uscire dalla bocca e lo leccava con ampi colpi di lingua. Poi insaponava con la sua lingua anche i coglioni, invischiando i peli di calda bava. Lui mi stuzzicava ma io volevo solo terminare quella tortura. Quindi gli forzai la bocca con il mio grimaldello e spinsi con forza giù avanti e in dietro. Lui non staccava mai gli occhi dai miei e le labbra dall’asta. Ora lo guidavo con entrambe le mani sulla sua nuca. Pompavo quel viso giocondo e per niente perturbato, come raffigurato in certi quadri di chiesa. Un martire infilzato da frecce in tutte le membra ma il viso tranquillo senza grinze di sofferenza.
Scoppiai, con un gemito soffocato. Raffaele non si staccò neanche allora dalla mia verga e beveva, succhiava leccava fino a quando tutto quel lavorio con la bocca non mi fece un po’ male. Allora gli scostai il capo dal mio inguine. Lo guardai negli occhi, gli carezzai la guancia e gli dissi:
“Sei bello!” Lui arrossì e abbassò lo sguardo.

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