Fa freddo o fa caldo oggi?


Fuori la pioggia, calda. Attraversa un’aria densa, pregna di odori e di afosa solitudine. Guardo fuori dalla finestra. Dal ventitreesimo piano vedo solo altri ventitreesimi piani. Grattacieli che come tanti, enormi falli di cemento escono dalla terra e cercano di penetrare il vuoto. Di stuprare il cielo.
Lo sguardo cade sulla strada, uomini e donne che si muovono in fretta. La pioggia cade, a volte sono scrosci violenti, altre volte sono minuscole gocce di umidità. E loro corrono, sempre. Come se fosse l’unica condizione conosciuta. Perenne movimento, perenne andare e venire.
Sullo scrittoio il computer aspetta in silenzio. Aspetta le mie dita, aspetta che nell’angolo in basso a destra appaia una maschera. Mi ricorda una maschera di Venezia. Quella minuscola maschera che avverte, che dice di qualcuno collegato. Aspetta, anche lui come me.
Il telefonino tace anche lui, riposa sul comodino, mentre un filo gli trasporta energie fresche. Mi piacerebbe essere così a volte. Collegarmi ad un filo e ricaricarmi. Le sigarette si infilano tra le dita, si poggiano sulle labbra. Si consumano lentamente, senza fretta. Una dopo l’altra. L’aria condizionata è la più grande fonte di illusione. Ti godi la temperatura che vuoi. Poi esci per strada e il caldo afoso ti massacra la fronte, ti accartoccia le ascelle e ti ricorda che per strada siamo tutti uguali. Più o meno. Che indossi abiti firmati e costosi. Che indossi cotone comprato su una bancarella dimenticata. Il caldo afoso non perdona nessuno ed il sudore disegna aloni umidi, su cotone griffato e su cotone a buon mercato.
Nella mia stanza il silenzio, rotto dal sibilo del condizionatore. Mi sdraio sul letto. Occhi incollati al soffitto. Come se lei apparisse dal cielo di questa stanza.
Non esco, non ne ho voglia. Invece si, mi ricordo di quel ristorante Italiano. L’avrò visto mille volte, ho sempre pensato di andarci un giorno. Stasera va bene, spero solo abbiano vino decente. Forse basta che sia vino.
Mi vesto senza voglia e senza fretta. Devo cenare, tutto il mio tempo è quello. Il dopo non esiste, il dopo è un collegamento, parole su un monitor. Vita che scorre tra un messaggio ed il successivo. Ma dopo. Quando i fusi orari si incontrano e l’onda della passione travolge le lancette dell’orologio. Oltre il tempo e lo spazio. Quando l’illusione è cullata dalla tecnologia. Quando lei c’è. Il resto è solo un intermezzo.

Mi ha chiamato Frankie. Sa che sono ad Hong Kong. Serata classica, cena, locale per bere e ascoltare musica. Poi una sauna ed un massaggio.
“preferisci il massaggio, il massaggio con l’extra o vuoi il servizio di bocca?”
Avrò sentito decine di volte questa frase. Adesso mi suona come una nota stonata che sale come un lamento da un’orchestra. Mi sembra un secolo che una mano ha saputo darmi un minuto di vuoto. Invece sono solo un paio d’anni. Forse meno.
“no grazie, sono stanco e domani devo entrare in Cina, ci si vede quando torno in città”
“va bene, allora beviamo solo qualcosa insieme”
“ti ringrazio ma sono morto di sonno, davvero. Ci sentiamo”
“come vuoi, ti interessa Teresa? Se vuoi te la mando..”
“No, grazie. Frankie, scopatela tu Teresa, che io sono stanco”
“perfetto, allora la terza la faccio per te”
“bravo, e vedi di sopravvivere..”
“a Teresa?”
“no, alla seconda, che sono anni che non ci arrivi”
“fuck you”
“fuck you frankie, fuck yourself”

Eppure, forse, siamo amici. Forse.
Respiro, lentamente. Accumulo aria fresca, nei polmoni e sul corpo. Esco dalla stanza, senza spegnere il computer. Mi vengono in mente i negozi, di quando ero bambino. Di quando il salumiere era un amico di famiglia. Di quando il fruttivendolo mi regalava due ciliegie. A volte dovevano uscire di corsa e mettevano un biglietto “torno subito”.
Il mio computer acceso è solo un nuovo, tecnologico biglietto: “torno subito”.
Il ristorante è a due passi. Cento metri, appena dietro l’angolo. Il tempo per fumare una sigaretta, respirare l’odore di questa città e convincermi che l’essere qui abbia un senso.
Un cameriere Indiano mi accoglie. Un maitre Cinese mi offre l’aperitivo ed il menu. Una cameriera Filippina mi porta delle tartine e mi sorride. Il primo sorriso pieno da quando sono entrato.
Ordino senza fretta. So benissimo che è più illusione che verità. Spaghetti alla carbonara e filetto in crosta. Mi interessa di più il vino. Quello non possono certo addomesticarlo. Un Amarone del ’96. Non eccezionale ma vale il prezzo.
La cena scorre via. Ai tavoli vicini sono tutti Orientali. Mi guardano, guardano soprattutto la bottiglia che da sola costa più della cena. Mangio e sorseggio, sorseggio e mangio. Di quello che c’è intorno non mi interesso. Il vino sorvola la mia lingua, rimbalza sul palato e scende veloce verso la gola. Ogni sorso mi chiedo chi sono. Ogni sorso mi chiedo chi amo e perché. Ogni sorso mi rispondo che amo una donna meravigliosa. Ogni sorso mi sento perso in mezzo all’oceano. Diecimila chilometri lontano da tutto ciò che desidero e che rappresenta la mia vita.
La bottiglia è finita. La cena anche. Mi offrono un digestivo. Rifiuto. Non voglio sciupare il sapore dell’ultima sorsata di vino. Mi deve durare il più a lungo possibile. Come il sapore dei suoi baci. Pago il conto ed esco. L’albergo è a due passi, cento metri dietro l’angolo.
Che freddo ieri….

Perfetto, aereo in orario, c’è tutto il tempo.
Lascio anche che il taxista mi freghi. Con la scusa di “risparmiare” tempo mi fa fare il tragitto dell’ East Tunnel. Forse, se va bene, recuperi cinque minuti, di sicuro c’è che sono almeno 20 dollari di Hong Kong in più.
Ma non importa, appena arrivo in albergo, doccia fresca, un paio di telefonate e via, a violentare la notte.
“stanza 1912 signore”
“no, quella da sulla strada interna, ne vorrei una sull’altro lato”
“va bene la 1921?”
“si, perfetta. Grazie”
Aria condizionata a palla, devo immagazzinare fresco per stasera. Doccia veloce, accendo la TV. CNN, altra roba locale, meglio la pay-tv. Fantastico, film hard Giapponesi. È presto, uno me lo vedo.
Dal minibar esce una birra, ben fredda. Tra le mani appare una Marlboro. Tutto l’occorrente. Frankye lo chiamo dopo. Adesso vediamoci le Giapponesine che scopano, urlacchiano e si prendono sempre in bocca lo sperma del maschio di turno.
Le immagini scorrono. Una banale frammentazione digitale copre il pene e la fica, ma nelle inquadrature giuste si vede, o si indovina, tutto. Un tempo usavano una specie di ombreggiatura. Quella nascondeva tutto. La tecnologia aiuta, l’immagine è distorta ma cattura di più, come se mi costringesse a scrutare. Alla ricerca di una eccitazione più reale.
Lei è una giovane infermiera, lui il medico. Guanti da chirurgo, in lattice, mentre le esplora il seno, le scopre la pancia. Le sfiora il boschetto dei desideri. Lei ansima, si dimena, mentre lui le tocca anche l’impossibile. C’è sempre un misto di brutalità e di dolcezza. Sempre una leggera violenza. Lei finge di essere ritrosa e lui finge di essere brutale. Un gioco, che eccita la mente. Un mente maschile, che domina. Mi chiedo spesso se ad una donna piace così, oppure preferisce la dolcezza. Ma in fondo, non cambia molto. Alla fine si gode e basta. L’orgasmo è sempre quello. Solo la mente decide se sia migliore del prossimo o peggiore di uno passato.
Ci vuole poco. Lei resta nuda, a parte le calze autoreggenti bianche e la cuffietta da infermiera. Bel seno, che lui stropiccia come fosse di gommapiuma. Finalmente appare il protagonista. Lei si butta a bocca aperta sulla carne del suo padrone. Succhia avida e senza sosta. Lui accompagna al sua testa, le da il giusto ritmo, lei ubbidisce e gode del piacere che offre. Cambia la scena. La mia erezione finisce nella mia mano destra. Lei è sul lettino, con il sedere appena sollevato. Lui prende qualcosa, una pomata. Le spalma per bene la fessura ed anche il buchetto del silenzio. Prende un arnese, non capisco bene cosa sia, ma a lei piace. Le infila quel pezzo di acciaio asettico su per la carne resa scivolosa. Lei si agita, lui sembra indemoniato, l’acciaio scompare e riappare, ritmo tribale. Come si trattasse di una danza. Al culmine dell’eccitazione lui le afferra i fianchi, senza togliere l’acciaio dal suo bel culetto. La penetra in un solo colpo e comincia a sbattere come un pazzo. La piccola infermiera ha gli occhi stralunati, il respiro rotto e la bocca contorta. La mia mano scivola sulla mia carne, accompagnando il loro gioco.
Il medico ha il camice addosso, mi chiedo come si sia tolto la camicia, ma quei due corpi che scopano come animali selvaggi, su quel lettino mi eccitano in modo intenso. Il crescendo del loro amplesso è il crescendo della mia masturbazione. Aspetto la scena finale, aspetto che lui le goda in bocca. Mi eccita vedere lo sperma schizzare sulla bocca, sulle guance, sugli occhi. Possesso, dominio. Sottomissione. Magari è il contrario. Forse è solo godere. Eccolo, è uscito da lei e le si piazza davanti al viso, si agita, si masturba e lei lo implora di goderle in bocca. Il culmine. Lo schizzo bianco, il suo ed il mio. Godiamo insieme. Lui in una bocca io nella mia mano. Lei lecca ciò che rimane, io mi ripulisco con un fazzolettino. Lui sembra godere ancora, mentre lei lecca. Io ho finito e sento già salire il senso di vuoto e di niente. Loro si baciano ed io accendo una sigaretta. Il primo respiro sembra spaccare i polmoni. L’orgasmo dilata i bronchi e la prima boccata di fumo li massacra.
Spengo la TV, mi rifaccio una doccia. Mi piace masturbarmi così, mi piace farlo, come se lo facessi davvero, senza farlo. Senza nessuna donna a cui chiedere niente o a cui dare qualcosa. Tanto poi è la stessa sensazione più o meno. Voglia che lei se ne vada o voglia di andarmene io.
La doccia è tiepida, l’acqua scorre sul mio corpo. Chiudo gli occhi e la lascio scorrere, lavando via le tracce di sperma, lavando via rimorsi e rimpianti. Lavando via quel senso di vuoto che segue ogni orgasmo trovato in quel modo.
“preferisci il massaggio, il massaggio con l’extra o vuoi il servizio di bocca?”
“ciao Frankye, non lo so adesso, decidiamo dopo, ma dove andiamo a mangiare?”
“pensavo da Jimmy’s oppure andiamo da Jo Jo, sai quello Indiano”
“uhm, va bene Jo Jo, muttun vindaloo e tanduri”
“ok, ci si vede alle 8, prendi un taxi, io vengo in macchina, poi andiamo in giro”
“alle 8”

Il ristorante è vecchio, per quanto vecchio ad Hong Kong abbia un senso. Un ristorante di 5 anni è vecchio, a 10 è tradizione.
Non ci sono altri occidentali, meglio così. Frankye non è ancora arrivato.
“tavolo per due, magari vicino alla finestra”
“certo signore, venga..”
ordino una birra, San Miguel, ho una sete del diavolo.
Arriva Frankye, ma non è da solo. Un ragazza con lui, molto carina. Abbastanza alta, infilata in un abito a tubino, che le arriva appena sopra il ginocchio. Capelli lunghi e neri. Ma qui non potrebbe essere diverso.
Ha un bel sorriso e un gran bel seno, alto e tondo. Più grande della media. Sorride in continuazione, vuol dire che non parla Inglese.
“ciao Duke, questa è Teresa” gli piace chiamarmi Duke, anche se non ho mai capito il perché.
“Ciao Frankye… ciao Teresa” lei sorride e lui anche. Ma lui parla bene Inglese.
“non parla Inglese, al massimo due parole..”
“l’avevo capito.”
“così sono tranquillo che non me la scopi tu..”
“divertente… ”
Il cameriere arriva, con la sua testa ciondolante. Gli Indiani usano la testa più o meno come noi le mani. Non è mai ferma in un punto preciso. Fluttua sul loro collo, oscillando da destra a sinistra, disegnando un semicerchio, dall’alto verso il basso. Altri sembra che abbiano un pendolo impiantato sul collo. Come se fossero costretti ad un’eterna diffidenza, un eterno circa & quasi. La pelle scura, quella degli Indiani di Madras.
Ordiniamo da mangiare, Frankye ordina anche per Teresa. Io mi prendo le solite cose, mutton vindaloo (montone con salsa vindaloo, la più forte della cucina Indiana, miscuglio di curry e chily che stronca il palato di mezzo mondo). Tanduri (una specie di focaccia, imburrata) e lascio che Frankye mi violenti il palato con un altro paio di cose, che saranno piccantissime e piene d’aglio.
Parliamo di lavoro, Teresa ci guarda e sorride. Conosco la sensazione. Quando sei in mezzo a persone che parlano e non capisci una sola parola. Ci si sente a metà tra l’ignorante ed il cretino. Potrebbero dirti i peggiori insulti e magari tu sorridi. Proprio come capita a lei.
Parliamo di progetti mai nemmeno cominciati, di come fare soldi, di come farne sempre di più. Classico discorso ad Hong Kong. Tutti parlano di fare soldi, alla fine sono in quattro o cinque a farli e quattro milioni a sognarli.
Parliamo di donne. Parliamo di Teresa. Frankye è sposato ma da tempo ormai il matrimonio è una semplice convivenza. Perché non è facile trovare casa ad Hong Kong ad un costo ragionevole. Teresa è una ragazza che ha lavorato per lui. Poi è diventata la sua amante. Adesso la scopa e la presta. Come capita a tantissime ragazze Cinesi, che barattano la loro femminilità con un benessere sognato da quando sono nate, in una casa là ai Nuovi Territori o appena oltre il confine, tra Shenzen e Shunde.
Ha un bel corpo, lui me ne descrive i particolari, lei sorride. Mi dice di come le piace essere scopata, lei sorride. Mi dice come piace a lui scoparla, da dietro, scopandole un poco la fica ed un poco il culo. Lei sorride. Mi dice che a lei piace da matti farsi scopare da due uomini e farsi godere in bocca contemporaneamente. Lei sorride.
La osservo, le guardo le mani curate, le unghie affilate. Le catturo lo sguardo. Gli Orientali hanno gli occhi più “vuoti” del mondo. Non capisci se soffrono, sono felici, arrabbiati. Appena imparano a controllare il viso, la loro espressione è assolutamente inviolabile. Ci vuole del tempo, almeno io ne ho impiegato abbastanza, per decifrare quegli sguardi. Adesso ho imparato e bene o male riesco a capire. Lei mi guarda, forse sta pensando se questa notte sarà in prestito a me. Forse mi sta semplicemente guardando.
Mangiamo tra una battuta e un filo d’aria a rinfrescare bocche in fiamme. Ogni tanto Frankye coinvolge Teresa nel discorso, ma in modo marginale. È solo una donna.
Trionfo della cena, hanno il caffè espresso. Qualcosa di simile ma bevibile. Offro io stasera. Quando pago il conto lei mi guarda. A modo suo crede che se offro la cena, lei sarà il mio dolce.
“Allora Duke, dove andiamo di bello adesso?”
“su a Victoria Peak, in quel locale con la cantante Filippina…”
“ok, sta bene”
In macchina salgo dietro, così almeno Teresa può fare quattro chiacchiere con Frankye. La guardo mentre parla. La sua bocca è modellata bene. Le labbra carnose, labbra da baciare. Ha un buon profumo, anche se non riesco a riconoscerlo.
Il locale è praticamente pieno. Troppa gente e troppa confusione. Prendiamo giusto una birra al volo. Non è tardi, ma la mezzanotte è già passata.
In questo posto il giorno e la notte si confondono, c’è sempre vita, sempre rumore, sempre odore di roba da mangiare. Fa sempre caldo e l’umidità è sempre tossica.
Risaliamo in macchina. Non m’importa di dove andiamo, basta stare in macchina e respirare il fresco artificiale del condizionatore.
“Duke si potrebbe andare da te in albergo..”
“ti serve un posto?”
“no, pensavo di fare una cosa a tre, a lei piace”
“lascia perdere Frankye, portatela a casa e scopatela in santa pace”
“non fare il ritroso, a lei piace, dammi retta”
“prova a chiederlo a lei allora..”
parlottano in Cinese, lei ride, poi si gira verso di me e sorride. Ride anche lui. È il mio turno per sentirmi un cretino.
“per lei va bene…”
“grandioso, ce la sbattiamo tutti e due e lei è contenta..”
“si, le piace da matti”
“o piace da matti a te?”
“forse, ma cosa importa, insomma vuoi scopare oppure no?”
“magari domani, adesso mi vado a fare una bella sauna ed un bel massaggio”
“ma come, ti offro di scopare e tu preferisci andare a farti fare un pompino?”
“Teresa è carina, molto, ma non mi va proprio”
“ok, ti lascio alla Diamond, davanti al tuo albergo, va bene lì?”
“si va bene..”

Arriviamo davanti all’ingresso. Scendo e saluto. Teresa mi sorride. Non mi sembra proprio spiaciuta di non prendersi un cazzo straniero tra le gambe. L’auto riparte, mentre mi accendo una sigaretta e guardo l’insegna.
La ragazza all’ingresso mi invita ad entrare. Indossa il tipico abito lungo, di seta, con lo spacco che va dal fianco alla caviglia. Il viso stanco. Stanco di invitare uomini ad entrare. Stanco di vedere uomini domandarsi se anche lei “lavora” il locale. Stanco di sorridere a chiunque per una paga da sopravvivenza.
Faccio due passi. Illudendomi che non faccia caldo, ma dopo tre minuti sento già le gocce colarmi lungo la schiena. Torno indietro ed entro. Allungo una banconota da dieci dollari di Hong Kong, circa duemilalire, lo standard di mancia che si versa. L’obolo per sentirsi più leggeri. Lei sorride e mi accompagna verso l’ascensore. Terzo piano. Altre due ragazze mi prendono in custodia, guidandomi verso lo spogliatoio. Lì i soliti solerti e servizievoli inservienti si prendono cura degli indumenti che mi levo. Mettono tutto per bene in ordine nell’armadietto. Mi tolgo anche braccialetto e collanina, altrimenti in sauna mi ustiono.
Un inserviente mi passa l’asciugamano e mi guida con la mano verso il locale sauna.
Una grande sala. In mezzo le vasche per idromassaggio. Sono disposte a quadrifoglio. Quella con l’acqua ghiacciata, quella con l’acqua bollente. Le altre due con acqua a temperatura umana, con un milione di bollicine che arrivano alla superficie. I colori sono morbidi verdi e vellutati azzurri. Rumore di getti d’acqua e di vociare dei clienti. Su un alto il bagno turco e la stanzetta dei massaggio alla schiena. Sull’altro lato la sauna e le docce. Le pareti centrali piene di scaffali con asciugamani, macchine distributrici d’acqua. Piccoli frigoriferi per le pezzoline di spugna, quelle da mettersi sul collo dentro la sauna. O da usare per inumidire l’aria che si respira. Due televisori. Uno con le quotazioni della borsa e l’altro collegato all’ippodromo. Qui spendono fortune giocando ai cavalli.
Ad occhio e croce sono l’unico con gli occhi tondi. Come sempre. Raramente capita un occidentale. Che sia da solo poi è quasi impossibile.
Mi infilo nella doccia. Godo a sentire il getto potente colpirmi la testa. Ci starei delle ore. Come se bastasse l’acqua a purificarmi. Come se insieme alla schiuma scivolassero via anche le mie paure, le mie angosce. Il profumo dolciastro delle creme intasa l’aria. È l’acqua scende.
Strano, tra uomini. Quasi ci si vergogna a mostrare il corpo. La maggior parte fa la doccia di schiena. Come a nascondersi. Tutti guardano il pene degli altri, quasi di nascosto. Un processo mentale di comparazione forse. Ci “misuriamo”. Si dice che i Cinesi, gli orientali in genere, siano poco dotati. Più o meno è vero. Per quanto possa significare un pezzo di carne pendulo. Per quanto possa significare un pene eretto. Per quanto possa significare essere uomini.
In sauna. La porta in legno che si apre e chi è dentro solleva lo sguardo. Cerco un pezzo di panca libera. Metto l’asciugamano tra la pelle del mio sedere ed il legno bollente. Un ometto piccolo e grasso versa dell’acqua sui sassi ardenti. Si alza uno stelo di vapore ed in pochi attimi l’aria diventa rovente. Come se volesse tagliarti la gola. Giro la clessidra, per me che la faccio casualmente è meglio tenere il tempo. Quindici minuti a 80/90 gradi. Osservo il sudore emergere dalla pelle. Come se ogni poro fosse un geyser. I primi minuti scorrono veloci, poi sento sempre l’impulso di uscire. La crisi mi prende dopo i primi 7/8 minuti. Poi mi ambiento e potrei starci più a lungo. Ma il quarto d’ora è un tempo giusto.
Esco e mi ributto sotto la doccia. Fredda. Il sangue mi schizza da est ad ovest. Il cuore pompa come se avessi fatto una corsa. Adoro quel momento. Non riesco a pensare, il cervello è chiuso per allagamento. Strana sensazione quella di non pensare. Quasi un orgasmo.
Resto sotto l’acqua fino a quando la reazione termica si placa, altrimenti suderei ancora. Quando esco l’omino è già pronto con pantaloncini e vestaglietta. Non capisco una parola, mi sembrano solo suoni gutturali. Con la mano mi indica la via per il salone centrale.
La stanza è proprio grande. Quattro file di poltrone, messe affiancate. Tra una poltrona e l’altra il tavolino con sigarette, posacenere e barattolo con i bastoncini per pulirsi le orecchie.
La ragazza con la divisa azzurrina si precipita. Mi mette l’asciugamano sulle gambe distese, si inginocchia al mio fianco, mi offre una sigaretta e mi chiede cosa voglio bere. Te al ginseng. Orribile ma dicono che faccia bene, soprattutto per chi fuma.
Poco dopo arriva la “mama”. Ha il tabellone con i numeri delle ragazze. I clienti abituali le riconoscono così. Guardo i numeri, per cercare il 9 oppure il 18. Se uno dei due è disponibile lo prendo. Scelgo il numero che mi piace, perché la ragazza non la ricordo mai. Il 18 è libero.
Bevo il mio te e fumo la mia sigaretta. La testa abbandonata sullo schienale. Ogni tanto è bello sentirsi soli, oltre che esserlo. Volti che non conosci, il sentirsi straniero ed esserlo. Puoi pensare ad un sacco di cose. Puoi pensare a niente o almeno provarci. Puoi credere di essere vivo, di essere a casa. Puoi credere quello che vuoi e convincerti che sia così.
Un inserviente mi chiama, il mio turno è arrivato. Mi precede per una serie di corridoi, che sembrano cunicoli. Arrivo davanti alla porta di una delle stanze. Ce ne sono con più lettini, per chi viene in compagnia o chi vuole risparmiare. Io sono occidentale, a me spetta la stanza singola, solo un lettino. Più cara, più privata. Mi siedo sul lettino e dopo un paio di minuti arriva la numero 18. la luce è già bassa, ma riesco a vederla. Credo abbia sui 30 anni. Capelli corti e musino birichino. Non troppo minuta. Meno male, altrimenti il massaggio sarebbe scarso. Entra con il suo corredo di creme idratanti, olio di mandorle e roba simile. Mi toglie la vestaglietta e mi fa sdraiare a pancia in sotto. Dalla parte della testa c’è un buco, dove si può infilare la faccia. Lei sistema un asciugamano, in modo che la faccia non si fonda con la similpelle del lettino. I preparativi sono finiti. Mi sfila i pantaloncini. Il mio essere nudo mi mette leggermente in imbarazzo, ma forse è solo l’essere di schiena. Mi sarebbe sempre piaciuto vedere l’espressione del viso. Anche se l’abitudine dovrebbe aver spento da tempo ogni espressione.
Sento la crema fredda sulla pelle della schiena e subito dopo le sue mani che scorrono lungo tutta la superficie. Preparano la pelle, la ungono sapientemente per evitare l’attrito e le bruciature. Poca pressione, poca energia. Solo il preludio al massaggio vero.
Mi sale in piedi sulla schiena. Si tiene alle maniglie agganciate al soffitto. Prima cammina, giusto per preparare la muscolatura, poi comincia con il tallone a percorrermi la spina dorsale. Una miscela di dolore e di piacere. Scopro muscoli che non sapevo di avere. Mi abbandono, non potrei comunque fare altro. Penso, penso a come mi sento, penso a quei piedi. Penso che io uomo sono ora nella condizione di sottomissione. Penso che vorrei essere su un altro pianeta, o anche solo in albergo. Penso che dopo avrò il mio premio. Soffrire per sentirti come nuovo dopo. Penso che ora lei mi cammina sulla schiena ed io dopo le godrò nelle mani.
Finisce la passeggiata e le sue mani si fanno pesanti. Mi torce i trapezi, i bicipiti. Mi strapazza i lombari ed i dorsali con i gomiti. Ha quasi il fiatone, deve metterci forza altrimenti non serve. Scende alle gambe. Con malizia ed esperienza indugia con le dita sull’inguine, pochi secondi e riscende sulle gambe. Questo rituale consumato è un gioco crudele. Risveglia il cervello dal torpore, stuzzica l’eccitazione e poi ti rimanda nel torpore.
È lei a decidere quando iniziare. Lei a decidere quando è il momento. Versa l’olio che cola sulle natiche. Lo versa anche nel solco che porta fino alla radice del mio mondo. Le dita scorrono veloci. Lentamente l’erezione monta. Si presenta. Lei scorre piano, afferra il sacchetto della mia progenie e lo coccola. Lei sa quando è pronto. Mi abbandono. Lascio che il sangue vada dove deve. Lascio che la mente si perda su sentieri già visitati. Lascio che lei prenda in mano il mio essere maschio e porti a compimento il suo compito divino.
Mi fa cenno di girarmi. Il mio corpo ingombrante è a disagio su un lettino fatto per i Cinesi. Non la guardo negli occhi. Provo un sottile imbarazzo. Io nudo, con un’erezione a metà e lei che sorride. Mi stendo per bene e lei con la mano fa il gesto di masturbarmi. Mi piace l’idea che lo chieda. Tanto sa perfettamente che nessuno rifiuta. Mi versa olio sul pene. Idrata e rende scivolosa la casa del mio piacere. Piano l’erezione diventa desiderio di godere. Lei slaccia il vestitino. Lascia il seno libero. Lo tocco piano, le sfioro il capezzolo. La pelle è morbida, sottile. Lei comincia a giocare con le mani. Ci sono momenti che non sai più se sono mani, se è una bocca o cosa altro possa essere. Non le tocco più niente. La pago per godere, la pago per quella mano che evita il lavoro alla mia. Non è il suo corpo che mi interessa, non il suo seno o il suo culo. La sua mano. Solo quella, meglio se due. Mi afferra una mano e mi invita a toccarle il seno. Non mi interessa. Allora mi guida in basso, abbassa lo slip e mi apre la strada per il suo di mondo. Le sfioro la fessura. Mi sorprende non poco sentirla bagnata. Le tocco le labbra, le schiudo e cerco il suo piccolo cuore. Mi lascia fare, allarga appena le gambe e mi lascia esplorare il suo nascondiglio. È rarissimo che un numero si faccia toccare la fica o il culo. Che poi sia bagnata e sembra che le piaccia è la prima volta che mi capita. La tocco e lei segue il mio ritmo, come se il piacere fosse quasi reciproco. Piano le infilo un dito, lo sento scivolare dentro di lei. Geme e per qualche attimo interrompe il ritmo della mano, come a volersi gustare il poco di piacere che le arriva dalla mia carezza. Insisto e aggiungo vigore, la tocco, la penetro, la esploro. Lei si stacca dal mio cazzo e poggia le due mani sul lettino. Io pago per godere. Adesso pago per far godere lei. Ormai la mia mano è diventata parte del suo corpo. I suoi umori mi colano lungo le dita, sul palmo. L’odore del suo piacere sale lentamente ad occupare l’aria della stanza. I suoi fianchi ondeggiano, spinge sulla mia mano, mi prende il cazzo in mano lo prende come un trofeo. Provo quasi dolore. La guardo in viso. Gli occhi chiusi e la testa leggermente rovesciata all’indietro. Spingo, scavo e lei geme. Il mio dito entra ed esce da lei come se un milione di anni si concentrano in lui. Gode, lo sento dal suo gemito che diventa rantolo, dal suo respiro che si spezza. Dai muscoli della sua fica che si contraggono, dal suo umore che diventa torrente. Gode, lei che non paga. Gode lei che deve fare godere me. Gode, come la più grande troia. Pagata per godere. Non smetto, continuo con violenza fino a quando sento il suo orgasmo scemare. Attimi strani, silenzi rotti dal respiro. La mia erezione ancora tutta lì. Mi guarda, mi carezza il torace. Gioca con i peli e sorride. Ricomincia la danza sul mio cazzo. Mi guarda e poi si abbassa. Entro nelle sua bocca. Sento il calore delle sue labbra e del suo respiro. Disteso, indovino la sua testa che sale e scende. Le afferro i capelli e la guido. Ho pagato per godere della sua mano, non della sua bocca. Però mi piace sentire che sono nella sua bocca. Lei non ha pagato. Ha goduto della mia mano. Non parlo, non capirebbe. Non parlo perché non ho pagato per parlare, ho pagato per godere.
La sua bocca scivola lungo il percorso del mio piacere. Adesso voglio godere. Le sollevo la testa. Voglio la sua mano, voglio che il mio succo caldo le schizzi sui polsi, le scorra tra le dita. Mi abbandono completamente e lascio che la vita mi scorra dal cervello fino al cazzo. O forse il contrario. Godo. Esplodo nella sua mano. Forse sono due, oppure la sua bocca. Sento il mio liquido caldo spargersi sulle sue dita, sui suoi polsi. Arriva un secondo ruscello di piacere e questa volta è lei a farmi godere. Perché ho pagato per quello.
Mi sento vuoto, mi sento spento. Mi sento assente. Il mio respiro torna lentamente normale, mentre lei con cura ripulisce il mio cazzo e le sue mani. Adesso l’aria è pregna del mio odore e del suo. Doveva essere solo il mio. Perché ho pagato per godere.
MI riprendo e riprende il suo lavoro. Mi massaggia le gambe, il torace. Mi massaggia la testa e poi ancora le gambe. Lentamente, come se ora il tempo non contasse nulla. Adesso ho goduto. Mi massaggia i piedi, le ginocchia e indugia sull’inguine. Il centro del mio piacere sembra risvegliarsi. Lei mi massaggia piano e piano il mio cazzo trova la strada per il cielo una seconda volta. Mi versa litri d’olio sul ventre, con la mano accompagna l’onda densa verso il mio mondo. Si ferma un momento, mi guarda. Non fa cenni. Ho pagato per godere e lei lo sa. Mi prende la mano. La vuole ancora per se. Ma adesso no. Adesso sono io che devo godere e basta. Le tocco il seno adesso. Lei lavora bene con la mano. Le tocco la fica solo per un attimo e lei sorride. Sembra chiedermi di continuare. Le tocco il seno, i suoi capezzoli sono duri come sassi. Lei lavora di polso, io comincio a godere di mio. Le tocco un ultima volta la fica bagnata e calda. Ma levo la mano. Lei lavora di mano. Le prendo la testa. Voglio la sua bocca. Lei prende la mia mano e se la porta alla fica. Siamo pari. Per il tempo che voglio la sua bocca sul mio cazzo, devo scoparla con il mio dito. Mi piace, sento quasi il desiderio di goderle in quella bocca calda e morbida. La tocco e sento il suo respiro più caldo scorrermi sul cazzo. Le sollevo la testa e smetto di toccarla. Lei lavora con la mano, con tutte e due. Geme senza che la tocchi. Io ho pagato per godere. Finalmente godo, un solo rivoletto di succo di uomo esce dal mio cazzo e le finisce tra le dita. Ho goduto, da solo. Perché ho pagato per godere.
Mi ripulisce, poi scompare. Torna con una sigaretta e con dei panni umidi e caldi. Io fumo e lei lava il mio corpo, toglie lo sperma e l’olio. Sorride. Ha fatto il suo lavoro.
Mi aiuta a rimettere la vestaglietta e mi saluta. Le sorrido ed esco. Torno nella grande sala, giusto per bere un tè al Ginseng e fumarmi un’altra sigaretta. Poi la doccia, lunghissima, interminabile.
Tutta la cortesia degli inservienti si trasforma in solerzia. Il cliente ha consumato, il cliente esce e paga. Si sprecano di cortesia, sperando che insieme al conto lascio la giusta mancia. Di solito loro la prendono direttamente, quando ti rivesti. Le ragazze invece no. Perché sei nudo e non hai tasche per i soldi. Per loro devi lasciare la mancia alla cassa. Come se fosse un ristorante. Se mangi bene ed i camerieri sono stati gentili, paghi il conto e lasci la mancia. Quindi sei hai goduto bene, paghi il conto e lasci la mancia.
Pago il mio conto. 700 dollari. Ne lascio 100 di mancia. Di più sarebbe sospetto. Perché potrebbero pensare a qualche cosa di particolare e di extra. Di meno regalerebbe alla ragazza una strigliata, perché il cliente non è soddisfatto.
Meno male che l’albergo è a due passi, fa troppo caldo.
Che caldo oggi….

Giro l’angolo. Di fronte all’albergo l’insegna della Diamond. Quel posto che conosco come le mie tasche, dove spesso ho chiuso le stanze della mia mente. Quel posto dove ho pagato per godere e per sentirmi più leggero. Quel poso dove andavo nella vita di ieri.
All’ingresso c’è sempre una ragazza, non credo sia la stessa. Solo l’abito. Sempre uguale, come il sorriso. Quasi fosse una smorfia che le ragazze tengono nell’armadietto.
Entro in albergo. Mi volto a guardare quell’insegna. Come chi si ferma e si volta a guardare il proprio passato. Tante volte l’istinto aveva vinto e spinto dall’altra parte della strada. Ora l’istinto mi porta verso il mio computer, verso il mio biglietto di “torno subito”.
Entro nella stanza buia, non accendo la luce, voglio vedere il buio ed ascoltare il silenzio. Voglio sentire tutto il peso del mio essere. Voglio sentire tutto il nulla che pesa sulle mie spalle. Solo una luce, la fiamma che accende la mia sigaretta. Di nuovo il buio, appena sfiorato dalla cenere rossa. Rossa come fiamme di un inferno che è ricordo.
Non riesco a trovare la giusta regolazione per l’aria condizionata. Troppo freddo oppure caldo. Mi muovo dentro la stanza, fumo e osservo il mio portatile.
Scarico la posta. Qualche messaggio da un paio di liste. Di suo niente. Guardo l’orologio e capisco perché. Il tempo. Rintocchi uguali ad ore diverse. Lei lavora ancora, mentre io sono già dentro la notte.
Rispondo a qualche messaggio, preparo una relazione. Guardo l’orologio. Dovrei dormire forse. Ma non posso, non ci riesco. Non senza prima avere detto al mio PC che l’amo. Lasciare che le parole viaggino dentro il mondo fatto di elettroni e di onde. Arrivino sul suo PC e si materializzino nell’unica verità che conosco e che sento.
Finalmente la maschera. È lei. Primo messaggio: ti amo. E tutto il resto del mondo scompare, come scompare questa stanza.
Secondo messaggio: mi manchi. E la gola si chiude in un nodo. La voglia di lei, del suo odore, delle sue labbra. Del suo sorriso.
Terzo messaggio: come stai. Bene, adesso bene. Sono con te.
Il passato è lontano dalla mia vita. Appartiene solo alla memoria. A quella che vorrei cancellare.
Il presente è così intenso e profumato che tutto il resto non conta. Il presente è così intenso che è già futuro. Ad ogni respiro. Ad ogni parola digitata. Ad ogni pensiero che prende forma e colore. Ad ogni parola che diventa sempre e solo la stessa frase: ti amo.
Fa freddo o fa caldo oggi?

All’angolo della strada un uomo. Vestito di nero, con un sorriso tagliato a metà e occhi scuri come la notte. Stava in piedi, una borsa a tracolla ed una spada Giapponese nella mano sinistra. Rimase rapita da quel suo modo di fare. Da quel suo essere presente e lontano al tempo stesso.
Lui la osservò a lungo, come si osserva la notte, come si osserva il mare. Nei suoi occhi rabbia e dolore, nelle sue mani tagli e sangue di nemici. Nel suo cuore un inconfessabile bisogno di amore. Di amare. Di essere amato.

“chi sei?” gli chiese, mentre sentiva i suoi occhi entrare in quelli di lui
“solo un uomo…” le rispose, mentre con la mano stringeva più forte l’elsa della sua spada.
” ed io sono solo una donna… non temere” aveva visto negli occhi dell’uomo affiorare la paura

Lui sollevò la maglia nera, scoprendo un torace pieno di ferite. Le mostrò la spada, con l’elsa segnata dai troppi combattimenti. Lei vide la luce dei suoi occhi. Vide morte e dolore. Vide un passato ed un presente. Vide che il futuro non esisteva. L’uomo si sistemò meglio la borsa sulle spalle. Prese la spada e la offrì alla donna.
Incredula e forse insospettita non la prese subito. L’uomo poggiò la spada ai suoi piedi, le regalo un ultimo tagliente sorriso, si voltò e cominciò a scendere lungo la strada che portava al porto.

“perché mi lasci la tua spada..” gli chiese quasi urlando
“ti servirà… ogni volta che pioverà ed ogni volta che sarai sola…” le disse lui
“ma servirà anche a te allora..” gli disse, mentre l’uomo continuava a camminare
“no… mi basteranno le mani, adesso…” le disse lui, senza voltarsi
“ma dove vai?” gli chiese, con la voce rotta da un singhiozzo
“non lo so, non lo mai saputo….” Le disse, fermandosi e voltandosi ad accarezzarle lo sguardo
“nemmeno io lo so…” gli disse, mentre lo raggiungeva.
“potremmo camminare insieme se vuoi..” le disse
“potremmo farlo, dove andiamo?” gli chiese
“non lo so, lo sai tu?” le chiese

Giù in fondo alla strada, dentro un tramonto rosso fuoco, si scorgevano due profili vicini. Camminavano verso il sole. Sulle spalle dell’uomo una borsa pesante ed una spada nella mano sinistra. Nell’altra teneva la mano della giovane donna.
“..ho lasciato la mia borsa e le mie valigie..” gli disse
“… credi che ti serviranno ?” Le rispose.
Giù in fondo alla strada, dentro un tramonto rosso fuoco, si scorgevano due profili vicini. Camminavano verso il sole.

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