Supplemento da pagare


RtoticoElisabetta si era già vestita e profumata. Avevamo deciso di andare al cinema, a vedere qualche bel film, come talvolta facevamo per spezzare un po’ la sua routine settimanale di studentessa fuori sede, tutta fatta di mattinate trascorse in facoltà a prendere appunti e di serate passate nel chiuso della cameretta del pensionato a studiare intensamente.
Andammo in un grande cine-teatro, recentemente restaurato e riaperto al pubblico, con una sala immensa capace di novecento posti e sormontata da un doppio ordine di palchetti. Rimanemmo meravigliati di tanta eleganza e di tanta grandiosità.
La sala – forse per la sua vastità – sembrava quasi deserta. Difatti a vedere il film, all’ultimo orario di un martedì piovoso, c’erano pochissime persone oltre noi. Ci accomodammo in un angolo, lì dove i bagliori del film che proiettavano arrivavano un po’ meno. Nella fitta penombra Elisabetta accettò e ricambiò, come al solito, le mie carezze. Poi, lei si fece audace. Quella sera non le interessava granché del film (Stigmate, per la cronaca); aveva voglia di coccole. Mi baciò appassionatamente, mentre con una mano mi massaggiava la patta. Il mio cazzo si inturgidì presto. E lei, improvvisamente, si accovacciò tra le mie gambe, mi abbassò la cerniera dei pantaloni, ne estrasse il mio pene e cominciò e sbocchinarmi con dedizione. Non l’aveva mai fatto in un luogo pubblico, e l’idea di scoparmela dentro un cinema mi arrapò ulteriormente. Elisabetta era bagnatissima: sa che mi piace completamente nuda sotto i vestiti, e anche quella volta non aveva indossato l’intimo. Aveva un vestitino unico pezzo, di quelli aderenti sino alla vita ma che cascano larghi sui fianchi e sulle gambe (… per altri 40 cm, tanto sono corti!), per cui risultò agevole per me arrivare con le mani a frugarla tra le gambe, con delicatezza però, per non smagliarle le calze autoreggenti. Umori odorosi le inumidivano la peluria che le incornicia la fichetta. Lei mi succhiava il cazzo e io le massaggiavo la schiena e il seno, giungendo spesso a infilarle qualche dito in fica. Tuttavia più di tanto non potevamo fare, con la paura di farci vedere e rimproverare da qualcuno.
Quando si accesero le luci della sala, al momento della pausa fra i due tempi, ci ricomponemmo frettolosamente. Elisabetta guardò i loggioni della sala, vide i palchetti e mi sussurrò che sarebbe stato bellissimo trasferirci dentro uno di essi. Mi chiese di informarmi se ci fosse la possibilità di salire in quei palchetti. Mi alzai e andai a domandare al signore che controllava all’entrata della sala i biglietti degli spettatori. L’uomo, sulla cinquantina, un po’ appesantito nel fisico ma ancora abbastanza tonico, mi spiegò che i palchi si aprivano solo per la rappresentazioni teatrali e che, dunque, non era possibile andarvi. Gli chiesi scherzando: “Neppure pagando un supplemento sul biglietto”; ribadì che no, non si poteva. Nel frattempo uscì a cercarmi Elisabetta: il secondo tempo era iniziato. La voglia di riprendere il “discorso” lasciato a metà le si leggeva negli occhi e questo avrebbe ispirato a chiunque il desiderio di scoparsela. Infatti, l’uomo dei biglietti mi trattenne per un braccio e mi chiese l’età della ragazza. “Ventitré” anni, risposi io. E lui, con tono ammiccante: “Ora che vedo la ragazza capisco il perché della tua richiesta. A pensarci bene potreste andare di sopra, ma dovreste pagare sì il supplemento… Se accettate andate al palchetto numero 32: è il più riservato; e… lasciate la porta socchiusa”! Me ne tornai da Elisabetta. Nell’oscurità le riferii la risposta dell’uomo, dicendole con tono malizioso che io però non avevo più soldi per pagare e che avrebbe dovuto aggiungere lei il supplemento. Elisabetta trattenne il respiro per un momento; poi mi sussurrò languidamente all’orecchio: “Perché no? Andiamo, offro io”.
Dentro il palchetto ammirammo per un attimo la grande sala vista dall’alto. Poi Elisabetta, senza indugi, mi si inginocchiò tra le gambe e mi scoprì l’uccello. È una pompinara nata. Le viene naturale scopare senza inibizioni di nessun tipo, offrendomi sempre quanto di meglio ha e sa fare. Il suo bel culo bianco e sodo, per esempio, è sempre a disposizione del mio cazzo e non c’è mai bisogno di usare vasellina o altri intrugli per penetrarla: l’ano è strettissimo ma elastico e con un po’ di saliva e di vigore lo si può sfondare senza troppi sforzi. Per non parlare del suo modo di cavalcarmi, impalandosi il mio cazzo in fica: è una furia della natura. Ma dove lei si fa apprezzare maggiormente nel suo essere “femmina” è l’arte del pompino. Lì si lascia andare completamente, si libera da ogni inibizione e si dimostra spudoratamente troia. La migliore di tutte? Non esageriamo! Ma delle ragazze che hanno assaggiato il mio cazzo, sì, certamente! Anche quella volta non fu da meno: cominciò a leccarmi i testicoli, mentre io le raccoglievo a coda i lunghi riccioli neri, per poterne osservare compiaciuto l’espressione del volto, magnificamente selvaggia, tutta concentrata a darmi piacere. Poi allargò le mascelle per ospitare in bocca le mie palle, ingrossate di sborra: si muoveva con estrema delicatezza per non farmi male coi denti, risalendo anche l’asta con la lingua e poi ingoiando interamente il mio membro, centimetro dopo centimetro, dalla cappella all’attaccatura delle palle. Le ordinai di spogliarsi, voglioso di scoparmi la sua fica bollente. Si tolse il vestitino e rimase completamente nuda, a parte le calze e le scarpe. L’ammirai nella sua bellezza mediterranea: il profilo greco, la pelle serica e chiara, i seni sodi in mezzo a cui ha imparato a masturbarmi spagnolescamente il pene, i fianchi torniti, la fichetta perennemente umida ornata da un ben curato cespuglietto di peli scuri, i glutei tondi e alti da puledrina abituata alla monta. Guardandola avevo quasi dimenticato di attendere “visite”. Mi riscossi dalla visione incrociando lo sguardo perplesso di Elisabetta. Mi girai e vidi l’uomo dei biglietti: “Son venuto per il supplemento, facciamo presto…”. Mi feci da parte e lui sedette sul divanetto vellutato che c’era nel palchetto: “Vieni qui troietta, divertiamoci un pò”, disse ad Elisabetta. Lei aveva perduto la languida sicurezza di prima: non aveva mai scopato con un estraneo davanti e insieme con me; né l’avevo mai condivisa con nessuno. Avevamo per scherzo ipotizzato la possibilità di un’orgia, ma ora si trattava di farla veramente. L’abbracciai da dietro le spalle e la incoraggiai a quella nuova esperienza: “Fagli vedere quanto sei brava”. Elisabetta prese a denudare l’uomo: gli sbottonò la camicia sudata, gli tolse le scarpe e gli sfilò i pantaloni insieme alle mutande. Il cazzo dell’uomo sembrava enorme: lui ci disse che erano ormai anni che non scopava con una troia bella e giovincella come Elisabetta, voleva riscoprire certe gioie del sesso spinto, che la moglie non gli aveva mai accordato. Cominciò a baciare il corpo di Elisabetta, in bocca, sui seni, sul collo, sul ventre, sulle natiche. Poi saggiò con un dito la consistenza anale della ragazza: “Voglio sfondarti il culo”, le disse. Elisabetta si era già sciolta: si mise in posizione pecorina sul divanetto e puntò lei stessa il suo sfintere col cazzo dell’uomo, tenendoglielo con la destra mentre con la sinistra si masturbava la fregna secondo una tecnica ormai collaudata con me. Non riuscì a farlo entrare. Elisabetta si voltò e lo prese in bocca, insalivandolo abbondantemente. Poi ritentarono: l’uomo entrò dentro Elisabetta e iniziò a scuoterla con colpi frenetici. La vedevo vacillare sotto quelle spinte, col viso stravolto dal dolore e dalla libidine e mi resi conto che quello doveva essere lo spettacolo anche quando ero io a prenderla sul letto di casa. Lei incrociò il mio sguardo e mi disse: “Voglio anche te, vieni ti prego, voglio anche te”. Io ero come impietrito e l’uomo mi incitò ad accontentarla: “La tua troietta è fantastica, vieni a farle passare il piacere…”! “Sono anche la tua troia, sono la vostra troia”, gli rispose Elisabetta al massimo dei giri. Avrei voluto mettermi sotto di loro ed entrarle in fica, ma quel bastardo non si fermava un attimo. Girai attorno al divanetto e afferrai Elisabetta per i capelli, piazzandole il cazzo davanti agli occhi: “Sì, voglio leccarti, voglio succhiarti”, mi disse ansimando. Le strinsi la testa tra le mani e cominciai a pomparle con foga il cazzo in bocca. Fu una cosa di pochi minuti: il tizio venne, sincopando i versi bestiali che avrebbe voluto emettere per il forte godimento. “Sto venendo, sto venendo, godo…”, disse Elisabetta tremando tutta; a me non restò altro da fare che schizzare il seno di Elisabetta: le strofinai il pene sui capezzoli, spalmandole la sborra sul petto.
L’uomo se ne andò, nudo, con gli indumenti tra le braccia. Noi ci baciammo a lungo, lingua contro lingua. Poi lei si distese sul divano e vi si strofinò sopra per asciugarsi dallo sperma che le colava sulla pancia e tra le cosce. Accese la lucetta e si controllò le calze, rimaste miracolosamente intatte. Si rivestì e io mi ricomposi. Scendemmo senza attendere la fine del film e uscimmo subito dal cinema, irrazionalmente pavidi che la gente potesse individuarci come quelli che avevano “disturbato” dal palchetto.
L’aria fresca della notte asciugò i nostri sudori. Ci avviammo verso il pensionato universitario, ancora ammutoliti dalla nuova esperienza e dalla foga con cui l’avevamo vissuta, stretti l’un con l’altra, baciandoci.

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