Il Piatto Freddo


6W9jZXkj49Fu un’estate particolare quella dei miei sedici anni

Ci trovavamo a Riccione, io e mia madre, ospiti di una sua amica simpaticissima. Le giornate erano calde, le spiagge dell’Adriatico piene di gente. Io ero scura come un pezzo di caramello.

Ogni sera il figlio dell’amica di mia madre mi portava a prendere il gelato, sempre in un posto diverso. Si stava fuori fino a tardi e quando rientravo infine nella mia camera spalancavo la finestra e, prima di addormentarmi, pensavo a lungo.

Immaginavo di essere nuda sulla spiaggia, di notte, e le sue mani che, forti e gentili, toccavano il mio piccolo seno. Quelle mani esperte scivolavano lungo il mio corpo, si fermavano sulle anche, poi, con sicurezza, mi aiutavano ad accosciarmi sul suo grosso affare; mi guidavano, su e giù, su e giù, e nella spiaggia deserta io urlavo. Poi Antonio, così si chiamava il figlio dell’amica di mia madre, mi faceva alzare, mi prendeva in braccio e insieme entravamo nell’acqua, che era tiepida e misteriosa. Facevo l’amore, ancora, stretta fra le sue braccia.

Il mattino dopo, quando incontravo Antonio per casa e si ricominciava a scherzare e a ridere, e a parlare all’uscita del giorno prima, allora mi veniva da pensare che il mio sogno sarebbe presto divenuto realtà. E ne diventavo sempre più convinta, via via che passavano i giorni.

Ogni giorno andavamo in spiaggia. Ci restavamo dalla mattina alla sera, gli asciugamani vicini, i corpi che si sfioravano. Ogni giorno Antonio mi ascoltava, a me sembrava che non si stancasse mai di ascoltarmi; mi faceva ridere, sorridere, non mi lasciava mai senza allegria. Ogni giorno mi apriva la portiera della macchina, senza dimenticarsene mai una volta. Questo accadde per tutta la settimana che mi fermai a Riccione.

Eppure, ogni giorno, qualche cosa veniva tralasciata. Rientravo la sera, felice, ma la mia allegria era ogni volta sempre un pochino più forzata. Ogni sera, quando spegnevo la luce sul comodino, qualche cosa era cambiata, anche se di poco; non rinunciavo al mio sogno, ma era sempre un po’ meno reale.

Il giorno che partimmo per tornare a casa, Antonio ci accompagnò con la sua auto fino all’ingresso dell’autostrada. Era una bella giornata di sole e lui, guardandomi attraverso il finestrino abbassato dell’auto, mi accarezzò una guancia. “Ciao bimba, qualche volta verrò a trovarti”, disse. E io, come una stupida, lo aspettai veramente.

Venne l’autunno, l’inverno, poi la primavera, arrivò un’altra estate, completamente diversa. Il mondo intorno a me cambiò.

E anch’io cambiai.

Il mio seno prese forma, divenne più sodo e bello e i capezzoli più grandi. Le gambe, già lunghe, presero una bella linea e i fianchi si modellarono. Maturai, in ogni senso.

Ai ragazzi cominciai a piacere sempre di più; presto mi resi conto di quello che potevo fare e presi sicurezza in me stessa. Ne cambiai diversi, di ragazzi, e con ognuno di loro feci l’amore. Ci fu anche a chi dissi di no.

Dimenticai Antonio e i giorni a Riccione. Non accadde subito, naturalmente. Ci furono dei momenti, nelle serate di solitudine, quando mi chiudevo in camera a leggere un libro o a guardare la Tv, che ripensavo a quel sogno mai realizzato. E che spiegazioni c’erano per quello che era accaduto?
Quella parte profonda di me che era stata così umiliata non ne voleva più sapere di lui; un’altra voce, invece, mi spiegava che Antonio non sarebbe mai potuto venire con me, io non avevo ancora abbastanza sapore, per scopare c’erano le sue amiche e che può capitare, a volte, di essere rifiutate. In ogni caso, nessuna delle due voci poteva convincermi o farmi stare meglio, e io mi dibattevo sempre fra l’odio e la comprensione.

Tutto questo, col tempo, passò. Senza neppure accorgermene smisi di pensarci e feci dell’altro.
Trascorsero altri due anni.

Un giorno, una mattina di fine maggio, mi alzai e andai in soggiorno dove mia madre aveva apparecchiato per la colazione. Era sabato, l’ultimo giorno di scuola della settimana, e questo già bastava a farmi sentire bene. Stavo inzuppando un biscotto nella tazza piena di caffellatte quando notai che mia madre sorrideva. Le chiesi il perché.

“Ti ricordi”, disse, “il figlio di quella mia amica di Riccone? È a Milano, e oggi passa a trovarci”.

Continuai a mangiare, come se niente fosse. Sorseggiai il caffellatte, e presi altri biscotti, che v’inzuppai dentro. Naturalmente, dissi qualche frase di circostanza. Ma anche se cercavo di apparire tranquilla, dentro mi si agitava di tutto: ondate di emozioni improvvise e incontrollate che mi meravigliavano e mi spaventavano nello stesso tempo. Era bastato così poco perché tutto ritornasse a galla.

Avrei rivisto Antonio.

Feci qualche domanda a mia madre, così, per curiosità; e lei mi rispose che Antonio aveva telefonato la sera prima, quando io ero a letto, per dire che il giorno dopo a pranzo sarebbe arrivato da noi, e sarebbe ripartito la domenica pomeriggio.

Così, accadeva tutto senza un perché, senza nemmeno un preavviso. Me lo sarei ritrovato davanti dopo tre anni, senza essermi potuta preparare. Mi sentivo agitata. Però avevo voglia di rivederlo.
E non ne sapevo spiegare a me stessa il perché. Mi dicevo che era solamente per vedere se e quanto fosse cambiato.

Finii la colazione, mi vestii e andai a scuola. Seduta nel mucchio, guardavo i professori che si succedevano nelle lezioni, e ogni volta che serviva fingevo di interessarmi a quei ripassi, gli ultimi prima dell’esame di maturità.

Fuori era una bella giornata, limpida e senza nubi. Cominciai a non poterne più di quell’aula.
Smisi di guardare l’orologio ogni cinque minuti e cercai anche di farmi coinvolgere nella vita di classe; non volevo, insomma, pensare a quello che sarebbe accaduto a casa mia all’ora di pranzo.

Fu un’attesa difficile. Avrei voluto essere sola, nella mia stanza, e sdraiarmi sul letto e accarezzare il mio corpo. Avrei fatto l’amore da sola, a occhi chiusi, e mi venne, mentre ci pensavo, una gran voglia di godere.

Tornai a casa. In ascensore approfittai dello specchio per risistemarmi un po’, con calma percorsi il pianerottolo, infilai la chiave e aprii la porta di casa.

Antonio era là, seduto sul divano accanto a mia madre. Non era cambiato granché. Mi strinse la mano e, dopo un attimo di esitazione, mi baciò sulla guancia. ” Come sei cresciuta”, disse.

“Pensavi di no?” risposi io. E mia madre rise.

Ci guardammo. Era un bel ragazzo, alto e ben fatto. Il suo sorriso era simpatico, a volte un po’ misterioso. Per me quel sorriso aveva significato tantissimo, ed era tornato nella mia vita così all’improvviso che neppure me ne rendevo conto.

Dopo le solite frasi di circostanza ci sedemmo l’uno di fronte all’altra, al tavolo apparecchiato del soggiorno, e mia madre cominciò a portare in tavola. Cose di cui parlare non ci mancavano.
Quegli anni che ci avevano separati vennero ripresi e riempiti, un po’ qua e un po’ là. Non che m’importassero un granché quelle conversazioni formali e vuote, e le trascinai per tutta la durata del pranzo. Non si parla mai di cose importanti quando si ritrovano le persone dopo tanto tempo, ma solo di stupidaggini.

Non sapevo se dire ad Antonio che avevo un ragazzo.

Ci pensò mia madre, e lo fece aggiungendo anche particolari che non avrei voluto. Non che Antonio non sarebbe venuto a saperlo lo stesso: quella sera, Matteo, avrebbe cenato da noi e quindi lui e Antonio si sarebbero incontrati. Piuttosto, mi aveva dato fastidio il fatto che fosse stata mia madre a dirglielo, solo questo. Antonio, comunque, non s’informò più che tanto e cambiò anzi discorso. Ci fece sapere che lui la ragazza non l’aveva ancora trovata, quella giusta cioè, perché in fondo era un incostante.

Finito di pranzare, mentre mia madre preparava il caffè, io e Antonio andammo a sederci sul divano. Scoprii che era ancora capace di farmi ridere, e ancora sapeva starmi ad ascoltare. Gli dissi che quel pomeriggio mi avrebbe accompagnato in zona Duomo a fare spese. Non mi chiese nulla di Matteo.

Fu solo qualche ora dopo, mentre curiosavamo alle vetrine del centro che ritornò sull’argomento.

“È un bravo ragazzo”, dissi io. Camminavo al suo fianco, fra la gente. “Ma non so se è quello giusto”.

Antonio m’indicò un bar che aveva dei tavolini all’esterno. “Beviamo qualcosa?”

Ci sedemmo e ordinammo al ragazzo che venne io un cappuccino e lui un Martini Bianco.

“State insieme da molto?”

Non stavamo insieme da tanto, Matteo ed io, sì e no un mese. Non avevo mai avuto dei ragazzi di lunga durata, anzi, Matteo era forse quello che resisteva di più. Naturalmente, questo non lo dissi ad Antonio.

“Forse hai trovato quello giusto”, disse Antonio dopo un breve silenzio.

Non risposi, e prestai attenzione al ragazzo che era venuto con il vassoio. Se c’e’ una cosa che mi piace nel gioco della seduzione, è che una donna sa sempre giocare le proprie carte. È una delle certezze della vita.

“Perché mi guardi così?” chiesi; “mi trovi cambiata?”

“Abbastanza”, rispose lui.

Non riusciva nemmeno a sostenere per troppo tempo il mio sguardo, e la cosa era divertente. Si capivano fin troppo bene le sue intenzioni. Mentre i segnali che noi donne inviamo ai maschietti, quando vogliamo andare a letto con loro, o non vengono notati, oppure vengono scambiati per qualcos’altro, quelli che gli uomini comunicano a noi sono invece sempre più grossolani e chiari.
Che Antonio volesse venire a letto con me non c’erano dubbi.

“Certo che abbiamo passato una bella settimana insieme, quella volta. Ti ricordi?” dissi.

E lui ricordava, forse lo aveva già fatto durante quelle ore passate insieme, anche, magari, dal primo momento che mi aveva rivisto. Sulle sue labbra rimase un sorriso, che si smorzò a poco a poco, mentre finiva di bere il Martini.

Tornammo a casa che era quasi l’ora di cena. In ascensore ci baciammo. Sentii le sue mani stringermi le braccia, accarezzarmi le spalle, la sua lingua cercare ansiosa la mia. Mi lasciò solo quando la porta dell’ascensore, lentamente, si aprì al piano giusto. Mia madre stava ultimando i preparativi, Matteo giunse dopo poco, e per le otto e mezza eravamo già tutti seduti al tavolo del soggiorno, e si parlava a ghiaccio sciolto.

Antonio sapeva subito trovarsi a suo agio in una situazione nuova: sapeva raccontare, far ridere al momento giusto, restare, insomma, per ore al centro dell’attenzione. Guardavo Matteo, e indovinai che Antonio gli fosse entrato subito in simpatia. Alla fine della cena Antonio disse: “Oh no, io resto a casa. Guardo un po’ di Tv e poi vado a letto”.

Era riuscito a stupire tutti, ma non me.

“Resti in casa?” si meravigliò mia madre, “ma io esco, vado a ballare. I ragazzi vanno in discoteca. E tu cosa fai, qui?”

“Stai tranquilla. Non mi annoierò”.

Notai che Matteo stava per intervenire, ma bastò un mio sguardo perché lasciasse perdere. Non volevo che Antonio uscisse con noi, doveva restare a casa. S’era stabilito qualcosa fra noi, nelle ultime ore, un legame che gli altri non potevano vedere. Avrei potuto indovinare con una certezza assoluta quello che pensava sarebbe accaduto. Ogni volta che c’eravamo guardati, durante la cena, avevo letto quello che c’era scritto nei suoi occhi, e ogni volta avevo sentito il fremito del desiderio. Mi stavo eccitando, quella situazione mi stava eccitando sempre di più. Sì, volevo che Antonio aspettasse a casa. Doveva pensare a me tutto il tempo, immaginarmi nuda, indovinare come fosse il mio seno non più costretto dalla maglietta, e fantasticare sul colore dei miei capezzoli, alla luce dell’abat-jour; doveva scacciare il pensiero di me e di Matteo, in macchina, nelle strade buie, e di dove fossi e cosa stessi facendo, e in questo doveva tormentarsi. Le sue paure sarebbero state infine vinte dal desiderio, perché i miei sguardi potevano significare solo una cosa; non ci dovevano essere più dubbi, ormai, per lui. A casa sarei dovuta ritornare, per forza, come una dolce certezza.

Dopo cena andai a vestirmi. Misi un abito lungo, molto scollato, con lo spacco che risaliva fino alla coscia; un po’ di trucco, rossetto e mi profumai. Ero pronta.

Antonio non riuscì a togliermi gli occhi di dosso mentre passavo per il soggiorno. Appena potei, quando cioè mia madre andò in cucina e Matteo in bagno, mi avvicinai a lui e gli sfiorai le labbra con le dita. “Ciao. Ci vediamo più tardi”, sussurrai, e voltandogli le spalle non lo guardai più.

Mi resi conto allora, e ne sono convinta tutt’oggi, che quella fu la serata più eccitante che mai mi fosse capitata. La musica, la gente che s’affollava in pista, i corpi che mi spingevano, e il caldo, il mio corpo sudato; e l’attesa… l’attesa… l’attesa…

L’attesa era una sottile tortura. Mi sembrava di vederlo, Antonio, sul divano. Il suo cazzo doveva essere duro, durissimo. Guardava la tivù, pensava, e aspettava. Io ero in mezzo alla gente, sapevo quello che avrei fatto, e anch’io aspettavo.

Quando io e Matteo uscimmo dalla discoteca per tornare a casa erano da poco passate le due. In auto lui mi chiese perché sorridessi.

“Perché è una bella serata, no?”

“Senti”, disse lui, dopo un po’, “sei sicura che tua madre…”

Lo zittii. “Stai tranquillo”, gli dissi.

Scesi dalla macchina, sotto casa mia, e guardai su, all’ultimo piano. Dalla porta finestra del soggiorno non usciva né luce, né il bagliore di una televisione accesa. La Panda di mia madre non era nel parcheggio, e io sapevo che non ci sarebbe stata che fra almeno un’ora. La notte era tranquilla e silenziosa.

L’ascensore sali dolcemente, rallentò, si fermò. Infilai la chiave nella toppa e girai, e aprii la porta.

Antonio era là, dall’altra parte del soggiorno, vicino alla porta finestra. La forma sotto il lenzuolo si mosse quando entrai, ma subito si immobilizzò nuovamente.

Matteo, dietro di me, richiuse con delicatezza la porta. Mi voltai, gli cinsi il collo con le braccia e lo baciai rumorosamente.

“Shhh… Fai piano”, sussurrò lui.

Lo presi per mano e gli dissi, con voce percepibile: “Vieni”. Lui, mentre lo conducevo in camera, guardò verso Antonio. La forma sotto il lenzuolo era immobile.

Entrai nella mia stanza da letto e accesi l’abat-jour; girandola in modo che solo un alone di luce raggiungesse le lenzuola. E mentre Matteo si spogliava, tornai verso la porta e l’aprii di quei pochi centimetri che bastavano. Si aprì una fessura d’oscurità.

Mi spogliai, guardando Matteo che era già steso nudo sul letto. Mi tolsi l’abito e mi sfilai le mutandine. Nuda, ai piedi del letto, accarezzai i miei capezzoli grandi. Chiusi gli occhi mentre lo facevo, e mi parve di udire come un alito muoversi nell’oscurità di là dalla porta; come se qualcuno, a piedi scalzi, stesse camminando leggero, sul parquet. Forse era solo la mia immaginazione, oppure c’era veramente qualcuno là fuori.

Matteo allungò una mano verso il comodino dove tenevamo i preservativi, ma io gli dissi di non farlo.

“Questa sera no”, sorrisi.

Salii sul letto, mi accosciai lentamente sul suo viso, avvicinando alla sua bocca la mia cosina arruffata. Sentii subito la sua lingua, non troppo esperta, penetrare fra le grandi labbra umide e muoversi, mentre le sue mani frenetiche mi palpavano i seni. Cominciai a gemere.

La mia schiena era rivolta verso la porta, verso la buia. Dopo un po’ mi sollevai da Matteo e mi accoccolai al suo fianco. Adesso ero rivolta con il viso verso la porta. Il cazzo di Matteo era più duro di quanto pareva possibile.

Glielo presi in bocca e lo percorsi con le labbra per tutta la sua lunghezza, lentamente, lentamente. Con la mano tolsi i capelli che mi ricadevano sulla guancia. Per lunghi secondi non si sentì altro che il silenzio. Godevo da morire pensando alla porta e alla fessura buia, e cercavo di sentire un respiro, qualcosa. Però il silenzio durò troppo poco, perché Matteo cominciò ad agitarsi sotto di me. Mi guardava, nella luce tenue, e poi rigettava la testa sul cuscino. Capivo dai suoi gemiti e dal suo respiro quando era il momento di fermarmi.

“Ti amo, Manuela, oh, t’amo…”

Ogni tanto gli facevo succhiare un po’ le mie tette. Lui cercava di toccarsi l’uccello, ma io gli ricacciavo indietro le mani, gli massaggiavo le cosce e l’inguine; lo mordevo dolcemente, e non ricominciavo subito il mio pompino. Mi divertivo a torturarlo con la lingua, o sfiorandogli il cazzo con le labbra, e lo costringevo a soffocare la sua voglia di urlare. Poi gli accarezzavo il corpo, gli davo il tempo di riprendersi, e ricominciavo.

E quando mi sembrò che fossimo andati abbastanza in là, a quell’ora della notte, nella quiete silenziosa della mia stanza da letto, quando ormai Matteo non ce la faceva più, e io francamente non potevo pretendere di più da lui, poverino, allora, solo allora, mi decisi ad accontentarlo.

“Ma quando ti decidi?” chiocciai, facendo la voce da bambina, masturbandolo velocemente, ma quasi non finii la frase che il mio viso s’inzuppò; e continuai a masturbarlo, ridendo, intanto che lui spegneva la sua furia stringendo il lenzuolo sotto di sé.

Mi raddrizzai, in ginocchio sul letto. La notte era tornata quieta. Dal pacchetto sul comodino presi un Clinex e mi asciugai il viso.

“Riposati un po’”, dissi a Matteo. “Ho voglia di fare l’amore”.

Poi scesi dal letto e mi avvicinai alla porta. Passai ancora il Clinex sulle labbra, per dare il tempo a qualcuno di togliersi da lì; quindi andai in bagno.

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