Banana split

Diego, caro? Sei sveglio?”

Lentamente ho aperto gli occhi. Cinzia era acquattata su di me, il viso incorniciato dalle fronde ondeggianti di una palma, il fascio lucente dei suoi capelli che strisciava delicatamente contro la mia guancia. Ci possono essere visioni molto, molto peggiori quando ci si sveglia. Stavo facendo un pisolino, o meglio lo stavo facendo fino a poco fa, sulle sabbie calde di una remota isola tropicale. Cinzia ed io ci eravamo arenati in paradiso.

“Che c’è, bimba? Cacciatori di teste? Una tigre?”
“Voglio un cocco.”
“Prendilo.”
“Non lo posso trovare per terra. Puoi arrampicarti e prendermene uno?”

Mi sono levato a sedere con un sospiro e mi sono stirato davanti a quella visione di oceano blu che profumava di salsedine e non di cloro. Non era facile indignarsi i questa situazione, ma gli ho tirato una frecciata, giusto per la forma.

“Vuoi che rischi il collo per arrampicarmi su di in una palma come una scimmia gigante quando c’è frutta tutto intorno a noi? Non è possibile fare dieci passi senza inciampare in un frutto.”

Ha arricciato il naso in quella sua maniera adorabile. “Ma sono assetata. Ho questo ardente desiderio di latte di cocco. Vai, l’hai già fatto.”

Questo era vero. Come un grande attore avevo dimostrato la mia tecnica di arrampicata fino ad altezze da capogiro su di una palma.

Mi sono alzato e mi sono stirato di nuovo osservando il piccolo braccio di mare pittoresco che avevamo scoperto. Protetto dalla barriera di coralli dal pesante martellio delle grandi onde del Pacifico, riparato dal forte sole tropicale da palme e mangrovie, era una quieta piccola fetta di paradiso. Dopo pranzo ci eravamo dati ad una piccola esplorazione, vagabondando senza meta e ci eravamo fermati in questo luogo appartato per nuotare, e naturalmente poi era seguita una siesta. Ora era il tardo pomeriggio ed ero affamato.

Ho detto “Va bene, potrei usarlo per uno spuntino. Prepara un posto adatto, io cercherò di prendere quella preda pericolosissima, la noce di cocco finirà nella nostra tana.”

“Non ti dispiacerà,” ha detto con un sorriso, spingendo la sua anca calda contro di me. “Lo farò di sicuro.”

Cinzia portava la mia canottiera di cotone bianca e null’altro. Io portavo boxer di seta ed una camicia con le maniche strappate. Uno dei problemi di essere un naufrago è che non è possibile scegliere l’abbigliamento.

Quando il finimondo era cominciato stavamo divertendoci ad una cena ufficiale sulla nostra nave da crociera. Cinzia indossava uno stretto fodero nero che non era sicuramente pratico per remare in un battello di salvataggio, o per qualsiasi attività più vigorosa del sollevamento di una forchetta alla bocca.
Io indossavo uno splendido completo di gabardine che mi faceva sembrare James Bond. Mi viene da piangere a guardarlo ora, non voglio sapere cosa fa l’acqua di mare al gabardine.

Ad ogni modo Cinzia ha un vero talento per rendere ogni abbigliamento eccezionale e la mia canottiera non faceva eccezione. Mi piaceva particolarmente il modo in cui i suoi capezzoli eretti spingevano contro la stoffa morbida e sottile. Il fatto che la canottiera coprisse a malapena il suo culo era altrettanto bello. L’ho guardata amorevolmente mentre si avviava verso il sottobosco, ho ammirato la sua magrezza, le gambe abbronzate ed i capelli scuri contrapposti al cotone bianco. Cinzia era una femmina deliziosa, a meno che voi non preferiate i tipi ben in carne.

Ho preso un pezzo di corda ed ho fatto un cappio alle due estremità, quindi ho scelto una palma che mi sembrava promettente. Il trucco sta nel mettere i polsi nei cappi dopo aver fatto passare la corda intorno all’albero, come se si fosse stati arrestati; poi è necessario appoggiare i piedi nudi contro il tronco ed inclinarsi indietro tendendo la corda. Si sale l’albero facendo scivolare la corda sul tronco in piccoli balzi e facendo piccoli passi; senza guardare giù e non facendolo in un giorno ventoso.

L’ho fatto fino alla cima dell’albero e ho tagliato molti cocchi maturi col coltello recuperato nel battello di salvataggio; poi mi sono fermato un momento a guardare il panorama. Facendo schermo agli occhi contro lo sfolgorare del sole ho individuato la grande baia dove eravamo approdati ed avevamo installato il campo. Qua e là sul nastro di spiaggia bianca c’erano piccoli gruppi di gente che chiacchierava e si rilassava, faceva surf e comunque si stava divertendo.

Come diceva il mio amico Bruno c’era gente che pagava per un viaggio d’avventure, e noi l’avevamo gratis.

Ufficialmente eravamo ancora dispersi ed in attesa di essere trovati, ma penso che nessuno fosse particolarmente interessato ad essere salvato. Nessun segno di SOS era stato sistemato sulla spiaggia, nessun falò era stato acceso per segnalare alle navi di passaggio. Per caso il giorno precedente avevo sentito Tania parlare furtivamente su di un cellulare, ma ero pronto a scommettere che non aveva chiamato la guardia costiera. Un aereo era volato alto sopra di noi quella mattina, e la gente si era nascosta per non farsi avvistare, quasi si trattasse di un aereo nemico.

Mentre mi preparavo a scendere, ho osservato un’attività strana; quella che a prima vista mi sembrava essere la lotta mortale di un insetto enorme, si era rivelato essere uno dei miei collegi maschi impegnato in un incontro sportivo, del nostro sport preferito, con due hostess ninfomani che aveva invitato. Mi sono messo più comodo e ho cercato di trovare altri punti interessanti.

Il mio origliare è stato interrotto quando Cinzia che mi chiamava. “Vieni giù, ne abbiamo abbastanza. Cosa stai guardando?”

“Non animali indigeni e piante selvatiche,” ho detto mentre scivolavo giù. “Ho un indovinello per te: che cos’è che ha dodici zampe aggrovigliate e quattro grosse mammelle?”

“Ah sì, le hostess,” ha detto alzando un sopracciglio. “Non dormono mai? Non ho idea di come facciano a tenersi in piedi.” Non so se disapprovasse o no la cosa, non è facile interpretare quello che pensa Cinzia.

Ho guardato con interesse i cumuli di frutta fresca appoggiati sulla sabbia. Banane mature, mandarini cinesi delicati, piccoli kiwi pelosi, dolci mango e varie altre delicatezze succose che non siamo riusciti ad identificare, non siamo botanici o chef.

“Guarda quei ragazzacci,” ha detto Cinzia indicando quelle che sembravano banane ma sovralimentate.

Le ho esaminate, ogni luccicante frutto giallo verde era almeno due volte la dimensione di una banana media. “Non dovrebbero essere buone da mangiare a meno di non cucinarle. Vedo che però attirano lo sguardo di una giovane donna.”

“Hah. E questi cosa sono?” E ha indicato dei frutti verdi ovali con la pelle cerata.

“Frutto dell’amore,” ho detto con un ghigno lascivo.

“Prego?”

“Mi hai sentito, frutto dell’amore. Perlomeno così li chiama Cate. Tagliali, sono squisiti.”

Cinzia ha preso il coltello e ne ha affettato uno. La polpa interna era di un bel colore rosa scuro, con una consistenza umida e gommosa. La fessura che correva verso il centro del frutto aumentava la somiglianza. Cinzia ha riso e ne ha presa un po’ col dito. “Mmm, è buono, sembra melone.”

“Ho sempre pensato che ti piaceva il frutto dell’amore.”

“OK, uomo saggio, lasciami mangiare.”

Ho colpito i buchi di alcuni frutti di cocco grandi e pelosi e ci siamo seduti per il nostro picnic. Cinzia si è portata un cocco alla bocca e ha inclinato indietro la testa prendendo un lungo sorso di latte che è gocciolato giù per il mento e la gola.
“Ahhh,” ha detto. “finalmente.”

“Bella la mia canottiera,” ho detto ingoiando un gran boccone di mango. “Sto pensando a come vestirmi per il party di questa sera.”

Ha riso in maniera seducente e poi, dopo essersi leccata delicatamente le dita per pulirle, si è tolta la canottiera, l’ha piegata ordinatamente e l’ha appoggiata.

“Va molto meglio,” ho detto, improvvisamente un po’ rauco. Malgrado fossimo rimasti a mollo solo poche ore prima, la vista di lei nuda, seduta scompostamente sulla sabbia, mi ha fatto contrarre il torace e ha portato una familiare tensione nei miei lombi.

Mentre ingoiava succosi bocconi imbottiti di frutta, fissava di proposito i miei pantaloncini. “A cosa stai pensando, ragazzo? A quelle hostess birichine?”

“No. Davvero, improvvisamente mi è venuto in mente il tuo piccolo viso attraente rosso e contorto nella confusione gioiosa della lussuria mentre ti accarezzavo con una di quelle “banane”.

“Davvero?”

“Sì, è abbastanza sciocco. Mi dispiace.”

“Hmm,” ha detto in maniera vaga, l’ho vista lanciare uno sguardo furtivo alle banane.

“Voglio dire che, essendo tu così piccola, dopo tutto, non potresti utilizzare qualche cosa di così grosso, ti aprirebbe come un…” Le metafore non mi vengono mai abbastanza velocemente quando ne ho veramente bisogno…”come una gallina che fa un uovo d’oca.”

“Mostrami come fai a saperlo. Solo perché non sei grosso come quelle banane giganti, pensi che non ne possa trarre piacere.”

Ho sorriso. “Grosso come una banana gigante, mi piace. Molto colorito.” Ci siamo guardati l’un l’altro ed abbiamo cominciato a ridere, poi ha preso un cocco fresco e l’ha alzato sopra la testa. Il ruscello di latte di cocco ha mancato la sua bocca di un chilometro, schizzando sulla sua gola e gocciolando giù per il torace.

“Oops,” ha detto. “Guarda cosa ho fatto.”

“Permetti.” L’ho sollevata e ho cominciato a leccare via il latte dal suo collo, scendendo nel canale tra le sue piccole mammelle sode. La dolcezza del latte si è mescolata con l’odore della salsedine ed il gusto familiare della pelle di Cinzia.

Il latte è schizzato sulla mia guancia e ha rivestito il suo seno destro, in parte mi è entrato nell’orecchio.

“Dannazione, non ne faccio una giusta, mi dispiace.”

“Lasciami provare.” Ho preso la noce e l’ho capovolta sul suo torso, rivestendogli completamente i seni e lo stomaco e facendone gocciolare una buona quantità nella piccola fessura tra le sue cosce. “Sii, che pasticcio appiccicoso,” ho detto lanciando via il cocco.

“Sai veramente come adulare una ragazza.” Ha tirato la mia testa verso di se e l’ha tenuta strettamente contro il suo petto. Ho leccato il latte sui suoi seni con una lunga e lenta carezza della mia lingua, facendo in modo di quando in quando di battere contro le dure, sporgenti protuberanze dei suoi capezzoli.

“Mi stai assaggiando?” ha domandato, un po’ senza respiro.

“Delizioso. Dolce. Ne vuoi un po’.” Ho preso un piccolo kiwi maturo e l’ho spremuto sopra Cinzia come se fosse una spugna. Ha gridato di finto orrore mentre il succo verde e la polpa del kiwi sprizzava dappertutto; poi se l’è strofinato sulla pelle dando un piccolo pizzico ai capezzoli mentre lo faceva. Mi sono messo a lappare il cocktail di frutta, spostando la lingua sulla sua liscia pelle abbronzata finché non è diventata luccicante e pulita. Lei rideva e si contorceva, specialmente quando la mia lingua correva sulla gabbia toracica, ma mentre lo facevo vedevo nei suoi occhi che il suo motore si stava scaldando e mettendo in moto. Il più casuale degli osservatori avrebbe notato che la stessa cosa stava succedendo a me.

“È il tuo turno” ha detto. Ha scelto un cocco e con attenzione ha versato un ruscello sottile di latte sopra la testa gonfia del mio cazzo. È gocciolato giù per l’asta ed intorno alle mie palle, seguendo il percorso di minima resistenza verso la fessura del mio culo. Sì, mi ha fatto il solletico.

Cinzia si è inginocchiata di fronte a me e ha succhiato impazientemente il mio lecca lecca al cocco pulendolo rapidamente. Ho preso la noce e ho versato il succo fresco, lei ha succhiato, ha leccato e ha mangiato felicemente mentre facevo schizzare il dolce, appiccicoso succo sopra il cazzo e le palle, facendone arrivare molto anche sul suo viso.

Alla fine ha abbandonato il mio organo felice e ha guardato in su verso di me con un sorriso bagnato ed appiccicoso. “OK, penso di aver soddisfatto il mio desiderio di cocco.”

Il mio cazzo era teso verso la sua bocca come per decisione propria, le mie palle si contorcevano impazientemente. “Va bene per te, ma…” e le ho lanciato uno sguardo significativo.

Ho visto un’espressione maliziosa dentro i suoi occhi. “Quello di cui hai bisogno è un po’ di frutto …dell’amore.” Ne ha preso uno che aveva aperto precedentemente e l’ha fatto scivolare sul mio cazzo. Ho sentito una sensazione fresca e liscia, e piccole creste cedevoli. Non proprio come la cosa vera, ma abbastanza piacevole lo stesso.

“Si sta rivelando una vacanza interessante,” ha detto Cinzia. Ha cominciato a muovere il frutto su e giù sul mio cazzo, provocando un rumore polposo di risucchio. “Pensavo che avrei fatto shopping, mi sarei curata le unghie e mi sarei sdraiata in piscina, ed invece sono su un’isola deserta con mio marito che sodomizza un frutto indifeso.”

“Bene, allora divertiti. Un po’ più veloce, per favore?”

Cinzia ha aumentato il ritmo, ho inclinato la testa indietro e ho emesso un gemito, cercando di spingermi oltre il limite. Ma il frutto si stava disintegrando all’interno, facendo uscire una confusione di succhi sulle palle e le cosce e, malgrado tutti i miei sforzi, non riuscivo a venire.

“Ho paura che tu l’abbia sciupato,” ha detto Cinzia lanciando via la pelle del frutto. “Eri troppo maschio per questo poverino”

“Basta! Ho dannatamente bisogno di una donna, non lo vedi? Fai qualche cosa!”

“Non vuoi prima vedermi fottuta da una banana enorme?” ha domandato soavemente.

Ho inghiottito con forza.

“Quando fai così…” Ho afferrato un casco di banane e ne ho strappata una relativamente diritta. Mi dispiace confessarlo, ma era molto più grossa di quello a cui Cinzia era abituata.

L’ha guardata un po’ incerta. “Penso che sia necessario scaldarmi con qualcosa di più maneggevole.”

“Come una banana più piccola?”

Ha messo una mano sul mio torace e mi ha spinto indietro. “Non essere sciocco.” Ha alzato una gamba sopra le mie ginocchia piegate mettendosi a cavalcioni su di me e poi è scivolata giù per il pendio delle mie cosce finché non siamo venuti in contatto. Un piccolo contorcimento e si è agevolmente impalata sulla mia appiccicosa palma di cocco. La sua micia era un abbraccio stretto di velluto caldo, mi sono lamentato e teso contro di lei. Ci siamo mossi insieme al ritmo del nostro solito accoppiamento per pochi secondi deliziosi e poi crudelmente si è alzata, lasciandomi dritto ed all’asciutto.

“Questo è quello che era necessario, grazie signore.”

“Va bene, cagna,” ho ringhiato. “Ti darò una fottuta di frutta che non dimenticherai mai più.”

Ho impugnato la superbanana minacciosamente, l’ho fatta sdraiare sulla schiena e le ho aperto le cosce.

“Sii gentile,” ha strillato.

Ero infatti, abbastanza gentile mentre pigiavo la testa della banana giallo verde contro la sua rosea fessura umida. Si è contorta e si è spostato un po’ per trovare la giusta posizione, poi ha detto “Prendimi.” Ho spinto un po’ più forte e il frutto fallico è scivolato agevolmente oltre il confine dei suoi muscoli.

“Dio,” ha detto, e poi un po’ più forte, “Oh Dio!”

“Cosa significa?”

“Significa che sta andando.”

L’enorme dildo organico è scivolato dentro per alcuni centimetri, ha aperto l’umida piega rosea nella maniera più affascinantemente oscena. L’ho fatto scivolare fuori e poi lentamente l’ho fatto entrare più in profondità mentre lei continuava a stringere e rilassare.

“Oh Diiioooo!” si è lamentata.

“Allora è quasi un’esperienza religiosa per te?”

“Sta zitto e fottimi.”

Obbedientemente ho spinto la banana dentro e fuori della sua micia ed il rumore di risucchio ha cominciato ad accompagnare il suo gutturale grugnire di piacere. Alcune volte ha chiuso gli occhi con forza ed il suo corpo si è irrigidito, ma non riuscivo a capire se era veramente venuta o no. Dopo alcuni minuti di gemiti, respirare affannoso ed istruzioni precise ( “più veloce,” “più lento,” e “ferma la torsione, dannazione!” sono quelle che ricordo) finalmente ha spinto via la mia mano e ha lasciato che la banana schizzasse sulla sabbia.

“Ne hai abbastanza?” Ho domandato.

Ha scosso la testa. “Fammi impazzire. È bello ma non riesco a venire. Voglio venire. Voglio dire, venire veramente.”

Avrei potuto dire “All’inferno” invece sono uscito con un “Cosa desideri?”, pensando che volesse essere montata e così avrei potuto alleviare la tensione nelle palle.

“Leccami.” Ha aperto le gambe in un invito lascivo. “Per favore.”

Ho scelto una banana matura e ho cominciato a sbucciarla, cercando di sembrare indifferente. “Lasciami dare un morso prima.”

“Diego!”

“OK, OK, solo un secondo. Mi è venuta un’idea.” Ho preso la banana sbucciata e l’ho pigiata contro il suo inguine.

“Non mi soddisfi con quello,” ha protestato. “Ehi, mi fa il solletico!”

Ho finito di spingere la banana molle nella sua micia. “Come ti pare?”

“Appiccicosa e molle e non molto soddisfacente.”

“Se mangiassi la banana ora?”

Il suo viso si è illuminato. “Ora parli bene. Cibati della banana, ragazzo.”

Mi sono seduto protendendomi in avanti e ho cominciato a lavorare. Ho leccato tutti i piccoli pezzi di banana che potevo raggiungere con la lingua, e poi ho avuto pietà di lei e mi sono mosso fino alla sua clitoride sensibile e gonfia.

“Oh sì…” ha mormorato non appena gli sono girato intorno. “Proprio là, dolcezza.”

È venuta con un gemito rabbrividente e sono stato ricompensato con un boccone di polpa di banana calda mentre la sua micia si è contratta ed ha spasimato. Per qualche ragione mi sono ricordato degli esperimenti in cui i piccioni imparano a beccare su una leva per avere il cibo. Ho mangiato rumorosamente la banana e poi sono risalito alla sua clitoride. È accaduta la stessa cosa, questa volta accompagnata da un pianto di piacere strozzato.

Dopo il quinto orgasmo la banana era completamente finita ed anche Cinzia. Si è sdraiata sulla sabbia morbida con gli occhi semi chiusi, mi fissava con uno sguardo bovino di assoluta soddisfazione sul viso.

“Lei è stato grande, signore. Ho un regalo per te…piccolo.”

“Cosa! Per me?”

Ha grugnito ed una spalla si è contorta in quello che potevo solo presumere fosse un’alzata di spalle. “Sì…farò qualsiasi cosa Lei voglia. Anche alla pecorina.”

Meraviglioso.

Sono rotolato al suo fianco e ho aderito alla sua schiena. La mia erezione dolente rapidamente è entrata nella sua micia bagnata, appiccicosa, e mi sono contorto in una posizione che mi permettesse di spingere nella sua fica stretta con piccole spinte.

Dopo trenta secondi o giù di lì Cinzia ha cominciato ad uscire del coma e spingere contro di me, strisciando il suo piccolo culo attraente contro il mio inguine. Quasi immediatamente ho sentito il delizioso calore muoversi su per la mia asta ed poi la spiaggia è sembrata muoversi intorno a noi in cerchi lenti mentre pompavo tre litri di sperma dentro di lei.

Dopo aver ripreso fiato, Cinzia ha inarcato il lungo collo e mi ha dato un bacio.

“Sarà meglio che andiamo a fare una nuotata prima che il succo si asciughi e restiamo bloccati permanentemente dentro la crosta,” ha detto. “Cosa direbbe la gente.”

Ci siamo aiutati l’un l’altro a tirarci in piedi ed abbiamo camminato mano nella mano nell’acqua chiara, rinfrescante del nostro angolo privato di paradiso.

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