Lezioni di arte

98Nb90fgMqNel ristrutturare un vecchio magazzino ho scovato, nascosto in una quan-tità di carte ed appunti gelosamente custodite in un bauletto, stranamente abbandonato dal precedente proprietario dello stabile insieme ad altri suoi beni, il seguente racconto.
Avendo trovato riscontri e prove di quanto vi si narra, ho deciso di ripropor-velo integralmente:
Il mio lavoro mi portava spesso fuori casa, talvolta anche per più di una settimana alla volta.
Era un periodo che Paola, mia moglie, brontolava più del solito perché la lasciavo sola a casa ad annoiarsi.
Lamentava di non avere più una vita sociale ed di aver perso di vista la maggior parte delle sue vecchie amiche, il che era in un certo senso vero, a parte che la sua idea di vita sociale, cioè passare un giorno in un museo o in una galleria d’arte, è qualcosa che ho sempre trovato estremamente noioso.
Tuttavia la comprendevo. Ci siamo sempre voluti molto bene, e il disagio di uno di noi ha sempre finito col dispiacere anche l’altro. Perciò, nel ten-tativo di offrirle una soluzione, le proposi di iscriversi ad un corso serale di arte, del quale avevo letto la pubblicità in un giornale locale.
Paola aveva spesso detto che le sarebbe piaciuto fare qualcosa del gene-re, tuttavia si e’ sempre sentita insicura di uscire da sola la sera. Ma il suo senso di isolamento l’ha lentamente portata a cambiare idea, cosa che le dissi le avrebbe giovato, per cui finalmente decise di partecipare alla prima lezione.
In principio, tutto sembrava andare liscio.
Paola riprese il suo consueto buon umore e spesso mi parlava con soddi-sfazione di quelle serate trascorse a lezione.
Ogni volta che lei mi mostrava quegli schizzi raffiguranti cesti di frutta o al-tri oggetti inanimati che lei aveva disegnato, io sorridevo per incoraggiarla, anche se – lo confesso – quei disegni non hanno mai realmente suscitato il mio interesse.
Fino a quando, un giorno, mi disse fiera che il suo insegnante Carl (un te-desco di cui mi aveva già parlato più volte) le aveva apparentemente fatto capire che lei aveva del talento (il che devo ammetterlo era vero). Ugual-mente, la cosa mi fece alquanto insospettire e mi domandai se quel tipo si stesse semplicemente prendendo gioco della innocente ingenuità di mia moglie.
Quando Paola mi spiegò che in verità era stata invitata a seguire un corso avanzato di scultura presso lo studio privato del maestro, data la banalità della scusa, mi parve evidente che egli stava organizzando qualche sub-dola trappola ai danni della mia ignara moglie.
La mia prima reazione fu quella di ridere e spiegarle alcuni dei fatti della vita, ma a mia volta provai un inusuale e perversa eccitazione che mi dis-suase dal farlo. Vista l’innocenza e la timidezza della mia giovane moglie, le occasioni di trasgressione erano ben poche (direi nulle) e quel lampo di perversione mi convinse a non perdere quella che sapevo essere un’opportunità unica ed irripetibile.
Perciò le diedi la mia rassicurante approvazione e la incoraggiai ad accet-tare la proposta, cercando al contempo di carpire quando e dove si sareb-bero dovute tenere queste fantomatiche lezioni.
Arrivai a mentire, dicendole che sarei restato fuori per lavoro, quella sera, mentre segretamente pianificavo di usare ciò come una copertura per aver modo di seguirla e di spiarla.

Il fabbricato si dimostrò essere un vecchio magazzino ai margini più de-gradati della città.
Dopo essermi trovato un parcheggio lungo una strada laterale, dal quale potevo controllare l’accesso allo studio, mi misi ad aspettare con pazienza l’arrivo di mia moglie, la cui grazia e distinzione sarebbero certo stati in stridente contrasto con quel paesaggio di aliena desolazione.
L’automobile di Paola finalmente arrivò, passò lentamente e si fermò giu-sto di fronte all’indirizzo di Carl.
Mia moglie era chiaramente in apprensione, vista la diffidenza con cui sta-va scrutando il portone di accesso immerso nella penombra, senza abban-donare la sua rassicurante postazione all’interno dell’auto, quando dall’oscurità emerse una figura che si diresse verso di lei.
Si trattava evidentemente di Carl, un uomo alto, di corporatura robusta, dai capelli biondi brizzolati raccolti a coda di cavallo ed una rada barba, anch’essa brizzolata.
Egli porse a Paola una mano di benvenuto e gentilmente le trasse di sotto-braccio la grossa cartella di pelle scura dove lei teneva i suoi schizzi, ed amichevolmente la condusse all’interno dello studio.
Io aspettai qualche istante prima di scivolare lungo il marciapiede verso il buio ingresso dove avevo visto la mia Paola sparire con Carl.
Udivo le loro voci rimbombare nello stabile deserto, provenienti dalla ob-solescente gabbia metallica del montacarichi che li trasportava.
Il mio cuore palpitava quando imboccai l’adiacente scala di sicurezza, fa-cendo attenzione a non farmi scoprire mentre seguivo la loro strada.
Mi sentivo come il protagonista di un film di spie, mentre, ad ogni piane-rottolo sostavo per ascoltare e cercare di risalire alla fonte delle loro voci, finché, raggiunto il quarto piano, vidi una luce provenire da una stanza in fondo ad un corridoio buio.
Chiaramente era Carl a sostenere la conversazione, e lo udii mentre offriva da bere a mia moglie.
Il rumore di una bottiglia di spumante stappata per l’occasione seguito da una risatina di circostanza di Paola, mi diedero il coraggio di raggiungere con uno scatto l’angolo nascosto di uno sgabuzzino adiacente alla loro stanza.
Silenziosamente mi affacciai di tra le vecchie casse da imballaggio accata-state nello sgabuzzino, e verificai che da lì avevo un’ottima visuale su tutto lo studio.
L’ambiente era ampio, disseminato di tracce dell’opera del maestro: carrelli colmi di attrezzi, tele accatastate, vernici. Al centro un grosso blocco di pietra, ancora intatto, con accanto attrezzi vari per la scultura, tra cui uno scalpello pneumatico.
A dar vita alla sala, una popolazione manichini, o statue di cera, quasi tutte femminili e di estrema bellezza e realismo. Alcune di esse erano in pose erotiche estremamente provocanti. Ne ricordo in particolare una di una giovane brunetta che con espressione assorta, mordendosi il labbro infe-riore, si masturbava con entrambe le mani. Sembrava tanto vera che mi venne quasi la tentazione di andare a darle il mio “aiuto”.
Poco distante dal blocco di pietra, una pedana di legno, forse utilizzata per mettere in posa le modelle.
In un angolo, seminascoste da una pila di sacchi di gesso, una serie di lampade e varie altre apparecchiature da illuminazione fotografica, degli scaffali colmi di attrezzi e, su un tavolino leggermente a parte, delle strane apparecchiature elettroniche, di cui – causa il buio – non capii la funzione.
Dal lato opposto, un confortevole salottino, provvisto di frigo-bar, contra-stava con il disordine imperante nel resto del laboratorio.
Potevo vedere Paola, seduta timidamente sul divano, bere lo spumante a piccoli sorsi dal lungo calice di cristallo, attenta ad ascoltare ciò che Carl distrattamente le raccontava.
La possente voce di Carl, fortemente accentata, risuonava nella stanza.
Si stava vantando delle varie personalità che aveva avuto il privilegio di immortalare, nonostante quei nomi risultassero del tutto ignoti a mia mo-glie, come del resto anche a me.
Ascoltavo attentamente, cercando di capire dove volesse andare a parare con i suoi discorsi, quando improvvisamente ne afferrai il senso. C’erano costanti riferimenti all’arte di catturare lo spirito della bellezza femminile in un pezzo di scultura, accompagnati da parole di incoraggiamento affinché anche Paola posasse, rassicurandola che era perfettamente naturale e che non ci sarebbe stato niente di imbarazzante in ciò.
Se non fossi stato così perversamente eccitato, avrei riso ad alta voce, smascherando il fine libidinoso che il maestro stava chiaramente perse-guendo.
Diceva che le avrebbe scolpito un ritratto, apparentemente allo scopo di esporlo ad una non meglio definita mostra che intendeva tenere di lì a qualche tempo. Ma non voleva eseguire una scultura del viso o del busto, bensì intendeva ritrarla nuda, a grandezza naturale.
Sapevo bene che un’opera del genere avrebbe richiesto giorni, se non set-timane, e che l’acconsentire avrebbe significato per Paola l’avere ogni più intima parte del suo corpo esaminata in dettaglio da Carl. Fu ovvio per me, ma non sono certo che ciò fosse altrettanto lampante per la mia gio-vane ed ingenua mogliettina.
Trovai estremamente difficile credere che mia moglie, che si vergognava di farsi vedere svestita addirittura da me, potesse permettere che lo sguardo indiscreto di quell’uomo esaminasse il suo corpo denudato. Ma lei pareva credere a tutte le fandonie che quel laido tedesco le propinava, sorpren-dentemente niente affatto riluttante ad interpretare il suo ruolo di modella.
Paola era – bisogna dirlo – chiaramente in ansia al pensiero di “mettersi al lavoro” come Carl eufemisticamente la esortò a fare, ma alla fine scavallò le gambe, le passo il calice ormai vuoto si alzò in piedi e, cautamente, ini-ziò a sbottonarsi la leggera camicetta di seta bianca.
Carl dava l’impressione di essere intento a preparare gesso ed attrezzi, ma dalla mia postazione potevo notare come, di nascosto, non perdeva occa-sione di ammirare la mia Paola mentre lentamente si sfilava la camicetta, prima, e la gonna di cashmere bleu, poi.
Il mio cazzo esplose dall’eccitazione quando notai che, scavalcando con eleganza la gonna ormai sfilata, indossava il completo con reggicalze color panna da me preferito, e che le chiedevo di mettersi per le “nostre grandi occasioni”. Anche Carl non poté nascondere la sua ammirazione.
Con maestria Paola fece scivolare di lato le spalline del reggiseno, così trasparente che potevo vedere chiaramente le sue rosee aureole apparire al di sotto della fibra. I suoi dolci capezzoli erano irrigiditi, chiaro segno di eccitazione, cosa che non sfuggì nemmeno a Carl, e che sembrava in contrasto con la timida insicurezza di mia moglie.
“Sono veramente di classe” disse Carl con apparente distacco, riferendosi alle delicate calze chiare, dai riflessi perlacei, che le avvolgevano così gra-ziosamente le splendide gambe, evidenziandone la forma perfetta.
Intuii che il commento del maestro aveva il solo scopo di distogliere l’attenzione di Paola e poter continuare a fissare indisturbato il magico gonfiore dalla sua peluria pubica. Il pelo dorato di Paola fuoriusciva appe-na dal delicato elastico delle sue sottili mutandine, rivelando il suo vero, naturale colore, che invece appariva più scuro attraverso il tessuto appena trasparente degli slip.
Paola arrossì a quel complimento e, per un momento, sembrò che fosse ricreduta e quindi decisa a non andare oltre.
Giochicchiava intimidita con la camicetta e la gonna appena tolte, chiara-mente cercando di evitare di togliersi altro di dosso, ma Carl gentilmente, ma fermamente, insisté sul fatto che aveva bisogno che lei fosse comple-tamente nuda, adducendo futili scuse a proposito dell’estetica dell’arte, co-se che io sapevo bene non essere altro che menzogne.
Mia moglie, sebbene chiaramente titubante, finì col voltargli timidamente le spalle e slacciarsi lentamente il reggiseno, per poi rimuoverlo.
Non potevo credere ai miei occhi ! Dopo un breve istante di esitazione, agganciò decisamente con le dita l’elastico delle mutandine ed inchinan-dosi leggermente, rapida le tirò giù, all’altezza delle ginocchia, dando ad entrambi noi una fugace immagine della sua rosea fessura, giusto un bre-vissimo attimo, prima di raddrizzassi.
Anche volendolo, mia moglie non sarebbe potuta apparire più provocante ed invitante di quanto non fece con quell’ingenuo tentativo di nascondere la sua giovane, ed a me solo fedele, fichetta.
Ebbi però la sensazione che quella brevissima esibizione non fosse stata un incidente involontario, quando Paola, slacciatasi il reggicalze, si inchinò nuovamente, e accarezzandosi una per volta le calze le abbasso all’altezza delle ginocchia, prima di sfilarsele del tutto, assieme a quelle deliziose scarpine con i tacchi. Pur non essendo gesti da professionista, erano così attentamente misurati da poter provocare in qualunque uomo un profondo turbamento.
Non c’era modo per Paola di nascondere il fatto che lei stessa fosse for-temente eccitata da ciò che stava facendo. So che era troppo pudica per ammetterlo apertamente, ma la vista della sua fessura inumidita con le labbra già dilatate, quasi pronta ad accogliere dentro di sé un membro ma-schile, fornì sia a me che al perverso Tedesco una prova inconfutabile.
Carl era chiaramente ipnotizzato da quel succoso frutto che le veniva così maliziosamente offerto; ciononostante continuò ad agire come se nulla stesse accadendo.
Mia moglie, eccitata sì, ma ancora chiaramente combattuta, si voltò verso Carl, sorridendo esitante ed arrossendo leggermente mentre cercava inno-centemente di nascondere con le mani – inutile ! – le sue nudità.
Nel ruotare sulle sue ben tornite caviglie, svelò le unghie dei piedi curati, smaltate di un rosso brillante, in tinta con il rossetto e lo smalto delle un-ghie delle mani. Sebbene Paola avesse sempre avuto estrema cura per il proprio corpo, difficilmente si era mai smaltata le unghie dei piedi, special-mente se doveva indossare scarpe chiuse, come quella sera. Solo qual-che rara volta lo usava con me, come un discreto segnale per dimostrarmi la sua disponibilità…
Doveva evidentemente aver ritenuto che quella fosse una possibilità per quella sera, sebbene la scelta di quel partner mi pervadeva di desolazione. Ero convinto, e lo sono tuttora, che Paola non fosse mai stata fino ad allo-ra con altro uomo al di fuori di me.
Carl sembrava non aver fatto alcun progresso nel sistemare la sua attrez-zatura, nonostante si dicesse ora pronto ad iniziare l’opera. Ciò mi sembrò curioso, perché avevo immaginato che desiderasse mettere Paola in una qualche posa, scelta ad arte per poter sbirciare meglio le sue più intime bellezze.
Mia moglie, stranamente, sembrava sapere ciò che lui voleva e lentamente attraversò la stanza, per fermarsi giusto di fronte ad un treppiede di legno massiccio. Fino ad allora non avevo notato quella specie di cavalletto, che improvvisamente esercitò su di me un fascino perverso.
Ora che Paola le si era portata vicino, potevo valutare che il vertice di quella cornice piramidale si alzava a circa due metri da terra, o forse qual-cosa di più.
Spalancai la bocca, incredulo, quando vidi mia moglie, esitante, obbedire alla richiesta di sollevare le braccia al di sopra della testa, cosicché Carl poté assicurarle i polsi sottili a due cinghie di cuoio fino a quel momento nascoste della struttura del tripode.
Mentre Carl la legava, Paola protestò, mormorando che in quel modo sa-rebbe stata del tutto impossibilitata dall’impedire al suo maestro di fare di lei qualunque cosa avesse voluto. Con un viscido ghigno di soddisfazione, il diabolico Tedesco dichiarò che non le stava facendo niente di più di quanto lei stessa avesse dimostrato di desiderare durante le precedenti lezioni.
Paola scosse la testa e cercò di liberarsi da qui potenti vincoli, immediata-mente pentita di avergli offerto lei stessa i polsi e atterrita della strada im-prevista che la serata aveva preso.
Nelle mie orecchie rimbombavano le minacce che adesso Carl lanciava contro mia moglie impotente. Il Tedesco aveva cambiato tono di voce, e la sua gentilezza, la sua cortesia, sembravano sparite nel nulla. Ora gridava, inferocito, che gliel’avrebbe fatta pagare “razza di sgualdrina” ed altri or-rendi insulti che non oso ripetere.
Stavo per intervenire, quando Paola improvvisamente cambiò atteggia-mento, e remissiva prese a concordare una per una con tutte le accuse che il pervertito le muoveva.
In breve fui di nuovo preso dall’eccitazione, anche distratto da quel magni-fico paio di natiche, e notai mia moglie visibilmente tremante, mentre Carl le si affiancò per divaricarle gentilmente le gambe.
“No ! Le gambe no, ti prego… ti prego…” la voce di Paola si faceva sem-pre più flebile e meno convincente mentre anche gli ultimi sprazzi di resi-stenza svanivano in lei.
“Oh, di certo non posso fare a meno di legarti anche le gambe” la contrad-disse Carl “ti piacerà, vedrai”
Paola, lentamente, annuì, ed in un attimo entrambe le caviglie erano anco-rate entro le due fasce di cuoio fissate ai piedi del treppiede.
L’evidente desidero di sottomissione dimostrato da mia moglie mi fece esplodere di eccitazione e quasi eiaculare spontaneamente nelle mutande.
Potevo ben notare la soddisfazione di Carl nel constatare lo stato di totale accondiscendenza di mia moglie, che lui continuava a tormentare con biz-zarre descrizioni delle cose che avrebbe potuto fare al suo corpo, “ora che lei era pronta”.
Per dare enfasi alla descrizione, le infilò una mano tra le cosce ansimanti ed afferrò le sue carnose labbra, coperte di pelo biondo, premendo le dita per massaggiare il suo indifeso clitoride, che – come disse il maestro – gonfio ed eccitato si affacciava ormai dalla sua consueta tana.
Paola strozzò a mala pena un verso di disappunto, vedendosi costretta a constatare la veridicità di quell’osservazione.
Potei capire da come lei si contorceva oscenamente in quei vincoli che voleva disperatamente sfuggire da quelle carezze umilianti, ma allo stesso tempo così inevitabilmente stimolanti. La cosa eccitava evidentemente anche Carl, il quale in un delirio furioso la minacciava di sottoporla ad atro-ci torture se lei fosse venuta prima che lui glielo avesse permesso.
Alla vista delle dita di Carl che scorrazzavano liberamente tra le gambe crudelmente divaricate di Paola, sospettai che il maestro già sapesse quanto rapidamente potesse venire se adeguatamente stimolata nella parte più sensibile del suo corpo. Ero diviso da tra indignazione ed ecci-tamento, quando lui, che fino ad allora non era mai entrato realmente den-tro di lei, sorprendentemente ritirò la mano, proprio sul punto in cui Paola stava per raggiungere l’orgasmo.
“Guarda cos’hai combinato, Paola ! Mi hai inzuppato il dito.” la rimproverò ghignando “Senti com’è appiccicoso…” e le mostrò il dito affinché lei, ri-luttante, lo esaminasse.
“Andiamo… ora ciuccialo fino a quando non sarà ben pulito”
Mia moglie ebbe un conato di rigetto e scosse la testa per cercare di re-spingere quell’intrusione, ma in breve il rumore emesso dalla sua bocca ed il respiro affannoso dalle narici dimostrò che lei, obbediente, stava ora succhiando il proprio umore dal dito di lui.
Carl, ridacchiando, insisteva nell’umiliarla forzandola ad ammettere che provava riprovevole piacere nel gustare il pungente sapore della sua stes-sa vagina.
Fu evidentemente difficile, per Paola, parlare con quel dito conficcato e continuamente rigirato dentro la bocca, ma le smozzicate parole che ri-usciva a pronunciare lasciavano chiaramente intendere che sì, concordava e le piaceva.
La mano libera di Carl si appoggiò sul sedere nudo di Paola, e cominciò a massaggiare la sua pelle levigata, sùbito alla ricerca della separazione tra le due natiche.
Io capii istintivamente, prima ancora di vedere l’indifeso corpo di mia mo-glie ruotare ed inarcarsi, che Carl avrebbe finito col ficcarle un dito nell’ano.
Avevo personalmente provato più volte a farlo, ma sebbene Paola, specie se in prossimità dell’orgasmo, mostrasse molta sensibilità e piacere ad es-sere accarezzata in quella nascosta zona del corpo, non mi aveva mai permesso di penetrarla. Finiva sempre con l’allontanare bruscamente la mia mano impertinente e più di una volta siamo stati sull’orlo del litigio.
Tuttavia il rozzo Tedesco non aveva di che preoccuparsi al proposito, e gli fu facile infilare il suo spesso dito per tutta la sua lunghezza nell’ano di mia moglie.
I mugolî di protesta di Paola, la bocca ancora strozzata dall’altro dito, lo fecero sghignazzare sadicamente e spingere il dito dentro l’ano con ancor più vigore, fin quasi a sollevarla da terra.
“Ti fa godere, vero?” le domandava
“Perché fai quella faccia? Lo vorresti forse ancora più grande?”
A questa agghiacciante minaccia, Paola scosse la testa più volte, visibil-mente in ansia.
Credevo che l’avrebbe sodomizzata lì per lì col suo grosso uccello, che doveva essere duro ed eccitato almeno quanto il mio, ma lui aveva in ser-bo qualcosa di ancor più emozionante e perverso.
Ritrasse le mani dal corpo straziato ed attraversò lo studio con noncuran-za. Dagli scaffali nascosti nel buio trasse un attrezzo con non potei identi-ficare.
“No Carl, per favore!” urlò sgranando gli occhi piena di terrore “cosa vuoi fare con quello?”
Carl ora mi voltava le spalle e non riuscivo a vedere cosa avesse in mano. Qualunque cosa fosse, doveva avere un aspetto spaventoso, visto che Paola non accennava a tranquillizzarsi e continuava a dimenarsi come un vitello al macello.
Il maestro posò l’attrezzo dentro una vaschetta metallica, sottraendolo de-finitivamente alla mia vista.
“Bambina mia, devi calmarti, altrimenti rischi di rovinare tutto” le sussurrò Carl, con voce suadente “Dopo tutto lo faccio per il tuo bene”.
Così dicendo si diresse nuovamente verso lo scaffale e ne trasse quella che mi sembrò una boccetta di vetro.
In breve lo vidi che aveva iniziato a spalmare una specie di olio sul copro di Paola, che pareva ora più rilassata.
Inizio’ dalle spalle, poi continuò sul petto.
Indugiò sui due seni floridi di mia moglie , che stavolta sembrò davvero godere di quel massaggio voluttuoso.
Solo quando i capezzoli furono ben eretti, Carl continuo’ a cospargerle il ventre di quello strano unguento profumato.
Mi domandavo a cosa potesse servire un tale olio, quando le intenzioni di Carl per mia moglie, quella notte, erano ormai chiare a tutti.
Pian piano le scese lungo i fianchi, le unse la schiena ed arrivo’ alle nati-che. Anche su queste indugio’, con grazia.
Carl sembrava cambiato. Non era più il feroce torturatore di una preda in-nocente, ma un appassionato amante che ha la massima cura per la sua preziosa compagna. Paola appariva molto risollevata. Nonostante l’immutata drammaticità della situazione, l’atmosfera si era fatta più sere-na.
Di lì a poco il maestro passò a massaggiarle l’interno delle cosce. A que-sto punto non poté trattenersi dal carezzarle nuovamente il pube. Paola, non cercò più di ritrarsi, evidentemente smaniosa di raggiungere il piacere estremo che finora le era stato negato.
Carl accelerò il ritmo del massaggio, ma questa volta non si limitò a farlo esternamente. D’un tratto, quasi a sorpresa, infilò l’enorme dito medio ad esplorare quella fessura che nessun altra, fino a quel momento aveva avuto il piacere di penetrare, all’infuori di me.
Il mio cazzo voleva scoppiare di nuovo nei pantaloni al vedere Paola nel sentirsi violata riversare indietro il capo e chiudere gli occhi nel totale ab-bandono dell’estasi.
Con movimenti lenti, ma studiati, il maestro incominciò a fare su e giù con il suo medio dentro di lei. Su e giù, su e giù fino a che Paola, che ora on-deggiava il corpo al ritmo con lo stantuffo, prese a mugolare di piacere.
“Non ancora, mia cara. Non ancora…”
e così dicendo, di scatto, ritrasse la mano, ancora una volta prima che mia moglie potesse raggiungere l’orgasmo.
Lei lo guardò incredula, con un misto odio e delusione.
Brevemente Carl terminò di ungerle le gambe, poi si ritrasse nell’angolo dello studio ad armeggiare vicino alle sue misteriose apparecchiature elet-troniche.
D’improvviso, al di sopra della test di Paola si accese un grosso faro, pun-tato verso il basso. Emanava una forte luce rossastra ed un calore tale che io stesso potevo avvertirlo dal mio nascondiglio.
Paola tentò di volgere la testa verso l’alto per capire quale fosse la fonte di quella luce e di quel calore, ma invano. Era come se qualcosa le irrigidis-se il collo. Fu di nuovo invasa dal terrore.
Carl, che nel frattempo le si era riportato davanti, se ne avvide e spiegò con soddisfazione:
“Sono i primi effetti del mio olio e della mia lampada speciale, ma non preoccuparti: alla fine ti piacerà”
Fu solo allora che mi resi conto delle gigantesche dimensioni dell’attrezzo, una specie di curioso membro artificiale, che Carl aveva ripreso dalla va-schetta, e che ora stava spalmando con cura dello stesso unguento che aveva usato sul corpo della mia Paola.
Aborrii all’idea di cosa volesse farne e stavolta non esitai a lanciarmi contro di lui, per impedirglielo.
O meglio… non esitai a tentare di lanciarmi, visto che anch’io, totalmente irrigidito, non ero più in grado di muovere un passo.
“Pensavi che non mi fossi accorto di te, vecchio mascalzone?” mi apo-strofò Carl come se mi avesse visto dalla nuca “E’ forse questo il modo trattare tua moglie? Starsene rintanato a godere mentre un altro uomo ne fa ciò che vuole non è certo da signori. Meritavi una lezione ed eccoti ser-vito”
Assistevo impotente a quella tragedia che solo fino a qualche istante prima mi aveva così tanto eccitato.
Carl collegò due fili ed un tubicino alla base del membro artificiale e ad una macchina (una sorta di alimentatore) che aveva portato su un carrellino nei pressi del treppiedi a cui era appesa mia moglie.
Dopo un breve massaggio per lubrificarle nuovamente la vagina, allargan-dole le labbra con le dita di una mano, con l’altra le appoggio’ la testa del membro all’imboccatura del magico orifizio.
Paola tento’ nuovamente di ritrarsi, ma la manovra, che già prima era ri-sultata inefficace, questa volta non le riuscì del tutto.
Carl, tuttavia, percepì la tensione di mia moglie e cerco di tranquillizzarla:
“Vedi, bambina, la lampada sta già facendo il suo effetto sulla superficie del tuo splendido corpo, trasformandola in sostanza che non conosce la corruzione del tempo. L’unguento di cui ti ho spalmata, purtroppo rallenta l’effetto della lampada, ma è indispensabile a proteggerti la pelle nuda ed a preservarne l’aspetto vellutato. E’ questione di pochi minuti ed esterna-mente ti trasformerai come un manichino, solo un po’ più soffice. Ma per-ché il processo sia completo, la trasformazione deve coinvolgere anche le parti più interne del tuo corpo. Ed è per questo che ti sto infilando questa sonda. Non ti farà male, stai tranquilla…” e con mossa rapida, ma indolo-re, affondo’ interamente il membro artificiale dentro di lei, così profonda-mente che le labbra si richiusero all’esterno, celandolo completamente. Ora si potevano scorgere solo i fili ed il tubicino scaturire dalla bionda pelu-ria di mia moglie, come spuntati dal nulla.
Era agghiacciante. Dalla mia posizione, immobilizzato, guardavo con orro-re ed impotente. Finalmente capivo la vera natura di quelle affascinanti statue femminili. Ma con mia sorpresa ed angoscia (ahimè che angoscia), nonostante fosse ormai chiaro che il destino di mia moglie era segnato, il mio istinto perverso non poté evitare di farmi ancora una volta eccitare. Provavo disgusto per me stesso, ma allo stesso tempo non ero in grado di distogliere lo sguardo dalla fica violata e dallo splendido corpo, ormai quasi cristallizzato, di mia moglie.
Ora dall’interno di lei proveniva un ronzio sordo: era quella sonda infernale che aveva iniziato a pompare, vibrando, il liquido che l’avrebbe presto tra-sformata in un oggetto inanimato, al pari di quelli che lei tante volte aveva ritratto nei suoi studi.
Non so, forse per effetto della vibrazione del membro, forse come effetto collaterale della trasformazione, Paola incominciò a sussultare. Per quanto irrigidito, il suo corpo prese a contrarsi, impercettibilmente e ritmi-camente. A ritmo sempre più spasmodico, trasmetteva il movimento an-che al treppiedi che la sorreggeva al punto che la struttura fu sul punto di cedere. Era evidente che stava godendo irresistibilmente anche di quell’ultima, atroce, tortura. Ed io con lei.
Improvvisamente i capezzoli le si irrigidirono nuovamente, lei riuscì a strin-gere i pugni ed a puntare i piedi per terra. Notai ancora una volta lo smalto rosso brillante, ormai definitivamente parte di lei. Paola socchiuse gli oc-chi, aprì appena la bocca e proruppe in un urlo di godimento, sprigionato dal profondo del suo petto piuttosto che dalla gola, mentre gli ultimi violenti sussulti le scuotevano il corpo. Incredibile ! Stava venendo, ed ancora una volta, per l’ultima volta, io venni con lei.
In quell’istante la vista mi si offuscò e non ricordo cosa sia poi successo.

Ora, mia moglie ed io siamo in posa. Giacciamo in un eterno amplesso, il mio pene dentro la sua vagina, e siamo il pezzo di punta della celebre col-lezione di statue di cera erotiche del maestro Carl von Minckwitz.
Provo orrore per ciò che ho fatto e per aver causato, con il mio libidinoso desiderio di trasgressione, la fine di due esseri e di un unione così felice. La nostra attuale vicinanza mi è talvolta di sollievo, ma la barriera di inco-municabilità che c’è fra noi mi impedisce di trarne alcuna gioia.

Ovviamente i manichini (anche quelli che prima erano degli esseri umani) non parlano, né scrivono, né possono esprimere in alcun modo le loro sensazioni. Questo che avete testé letto è il resoconto che io, testimone dei fatti in esso esposti, ho raccontato in vece dei suoi protagonisti.

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