Riflessi d’estate

Mi chiamo Sophie, ho 19 anni e vorrei raccontarvi l'”avventura” che mi è capitata l’hanno scorso.
Per festeggiare la maturità ottenuta, io e la mia migliore amica Moira (che spero non mi stia leggendo…) abbiamo deciso di trascorrere un mese di vacanza in Messico.
A causa di un impegno improvviso lei sarebbe partita due giorni dopo di me e ci siamo quindi date appuntamento in un albergo di Guadalajara.
Dopo un lungo viaggio sono giunta in quella località e il clima era torrido.
Dopo una lunga dormita, all’indomani ho fatto un po’ di shopping e poi, girando un po’ per la città, credo proprio di essermi persa.
Cominciai anche un po’ a preoccuparmi, visto che ero finita in un quartiere non molto rassicurante.
Allora, visto che parlavo perfettamente spagnolo, fermai diverse persone chiedendo informazioni, ma nessuno sapeva dirmi come ritornare in albergo.
Dopo mezz’ora finalmente vedo un’auto della polizia e mi avvicino per dire se
mi potevano aiutare.
In quel momento scesero dalla macchina e forse non capendo cosa volevo mi chiesero i documenti. Allora, tanto per cambiare, gli dissi che ero una turista e che avevo lasciato il passaporto in albergo, eccetera. Per farla breve, dopo pochi minuti mi sono ritrovata nella locale stazione di polizia.
Lì mi dissero che stavano cercando un’italiana per traffico di droga, al che cominciai letteralmente a tremare. Sembrava tutto così irreale, un vero incubo. Poi mi portarono in un locale vuoto con un tavolo, dopo un po’ entrò una poliziotta e mi ordinò di spogliarmi completamente. Aveva un tono strafottente e mi squadrava dall’alto al basso. Restai completamente bloccata, le mani mi tremavano sempre di più. Anche se a volte potevo fantasmare su situazioni simili, la realtà era ben diversa. A quel punto i miei nervi cedettero e scoppiai in lacrime, inginocchiandomi davanti alla poliziotta e implorandola. In 18 anni non mi ero mai trovata in una situazione così
umiliante.
Al che, sentendo le mie grida, un’altra poliziotta entrò e, non so perché, presi un po’ di coraggio e comciai a slacciarmi la camicetta. La seconda poliziotta, che doveva essere la superiore dell’altra, mi disse, con tono gentile, che andava bene così e che c’era stato un malinteso. Mi avrebbe accompagnata lei in albergo per controllare il passaporto e se tutto era in regola. Allora scoppiai ancora in lacrime, ma stavolta per la gioia. La seconda poliziotta mi abbracciò, mi porse un fazzoletto di carta e mi disse che era tutto finito e che ero una ragazza molto dolce. Sembrava un angelo, l’estremo opposto dell’altra vacca (scusate il termine).
In macchina parlammo un po’: era veramente molto gentile ed anche una bella donna, sui 35-40 anni, molto fine ed educata. Usava un profumo francese che conosco molto bene. La sua uniforme trovo che accentuasse ancora di più la sua personalità. Si scusò e mi chiese cos’era successo con l’altra poliziotta. Le dissi che ero solo un po’ stanca. Lei mi disse che era normale e l’importante che non mi aveva fatto del male. Poi con uno sguardo molto bello mi disse che ero timida.
Arrivammo a quel punto in albergo, salimmo in camera, presi alla svelta il passaporto. Lei lo esaminò e mi disse che putroppo aveva l’ordine di controllare nella camera, per non aver più dubbi riguardo alla questione della droga. In un minuzioso controllo nell’armadio scoprì, per il mio più grande imbarazzo, un “oggetto di piacere” (potete immaginare quale) che avevo nascosto incautamente tra due asciugamani. Credo che non sono mai diventata così rossa in tutta la mia vita.
Lei mi guardò intensamente, io abbassai gli occhi, sorrise e mi disse che era stata giovane anche lei e che non c’era nulla di cui vergognarsi, al che io aggiunsi sospirando che per me lei era ancora giovane e molto bella. Lei mi ringraziò con un sorriso splendente.
Intanto mi chiedevo chi mi avesse mandato quell’angelo liberatore. Mentre continuava a controllare ed era girata, io la guardavo: aveva proprio un bel corpicino, con un gonna sopra il ginocchio che metteva in risalto le sue belle gambe abbronzate. Eh, si, ora che l’incubo del locale di polizia era finito e mi stavo lentamente riprendendo, potevo ricominciare a pensare ai miei fantasmi. Tra i quali, come avrete capito, c’è l’amore tra donne. Ero sempre stata etero, anche se, dopo una grande delusione con un ragazzo, era da un anno che ero sola, e nelle mie fantasie pensavo spesso a com’era farlo con una donna.
Ritornata alla realtà, lei mi fece sedere sul letto, mi guardò intensamente e si sedette accanto a me. Poi mi sorrise e mi disse piano, mettendomi la mano sulla spalla, che in camera era tutto a posto, ma che doveva controllare se addosso avevo qualcosa di illegale. Io sobbalzai un po’ e lei si preoccupò subito di rassicurarmi. Mi disse che sarebbe durato pochissimo, che l’avremmo fatto insieme passo a passo, e che appena mi sentivo imbarazzata mi avrebbe aiutata.
A quel punto chiesi se potevamo almeno tirare le tende della camera e accendere solo la luce piccola del comodino. Lei rispose di sì per le tende, ma di no per la luce.
Visto che era così gentile mi sentivo un po’ più sicura. Lei rimase seduta sul letto e mi disse di mettermi in piedi davanti a lei. Poi mi guardò da cima a fondo, e disse che ero molto carina, chiedendomi pure se avevo il ragazzo.
Poi mi disse di incominciare. Mi slaccai lentamente la camicetta, e anche se non osavo guardarla in faccia sapevo che mi fissava intensamente. Gli consegnai la camicetta che lei controllò per bene. Mi disse che ero dolcissima e chiese se tutto andava bene. Finora sì. Poi, dopo essermi tolta le scarpe e le calze da tennis bianche, mi sbottonai con una certa esitazione i jeans e quando li toglievo la guardai per un secondo, notando nei suoi occhi una certa soddisfazione, ma evitando di pormi altre questioni in merito.
Le diedi anche i pantaloni, lei li controllò rapidamente stavolta. Poi mi disse che una ragazza con un corpo come il mio doveva avere mille ammiratori.
Io risposi, arrossendo, di no, e istintivamente cercai di tirarmi assieme e di coprirmi con le braccia. Ormai restavo solo con le mutandine e il reggiseno, entrambi bianchi. Allora chiesi se potevo rivestirmi, sperando nella sua gentilezza. Lei con un aria leggermente seria mi disse che dovevo levare tutto e che in fondo eravamo fra donne. Poi mi chiese se ero così pudica anche quando ero in doccia con le mie compagne di classe. Io rimasi ancora bloccata, abbassai la testa e la pregai di smettere che non stavo bene. Poi mi fece risedere vicino a lei, mi strinse forte con le due braccia e mi chiese scusa.
Aprì il frigo e mi versò da bere. Ci guardammo intensamente, mi mise una mano sul ginocchio e mi accarezzò lentamente la coscia. Sentii un brivido piacevole, una cosa mai provata prima. Poi aggiunse che forse sapeva perché non volevo spogliarmi tutta. A quel punto non potevo più trattenere le lacrime, avevo intuito che come donna si era resa conto che in passato mi era capitato qualcosa di brutto. Vidi che anche lei aveva gli occhi lucidi.
Eravamo come in sintonia. Come i riflessi d’estate. Non capivo più nulla, ci fissavamo negli occhi con dolcezza, le raccontai la violenza subita tre anni prima, lei mi raccontò della sua famiglia. Si chiamava Laura, aveva 36 anni, divorziata, un figlio di 17 anni che viveva col padre. Eravamo sdraiate sul letto, abbraccciate, la testa appoggiata sul suo petto, ero come estasiata dalla sua presenza e dal suo profumo. Potevo rivestirmi, ma le dissi che volevo rimanere così, che non volevo muovermi. Lei mi chiese perché, anche se probabilmente entrambe conoscevamo la risposta.
Ero molto emozionata. Poi girai la faccia verso la sua camicetta e le dissi che doveva avere dei seni molto attraenti. Lei un po’ rimase sorpresa e non rispose. Mi stavo sciogliendo lentamente. Le chiesi se voleva sempre controllare che non avevo droga su di me. Speravo una risposta sola ed arrivò.
Poi balzai in piedi e le dissi in tono serio che mi ero innamorata di lei.
A quelle parole sobbalzò anche lei, si avvicinò a me e mi disse cosa intendevo. Allora mi misi con la schiena contro il muro, lei si avvicinò lentamente sempre di più e mi domandò se ero sicura, in fondo potevo essere sua figlia.
Mi slacciai il reggiseno e lo lasciai cadere a terra, poi mi coprii subito con le due mani. Lei mi guardò come in estasi. Ormai ero partita, cotta persa e sentivo che stava accadendo qualcosa di meraviglioso…

Mi chiese se ero lesbica e mi disse che lei non lo era. A quel punto cercai di
guardarla il più teneramente possibile e mi tolsi lentamente, una dopo l’altra, le mani che mi coprivano i seni. Le mie amiche dicevano sempre che avevo dei seni con una bellissima forma soda. Lei li guardò. Seguivo ogni movimento dei suoi splendidi occhi verdi. Si avvicinò, mi sorrise. Io ero praticamente bloccata contro il muro, apettavo un suo segnale e il mio cuore
batteva a mille all’ora.
A quel punto si abbassò e raccolse il mio reggiseno. Con la mano sinistra me
lo appoggiò dolcemente contro il mio petto, tra i due seni. Con la destra mi accarezzò la nuca e la guancia. Dal suo sguardo capii che voleva dirmi qualcosa. Cominciò a diventare un po’ imbarazzata, lei che finora era stata così sicura. Forse per imbarazzarla ancora di più, intervenni chiedendole perché, visto che non era lesbica, quando si è abbassata ha osservato da vicino ogni centimetro delle mie gambe e ora mi sta guardando i seni e le mutandine. E poi in fondo che bisogno c’era di perquisirmi? Rischiando il peggio, e cioè che mi facesse rivestire e se ne andasse, osai dirle che ero bagnatissima e che se non ci credeva poteva controllare. Poi senza aspettare la sua risposta, decisi che era tempo di provare le sue labbra. Dopo qualche secondo di esitazione, ebbi la conferma che mi aveva mentito, sul fatto che non le piacevano le donne, nel momento in cui la sua lingua entrò nella mia bocca. In più le sue mani morbide ma decise cominciarono ad esplorare la mia schiena, il mio bel culetto e le mie gambe fino alle ginocchia. Le nostre lingue rimasero avvinghiate per qualche minuto. Ero felicissima, avrei voluto dirle che per me era la prima volta con una donna e che l’amavo alla follia.
Ma decisi che gliel’avrei dimostrato coi fatti. Le accarezzai i seni e cercai di alzarle la gonna. Lì mi tolse la mano, al che io rimasi un po’ sorpresa.
Poi mi disse se volevo continuare dovevo farlo a modo suo, come una specie di gioco.
Ero abbastanza intrigata, ma soprattutto avrei fatto proprio tutto per lei in quel momento. Non tardai a scoprire di che gioco si trattava. Mi fece girare verso il muro e mi chiese di mettere le mani dietro la schiena. Quando sentii il clic delle sue manette ai miei polsi ebbi un sussulto, ma ad essere sincera la mia eccitazione fu indescrivibile. Non ebbi il tempo di realizzare veramente ciò che stava accadendo. La sua mano sui miei seni prima e dentro le mutandine poi fu come il coronamento di un sogno. Si rese conto che stavo bagnando mica male e apprezzò il tutto leccandosi la mano. Mi spinse verso il bordo del letto e con un gesto brusco tirò via tutte le coperte lasciando solo un lenzuolo. Poi con dolce violenza mi buttò sul letto, le mani dietro mi fecero un po’ male, e come se non bastasse mi strappò letteralmente le mutandine. Ora ero completamente nuda davanti a lei e per di più con le mani legate. Mi chiese di allargare le gambe e io rifiutai, ma non so se per timidezza o per farla eccitare. Confesso che questo mio rifiuto durò
pochissimo, al che i suoi occhi sembravano delle oasi di felicità. Poi mi fece voltare, giusto il tempo di ammirare il mio culetto. Quando fui di nuovo rivolta verso di lei le chiesi perché non si spogliava. Invece di rispondermi, cominciò a baciarmi profondamente e io la seguii. Dopo lunghi minuti decise di scendere con la sua lingua, dal gusto meraviglioso, fino ai capezzoli. Le mie
gambe erano sempre divaricate e la sua mano faceva cose grandiose. Sentivo che stava per arrivare il momento tanto atteso, l’incontro tra la sua lingua e la mia parte più intima. Da come leccava credo che avesse molta esperienza con le donne. Dopo alcuni minuti il mio clitoride non aveva più segreti per lei.
In seguito mi fece voltare e dietro ebbi diritto al medesimo trattamento partendo dal collo e fino alla punta dei piedi. Fu anche qui bellissimo, anche se un po’ d’imbarazzo lo ebbi quando si occupò con le dita del mio culetto: quando chiesi se poteva utilizzare una crema si mise a ridere e mi “esaminò”
senza. Fece lo stesso con la lingua e lì andò un po’ meglio. Io intanto continuavo ad insistere che volevo vedere un po’ più intimamente il suo bel corpicino, ma lei disse che c’era tempo.
Il gioco continuò nel modo seguente: mi tolse le manette, prese l’oggetto di piacere dall’armadio e si sedette su una sedia di fronte al letto, dicendomi che sapevo bene cosa avrei dovuto fare. Dopo il solito imbarazzo iniziale, la cosa andò abbastanza liscia e la mia eccitazione era ormai vicinissima all’orgasmo. L’unico neo fu che la mia bellisima rimaneva ancora completamente vestita, anche se sedendosi con le gambe incrociate mi mostrava qualcosina delle sue gambe meravigliose. Mi fece esibire in diverse pose, tutte più o meno spinte, e notai che apprezzava specialmente il mio fondoschiena.
In seguito, dopo avermi rimesso le manette come prima, mi accompagnò nel bagno della camera e chiuse la porta a chiave. Mi chiese allora se ci tenevo veramente a vederla nuda. Io ero emozionatissima. Mi chiese se ero disposta a fare tutto. Io dissi di sì, anche se ero un po’ preoccupata su cosa mi potesse chiedere, visto che eravamo in bagno. Invece mi chiese semplicemente di andare sotto la doccia. Il problema fu che aprì l’acqua fredda e, visto che il mio corpo era bollente, soffrii parecchio. Dovevo rimanere lì sotto mentre lei si spogliava. Era una sensazione duplice: da un lato stavo gelando sotto l’acqua, ma dall’altro il fatto che si stava togliendo i vestiti lentamente non faceva che aumentare il mio piacere. Aveva un corpo semplicemente perfetto, si vedeva che era sportiva. Chiuse la doccia e, tutta tremante dal freddo, mi precipitai istintivamente su di lei, pregandola di togliermi le manette. Lei, come al solito molto sadicamente, rifutò e mi fece stendere a terra, dopo aver tolto il tappetino. Vi posso giurare che il pavimento era abbastanza freddo. Rimase lì a fissarmi per circa un minuto, che per me durò un’ora, naturalmente dopo avermi fatto allargare per bene le gambe. Tutto il mio corpo era coperto dalla pelle d’oca e tremavo vistosamente. Poi il momento tanto atteso, bellissimo:
lei mi venne sopra completamente, e con tutto il suo corpo mi diede una sensazione di calore indescrivibile. Il primo obiettivo della mia lingua furono i suoi seni, anche se speravo di scendere sotto il suo ombelico il più presto possibile. Devo confessare che la sue parti intime avevano un sapore fantastico. Dopo aver esplorato a fondo il suo davanti, si girò e mi si sedette letteralmente sulla faccia, chiedendomi di fare lo stesso con la parte posteriore. Esitante cominciai a baciarle il sederino sodo, dall’esterno verso il centro. Lì non volevo usare la lingua e lei non insistette. Poi si mise in posizione affinché io potessi ritornare a leccare il suo davanti e nel contempo lei fece lo stesso con me. Non so esattamente per quanto tempo restammo incollate in quella posizione: eravamo rapite da un’estasi di passione incredibile. Poi quando ormai non avevo quasi più saliva, le chiesi se poteva togliermi le manette che cominciavano a farmi un po’ male, anche se il vero motivo era che volevo accarezzarla su tutto il corpo.
Ritornammo su letto, mi tolse le manette e praticamente ci rotolammo lungamente, baciandoci e toccandoci ovunque, per molto tempo, penso parecchie ore ma non saprei esattamente dire quanto. Come non saprei esattamente quanti orgasmi abbiamo avuto assieme, né quanti riflessi d’estate si proiettarono attraverso le tende della camera sui nostri corpi bollenti.
Ecco la mia prima volta con una donna. Con Laura ebbi ancora parecchi incontri durante quelle vacanze, anche se la presenza della mia amica Moira mi obbligava a vedermi di nascosto con la mia bellissima poliziotta. A Moira dicevo che avevo conosciuto un ragazzo segreto. Se sapesse. E se sapesse anche quante volte ho sognato di coinvolgerla nei giochini “sadici” di Laura…
Forse se ho scritto questo racconto è anche con la speranza che Moira lo legga e capisca, ed eventualmente chissà…

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